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CALCIO ESTERO

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Sarà successo a tutti, almeno una volta nella vita: un pomeriggio torrido, sotto il sole cocente di metà agosto, non hai voglia di fare molto. Morale della favola, rovini i piani dei tuoi amici, che quel giorno volevano passare il proprio tempo libero nell’oratorio del paese. Vieni catalogato come il guastafeste, ma tu, semplicemente, non avevi voglia di morire di caldo: sei “atipico”, questo sì. Semmai dovessero leggere queste righe, siamo certi che gli amici di Christian Pulisic potrebbero rispecchiarsi alla perfezione nella situazione appena citata.

Palleggiare: un’azione immortale, che passa nel corso dei millenni. Con molta immaginazione, possiamo vedere perfettamente nella nostra mente un Uomo di Neanderthal che palleggia con una palla di foglie accartocciate una sulle altre. Oppure, spostandoci ad epoche più affini alle nostre, ci immaginiamo Renzo, che tra una peripezia e l’altra nel suo tortuoso percorso verso il matrimonio con Lucia, inizia a palleggiare sulle sponde del Lago di Como. C’è un piccolo ragazzo biondo che palleggia, nel 1991: è a Zara, in Croazia, rifugiato nell’Hotel Kolovare. In mezzo ai palloni, però, gli capita di palleggiare anche con delle bombe, che piovono dal cielo sopra di lui.

Tentare solamente di spiegare cosa voglia dire la rivalità tra River Plate e Boca Juniors è qualcosa di veramente difficile; riuscirci invece è dannatamente impossibile, a meno che voi non siate argentini di nascita o quanto meno di adozione. Solo “vivendo” nella “tierra de amor y venganza” è infatti possibile capire sulla propria pelle, cosa voglia dire davvero assistere o addirittura giocare un superclàsico.

Tempo e rimpianto. Due concetti che scandiscono la vita dell’uomo. Distanti ma vicini. Diversi ma così uguali. Il secondo deriva, in un certo senso, dal primo come risultato di un cocktail fatto di indecisione, scelte sbagliate e sfortuna. Tempo e rimpianto. Del primo ne hai un tremendo bisogno, del secondo vorresti decisamente farne a meno. Entrare nell’infinito tunnel dei “se” e dei “ma”, infatti, bolla l’uomo come incompiuto, debole o sfortunato, aggettivi e sentenze che nessuno vorrebbe vedere accostato alla sua persona. Tempo e rimpianto. Due concetti che Alexandre Pato conosce bene, odia e detesta con tutto il cuore.

Le mezze stagioni non ci sono più, si stava meglio quando si stava peggio e i 31 anni di oggi non sono più quelli di ieri. Robert Lewandowski, venerdì sera, ha polverizzato la difesa dell’Hertha infilando la consueta doppietta e dimostrando che l’età è solo un numero. Scatti, bordate, cattiveria, reattività ed estrema lucidità: il polacco, superata la soglia dei 30, non sembra aver perso il suo smalto, ma, nolente o volente, dovrà iniziare a fare i conti con l’avvicinarsi del periodo di declino, con gli ultimi due-tre anni della sua carriera da top player.

I 17 trofei (tanti, tantissimi) di squadra “bastano” a consacrarlo fra i migliori giocatori del ventunesimo secolo? O forse, solo forse, il palmares di Robert cela un lato oscuro mascherato e insabbiato dai fiumi di gol siglati ogni anno?

(Quasi) nessuno lo conosceva quel sabato 22 luglio di due anni fa; a Shenzhen, il Milan batteva per 4-0 il Bayern di papà Carlo Ancelotti: esordiva Bonucci ed i nuovi acquisti Kessie e Çalhanoğlu facevano illuminare gli occhi dei tifosi rossoneri. Il protagonista di quell’amichevole di fine luglio, però, era un altro. Veniva dalla Primavera ed era un vero Diavolo, con il rossonero che scorre nelle vene: il figliol prodigo, Patrick Cutrone.

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