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CALCIO ESTERO

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Amsterdam: la città del vizio e della sregolatezza, dei mille canali e del multiculturalismo. Passi da Piazza Dam alla Piazza dei musei, dalla via più trafficata al vicolo più angusto, ma la storia non cambia: vedi persone di svariate etnie, che rappresentano ognuna una piccola tessera del grande puzzle che compone la Venezia del Nord.

Com’è ovvio, in questa città che vive di contrasti (tra arte e vizio, tra smoderatezza e semplicità) si parla l’olandese, la più multiculturale delle lingue; è il mix perfetto tra tedesco, francese ed inglese ed è parlata dai Paesi Bassi al Canada, passando per Suriname, Stato che ha contribuito non poco allo sviluppo del calcio oranje, avendo dato le origini a Clarence Seedorf, Ruud Gullit, Edgar Davids e Patrick Kluivert, non proprio i primi quattro passati per strada.

In Olanda, però, c’è spazio anche per il classicismo, la mitologia e la gloria delle civiltà antiche, in particolare quella greca, che se non fosse per la squadra più titolata del Paese avrebbe ben poco da condividere con lo Stato che dà i natali alla nostra storia.

johan cruijff amsterdam arena ajax - riserva di lusso

Ajax, storia e curiosità

Parlavamo di Grecia, no? Vi starete chiedendo cosa diavolo ci azzecchi con l’Olanda. La risposta va ricercata agli inizi del secolo scorso.

Era una domenica, domenica 18 marzo 1900. Tre amici (uno dei quali, Floris Stempel, morirà in mare in un viaggio proprio verso Suriname), in un bar nella città dei canali, decidono di fondare una squadra di calcio; c’era da scegliere il nome, però.

Han Dade, Stempel e Carel Reeser optano per Ajax, dal valoroso condottiero greco Aiace Telamonio, autentico pilastro dell’esercito acheo durante la lunga e vittoriosa guerra di Troia. Aiace viene descritto come il più alto tra gli achei (sei tu, De Ligt?), secondo nella forza fisica solo al leggendario Achille.

Ma la caratteristica più importante è il ruolo di Aiace nell’armata greca: egli era il più abile tra i lancieri. Così, a partire dagli anni ’60, da un’intuizione di un giornalista italiano, i giocatori biancorossi vengono chiamati i lancieri: a Madrid stanno tirando ancora via le frecce…

Il richiamo alla mitologia greca viene ripreso tre anni più tardi a 150 km dal caffè dove nacque l’Ajax, ad Almelo, dove il 3 maggio 1903 venne fondato l’Heracles, dal semidio nato dall’unione tra Zeus e la giovane Alcmena; Eracle poteva pur essere un semidio, ma ha compiuto solo due miracoli nella storia della squadra bianconera, le vittorie delle due Eredivisie nel 1927 e nel 1941.

Diciamo che alla squadra di Amsterdam è andata meglio, dato che di campionati olandesi ne hanno vinti 33, diventando la prima squadra del Paese ad ottenere le 3 stelle sopra lo stemma, che attualmente riporta la figura di Aiace con 11 linee, come i Godenzonen che scendono in campo, i figli degli Dei.

Abbiamo citato il Real mica per caso. Sergio Ramos, nella gara d’andata degli ottavi di finale giocata alla Johan Cruijff Arena, è stato protagonista di un importante caso mediatico, esploso dopo il suo cartellino giallo volontario rimediato all 88’.

Minuto 88, un cartellino, perdo il ritorno e speriamo che alla squadra vada tutto bene. Io non sarò in campo – a parlare è il capitano dei Blancos – ma tiferò da fuori, dalla tribuna come un ultras in più perché possiamo chiudere la qualificazione e goderci i quarti di finale della Champions.

Le sue dichiarazioni sono rieccheggiate ad Amsterdam, dove la motivazione non poteva far altro che crescere. E così, semplice come bere un bicchier d’acqua, i lancieri vanno al Bernabeu e distruggono coloro che per tre anni di fila avevano alzato al cielo la coppa dalle grandi orecchie.

Tra l’altro, anche ad Amsterdam possono dire di aver compiuto la stessa impresa, vincendo tre Coppe dei Campioni di fila tra il 1971 ed il 1973: per questo, nella bacheca trofei della Johan Cruijff Arena è presente la Coppa originale, premio per questo incredibile traguardo.

johan cruijff amsterdam arena ajax - riserva di lusso

I ragazzi dell’Ajax fanno sul serio, quest’anno come non mai. Allenati da Erik ten Hag, bandiera del Twente e seguace del guardiolismo (filosofia nata dal total football del più grande calciatore della storia del club, Johan Cruijff), i figli degli Dei stanno facendo paura alle grandi d’Europa.

E pensare che ad inizio anno i giovani terribili dell’Ajax hanno dovuto sudare per entrare nella fase a gironi della Champions: prima Sturm Graz, poi Standard Liegi ed infine la Dinamo Kiev, spazzati via in un batter d’occhio.

Gli unici passi falsi della stagione arrivano in campionato: perdono 3-0 contro la capolista PSV e prendono una vera e propria imbarcata nel derby d’Olanda contro gli acerrimi rivali del Feyenoord, squadra di Rotterdam.

A proposito di Rotterdam, la leggendaria maglia bianca con la riga rossa dell’Ajax nasce nel 1911, quando la compagine di Amsterdam ottiene la sua prima promozione in Eerste klasse: la maglietta dei lancieri era uguale a quella dello Sparta (gli olandesi ci sanno fare col classicismo) Rotterdam, così sono costretti ad adeguarsi. E menomale.

Ajax-Juventus

Stasera i seggiolini rossi dell’ormai ex Amsterdam ArenA saranno tutti occupati, dalla metro 50 alla fermata di Strandvliet scenderanno migliaia di olandesi speranzosi e fiduciosi in un’altra impresa da parte dei bad boys d’Olanda, che con un’età media di 25,9 anni si apprestano a sfidare una delle compagini favorite alla vittoria della Champions (toccate ferro amici juventini). Sono tutti pronti, dal diciannovenne capitano De Ligt, destinato ad un top club l’anno prossimo, al Modric d’Olanda Frenkie de Jong, che con un top club ha già firmato un contratto, il Barcellona.

Sulle orme di Gullit, Cruijff, Litmanen (così tanto amato dai suoi tifosi che oggi molti olandesi si chiamano Jari, nome tipicamente finlandese), Kluivert e molti altri giovani che hanno fatto la storia del club più titolato dei Paesi Bassi, l’Ajax prova a sbattere fuori dalle grandi d’Europa anche la Juve.

Ah, quasi dimenticavo. State attenti a Torino martedì prossimo, non vorrei che Aiace si nasconda un’altra volta in un cavallo di legno… ne sanno qualcosa a Troia, ed a Madrid.

johan cruijff amsterdam arena ajax - riserva di lusso

 

Verso Barcellona-Lione

Vi trovate a Barcellona e state freneticamente camminando per la Rambla cercando sul vostro smartphone quale metro prendere per visitare la Sagrada Familia (o il Camp Nou, a noi amanti del calcio decisamente più familiare, senza nulla togliere a Gaudì). All’improvviso il vostro prezioso telefonino si scarica e siete costretti a chiedere indicazioni ad un tifoso (caso strano) del Barça. Dopo avervi spiegato come arrivare alla casa di quello che è més que un Club, scambiate quattro chiacchiere con il vostro nuovo amico che (ancora più strano) vi intrattiene parlandovi di come senza dubbio Messi sia il più forte al mondo, del fatto che al Real siano dei perdenti e, soprattutto, di triplete.

Il triplete per i tifosi del Barça è qualcosa di sacro, è un motivo d’orgoglio e di vanto. Nel 2009 sono entrati nella storia vincendo per la prima volta nella stessa stagione la Liga, la Copa del Rey e la Champions (a cui hanno aggiunto Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea e Mondiale per Club), mentre nel 2015 hanno raggiunto la gloria compiendo un’altra volta l’impresa.

Quest’anno in Catalogna tira buon vento: il Barça targato Valverde è una macchina da guerra che sembra non avere punti deboli. In campionato può vantare un discreto vantaggio di 7 punti sull’Atletico, è in finale di coppa di Spagna contro il Valencia di Kondogbia e Piccini e in Champions…siamo così sicuri che il triplete possa tingersi di blaugrana anche quest’anno?

La domanda è tutt’altro che scontata, perché ai sorteggi degli ottavi di finale l’ex calciatrice francese Laura Georges ha pescato un’outsider bella tosta per gli azulgrana: i bad boys del Lione. All’andata, allo Stade des Lumières, la squadra guidata da Bruno Génésio ha saputo reggere con una prova di grande sacrificio agli attacchi del trio delle meraviglie composto da Dembelé, Suarez e la Pulga, portando a casa un ottimo 0 – 0 in vista della trasferta al Camp Nou.

Memphis (Depay)

Les Rouge et Bleus si sono sempre dimostrati una compagine capace di puntare sui giovani, tant’è che un altro famoso soprannome per la squadra lionese è Les Gones, ossia “i bambini”, ma mai come quest’anno si erano dimostrati pronti ad affrontare Ligue 1 e coppe con una rosa composta da calciatori con un età media di soli 24,2 anni. Sulla via della pensione insomma.

I ragazzi del Lione stanno attirando le attenzioni di mezza Europa: le big aspettano il mercato estivo solo per puntare ai vari Aouar, Mendy e Ndombele, per citarne alcuni. Ma la vera bomba in casa Olympique è un’altra: ha il numero 11, ama i tatuaggi e la boxe. Non colpisce sul ring, però: stende gli avversari a suon di gol e assist, rispettivamente già 10 e 12 in questa stagione.Memphis Depay - Riserva di Lusso

L’abbandono

Memphis nasce il giorno prima del San Valentino 1994 a Moordrecht, dove inizia a dare i primi calci al pallone. A 12 anni firma il suo primo contratto con il PSV (nonostante il nonno tifasse Ajax): predestinato. Il nonno è stato una figura di gran rilievo per Memphis, abbandonato a soli 4 anni dal padre Dennis. Questo triste avvenimento lo ha condizionato per tutta la vita, tant’è che su una sua maglia non troverete mai scritto “Depay”: Memphis ha sempre sdegnato il suo cognome.

Gli inizi e lo united

Nonostante nasca come ala sinistra, spesso è stato impiegato come seconda punta, ruolo nel quale può bruciare in velocità i difensori avversari, bucandoli tramite delle verticalizzazioni, il punto forte dell’elegante centrocampo del Lione. Grazie alle sue caratteristiche tecniche, 4 anni dopo il debutto in Eredivisie con il PSV e dopo aver messo a segno 39 reti, fa il grande salto in Premier League, dove indossa la delicata numero 7 del Manchester United: no, non sente la pressione il ragazzo. A volerlo ad Old Trafford è Louis Van Gaal, in quel momento allenatore dei Red Devils e grande estimatore della freccia olandese.Memphis Depay - Riserva di LussoQualcosa, però, va storto: Memphis non sfonda e colleziona appena due reti in 33 presenze con la maglia dello United. I tifosi non sopportano la sua scelta di prendere quel numero, il tanto amato 7 indossato in passato da Best, Cantona ed un certo Cristiano Ronaldo. Così, fa le valigie e si accasa nella squadra che mercoledì si gioca la cosiddetta opportunità one time only. In Sudamerica partite del genere sono soliti chiamarle mata-mata, o sei dentro o sei fuori.

Sognando l’impresa

Certo, sarà come scalare una montagna, ma che dico una semplice montagna, sarà come scalare l’Everest: il Barça quest’anno sbaglia poco. Ma Génésio può contare sul suo pupillo con la numero 11, che talvolta si diverte anche a scrivere pezzi rap (e non è niente male, ascoltare per credere). Mercoledì è la grande noche, la grand soir. Il Barcellona per confermarsi, il Lione per l’impresa.

L’osservato speciale è uno solo; come tutti, ha un nome e un cognome, ma non fatelo arrabbiare: non chiamatelo Depay.Memphis Depay - Riserva di Lusso

 

Deve essere andata più o meno così.
“Quanto volete per il ragazzo magro che corre sulla fascia?”
“El Fideo?”
“Si, lui”
“Bah, ha solo 6 anni”
“Fate un prezzo”
“Soldi mi sembrano eccessivi, facciamo 26 palloni e stiamo pace”.

26 palloni e ce lo portiamo al Rosario

È questo il prezzo pagato dal Rosario Central per acquistare Angel Di Maria dal piccolo club El Torito. Mai avrebbero potuto immaginare i dirigenti del piccolo club del barrio di Rosario, che un bambino magro e timido di soli 6 anni sarebbe potuto diventare uno dei campioni di fama mondiale in grado di indossare le maglie di Benfica, Real Madrid, Manchester United e Paris Saint Germain e diventare uno dei pilastri della nazionale argentina.
Non sappiamo il nome, ma se c’è una persona da ringraziare per la nascita di una stella del calcio mondiale è il medico della famiglia Di Maria; fu lui a consigliare a mamma Diana di far giocare il figlio a calcio. Infatti, il fisico troppo gracile e magro e la sua andatura dinoccolata richiedevano la pratica di uno sport. E mai consiglio fu più indovinato, anche perché in casa il piccolo Di Maria rompeva ogni cosa giocando con il pallone.

Di Maria, sacrifici e mani sporche di carbone

Il salto da El Torito al Rosario Central non è stato però così semplice. Formarsi e diventare un calciatore professionista ha richiesto tanti sacrifici. La mamma quasi ogni giorno lo accompagnava in bicicletta agli allenamenti e una volta cresciuto, mentre era nelle giovanili, aiutava il padre a distribuire legna e carbone arrivando spesso agli allenamenti con le mani sporche e con qualche piccola ferita.

Inizia così la carriera del Fideo, con tanti sacrifici e un sogno: esordire nella prima squadra delle Canallas, la squadra della sua città, il Rosario Central. Il sogno si avvera quando una istituzione del calcio a Rosario come Don Angel Tulio Zof decide di far esordire Di Maria in prima squadra: è il 2005 e la partita è Independiente – Rosario Central. A 20’ dalla fine lo Spaghetto fa il suo esordio nel torneo Apertura con il risultato di 2-0 per l’Independiente che schiera con il numero 10 il Kun Aguero. Bastano pochi minuti e Di Maria, prima fa impazzire i difensori avversari con una azione sulla fascia. Poi un suo cross da il via al goal del momentaneo 2-1 di Ruben. La partita finirà 2-2 ma la carriera di Ángel Fabián Di María Hernández decollerà.

Murales Angel Di Maria El Fideo

L’arrivo in Europa e i titoli

In Europa arriva al Benfica per 6 milioni di euro nel 2007, per sostituire Simao Sabrosa. I primi anni non sono semplicissimi perché troppo imbrigliato a dettami tattici e perché catalogato come uomo di fascia tutto estro e dribbiling. Ma è proprio in uno di questi anni che con un goal meraviglioso consegna il titolo olimpico all’Argentina. In finale contro la Nigeria a Pechino 2008, al 58′ Riquelme ruba palla, Messi la riceve si gira osserva e imbuca Di Maria con un passaggio in profondità, El Fideo corre, veloce come sa e con un tocco morbidissimo supera il portiere con un pallonetto. 1-0 e oro olimpico.

Nel 2010 viene acquistato dal Real Madrid e con due signori allenatori come Mourinho e Ancelotti conquista uno scudetto, la decima Champions League e si afferma come uno dei crack del calcio mondiale. Ai mondiali 2014 trascina l’albiceleste fino ai quarti di finale costretto da un infortunio a non godersi il sogno mondiale fino alla finale con la Germania.
Passa al Manchester United per una cifra astronomica di 78 milioni e mezzo di euro ma l’amore con un altro mostro sacro della panchina come Van Gaal non decolla e per la modica cifra di 63 milioni di euro passa al Paris Saint Germain.

L’affermazione definitiva nel PSG

Sacrificio, applicazione, tanta corsa, estro e classe innata fanno del Fideo un giocatore ormai completo in grado di essere trequartista, mezzala, esterno alto o “tuttocampista” ruolo che prima Jesus nel Benfica e poi Blanc nel PSG hanno deciso di affidargli. Un quotidiano argentino, La Nacion inizia un articolo su Di Maria con queste parole:

“Angel Di Maria, corre, va hasta el fondo, tira el centro. Angel Di Maria corre, retrocede, marca sobre el sector izquierdo de la cancha. Va y viene, ida y vuelta.”

Una frase che va bene sempre per El Fideo. Ieri come oggi.

A Liverpool è tutto pronto. Il pub The Albert sotto la Kop si riempirà di supporters e spillerà fiumi di birra per chi rimarrà fuori dal tempio dei Reds. Nella notte di Champions, le stelle saranno in campo, i cancelli di Anfield si coloreranno di azzurro e le sciarpe partenopee si sovrapporranno a quelle rosse mentre in tutto lo stadio risuoneranno le note di “You’ll never walk alone”. Tutto per una notte di coppe e di campioni.

Se fosse un adagio, sarebbe probabilmente il celebre aforisma di Goethe, secondo cui un traguardo si raggiunge “senza fretta ma senza sosta”. E in effetti la storia sportiva di German Denis è tutta costellata di tappe intermedie raggiunte con costanza e determinazione. Come un tanque, ha superato gli ostacoli che poteva superare e gli altri…li ha rasi al suolo.