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CALCIO ESTERO

Javi Guerra, l’uomo della provvidenza

A Valencia, quando gioca il Valencia, la città si paralizza. La gente parcheggia in doppia e anche tripla fila, le macchine invadono i marciapiedi, il flusso del traffico nelle strade è necessariamente diretto dai vigili urbani, tutto va più lento. Lo stadio è in un’area molto frequentata della città: si trova infatti alle spalle dell’università e del viale intitolato a Vicente Blasco Ibáñez, noto scrittore valenciano. Pertanto passare sotto al Mestalla quando c’è una partita in corso fa battere il cuore, perché i cori del tifo valèncianista si sentono rimbombare nell’aria ed entrano nelle case.

L’Estadio de Mestalla è lo stadio più vecchio di Spagna, e da anni ha addosso una data di scadenza che viene rinviata di stagione in stagione. Il nuovo stadio dovrebbe essere ultimato nei prossimi anni, ma al momento è un cantiere aperto, anche a causa dei guai finanziari del club del murcielago. Il Valencia un giocattolo che non diverte più il magnate e proprietario indonesiano Peter Lim, di cui tutta la afició valèncianista vuole la testa, per ovvie ragioni. 

Nel corso della sua secolare storia, la casa del Valencia è stata il palcoscenico perfetto, con le sue gradinate quasi perpendicolari rispetto al terreno di gioco, la sua altezza imponente, il profumo di storia che si respira tra gli spalti, per una serie di grandi campioni che hanno onorato la casacca de los che. Noi ancora non lo sappiamo, ma il 27 aprile scorso potrebbe essere accaduto di nuovo: è nata una stella al Mestalla. Precisamente potrebbe essere successo al minuto novantatré, col risultato fermo su uno sterile e inutile 1-1.

Il Valencia, in quelle settimane, a poco più di un mese dalla fine del campionato, stava affrontando un momento delicatissimo della propria storia, a un passo dal baratro rappresentato dalla retrocessione in Segunda División. Il Real Valladolid, dal canto suo, doveva comunque battersi in uno scontro diretto vero e proprio per cercare di far punti e salvare la categoria. In una situazione assurda, col Valencia costretto a nuotare nelle stesse acque torbide di squadre certamente meno blasonate, c’è stato bisogno di un segnale da parte della divina provvidenza per vincere l’incontro. Con un tiro dal limite dell’area col piede più debole che si insacca in rete, Javi Guerra ha introdotto sé stesso nel tempio nel quale ha sempre sognato di esser protagonista.

La prima cosa che Javi Guerra fa dopo aver appena consegnato tre punti vitali alla sua squadra all’indietro, le braccia aperte, la bocca spalancata e lo sguardo sbalordito verso i compagni che corrono ad abbracciarlo. Tutto lo stadio sta esultando, il boato invade le strade, è uno scenario surreale: è sempre una gioia vincere all’ultimo secondo, ma farlo quando si è diciottesimi in classifica vale? Sono discorsi che in quel momento, e nei giorni seguenti, contano poco. Javi Guerra è stato un’apparizione per il Valencia, e quello stesso ruolo salvifico ha continuato a incarnare e tuttora interpreta per i suoi. Ha preso i contorni della figura mistica, perché i suoi due unici goal con la maglia del Valencia sono sempre arrivati sulla sirena, sbloccando una situazione di parità e permettendo ai che di vincere.

È successo di nuovo alla prima giornata della Liga, ormai un mese fa, quando una sua stilettata ha permesso al Valencia di ribaltare il Sevilla e conquistare la prima vittoria in campionato. Da allora, ogni volta che Javi Guerra non è titolare, i tifosi rumoreggiano: è evidente che si sono totalmente identificati in lui, perché lui è ovviamente uno di loro. È nato a Gilet, infatti, a trenta chilometri da Valencia, e assieme al nonno Antonio è sempre stato un assiduo frequentatore del Mestalla.

Negli ultimi mesi si è imposto come uno dei calciatori più promettenti nella squadra B del Valencia, meritando le prime convocazioni in prima squadra già con Gattuso. Rubén Baraja, suo attuale allenatore e protagonista nel Valencia che vent’anni fa faceva le finali di Champions League e vinceva due campionati, è stato però l’unico ad avere il coraggio di farlo debuttare in Liga. Lo ha fatto con coraggio, costretto a far di necessità e virtù e investire quindi sui prodotti della cantera valèncianista, che negli anni si è comunque confermata tra le più floride in Spagna.

Javi Guerra festeggia coi compagni il goal del 2-1 al Sevilla (Foto: Fran Santiago/Getty Images – OneFootball)

Ad allenare nel Valencia Mestalla (questo il nome della seconda squadra del murcielago) il giovane Guerra c’era un’altra leggenda del club, Miguel Ángel Angulo, che sul ragazzo classe 2003 ha concentrato tanta attenzione per prepararlo al meglio al suo futuro certo: diventare un titolare del Valencia, e dettare legge in mezzo al campo. È lì infatti che si scatena Javi Guerra, sebbene le sue heat map dimostrino sempre una sua onnipresenza lungo tutto il perimetro di gioco. Vedendo giocare Javi Guerra sembra che abbia i proverbiali quattro polmoni: di partite intere ne ha ancora giocate poche, ma è evidente che la gamba e il cuore non gli manchino.

Tutte le volte che Baraja lo butta nella mischia a partita in corso, Guerra produce qualcosa di utile, crea delle conseguenze, rompe la partita con i suoi inserimenti in attacco ma anche con le sue rapine in mediana, quando scippa della palla i giocatori della squadra avversaria. Per la posizione che occupa in campo e per il suo nuovo numero di maglia, l’8, Javi Guerra può ricordare proprio Baraja, che, tuttavia, era un giocatore diverso. Infatti, insieme al suo partner a centrocampo, David Albelda, Baraja rappresentava un pivote più canonico, di governo, l’equilibratore perfetto del 4-2-3-1 di Benítez che ha permesso al murcielago di insidiare il dominio di Real Madrid e Barcellona in patria. Guerra invece si presenta come un box to box molto moderno, duttile, con un’evidente proiezione in avanti. Preferisce attaccare lo spazio, servire i compagni e, se possibile, fare anche goal. L’anno scorso, giocando solo dieci partite, ha avuto l’82% di precisione nei passaggi tentati a partita e il 40% di contrasti riusciti (dati SofaScore). Quest’anno, i contrasti completati sono già il 47%.

Di lui Angulo ha detto che «fa valere ogni sacrificio fatto in allenamento». «Non mi sorprende quello che sta facendo perché si vedeva a cosa era destinato, aveva solo bisogno di un po’ di fiducia e di un’opportunità», ha dichiarato a Relevo lo scorso maggio l’ex nazionale spagnolo. Un’opportunità, quella che a molti viene data una sola volta nella vita, e che Guerra non si è lasciato scappare, conquistando immediatamente il cuore dei tifosi, la sua gente. «Soy Javi Guerra y Mestalla es mi casa» ha detto nel video in cui viene annunciato il suo rinnovo di contratto fino al 2027, con tanto di clausola rescissoria fissata a 100 milioni. Guerra in realtà è al Valencia solo dal 2019, dal momento che prima era nelle giovanili del Villarreal. Il suo passaggio al Valencia è stato solo parte del processo di ricongiungimento con le sue radici.

Javi Guerra non ti lascia respirare (Foto: Aitor Alcalde/Getty Images – OneFootball)

In un Valencia in piena crisi di risultati dopo l’esonero di Gattuso, è risultato evidente fin da subito che l’assunzione di Rubén Baraja fosse dovuta soltanto alla sua importanza nell’ambiente, considerata la sua carriera da allenatore non un granché. Immerso nello scetticismo dell’ambiente valenciano, Baraja ha pensato bene di dare modo a tanti ragazzi di farsi un nome nella prima squadra, come scrivevo in precedenza.

Insieme a Javi Guerra, anche altri elementi di spicco delle giovanili come Diego López, Pablo Gozálbez, Fran Pérez e Alberto Marí tra gli altri hanno debuttato con la casacca della prima squadra, o quantomeno hanno iniziato a raccogliere più minutaggio. Una situazione doverosa per una squadra che, come detto, è in un momento storico deprimente, piena di debiti e tenuta sotto scacco da Peter Lim e, perché no, anche da Jorge Mendes, che in un modo o nell’altro influenza il mercato del murcielago.

Per questo, il Valencia si è visto obbligato a ripartire dalle sue radici. In estate, la squadra di Baraja ha rischiato di perdere ancora una volta dei pezzi fondamentali come il portiere Mamardashvili, tra i migliori nel campionato spagnolo, e il capitano e nazionale spagnolo José Gayà, che ogni estate riceve avance dall’estero. Sappiamo della cessione di Musah al Milan, ma rilevanti sono anche i fine prestito di Justin Kluivert e Samuel Lino, che comunque avevano aiutato il Valencia a uscire dal pantano della zona retrocessione lo scorso anno.

Così, nell’ultima partita giocata in campionato, persa 2-1 con l’Osasuna, Baraja ha convocato addirittura nove ragazzi prodotti dal vivaio del Valencia, senza contare però quelli che hanno già svariate presenze, come Guillamón o lo stesso Gayà. In campo, al fischio d’inizio l’età media con Pérez, López e Guerra titolari era di 24,5 anni, due anni in meno rispetto agli avversari. In generale, l’età media della rosa del Valencia secondo Transfermarkt a oggi è di 23,8 anni, che la rende la squadra “più giovane” della Liga, un primato che detiene e continua a migliorare dalla stagione 2021/2022.

È evidente che non tutti diventeranno dei talenti affermati, ma non è banale l’impegno dell’allenatore nativo di Valladolid nel mettere alla prova i ragazzi di casa, che per primi sentono il peso della maglia, l’onore che si prova nell’indossarla, la fame che si ha quando si iniziano a calcare i primi campi importanti con lo scopo di lottare per la squadra di cui, tendenzialmente, si è tifosi.

Per loro le nuove leve del Valencia dovranno battersi tutti i weekend (Foto: JOSE JORDAN/AFP via Getty Images – OneFootball)

Nell’ultima sosta per le nazionali, Javi Guerra – assieme ai compagni Fran Pérez e Diego López – ha debuttato con la maglia della Spagna Under 21, nel rotondo 0-6 contro Malta valido per le qualificazioni ai prossimi Europei di categoria. Il cameo di Guerra da ala sinistra è interessante, perché ci ricorda quanto si trovi a suo agio a ricoprire mille ruoli senza perdere colpi. D’altronde col Valencia Guerra ha già giocato sull’out mancino, ma anche come interno di una mediana a due e soprattutto sottopunta. La sua capacità di coprire tanto campo sempre con grande efficacia lo rende un coltellino svizzero per i suoi allenatori, tanto che già in estate si diceva che il Barcellona potesse essere interessato a lui.

Anche per questo, ci si è subito mossi per blindarlo con un rinnovo quadriennale e la nuova maxi clausola di rescissione. Questo non fa che confermare lo status di Guerra nel Valencia, un tesoro da preservare – non è un caso infatti che stia iniziando a essere titolare solo ora, dopo un graduale inserimento da parte di Baraja – e che presto, inevitabilmente, frutterà una ricca plusvalenza a un club che, per la storia che ha, dovrebbe tenersi in casa i suoi ragazzi più talentuosi, ma per adesso è condannato al giogo del player trading. L’afición valèncianista se n’è già fatta una ragione: forse così si godranno ancora meglio, finché potranno, l’ennesima gemma venuta fuori dalla cantera.

Autore

Classe 2001. Studio Scienze della Comunicazione all'Università del Salento. Sono innamorato di tutti gli enganche del mondo.

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