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Interviste di Lusso: Dario Del Fabro

A pochi giorni da un’importantissima sfida contro il PSV Eindhoven, abbiamo fatto due chiacchiere con Dario Del Fabro, difensore dell’ADO Den Haag in prestito dalla Juventus. Il nativo di Alghero, con una giovane e ricca carriera piena di esperienze europee, ci ha parlato di quali sfide siano il motore per il percorso di un 25enne. Ma anche di come conoscere, vivere e respirare le diverse culture in cui ha vissuto siano stati aspetti chiave per il suo lavoro, assieme alla passione ed al sacrificio quotidiano che gli hanno permesso di costruirsi un percorso anche al di fuori dei nostri confini e della sua amata Sardegna. E se in Scozia dicevano di “non poter mai andar oltre Del Fabro”, con il canto “It’s magic you know, you’ll never past Del Fabro!” che i tifosi gli riservavano, noi ci proviamo con quest’intervista.

Due chiacchiere con Dario Del Fabro 

RdL: Ciao Dario, in questa stagione sei in Eredivisie, all’ADO Den Haag. Sin da giovanissimo hai militato in numerosi club europei, tra cui Leeds e Kilmarnock. Essendo un ragazzo di 25 anni, come tutti valuterai il contesto e l’ambiente nel cui crescere al meglio. Cosa ti smuove principalmente quando decidi di affrontare una nuova avventura?

D: La cosa principale resta sempre la mia crescita, come atleta in primis e dal punto di vista di mercato e piattaforme. Lo scorso anno decisi di lasciare un biennio in Serie B per continuare a migliorarmi in Scozia, in una Premiership arcigna ma al contempo avvincente. Per questo, di conseguenza, ho visto lo step dell’Eredivisie come un ulteriore salto in avanti: un campionato molto seguito, pieno di giovani, con ampia visibilità e tanti osservatori e scout. Oltre ad un calcio leggermente meno tattico che favorisce e fortifica il calciatore. Soprattutto un difensore, in quanto spesso ci si ritrova a dover marcare grandissimi calciatori a uomo dovendo poi pensare immediatamente a come far ripartire l’azione.

RdL: Oltre ad una questione di responsabilità ed alcune differenze tattiche, quanto cambia la visione olandese su alcuni aspetti del gioco?

D: Parlando da difensore, bisogna prendere la mano ed abituarsi alla maniera che hanno da queste parti nel valutare le prestazioni. Per cultura e concezione difensiva, in Italia si valuta principalmente la maniera che un difensore ha nel coprire gli spazi e marcare. Vieni incensato se hai letto bene i tempi o hai saputo marcare perfettamente l’uomo: la costruzione del gioco è ugualmente importante ma ti si concede l’errore o lo si valuta meno. In Olanda invece, conoscendo la loro formazione atta ad un gioco diretto e tutto campista, un passaggio filtrante o un lancio perfetto possono essere valutati maggiormente rispetto ad una chiusura chirurgica che ha evitato un’azione avversaria. Può piacere o no, ma si tratta di una maniera completamente diversa di vedere il calcio.

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Del Fabro in Olanda: nuovi stimoli, nuove avventure (Foto: Imago Images – OneFootball)
RdL: Alla tua età, gli stimoli provengono anche dal contesto e dalle città in cui si decide di vivere per svolgere in maniera ottimale il proprio lavoro. Da questo punto di vista, in cosa ti arricchiscono L’Aia e l’ADO Den Haag?

D: L’Aia è sicuramente una città stimolante sotto tanti aspetti. Oltre ad essere viva ed importante dal punto di vista amministrativo, è ricca di cultura, musei ed ha una parte litorale tra le più belle del posto come quella di Scheveningen. L’ADO da queste parti è un’istituzione: parliamo di una squadra capace di calcare palcoscenici importanti, un tempo costantemente in lotta con l’Ajax, che resta una rivale storica. I tifosi ti fanno avvertire l’importanza della squadra. Cosa che comprendi anche valutando come tanti calciatori, dopo gloriose carriere all’estero, abbiano avuto la volontà di ritornare da queste parti perché formati dal settore giovanile del club, come Daryl Janmaat o Ricardo Kishna. Sotto un altro punto di vista poi, la società è gemellata con la Juventus, da cui provengo: era affascinante essere apprezzato sin da subito da tifosi che conoscono bene il mondo bianconero, come un sentirsi a casa pur a distanza.

RdL: Facendo un salto indietro, lo scorso anno hai vissuto una delle migliori stagioni della tua carriera adattandoti ad un campionato difficile come quello scozzese. Cosa ti resta di Kilmarnock e dell’ottima annata?

D: Nonostante la piccola realtà di Kilmarnock, i risultati ottenuti e la mia stagione sono stati davvero soddisfacenti. Abbiamo iniziato l’annata con Angelo Alessio in panchina e fino a gennaio eravamo quarti. Poi, dopo un leggero calo e lo stop dei campionati causato dalla pandemia che ha portato ad un ricalcolo dei coefficienti e dei punteggi in classifica, abbiamo perso dei punti finendo settimi. Un vero peccato vista l’ottima stagione per la squadra.

RdL: Come pensi che venga valutata l’annata di un calciatore italiano all’estero? Credi che gli venga dato il giusto peso? Vieni da una stagione per te positiva, giocata per intero e con ottime prestazioni..

D: Sotto molti punti di vista, la visione del calcio estero resta ancora qualcosa di lontano e spesso le prestazioni vengono prese meno in considerazione. Il nostro calcio è sì uno dei migliori in Europa, ma questo non deve portarci a sottovalutare l’importanza del raggiungere traguardi importanti al di fuori dei nostri confini. Io, in quanto atleta che cerca di crescere sempre più, prediligo giocare in un massima serie continentale. Tra noi calciatori, in Italia sono tanti quelli che preferiscono restare nel proprio Paese, magari anche in una serie minore, piuttosto che provare un’esperienza all’estero. Siamo spesso restii e tendenti al rimanere nel nostro ed è un aspetto su cui ho sempre cercato di soffermarmi. Sono in pochi, infatti, gli italiani che militano all’estero in questo momento.

RdL: Sabato giocate contro il PSV Eindhoven. Seppur in un periodo particolare, stai vivendo delle esperienze e delle trasferte da “raccontare ai nipotini” come il giocare in strutture storiche del calcio come la Johan Cruijff Arena o il De Kuip di Rotterdam. Come la vivi e quali aspetti positivi e negativi evidenzi in questa situazione?

D: Premetto che senza il pubblico il calcio è forzatamente limitato, lo si avverte e perdi l’essenza di questo sport. L’assenza di tifosi, l’atmosfera e la carica che ti danno è unica. Lo scorso anno ho vissuto le trasferte di Celtic Park ed Ibrox, contro Celtic e Rangers, in assoluto tra le esperienze più belle della mia carriera. Quando mostro le immagini di queste partite a molti si illuminano gli occhi. Quest’anno speravo in qualcosa di simile, seppur in maniera limitata. Sicuramente è un punto negativo, soprattutto nei momenti di stanchezza. Ma se devo trovare un angolo positivo, sicuramente c’è meno pressione in trasferta, soprattutto in partite difficili. Anche se poi quest’assenza di pressione può diventare controproducente: valutando il mio ruolo, da difensore l’atmosfera ti mantiene vivo e frizzante, mentre in queste situazioni devi stare attento ai cali di concentrazione.

RdL: Sei sempre stato molto sincero, hai difeso il tuo lavorare duro per diventare un calciatore senza però essere eccessivo nel metterti in mostra rispetto a tanti tuoi coetanei. Cercando di normalizzare la figura dell’atleta, come hai somatizzato quanto accaduto a Santiago García, calciatore uruguaiano morto suicida qualche giorno fa? Credi che sia ancora difficile cercare di comprendere e concepire un atleta come persona, andando oltre la professione che egli svolge?

D: Purtroppo casi del genere sono sempre più frequenti nel nostro mondo. Forse non tutti arrivano a commettere un gesto simile, ma i casi di depressione o di malessere sono tanti. I social hanno sicuramente peggiorato la situazione: puoi avere un feedback in tempo reale ed in qualsiasi momento, e dopo una partita e sei più “raggiungibile” da parte del tifoso. Io, dal mio punto di vista, cerco di dare poco peso a tutte queste componenti. Ognuno di noi può partire da contesti particolari che possono facilitare un certo tipo di problemi. Dobbiamo essere consapevoli, e stare attenti, al fatto che abbiamo i riflettori continuamente puntati addosso.

RdL: Parlavi di come gli olandesi, per cultura, siano attaccati alla terra del club che li ha formati. Tu hai potuto esordire in Serie A con il Cagliari, la squadra della tua regione, per cui conosci bene cosa significhi difendere i colori di un’importante compagine del nostro campionato. Quanto è difficile vestire queste maglie e quali sono le insidie che rendono complicate le stagioni?

D: Spesso, quando si valuta un progetto sportivo, si tende a trarre conclusioni in maniera frettolosa. In Italia si stravolgono strutture ed organici quando bisognerebbe concepire una squadra di calcio come un’azienda in cui i progetti a lungo termine dovrebbero prevalere. Con una fetta di imprevedibilità dovuta dal fato che a volte non valutiamo e che poi condiziona il corso delle stagioni. Prendendo il caso del Cagliari, parliamo di una squadra molto seguita, con una piazza calda ed un pubblico presente ed esigente. Magari le cose in questo momento non stanno girando bene, ma bisogna sempre avere quell’equilibrio e quella serenità mentale per pianificare le cose in maniera duratura.

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Del Fabro in Coppa Italia, il 12 dicembre 2012 contro la Juventus (Foto: Valerio Pennicino/Getty Images – OneFootball)

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Autore

Nato in Italia, girovago per studi tra Francia e Spagna, poi Argentina per passione: scrivo per amore innato verso questo sport e per la necessità di esprimermi condividendo le mie idee. Amo raccontare storie particolari e poco mainstream, da quelle legate al calcio francese agli angoli più remoti dei confini argentini.

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