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CALCIO ESTERO

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I presupposti per una finale di Supercoppa di Spagna all’insegna del divertimento c’erano tutti: un Atletico che continua la maledizione delle rimonte subite dal Barcellona, un Real Madrid schiacciasassi contro il Valencia e l’esito all’insegna dell’incertezza. Con il passare del tempo, però, il divertimento ha lasciato spazio ad emozioni contrastanti, che hanno fatto del 196esimo derby di Madrid una visita cardiologica ad hoc: via libera ai cuori forti, con un finale degno di una sceneggiatura alla Hitchcock.

La prestazione fornita a Barcellona in occasione del Clasico terminato 0 a 0 ha ufficialmente sancito l’inizio dell’era di Federico Valverde. Da ormai diversi mesi il centrocampista uruguagio appariva con continuità nell’undici titolare del Real Madrid, ma per qualità, quantità e personalità è stata la partita di mercoledì sera ad aver dissipato ogni dubbio sul suo valore.

Succede che ci si possa sentire disorientati, fuori dal cosiddetto “habitat naturale”. Succede che non si riesca a trovare una soluzione ad un periodo buio per mesi, e poi in qualche giorno si raggiunga la fatidica luce in fondo al tunnel. Tutto questo succede, di rado: chiamate Patrik Schick, vi racconterà quanto sia luminosa la luce in Germania, ora che tutto si è sistemato.

Chi non ha mai visto una delle tante imprese di Batman? Quel supereroe mascherato, che dopo aver assistito all’assassinio del padre ha deciso che avrebbe combattuto per tutta la vita le ingiustizie. Non da solo, però: si è sempre portato dietro quel Robin, il teenager assistente del cavaliere oscuro. La verità, infondo, è che nessuno abbia mai voluto essere Robin, come canta Cesare Cremonini.

La mano del fato, sotto forma di Altintop, ha estratto e tracciato i percorsi delle sedici ancora in gara. A Nyon, come ogni anno, stupore, sorrisi beffardi e sconcerto hanno fatto da padrone: quei dieci minuti in cui si consuma l’estrazione si dilatano, distorcendo la normale cognizione dello spazio-tempo. Per Percassi e Agnelli è durato un attimo, per De Laurentiis una vita. Ricapitolando:

Atalanta – Valencia

Juventus – Lione

Napoli – Barcellona

Sabato sera: allo stadio Olimpico di Torino va in scena un Torino-Inter che vedrà i nerazzurri di Antonio Conte ottenere i tre punti con un netto tre a zero; una normale partita di campionato, mentre nello stesso momento, dall’altra parte del mondo, più precisamente a Lima, in Perù, alloEstadio Monumental” va in scena una delle partite più belle e affascinanti della storia del calcio: la finale di Copa Libertadores. Ma come mai siamo cosi affascinati dal calcio sudamericano?

Nel luccicante e scintillante calcio di copertina fatto di pop star più che atleti, la normalità fa più effetto dell’originalità. La morbosa ricerca dell’esagerazione schiava del commercio di immagine ha scambiato i significati di normale e diverso, con l’esuberanza di stili stravaganti che ormai è convenienza diffusa e la regolarità che invece è diventata un concetto raro. Nella nuova generazione del pallone fatta di sgargianti treccine e di fisici statuari diventati tele per tatuaggi, l’incontaminata frangetta e l’adolescenziale acne di Joao Felix sublimano il portoghese alla stregua di una Pleria Sterna, perla normale all’apparenza ma rara e selvaggia nell’essere.

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