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Per come si erano messe le cose in quell’infrasettimanale di metà settembre, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla squadra di Gasperini: 4-0 a Zagabria ed Atalanta fuggiasca verso Bergamo, con la coda della matricola in mezzo alle gambe; 24 ore prima, invece, un Valencia temerario sbancava Stamford Bridge, proclamandosi come papabile sorpresa della competizione, dopo un avvio decisamente non esaltante in Liga.

La partita di Firenze ha aperto un nuovo campionato, quello di chi è più vittima, con i protagonisti pronti con l’arco teso a scaricare la colpa sul prossimo. Per qualcuno il torero degli insulti è iniziato con le parole di Gasperini su Chiesa (targate 2018: “È un simulatore”); per altri è l’allenatore dei bergamaschi ad aver dato il via a tutto il circo; per il presidente dell’Atalanta “Gasperini ha reagito bene”, per il patron della Fiorentina “è il club bergamasco che deve guardare a casa propria”

È un ragazzo con grande talento. Ho un rapporto schietto e sincero con lui, sarò felice se aiuterà la squadra e con l’Atalanta ci sarà.

Caso archiviato? Beh, leggendo le dichiarazioni di Fabio Grosso, sembrerebbe di sì; un perdono alla Salvatore Conte in Gomorra o un sincero bentornato tra le file delle Rondinelle? Il destino saprà darci una risposta. Una cosa, però, è certa: Brescia-Atalanta è la sua partita, così come lo sono state innumerevoli sfide tra le compagini in cui ha militato e le rispettive rivali. Facciamo un salto nel mondo dei derby di Mario Balotelli.

Lazio e Atalanta, al contrario delle aspettattive (personali) non si sono risparmiate. Con due partite fondamentali per i rispettivi cammini europei -contro il Celtic a Glasgow i biancocelesti e a Manchester contro il City i bergamaschi – le due squadre avrebbero potuto affrontare la gara a ritmi blandi, magari accontentandosi di un pareggio e con parecchio turnover in mezzo al campo. E invece non solo sono stati mandati in campo tutti i titolarissimi, ma le due squadre hanno giocato per tutti i novanta minuti a ritmi da piena stagione. Facendosi male, molto male, un tempo per parte.

In America, sia nella NBA, che nella NFL o MLB, a fine stagione è abitudine decretare un “most valuable player” del campionato appena terminato, un come si suol dire oltre oceano, un MVP. Giornali del settore e testate giornalistiche online, aprono un vero e proprio processo mediatico per arrivare a un verdetto, abitudine che da tempo è arrivata anche in Inghilterra, nella Premier League e da appena un anno nella nostra amata Serie A. Così ci siamo chiesti: e se dovessimo sceglierlo noi un MVP del campionato?

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