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Cosa ha dato al calcio Gianluca Vialli

È dal giorno in cui lui stesso annunciò a tutti che lasciava il suo incarico nello staff della Nazionale di Roberto Mancini che ho iniziato a fare i conti con la possibilità che stessimo per perdere definitivamente Gianluca Vialli. Per questo ho iniziato a pensare cosa raccontare, perché la storia e la carriera di Gianluca Vialli è piena di avvenimenti e situazioni straordinarie, ma soprattutto Gianluca Vialli è stato il nostro Virgilio che ci spiegava con le sue gesta dentro e fuori dal campo i cambiamenti del mondo del calcio.

Spesso si raccontano uomini e calciatori con la narrazione di essere rimasti sempre se stessi in ogni circostanza. Invece Vialli è stato un uomo ed un calciatore che si è perennemente trasformato, ed anche e soprattutto per questo che ogni persona che segue il calcio e non, ha un ricordo o un pensiero inerente a lui, che sia di campo o fuori. Questo perché è stato sempre un calciatore e personaggio mai lontano dall’epoca che stava vivendo.

La parte finale della sua storia è quella che in questi giorni è stata la più raccontata, anche per sua scelta, visto che ha deciso – in coerenza con la sua figura – di rendere pubblica la sua malattia ed i relativi passaggi, di farne una pubblicazione editoriale e poi di raccontare la sua ultima trasformazione, ossia quella di persona che, a causa della sua malattia, ha trovato il giusto modo e le giuste parole per motivare non solo chi soffre di una malattia, ma anche chi deve raggiungere un piccolo o grande obiettivo nella propria vita.

Per questo motivo non voglio aggiungere nulla su questo ultimo atto della storia di Gianluca Vialli ma è più opportuno concentrarsi sul raccontare perché Gianluca Vialli era così famoso e così importante, quali sono quelle gesta che lo hanno reso uno dei calciatori italiani più famosi (per me anche più forti, ma ammetto di non poter essere oggettivo sul tema) nel mondo?

Vialli il ragazzo con i riccioli

In base all’anno di nascita, per ciascuno di noi esiste un’immagine precisa con cui ricordiamo Gianluca Vialli: per quelli della mia generazione – o quanto meno per me – il suo ritratto è quello del giovane attaccante dai capelli ricci, una capigliatura che era resa più evidente da un fisico filiforme – per alcuni addirittura gracile – ma che aveva un grande senso del goal e che interpretava il ruolo del centravanti in una maniera molto diversa dall’archetipo di quegli anni.

Il primo Gianluca Vialli era un attaccante che si muoveva molto sul fronte d’attacco, si muoveva tanto per cercare lo spazio per attaccare la porta ma era anche bravo a battere in uno contro uno i propri avversari. Nel momento in cui Paolo Mantovani lo portò dalla Cremonese alla Sampdoria, Azeglio Vicini lo designò come suo attaccante prima nella sua Under 21 e poi nella Nazionale maggiore.

Mentre nella Sampdoria iniziava a creare quella meravigliosa alchimia con Roberto Mancini, in Nazionale trascinava a suon di reti la squadra agli Europei del 1988, grazie ad una doppietta nella partita decisiva contro la Svezia. In quelle due reti si vedevano tutte le capacità atletiche e tecniche di Gianluca Vialli, capace di realizzare una rete partendo defilato sulla sinistra per poi entrare in area bruciando il proprio avversario e battere Ravelli con un collo piede sotto l’incrocio da posizione complicatissima per centrare la porta, ed un’altra raccogliendo un pallone con un destro al volo che arrivava dal lato opposto del campo. Due segnature il cui stile si ripeterà spesso nella sua carriera e ne diventeranno tratto distintivo, oltre a giustificare il titolo di attaccante italiano più forte di quegli anni.

Quella commistione tra forza in progressione e capacità di colpire con violenza il pallone con il collo del piede rappresentavano il senso della forza di quella versione di Gianluca Vialli. A questi gesti tecnici ed atletici univa quel senso di spensieratezza dato dalla sua giovane età e dall’entusiasmo di cui si circondava ed era circondato, entrambi ravvisabili nel gruppo che alla Sampdoria vinse lo scudetto, la Coppa delle Coppe, tre Coppa Italia e che raggiunse una finale di Coppa delle Coppe e soprattutto la finale di Wembley del 1992, la partita che segnò l’ultimo atto della sua storia blucerchiata ed anche della prima versione di se stesso.

Gianluca Vialli con i riccioli ed i calzettoni abbassati
Il primo Gianluca Vialli era questo, con i riccioli ed i calzettoni abbassati. (Foto: Trevor Jones/Allsport/Getty Images – OneFootball).

Quel modo di vivere la vita in maniera leggera era perfettamente coerente con quella capigliatura, i riccioli di Vialli rappresentavano un modo allegro di vedere il calcio, un’allegria ed una spensieratezza che trasmetteva anche al di fuori del terreno di gioco. Infatti, Gianluca Vialli fu il primo calciatore italiano ad entrare nelle case degli italiani al di fuori delle vesti di calciatore conducendo su Italia 1 il magazine “Settimana Goal”, appuntamento molto atteso da chi in quegli anni era affamato di goal del calcio internazionale senza poter contare degli highlights su Youtube o del tasto verde della tv satellitare.

Un calciatore in attività che conduce un programma sportivo in modo allegro o che festeggia uno scudetto girando in mutande in mezzo al campo per poi tingersi i capelli la settimana successiva, questo era il Vialli con i riccioli. Ma non solo quello, era una versione completamente nuova di attaccante, che segna ma che si rende utile alla manovra, il Mondiale del 1990 doveva essere quello della consacrazione internazionale, ma l’esplosione di Totò Schillaci ed un infortunio al piede dopo aver sbagliato un rigore contro gli Stati Uniti lo lasciò a secco, seppur mettendo a referto l’assist per il goal con cui lo stesso Schillaci sbloccò la gara d’esordio contro l’Austria.

Il Gianluca Vialli leader e lottatore

Dopo la notte di Wembley la Sampdoria accetta la fine del più grande ciclo della propria storia e decide di accettare la grande offerta dell’avvocato Agnelli, che versa 30 miliardi di lire per portare l’attaccante italiano più forte ed iconico dell’epoca alla corte di Giovanni Trapattoni, chiamato a restaurare la Juventus dopo la non digerita rivoluzione tentata da Maifredi (quanto vi suona attuale questa storia?), che portò la squadra bianconera fuori dall’Europa per la prima volta nella propria storia.

Il famoso “DNA Juve” tanto usato ed abusato oggi era un argomento forte anche in quegli anni ed era impersonato principalmente dal fare sabaudo della famiglia Agnelli, non propriamente in linea con la versione del Gianluca Vialli con i riccioli; per questo motivo i primi approcci tra il club torinese e l’attaccante di Cremona non furono dei migliori, con una prima stagione in cui addirittura il Trap lo retrocesse a giocare in mezzo al campo per premiare le prestazioni offensive di Fabrizio Ravanelli, e per non togliere i gradi della leadership al miglior Roberto Baggio mai visto all’opera. Nella seconda stagione si romperà un piede sbagliando un rigore contro la Roma alla seconda giornata di campionato (sì, un’altra volta), saltando buona parte della stagione.

In questa situazione, dopo la delusione di Italia ’90 arriverà anche la fine della sua breve relazione con la Nazionale, complici i rapporti tesi con Arrigo Sacchi che non lo convocherà per USA ’94 e che lo porteranno a lasciare definitivamente la maglia azzurra in polemica anche con il presidente della Federazione Antonio Matarrese.

Con la rivoluzione dirigenziale che porta all’arrivo della triade Giraudo-Bettega-Moggi (immagino ne avrete sentito parlare di questi tre) ed il congedo di Trapattoni a vantaggio di Marcello Lippi in panchina, inizia una nuova versione di Gianluca Vialli che, dopo aver appreso i metodi dell’allenatore viareggino e, soprattutto, di Giampiero Ventrone, trasforma il suo look, il suo fisico ed anche il suo modo di giocare.

Avevamo già apprezzato lo stile con cui Vialli interpretava il ruolo di centravanti nella sua prima versione, ossia un attaccante che poteva colpire anche partendo lontano dalla porta, ma il Vialli che emerge dalla cura Lippi-Ventrone diventa la prima versione di centravanti che aiuta la squadra in fase di non possesso, aggiunge intensità al suo gioco e tante rincorse agli avversari in possesso del pallone.

Gianluca Vialli che ripiega su Faustino Asptilla
Il nuovo Gianluca Vialli inseguiva anche Faustino Asprilla in uno dei tanti Parma-Juventus di quelle stagioni (Foto: Allsport UK/ALLSPORT / Getty Images – OneFootball).

Il Vialli della Sampdoria era famoso per le sue reti a volo di collo piede, continuerà a farli anche in questa fase di carriera (clamoroso quello nella finale di ritorno della Coppa Uefa 1995 contro il Parma), ma quello della Juventus diventa iconico per le sue reti in rovesciata, in particolare le due realizzate alla Cremonese nella stagione 1994/1995, a dimostrazione di un giocatore che aveva fatto dello strapotere fisico ed atletico il suo punto di forza.

Questo cambiamento passa anche dal suo look e dal suo aspetto fisico: via i riccioli, spazio alla testa completamente rasata, niente più aspetto mingherlino ma spalle larghissime ed un fisico totalmente diverso, con bicipiti e pettorali cresciuti a dismisura. Per riportare la Juve in alto la spensieratezza non può bastare, serve trasformarsi in lottatori, portare la contesa sul piano della forza.

Lui decide di accettare questa sfida ed in due anni trascina la Juventus allo scudetto numero 23 (che mancava da 9 stagioni) fermando il dominio del Milan di Capello e nella stagione successiva sollevando la Champions League nella notte dell’Olimpico (dove questa volta se ne vedrà bene di andare a tirare dal dischetto nella serie finale). Con l’addio di Roberto Baggio, infatti, fu lui a prendere in consegna la fascia di capitano della Juventus, un riconoscimento tutt’altro che simbolico ma dettato dalla capacità che aveva sviluppato in quegli anni di diventare leader del gruppo bianconero e diventare portatore delle idee di etica del lavoro implementate da Lippi.

Con questa trasformazione Gianluca Vialli ha raccolto le sfide del calcio fisico ed intenso che ormai iniziavano a prendere piede a metà degli anni ’90, trasformandosi in un leader meno spensierato ma non meno emozionale e che accompagnava il tutto con un grande lavoro sul proprio fisico, riconoscendo la necessità del calciatore di diventare un atleta a tutto tondo.

I metodi che hanno portato Vialli ed i suoi compagni di squadra ad ingigantire il loro fisico in quella maniera innalzando il loro valore atletico ha destato non pochi sospetti, alcuni di questi correttamente riposti dopo le dichiarazioni di Zdenek Zeman dell’estate del 1998 sull’abuso di farmaci nel calcio. Dichiarazioni che tirarono fuori il lato peggiore di questa nuova versione di Gianluca Vialli, che decise di instaurare una pesante guerra dialettica con l’allenatore boemo che non si è mai sopita anche a distanza di anni, il cui apice fu raggiunto quando l’attaccante – ormai passato al Chelsea ai tempi di quella vicenda – definì il tecnico della Roma “un terrorista”. Insomma, questa trasformazione ad un certo punto è sfociata in una versione villain di Gianluca Vialli che negli anni successivi si è mitigata.

Vialli il precursore dell’epoca d’oro della Premier League

Alzata al cielo la Champions League, Gianluca Vialli decide di sposare una causa che in quel momento sembrava folle ma che, invece, oggi rappresenta l’obiettivo primario di tutti i principali giocatori del mondo: giocare in Premier League.

Nel 1996 la lega oggi più ricca del pianeta era ancora in una fase embrionale del proprio successo: la dicitura Premier League era entrata in vigore solo quattro anni prima, sulle ceneri dei disastri degli hooligans perpetrati nella fase finale degli anni ’80 che portò ad una totale rivoluzione del modo di interpretare l’esperienza stadio nel Regno Unito.

Fu proprio nel 1996 che l’Inghilterra ottenne il primo attestato della sua guarigione, con l’organizzazione dell’Europeo culminato con la vittoria della Germania e che decretò quanto fossero diventati sicuri e moderni gli stadi inglesi: erano maturi i tempi per alzare il livello della lega e renderlo quello spettacolo planetario che oggi conosciamo.

Gianluca Vialli fu uno dei primi nomi che quella lega scelse di attirare nel Regno Unito per aumentarne il valore e l’importanza: aveva iniziato negli anni precedenti l’Arsenal che acquistò Dennis Bergkamp ed il Manchester United con Eric Cantona, ma fu da quella stagione che la Premier League iniziò a riempirsi di grandi giocatori. Il Chelsea stesso oltre a Gianluca Vialli porto a Stamford Bridge Roberto Di Matteo e Gianfranco Zola, il Middlesbrough andò a prendersi Fabrizio Ravanelli, altro protagonista di quella notte all’Olimpico con la maglia della Juventus.

Il Chelsea di quegli anni era lontano parente di quello che è adesso, era una squadra di metà classifica e Stamford Bridge era in totale ristrutturazione, ma l’allora presidente Ken Bates decise di alzare l’asticella: voleva una squadra che se la giocasse per entrare in Europa. L’obiettivo andò a buon fine grazie alla vittoria nella FA Cup.

Vialli ebbe un ottimo impatto iniziale ma presto diventò poco centrale in quella squadra: i suoi rapporti con l’allenatore Ruud Gullit si deteriorarono presto. Quella sua capacità di leadership che mise nel bagaglio che lo portò da Torino a Londra andò subito ad incidere sulle dinamiche dello spogliatoio che credeva più in lui che nell’allenatore olandese. Nella finale di FA Cup di quell’anno Vialli fu lasciato in panchina a vantaggio di Hughes, ma alzò lo stesso il trofeo a Wembley (un luogo ricorrente della sua carriera) e, soprattutto, con le sue nove reti in Premier fu il capocannoniere della squadra.

Luca Vialli con la maglia del Chelsea
Uno degli effetti del passaggio di Vialli al Chelsea fu la corsa all’acquisto di questa maglia dei Blues, il marketing calcistico prima del marketing calcistico (Foto: Mike Cooper /Allsport / Getty Images – One Football).

Quel pessimo rapporto con Gullit portò al redde rationem nel febbraio del 1998 con i tifosi – abbagliati dal suo carisma – che invocavano Vialli titolare, una richiesta che mise pressione sull’allenatore che, posto sotto ultimatum, decise di lasciare la panchina del Chelsea che fu presa da Vialli stesso, dando il via alla parentesi del Vialli player-manager.

Da allenatore dei Blues arrivano la vittoria della Coppa di Lega e quella in Coppa delle Coppe, dove la mossa di collocarsi largo a destra fu decisiva per mandare in crisi la difesa del Vicenza nella semifinale di ritorno di quella coppa; infatti, in quella serata il Vicenza non aveva a disposizione i suoi due terzini sinistri titolari Beghetto e Coco e per questa ragione fu dirottato in quella posizione il mediano Viviani. Vialli capì che quello poteva essere il punto debole della difesa della squadra di Guidolin e decise in prima persona di sfruttarlo mandando in crisi il giocatore vicentino e proprio una sua azione personale da destra lo portò a crossare sulla testa di Gianfranco Zola (!) che realizzò il goal del momentaneo 2-1. Fu poi Hughes a 15 minuti dalla fine a trovare il goal del 3-1 che pose fine al sogno della squadra veneta, lanciando il Chelsea verso il suo primo trofeo internazionale conseguito poi in finale contro lo Stoccarda.

Quando Vialli assunse il ruolo di player-manager i tifosi del Chelsea si presentarono allo stadio con cartelli dove era scritto: “Adesso puoi giocare titolare” menzionando lo scarso utilizzo che Gullit ne faceva, ma al termine di quella stagione, pur restando nominalmente player-manager si rende conto di non poter fornire più il proprio contributo sul campo e si dona totalmente all’esperienza da allenatore, dove porta a termine un’ottima stagione culminata con la vittoria della Supercoppa Europea ai danni del Real Madrid. Ciò che emerge del Vialli allenatore è la capacità di saper lavorare sul gruppo utilizzando le leve emozionali, un aspetto che abbiamo avuto modo di ammirare negli ultimi anni della sua vita; un’empatia che, probabilmente, nascondeva qualche limite tattico che poi lo ha portato allo scontro con alcuni elementi nuovi dello spogliatoio arrivati al Chelsea nella stagione 1999/2000, e che portarono al suo esonero ed all’approdo a Stamford Bridge di Claudio Ranieri. E qui  Carlo Lucarelli direbbe che questa è un’altra storia.

Vialli lascia il Chelsea dopo quattro stagioni che cambiano totalmente la dimensione della squadra londinese e della Premier League: anche questa esperienza dimostra quanto lui fosse non un semplice calciatore o un semplice sportivo; il suo modo di agire ed esprimersi dentro e fuori dal campo lo ha reso sempre un qualcosa in più rispetto al suo mestiere, e la Premier League ha tratto chiaro ed evidente profitto dalla sua presenza in quel quadriennio. Ma ha avuto effetto anche sulla vita di Gianluca Vialli, che a Londra ha deciso di restarci, fare famiglia e spendere anche gli ultimi giorni della sua vita.

Gianluca Vialli il comunicatore

Le dinamiche di un allenatore di calcio si avvalgono di tanti aspetti, si può essere brillanti in uno degli aspetti e poco in altri, ma indipendentemente dalle capacità che si hanno, un elemento è indispensabile: avere unione di intenti ed empatia con la squadra.

Gianluca Vialli riusciva ad entrare perfettamente in questo processo da calciatore grazie alle sue enormi capacità di leadership, prima quella allegra alla Sampdoria, poi quella atta al raggiungimento del successo alla Juventus; da allenatore al Chelsea ha sfruttato questo residuo di uomo-spogliatoio nella prima esperienza da allenatore, ma alla seconda in quel di Watford il suo approccio non funziona.

Ma è in questa esperienza che cogliamo il significato del personaggio di Gianluca Vialli: fu portato in Premier per accrescerne il valore ed il seguito; era una persona popolare ed in quanto tale era in contatto con personaggi altrettanto popolari, uno di questi era Elton John che, oltre ad essere Elton John, era anche il proprietario del Watford. Così decide di consegnare a Vialli una squadra che doveva stravincere la Championship, ma andò malissimo, quattordicesimo posto ed esonero a fine stagione con stracci che volano con la squadra e con il club.

Vialli probabilmente prende coscienza del fatto che quella leadership che si è costruito da giocatore non basta per diventare un allenatore di successo, per cui decide di restare collegato al calcio ma lo fa nel modo a lui più consono (oltre ai piedi, ovviamente), ossia comunicando.

Ve lo ricordate quando Gianluca Vialli ai tempi della Sampdoria conduceva Settimana Goal su Italia 1? Dopo più di un decennio da quella pioneristica avventura, l’ex calciatore parte integrante dei commenti calcistici in tv diventa una cosa ormai di aspetto comune. Ed allora Sky, dopo che nel 2003 ha completato la fusione tra Tele+ e Stream, decide di affidare proprio a Gianluca Vialli il compito di commentatore di punta della nuova tv satellitare, un compito dove abbiamo avuto modo di apprezzare a pieno le sue capacità comunicative e, perché no, anche divulgative, diventando un ottimo opinionista tecnico della versione italiana del network di Rupert Murdoch, lasciandosi anche coinvolgere in progetti narrativi riguardanti il mondo del calcio.

Con questa esperienza durata oltre 15 anni ed interrotta dall’inizio della malattia, Vialli ha consolidato quell’aspetto del calciatore amato e considerato non solo dal pubblico sportivo ma anche da destinatari esterni allo sport stesso. Anche gli eventi benefici di cui è stato protagonista con la sua fondazione Vialli-Mauro hanno aperto gli occhi di tutti sulla SLA, una malattia molto legata al mondo del calcio, forse anche come inconscia ricerca di riscatto personale della sua figura dopo la vicenda sull’abuso di farmaci ai tempi della Juventus.

Questa fase della vita di Gianluca Vialli ha rappresentato un po’ come il ritorno alla sua prima versione, quella dei tempi della Sampdoria, ossia un Vialli che racconta il calcio sempre con il sorriso, sempre sdrammatizzando gli accadimenti con una bella ironia. Anche la sua voglia di raccontare con maggiore frequenza la sua epoca blucerchiata, il rapporto con Roberto Mancini, Vujadin Boskov e Paolo Mantovani, hanno dato l’impressione di una persona che avrebbe preferito rivivere quegli anni anziché quelli successivi. Anzi, più volte ha cercato in prima persona di promuovere il cambio di proprietà della squadra che lo ha reso grande, soprattutto nell’estate del 2019 quando il suo arrivo alla presidenza della squadra blucerchiata sembrava imminente ma terminò in un nulla di fatto.

Ed è proprio il lascito dell’epoca alla Sampdoria e dello stile di Paolo Mantovani a guidare l’ultimo atto di Gianluca Vialli, ossia quello di capo delegazione della nostra nazionale al fianco di Roberto Mancini. Il documentario della Rai “Sogno Azzurro” ci ha mostrato nella sua interezza il senso del ruolo di Vialli in quell’impresa che è stato l’Europeo vinto nel 2021, la sua capacità di toccare le corde dei giocatori fornendo loro le giuste motivazioni necessarie a considerare quell’impresa come fattibile. Comunicatore e motivatore.

L’abbraccio con Mancini come lascito finale

Sul rigore di Saka respinto da Donnarumma l’abbraccio con Roberto Mancini sotto il cielo di Wembley raccoglie un po’ tutto ciò che è stata la carriera di Gianluca Vialli, che agli assist del Mancio deve la sua scalata a miglior attaccante italiano della sua epoca, e che alla sua chiamata nello staff della Nazionale deve la chiusura di un cerchio proprio nello stadio dove 30 anni prima erano stati ad un passo dal sublimare quel settennato vissuto insieme all’ombra della lanterna.

Vialli e Mancini che posano con il trofeo di EURO 2020
Vialli e Mancini con l’oggetto della loro grande ultima impresa (Foto: Claudio Villa/Getty Images – OneFootball).

Nel frattempo, abbiamo visto un Vialli che da allegro guascone passa ad essere un leader guerriero, poi un ambasciatore di un campionato che voleva diventare il più ricco del mondo, per poi tornare indietro a raccontare il calcio e la vita come un qualcosa da apprezzare al meglio senza perdersi in quella volontà di prendersi troppo sul serio.

In questo percorso sicuramente ha preso indubbiamente degli scivoloni (vedi vicenda processo doping e la lotta mediatica con Zdenek Zeman) ed è per questo motivo che Vialli non va ricordato con agiografie, ma di certo la progressione della sua carriera può darci una risposta esauriente alla domanda sul perché la sua figura sia stata importante per il calcio, in Italia e non.

Autore

Cresciuto con l'amore per la Samp di Vialli e Mancini e della curva Nord dello stadio San Nicola. Da grande trasformo il mio tifo in passione per lo sport, la tattica e la performance analysis. Giochista convinto.

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