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CALCIO ESTERO

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In un anonimo venerdì di fine agosto 1992, a Praga, due connazionali si incontrano, pronti a non condividere più l’appartenenza allo stessa nazione nel periodo più breve possibile. I due uomini sono lo slovacco Vladimir Meciar ed il ceco Vaclav Klaus, i due capi di governo nello Stato Federale della Cecoslovacchia; 126 giorni dopo nascono la Repubblica Ceca e la Slovacchia, pronte a rinascere dopo il cupo XX secolo del Vecchio Continente.

Vecindario, giovanili Barcellona, Sampdoria, Inter. Queste sono le squadre in cui ha militato Mauro Icardi in cui ha segnato più di 550 gol, prima di approdare alla sua attuale squadra, il Paris Saint-Germain.

La carriera di Mauro è da sempre caratterizzata da episodi che prescindono dal calcio. Spesso protagonista del gossip anche a causa di persone entrate profondamente nella sua vita.

Ma partiamo dal principio…

Vocale, matria, scrauso e chi più ne ha più ne metta. No, non stiamo dando i numeri (o meglio, le parole): stiamo semplicemente elencando i neologismi del dizionario Treccani per l’anno corrente. Ogni anno, infatti, uno tra i portali lessicali più famosi del nostro Paese si rinnova, inserendo nuovi termini. Qualcosa, però, ci sfugge: il 7 maggio scorso abbiamo assistito a un qualcosa di realmente innovativo, spiazzante ed assolutamente geniale. Cara Treccani, forse dovresti considerare l’inserimento di un nuovo termine nella categoria Champions League: Trent Alexander-Arnold.

Qualche anno fa, Marca, stilò i dieci principi che danno vita e forma al Cholismo, che rendono il gioco creato ed ideato da Simeone una vera e propria filosofia. La lista, da leggere e comprendere assolutamente, tralascia l’undicesimo dogma: “essere Diego Costa”. Lui incarna ogni singola idea, ogni singolo tatticismo coniato dal suo mentore calcistico. Diego è tutto ciò che un colchoneros, in questi anni, dovrebbe essere: lavoro, aggressività, pressione, cautela, contropiede, ripiegamento, insistenza, intensità, immaginazione e fede. E questi sono solo i punti scritti bianco su nero…

Coppa che vai, e(o)rrore che trovi: se pensavamo che la rubrica “Chiacchiere da b(v)ar” potesse rimanere ancorata alla nostra Serie A e ai suoi arbitri italiani, beh, ci sbagliavamo di grosso. Ieri sera infatti, l’Inter di Conte al Camp Nou ha disputato una partita fantastica, dominando in scioltezza i primi quarantacinque minuti, e lasciando qualche spazio in più nel secondo tempo: spazi che una squadra come quella di Ernesto Valverde può trasformare in oro grazie a un esecutore d’eccezione come Suarez. Sua è stata la doppietta che ha piegato immeritatamente i nerazzurri che escono dallo stadio delusi per la sconfitta ma con la consapevolezza dei propri mezzi. Peccato però che ieri sera, le cose sarebbero potute andare in maniera diversa se non fosse stato per un errore clamoroso dell’arbitro Damir Skomina.

Una decisione senza sens(i)o

Siamo al minuto 55° della gara: Handanovic e compagni sono ancora in vantaggio, ma il Barcellona sta crescendo, iniziando a diventare pericoloso. Ad attaccare però adesso è l’Inter, con Sensi che si ritrova a rincorrere un pallone in area di rigore: il centrocampista si avventa su di esso, ma ecco che piomba in anticipo anche Arthur, che però prima di toccare il pallone prende il piede di Sensi. L’interista si lascia un po’ andare, ma il contatto necessario al calcio di rigore c’è tutto. A non pensarla come noi però è Skomina, che talmente scuro della sua decisione, decide di non andare nemmeno a rivedere le immagini. Errore grossolano per un arbitro di fama internazionale, che salvo risultati favorevoli all’Inter, potrebbe avere sulla coscienza l’eliminazione dei nerazzurri, che con un ipotetico 0-2, difficilmente avrebbero perso. Mentre noi tutti dovremmo continuare a crederci perché diamine questa Var non venga usata in ogni occasione.

Shop riserva di lusso

Nella vita di un genitore un qualcosa del genere sarà sicuramente capitato: passi con il tuo primogenito davanti ad una vetrina piena di giocattoli e non puoi far altro che varcare quella porta. “Papà, papà, voglio l’ultima edizione dei Transformers! Ti prego!”, con annessa faccia disperata e coperta da fiumi di lacrime: che fai papà, non lo accontenti il figliolo? Prendete questo esempio e provate ad immaginare a due scambi di persona: il ruolo del genitore viene interpretato da Massimo Moratti, mentre l’odioso (per molti non solo in quest’occasione) bambino è Josè Mourinho. Nessun negozio di giocattoli, è il cocente Appiano Gentile dell’estate 2008.

Sarà successo a tutti, almeno una volta nella vita: un pomeriggio torrido, sotto il sole cocente di metà agosto, non hai voglia di fare molto. Morale della favola, rovini i piani dei tuoi amici, che quel giorno volevano passare il proprio tempo libero nell’oratorio del paese. Vieni catalogato come il guastafeste, ma tu, semplicemente, non avevi voglia di morire di caldo: sei “atipico”, questo sì. Semmai dovessero leggere queste righe, siamo certi che gli amici di Christian Pulisic potrebbero rispecchiarsi alla perfezione nella situazione appena citata.

Palleggiare: un’azione immortale, che passa nel corso dei millenni. Con molta immaginazione, possiamo vedere perfettamente nella nostra mente un Uomo di Neanderthal che palleggia con una palla di foglie accartocciate una sulle altre. Oppure, spostandoci ad epoche più affini alle nostre, ci immaginiamo Renzo, che tra una peripezia e l’altra nel suo tortuoso percorso verso il matrimonio con Lucia, inizia a palleggiare sulle sponde del Lago di Como. C’è un piccolo ragazzo biondo che palleggia, nel 1991: è a Zara, in Croazia, rifugiato nell’Hotel Kolovare. In mezzo ai palloni, però, gli capita di palleggiare anche con delle bombe, che piovono dal cielo sopra di lui.

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