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CALCIO ESTERO

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Il tempo scorre incessante, i ritiri proseguono e le grandi d’Europa si imbarcano per dare il via alle tournèe oltre oceano. Mentre Agosto si avvicina e gli appassionati si sfregano le mani, il Torino si appresta ad intraprendere il cammino che lo condurrà ai gironi d’Europa League: primo sfidante il Debrecen. Una preparazione iniziata con qualche giorno d’anticipo, uno Zaza ritrovato e una squadra pressochè identica allo scorso anno. I granata sono un caso sui generis, un gruppo che sembra voler confermare quanto di buono fatto, dando continuità sia al progetto che alla rosa a disposizione. Magari un acquisto verrà perfezionato durante il calciomercato, ma si sa “squadra che vince, non si cambia“.

Di settimana, in settimana. Sempre con voi per raccontarvi il calciomercato. La nostra rubrica prosegue, mentre arrivano al capolinea le ferie dei calciatori. Dal mare si passa alla fresca brezza della montagna, dai cocktail a macinare chilometri, dalle camicie di lino ai completini da gioco. Luglio è un mese cruciale, una “primavera” in cui rinascere, preparare la stagione e lavorare sulla condizione fisica.

Se i giocatori e lo staff tornano in campo, i dirigenti non si sono mai riposati. Telefoni bollenti, esuberi da sistemare e allenatori da accontentare: l’estate, per loro, è sempre infernale.

L’apparenza inganna. Quasi sempre. E’ vero, siamo naturalmente portati ad agire e a crearci opinioni su ciò che vediamo ma questo comportamento resta sbagliato. Sì perché spesso dietro il primo e semplice strato dell’apparenza, si nasconde il secondo e veritiero lato della realtà, quello più difficile da scoprire. Prendiamo per esempio una componente come il raggiungimento del successo, più in particolare l’essere calciatori famosi. Lo status del calciatore professionista, da un occhio superficiale, è visto come una sorta di condizione paradisiaca frutto della classica e banale ricetta: soldi più fama uguale a felicità.

Vale la pena bramare ardentemente l’arrivo dell’estate per cinque giorni di vacanza? Il sole, il mare, le feste, le hit estive e, soprattutto, il caldo estenuante. Ti godi le ferie altrui passate tra barche, acque cristalline e posti extra-lusso, chiudi Instagram e metti il telefono in tasca. Alzi lo sguardo e ti ricordi di essere in un tram pieno di gente, dove nessuno balla reggaeton in costume. In un clima da foresta amazzonica, dribbli colpi di tosse e persone e, tra sudate e sudori, tra odori poco gradevoli e camminate sotto il sole condite dal calore dell’asfalto, arrivi a lavoro/università. L’unica gioia è rappresentata dal lento oscillare del ventilatore che solletica la schiena, donando una frazione di secondo di freschezza. Come se non bastasse i grandi campionati sono fermi, il fantacalcio è concluso (probabilmente in malo modo) e la TV offre frivoli varietà difficilmente guardabili.

Ora ci dovete dare tempo, possiamo vincere il titolo in quattro anni. Se non sarà così andrò ad allenare in Svizzera.

Semplice, schietto e sorridente. Il Klopp dell’ottobre 2015 non è poi tanto diverso da quello di oggi.

Arrivato in una delle panchine più prestigiose del mondo, si ritrova al dodicesimo posto in campionato in una situazione, sportivamente parlando, quasi drammatica. Lo scivolone e l’abbandono di Steve-G, il campionato perso per un soffio e una rosa che, con ogni probabilità, aveva speso ogni energia la stagione appena passata.

Quante volte vi è capitato sentir dire “ma che modi strani che hanno questi musulmani”? Certo, pregare cinque volte al giorno o digiunare per buona parte delle giornate nell’arco di un mese sono abitudini neanche lontanamente vicine alla cultura dei popoli occidentali. Capita di vedere islamici nelle ore più calde del giorno prendere un tappetino, rivolgersi verso la Kaʿba (il luogo sacro dell’islam) e pregare. Pregano, pregano e pregano, ovunque: nei parchi, nei cantieri, in centro città, ad Anfield. Sì, un musulmano prega anche ad Anfield.

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