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SESTO UOMO

Sesto Uomo: Jamal Crawford

“Specialista = s. m. e f. [der. di speciale, sull’esempio del fr. spécialiste] (pl. m. -i). – Chi si è specializzato in un particolare settore di una scienza, di un’arte o di una professione”. Il vocabolario Treccani ci dà un ottimo assist (giusto per rimanere in tema) per andare a canestro con la seconda storia di Sesto Uomo: dall’Oklahoma del passato bisogna spostarsi in giro per l’America, seguendo tappa dopo tappa le avventure di 40enne dal sangue caldo e dalla voglia di spaccare il mondo di un rookie.

20 anni. Esattamente la metà di quelli che ora conta sulla propria pelle, come fossero cerchi concentrici nel fusto immaginario dello Space Needle, inaugurato 18 anni prima nella sua città natale, Seattle. Dicevamo, 20 anni: un traguardo importante, uno dei primi che ti fanno porre domande esistenziali su chi tu sia stato, chi tu sia e, soprattutto, chi tu voglia diventare. Di certo, non è nell’ordinario entrare a quell’età in un mondo adulto e pieno d’insidie come la lega professionistica più famosa sulla faccia della Terra.

Beh, bisogna pur iniziare a mettere mattoni da qualche parte se si vuole costruire un edificio, no? Ecco, il primo mattone nella carriera di Jamal Crawford arriva il 28 giugno 2000 a Minneapolis, Minnesota. Non ha nulla a che vedere con un tiro dalla distanza che ha litigato con il ferro, è semplicemente il tassello iniziale di un puzzle dalle mille sfaccettature.

È la notte della prima lotteria NBA dall’inizio del terzo millennio, ma niente bug informatici alla Y2K. Un errore, però, fu commesso e l’indice che punta il colpevole va dritto verso i Cavaliers; alla 7ª scelta, infatti, Chicago chiama Chris Mihm, centro dei Longhorns di Austin, Texas. Alla successiva, Cleveland opta per Crawford, ma necessita disperatamente di un centro: scambio avvenuto e fattaccio commesso. Dopo un’unica annata a Michigan University, dunque, è Illinois: Windy City attende un rookie enigmatico, indubbiamente talentuoso ma forse non ancora adatto a quel mondo. Specialista? No. Non ancora.

Crawford stringe la mano a David Stern nella notte del Draft 2000
Jamal Crawford stringe la mano a David Stern nella notte del Draft 2000

Vento e mele

Ricordo quella sera come fosse ieri. Ti passano per la testa così tante cose, consapevole che hai atteso per tutta la vita quella stretta di mano… Poi, quando la telecamera si è avvicinata a me, pensavo stessero facendo un errore: non avevo mai fatto neanche un allenamento con i Cavs. Un’ora dopo, lo scambio: non lo dimenticherò mai.

Già, difficile scordare un momento simile, specialmente se durante gli anni della propria maturazione cestistica si passano ore ed ore davanti al teleschermo alla caccia di una gara del mostro sacro con il 23, ritiratosi (per la seconda volta, ma tornerà) il 13 gennaio dell’ultimo anno del XX secolo. Ora la canotta era la medesima, e la città idem: il vento di Chicago avrebbe soffiato sulle sue prime sensazioni da giocatore NBA, ma la necessità di farsi trovare pronto era una prerogativa da non lasciarsi sfuggire.

Le correnti, però, risultano più violente del previsto e la prima stagione fuori dai banchi di scuola non rappresenta indubbiamente il più ideale degli inizi: parte titolare solo in 8 occasioni (il che non è necessariamente un male, come vedremo in seguito), ma colleziona appena 4.6 punti, 1.5 rimbalzi e 2.3 assist a partita, con 1.4 palle perse ed il 35.2% dal campo. Rivedibile, ma non bocciato, tanto che la seconda chance viene sfruttata in maniera sagace: i punti a partita raddoppiano, mentre la percentuale nelle conclusioni sul parquet si innalza fino ad un sorprendente 47.6%.

La sua annata da sophomore, però, subisce un brusco stop a causa di una serie di infortuni muscolari, che lo costringono a scendere in campo in appena 23 occasioni.  Qualcosa da ricordare, in quell’annata, però, c’è e riguarda il mostro sacro di cui sopra, quel Michael Jeffrey Jordan che tanto amava vedere sul parquet del Chicago Stadium prima e dello United Center poi. Per filmare uno spot commerciale della Gatorade, in cui MJ sfidava sé stesso nei primi anni ai Bulls, Jordan chiese a Crawford di interpretare proprio quella parte.

Non posso neanche dire che fosse un sogno diventato realtà, perché non mi ero mai nemmeno immaginato di sognarmi un momento del genere. Non potevo crederci, ed ancora oggi non mi sembra vero. Ricordo che MJ volesse che io facessi la parte del Jordan 23enne nello spot e dissi “Beh, che devo fare?”. Lui rispose: “Devi solo giocare 1-contro-1: leggi qualche battuta e giochiamo 1-contro-1. Lo filmammo allo United Center e ricordo che venni persino pagato. E mi dicevo “Wow, mi pagano?”. Avrei pagato io semplicemente per stare sul set con lui.

Jamal, però, non può vivere di soli spot pubblicitari con sua maestà Jordan, e l’avventura ai Chicago Bulls deve proseguire a telecamere spente. I numeri continuano a migliorare, ma manca la scintilla, che avviene dopo un incontro in campo con un protagonista già noto, incontrato di recente…

Michael Jordan e Jamal Crawford
Michael Jordan e Jamal Crawford

Dopo il ritiro di MJ, incontrato dal 23enne di Seattle in una sfida dei suoi Bulls ai Wizards, dove Jordan si è goduto gli ultimi istanti di carriera, il rendimento di Crawford incontra un picco vertiginoso, finora mai neanche lontanamente intravisto: il 2003/2004 gli regala 17.3 punti, 5.1 assist, 3.5 rimbalzi ed un record di franchigia che reggeva dal 1997, con il detentore che portava il 33 sulle spalle ed era il secondo violino del Dio travestito da cestista.

Con 165 triple realizzate durante l’arco della stagione, Jamal supera di 9 lunghezze Scottie Pippen: l’affidabilità del numero 1 dalla lunga distanza è solo uno dei motivi che lo portano a diventare guardia tiratrice titolare, ma, come anticipato in precedenza, non sempre è un bene. Forse se ne rendono conto proprio nel front-office dei biancorossi, tant’è che la sua prestazione da 50 punti contro i Toronto Raptors passa alla storia come la terz’ultima gara in maglia Bulls: lo scambiano, è ufficiale.

Dikembe Mutombo (poi girato agli Houston Rockets), Othella Harrington, Frank Williams e Cezary Trybanski: questa l’offerta che proviene direttamente dalla Grande Mela per Crawford, che con un 1 in più sulla canotta si appresta a diventare paradossalmente uno dei più esperti nel giovane roster dei Knicks 2004/2005, che però non riescono a centrare l’obiettivo playoff. E l’anno dopo. E l’anno dopo ancora. Una spirale dal quale non poter uscire nel breve periodo, nonostante gli sprazzi di talento siano chiari al resto della Lega, compreso il suo ex amore nell’Illinois.

Il colpo di fulmine a New York, però, non arriva. Bisogna cambiare aria, Stato e franchigia: forse i venti della West Coast sono più propensi a soffiare nella direzione del cambiamento, verso quella definizione di cui sopra. O forse Jamal questo non poteva ancora saperlo.

First of many

Il cambiamento, alla fine, avviene: niente Atlantico, ma il sole della Baia di San Francisco che gli illumina gli occhi e la canotta bianca dei Golden State Warriors, che sacrificano Al Harrington per averlo nelle rotazioni di Don Nelson, che sfrutta nel migliore dei modi la sua abilità nel palleggio, in una Run&Gun che ricorda molto la Phoenix di Mike D’Antoni.

È la squadra di Monta Ellis (ma non ancora quella di Stephen Curry), Stephen Jackson e Marco Belinelli, alla sua seconda annata a stelle e strisce. È, inoltre, la squadra dove Jamal registra il suo miglior rendimento realizzativo dopo i 20.6 punti di media conquistati nella penuria newyorkese: colleziona 19.7 punti, con un chirurgico 88.9% dalla lunetta. Inoltre, diventa il quarto giocatore di sempre a segnare 50 punti con tre maglie diverse, impresa riuscita in precedenza ai soli Wilt Chamberlain, Bernard King e Moses Malone. Parte titolare, ancora, ed il climax narrativo continua ad aumentare: quando arriverà l’occasione di specializzarsi?

Jamal Crawford agli Atlanta Hawks
Jamal Crawford agli Atlanta Hawks

Gli si addice un nickname simile e l’associazione al falco, abituato a colpire la sua preda con il più minuzioso dei killer instinct, sarebbe stata l’ideale. Per lui, però, avevano già previsto J-Crossover e “Hawks” si è accontentato di vederlo scritto sulla maglia che, finalmente, gli ha dato la possibilità di esprimersi nel migliore dei modi.

Ma come? Non aveva raggiunto la piena titolarità anche a Chicago, New York e San Francisco? Certo, senza alcun dubbio. Ciò che meraviglia, quando si pensa a Jamal Crawford, è proprio questo paradosso: in campo potrà anche avere numeri migliori, ma è dalla panchina che ha trovato la sua dimensione migliore. Ci aveva provato anche Larry Brown, quando lo allenava nella sua seconda stagione al Madison Square Garden, ma forse i tempi per un ridimensionamento del suo minutaggio non erano ancora del tutto maturi.

Ad Atlanta, invece, sotto la gestione di Mike Woodson, le cose cambiano per davvero. 79 partite giocate, 0 da titolare, e 18 punti, 3 assist e 2.5 rimbalzi medi a partita; nonostante partisse dietro nelle gerarchie a  Joe Johnson e Mike Bibby, l’emblema della squadra che raggiunge i playoff è proprio lui, che si guadagna per la prima volta in carriera un ruolo egemone in uscita dalla panchina. Il Sixth Man of the Year Award non può che finire nelle mani del ragazzo di Seattle: toccherà abituarsi.

La consacrazione di Jamal Crawford

La stagione successiva in Georgia gli fa acquisire esperienza in un ruolo (quasi) mai assaporato in precedenza, con la consapevolezza che possa essere ricordato davvero per qualcosa. Certo, l’assetto tecnico che porta con sé denota una certa propensione nel non farlo scadere nel dimenticatoio, ma quei premi in bacheca non possono che confermare la tesi.

I numeri si abbassano (14.2 punti), ma il suo contributo continua ad essere fondamentale in ottica post-season, raggiunta per la seconda stagione consecutiva, dove gli Hawks, però, vengono eliminati dai Chicago Bulls in cui aveva imparato a conoscere il mondo NBA.

La narrazione legata all’uscita dalla panchina potrebbe continuare all’infinito, ma la realtà dei fatti ci consegna un Jamal Crawford in versione Sesto Uomo per il resto dei suoi giorni sui parquet NBA: ha trovato la sua dimensione, non sarà Atlanta a rimanere un Eden isolato in cui raggiungere i propri obiettivi. Arrivano, dunque, le esperienze in maglia Portland Trail Blazers (durata una singola annata, in cui parte titolare solamente nel 10% delle presenze raccolte) e, soprattutto, Los Angeles Clippers, dove regala perle simili:

È il ritorno sulla West Coast che gli regala una vera e propria consacrazione, con la conquista di altri due premi da Sesto Uomo dell’Anno, nel 2014 e nel 2016. Doc Rivers diminuisce progressivamente il suo minutaggio, che si stanzia su una presenza in campo ideale attorno ai 26 minuti; nelle sue annate losangeline viaggia tra i 12.3 (la peggiore) ed i 18.6 (la migliore) punti a partita, ma sempre e costantemente in uscita dalla panchina.

In 370 presenze con i Clippers parte da titolare in 34 occasioni, ma ciò che stupisce maggiormente sono le gare giocate nella sua ultima annata a Los Angeles, quando le candeline sono 37: 82 su 82, che significa record personale, un po’ come quelli ottenuti con la vittoria degli altri due premi. A 36 anni, infatti, diventa il giocatore più vecchio a vincere il premio come Sesto Uomo dell’anno, oltre che l’unico all’epoca a conquistarne 3 nel corso della propria carriera, record ora condiviso con un altro giocatore dei Clippers, Lou Williams.

Jamal Crawford con i tre Sixth Man of the Year Award
Jamal Crawford con i tre Sixth Man of the Year Award

Ma Jamal non vuole smettere, non può smettere. Ha inseguito, come migliaia di ragazzini della sua età, che stavano incollati al teleschermo per ammirare le prodezze dei supereroi di Chicago, un sogno che non ha intenzione di abbandonare finché il suo corpo glielo consentirà.

E allora, finita l’avventura quinquiennale ai Clippers, arrivano le esperienze nei giovanissimi Minnesota Timberwolves. Il suo ruolo da leader carismatico nello spogliatoio si fa sentire, tant’è che al termine della stagione arriva un altro premio, quello come Compagno di Squadra dell’Anno: Sesto Uomo e Chiocchia, ruoli che gli vengono bene.

E poi, quella Phoenix in cui, se fosse arrivato 15 anni prima, avrebbe potuto contribuire al gioco riproposto da Don Nelson ai Warriors, la “7 seconds or less” di Mike D’Antoni. No, non sono decisamente i Suns di una volta, ma J-Crossover ci tiene a farsi sentire parte del progetto per (forse) un’ultima volta. Nell’addio alla pallacanestro di Dirk Nowitzki, Jamal si prende la scena: 51 punti (18/30 dal campo, di cui 7/13 dall’arco, e 8/9 dalla lunetta), 5 rimbalzi, 5 assist, 1 palla recuperata ed 1 stoppata. Ah, ovviamente uscendo dalla panchina: a 39 anni e 20 giorni, è il giocatore più anziano di sempre a segnare almeno 50 punti in una partita, battendo il record di… sì, MJ.

What else, Mr. Crawford?

Sono 40. Il 20 marzo 2020, in piena lockdown, Jamal Crawford toglie vita al doppio delle candeline spente al suo primo anno in NBA, ma nessuno ha voluto puntare su di lui, nonostante quella prestazione monstre sul campo dei Dallas Mavericks il 9 aprile dell’anno precedente. Una mano tesa dal cielo, però, non può che arrivare.

È la bolla di Orlando, a Disney World, a dargli un’altra chance. I Brooklyn Nets devono fare i conti con svariate assenze a roster, oltre alla conclamata di Kevin Durant, così chiamano il veterano in cassa integrazione. I suoi sei minuti di impiego contro i Milwaukee Bucks, nei quali sigla 5 punti e conquista 3 rimbalzi, gli valgono un ingresso nell’Olimpo delle leggende: dopo Vince Carter, Kevin Garnett, Dirk Nowitzki, Robert Parish, Kevin Willis, Kareem Abdul-Jabbar e Kobe Bryant, è l’ottavo giocatore NBA a scendere in campo almeno per 20 stagioni.

E ora? L’arrivo di Steve Nash, con cui ha condiviso per svariati anni il parquet, da avversari, lascia qualche speranza a J-Crossover, che non ha nascosto le sue intenzioni per l’anno prossimo:

Voglio giocare anche a 41 anni.

Lo specialista ha parlato, pronto a vivere gli ultimi istanti di una carriera che ha dato i suoi frutti fuori dal quintetto titolare. Per appendere gli scarpini al chiodo e sedersi sulla panchina della vita, però, c’è ancora tempo: Jamal Crawford non vuole smettere di divertirsi.

Jamal Crawford in tenuta Nets

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Autore

Classe 2000, scrive di calcio e basket, in attesa degli straordinari di aprile. Dall'estate 2020 dirige la redazione di Riserva di Lusso. È l'autore de "Il pipistrello sulla retina".

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