SESTO UOMO

Sesto Uomo: Toni Kukoc

Nell’estate 1992, in Catalogna, faceva parecchio caldo. Beh, affacciata sul Mediterraneo, il sole splende: sarebbe strano il contrario, no? Certamente, domanda lecita. Ma non si tratta di clima e/o temperature all’esterno: faceva caldo al Palau d’Esports, costruito appositamente per ospitare la pallacanestro alle Olimpiadi di quell’anno, l’8 agosto. Toni Kukoc dovrebbe aver ancora ben presente la finale del torneo.

Prima di arrivare a quel match, bisogna però fare un passo indietro, piccolo nella distanza temporale ma enorme in quella storica. Bormio 1987, Mondiali U19. La Jugoslavia dei vari Divac, Rada e Djordjevic, guidata da coach Stanislav Pesic, asfalta gli Stati Uniti prima nel girone di qualificazione, poi nell’atto conclusivo della manifestazione, mentre a pochi chilometri più a sud la Valtellina piangeva l’esondazione dell’Adda.

L’assoluto protagonista della rassegna iridata è Toni Kukoc, ala piccola numero 7, nato a Spalato il 18 settembre 1968. Spalato, Jugoslavia. MVP, con 11/12 dall’arco nella prima delle due sfide contro i marziani a stelle e strisce.

Passa poco meno di un anno ed il palcoscenico assume caratteri estremo-orientali. La 24ª edizione dei Giochi Olimpici si disputa a Seoul, Corea del Sud, dove la Jugoslavia non riesce a centrare la medaglia d’oro. L’Unione Sovietica di Marciulonis e Sabonis è troppo forte, ma nell’ultima sfida del torneo gli avversari non sono gli USA, sconfitti in semifinale. E poi, Mondiali di Argentina 1990, dove gli americani falliscono nuovamente l’assalto ad una medaglia d’oro: è ancora URSS-Jugoslavia, ma questa volta vincono i secondi.

Il passo enorme nel corso della storia, però, arriva l’anno seguente. Il 1991, infatti, segna l’inizio di uno dei conflitti più cruenti e mortiferi dell’umanità intera. La Croazia spinge per l’indipendenza, con la Nazionale della Jugoslavia che perde diversi dei suoi pezzi pregiati, tra cui Drazen Petrovic e Toni Kukoc, nato a Spalato. Spalato, Croazia.

Beaten up

Ed eccoci qui, in quella che sarebbe dovuta essere (trasformate pure il condizionale in indicativo) la competizione della redenzione per le stelle d’oltreoceano. Troppe competizioni mandate all’aria, troppe occasioni perse per sottolineare una tendenza divenuta negli anni un dato di fatto: gli Stati Uniti non hanno rivali in un parquet. Di fronte, però, c’era quella nuova Nazionale, la Croazia guidata dal ragazzo con la numero 7 e dal Mozart della pallacanestro.

Draft 1990: i Chicago Bulls lo scelgono alla 29, ma lui decide di rimanere in Europa, con la Benetton Treviso che lo riempie (comprensibilmente) di milioni. Veniva da annate ad altissimo livello con la Jugoplastika Spalato, con cui vince 4 campionati di Jugoslavia, 2 coppe di Jugoslavia e 3 Coppe dei Campioni. Ha la stoffa del campione, ma i suoi futuri compagni di squadra non lo sanno ancora.

Kukoc
Toni Kukoc contro il Dream Team a Barcellona ’92 (Foto: “The Last Dance”, Netflix)

Non pensavo che fossero così carichi. Non avevo idea che volessero dimostrare qualcosa così tanto.

Gli fanno sentire il fisico, ciò che lo aspetterà una volta toccato il suolo statunitense con le sneakers comprate in qualche negozio a casa sua, mentre sopra i tetti delle città svolazzano caccia bombardieri e tumultuosi pensieri sull’esito della guerra. E invece sì, Toni: volevano dimostrare a Jerry Krause, artefice dei successi nel front office di Chicago ed al contempo nemico nello spogliatoio, che non aveva fatto bene a scommettere tutta la sua reputazione su quel ragazzo bianco, europeo, privo di cattiveria agonistica.

In realtà Kukoc era tutt’altro che privo di agonismo. Ciò che sfuggiva agli occhi dei fenomeni a stelle e strisce era ciò che si intravedeva oltre l’apparenza, fatta di un corredo cestistico raffinato, esattamente come la propria mano sinistra. Jordan, Pippen ed il resto degli americani, però, non avevano intenzione di sprecare un volo transoceanico: tutte le gare di quelle Olimpiadi finiscono con uno scarto medio di 44 punti, eccezion fatta per la finale. La Croazia rimane aggrappata alle poche forze disponibili e porta a casa un argento prodotto di un 105-87 per gli USA.

Kukoc ne mette a referto 16 – con 9 assist -, migliorando la sua prima prestazione da incubo contro gli statunitensi, nel girone di qualificazione. Da enfant prodige chiamato al primo turno del Draft a 4 punti e 6 palle perse nel primo incontro con quelli che sarebbero dovuti essere i suoi avversari per il resto della carriera.

Al massimo, posso dire di non aver mai visto nessun giocatore ricevere così tante attenzioni da parte del Dream Team.

A vent’anni di distanza, con Netflix che ha allietato le nostre giornate in quarantena mandando in onda The Last Dance, documentario su quei magici Bulls di Michael Jordan, Kukoc non può che riderci sopra. Il primo anno a Chicago, però, fu a dir poco agrodolce.

Ci pensa Kukoc

Ricapitoliamo. A 25 anni Toni Kukoc ha già vissuto stagioni da assoluto punto di riferimento nel Vecchio Continente, tra la sua Spalato e la tutto sommato non così lontana Treviso, laddove ha conquistato uno Scudetto ed una Coppa Italia. Inoltre, ha già giocato in due Nazionali, conquistando ori in tutto il Mondo e provando sulla sua pelle cosa potesse significare sentire il brivido di una guerra, di un conflitto umanamente insensato.

Quando arriva finalmente in Illinois, nell’estate 1993, ha dunque già dato il doppio – almeno – alla pallacanestro di quanto possa regalare la carriera di un ordinario cestista di successo. Eppure non è soddisfatto, o perlomeno non lo fa trasparire in quel volto fin troppo enigmatico. Spera di arrivare e prendersi ciò che gli spetta, un titolo NBA che lo farebbe erigere ad idolo Nazionale, come se servisse un riconoscimento tale da aggiungere alla già più che sfavillante bacheca in salotto.

Il suo atterraggio in America, però, coincide con il primo dei tre ritiri da parte di Michael Jordan, successivo alla morte del padre. I Bulls, dunque, nella stagione 1993/1994, non sono così competitivi come l’ala croata si augurava prima di salire sul volo per Chicago: il risultato è un Pippen trascinatore, ma che nel momento del bisogno non si fa vedere. È lì che Kukoc sfrutta la prima occasione che Phil Jackson gli serve su un piatto d’argento: sul finale di gara-3 contro i New York Knicks di Patrick Ewing, manda a bersaglio il tiro disegnato per lui. Upgrade nei ranghi.

Kukoc e i Bulls
I Chicago Bulls (Foto: Nuccio Dinuzzo/Imago – OneFootball)

Non era la prima volta, importante sottolinearlo. Già nel gennaio precedente, infatti, in un’accesa gara di regular season contro gli Indiana Pacers, aveva zittito un arrembante Reggie Miller con la tripla del 96-95 negli ultimi decimi di partita. Quell’anno, però, segna uno stop nella corsa dei Bulls verso il quarto titolo della loro storia: l’assenza di MJ si fa sentire, ed è più pesante del previsto.

L’anno successivo, Kukoc continua ad accumulare minuti, pur sempre rimanendo all’ombra di Scottie Pippen, il quale continua a stuzzicare il 23 per spingerlo a ritornare. Poi, il 18 marzo 1995, “I’m back“: il croato può finalmente giocare al fianco dell’onnipotenza cestistica. È solo questione di tempo, Barcellona è acqua passata sotto i ponti della provocazione.

E infatti, arrivano in ordine, come cioccolatini nella scatola di Forrest Gump, i tre titoli NBA: 1996, 1997 e 1998. Una squadra stellare, le giuste combinazioni per sbloccare la cassaforte del successo: Jordan è il leader tecnico e carismatico, Pippen il secondo violino che performa decisamente in maniera migliore da spalla, Rodman la straordinarietà stravagante in un’ordinaria (mica tanto) compagine di fenomeni e Kukoc il database cestistico intellettivo europeo, quello dalle soluzioni più astute e dalla classe innata, che spesso non ti insegnano nelle high school prima ed al college poi.

Not so bad

La sua avventura a stelle e strisce nella Windy City, dunque, non aveva ancora fatto in tempo ad iniziare quando Kukoc sembrava già ben oltre lo scoraggiamento. La sua prima stagione in NBA, come detto, fu un passo falso in un cammino pronosticato in maniera diametralmente opposta alla vigilia, anche e soprattutto per la devozione al baseball di papà Jordan. Poi, però, tutto è arrivato da sé, come in uno dei tanti piani che il destino riserva al mondo dello sport.

In particolare, la sua terza stagione in maglia Bulls, quella del primo anello e del ritorno effettivo di Michael Jordan sul parquet, ha dimostrato quanto limitata fosse l’opinione di chi lo guardava dall’alto, da quell’Olimpo della pallacanestro che non ammetteva ingressi dall’Europa, se non per determinati elementi (Petrovic e Divac su tutti, ma non solo). In quell’annata – la 1995/1996 -, arrivò il titolo di Sesto Uomo dell’anno, con l’intuizione di Phil Jackson nel farlo partire dalla panchina, piuttosto che fargli soffrire il fisico dei quattro in giro per la Lega.

13.1 punti, 4 rimbalzi e 3.5 assist entrando a partita in corso in 61 delle 81 gare giocate in stagione, tirando con il 49% dal campo – 40.4% dall’arco – in 26 minuti di impiego. Un bottino niente male, considerando che per Kukoc i numeri sono sempre arrivati dopo l’abnegazione e l’impegno in campo. Se ne sono accorti anche Jordan e Pippen, ci sono voluti solo alcuni mesi d’ambientamento. Arriveranno anche gli anni a Philadelphia, Atlanta e Milwaukee: ormai l’osmosi della pallacanestro statunitense aveva fatto effetto per quel ragazzone classe ’68.

E poi, ciò che importava di più non è mai stato un pallone a spicchi che finisce – perché ci finiva, quasi sempre – nella retina. In Croazia non si bombardavano triple, ma lui doveva necessariamente scendere in campo. Per quanto possa sembrare un cliché, sono sempre questi i dettagli che fanno la differenza.

Spesso era difficile concentrarsi sulla partita, in America. Arrivava la notizia di un attacco nella città dove viveva mia zia: c’erano case che bruciavano, entrambi i miei cugini erano nell’esercito e non si avevano loro notizie da dieci giorni. Nessuno sapeva cosa stesse succedendo. Non si poteva mettersi a giocare davanti a 24.000 persone che si divertono, bevono birra e mangiano popcorn, semplicemente spegnendo e accendendo un interruttore.

Jordan, Pippen e Kukoc
Jordan, Pippen e Kukoc (Foto: Vincent Laforet/AFP via Getty Images – OneFootball)

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Autore

Classe 2000. Il classico nome romano per un pavese di origini calabresi. Ama gli sport che racconta, il calcio e la pallacanestro.

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