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andreabarbuti

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La stagione di Liga Portugal si è chiusa domenica sera con la vittoria ai rigori dell’Estrela da Amadora nel playoff contro il Marítimo. Due settimane fa sono invece arrivati tutti gli altri verdetti. Il Benfica è tornato campione dopo quattro stagioni di digiuno godrà, assieme al Porto, dell’accesso diretto alla prossima Champions League, mentre un sorprendente Braga dovrà passare dai preliminari. La delusione della stagione è invece certamente lo Sporting di Amorim, che dopo un primo e un secondo posto nelle due stagioni passate, si piazza quarto e andrà direttamente in Europa League. La stagione più sorprendente è quella dell’Arouca, che si piazza quinto si giocherà i preliminari di Conference League assieme al Vitoria SC di Guimarães, ormai un habitué.

Il sorrisino soddisfatto di chi sa che l’ha scampata anche stavolta, una manciata di tatuaggi, il pizzetto alla Nigel De Jong, ma un po’ più corto, un nome illeggibile e impronunciabile, e lo stesso cognome dell’indimenticabile sergente di Full Metal Jacket. Nella doppia sfida dei quarti di finale di Europa League, il titolare sulla fascia destra della Roma dovrebbe trovarsi davanti questo personaggio, tale Quilindschy Hartman, a meno che l’ultimo Klassieker (a proposito, stasera va di nuovo in scena per le semifinali di KNVB Beker, questa volta a Rotterdam) non abbia fatto cambiare idea al suo allenatore Arne Slot. Già, l’ultimo Klassieker, quello che il Feyenoord ha vinto 3-2 (portandosi a +6 sull’Ajax) anche grazie a lui, ma che proprio a causa sua rischiava di sfuggire al “club del popolo”. Ma facciamo un passo indietro.

Se qualificazione sarà, quel settantottesimo minuto di Inter-Porto rischia di diventare uno degli
eventi decisivi. Sospinto da un San Siro in veste da grande occasione, Çalhanoğlu attraversa, saltellando sul piede destro che accompagna il pallone e quello sinistro dietro, trascinato quasi come servisse solo da contrappeso, la trequarti avversaria. Un generoso Otávio si lancia ingenuamente, con la gamba destra lanciata a mo’ di fioretto, alla ricerca del pallone. Ma è completamente in ritardo e prende solo l’uomo. Cartellino giallo. È il secondo. Rosso. Il Porto finirà in 10, ma soprattutto dovrà fare a meno del suo vice-capitano nella ancor più importante gara di ritorno.

L'espulsione di Otavio nella sfida del Porto a San SIro
Quello che potrebbe rivelarsi il momento chiave della doppia sfida tra Inter e Porto (Photo by MARCO BERTORELLO/Getty Images – OneFootball)

Il Minho è una regione del nord del Portogallo, che coincide sostanzialmente con il distretto di Braga, il terzo distretto del paese per densità calcistica, dopo quelli di Lisbona e Porto, che attualmente vanta quattro squadre in Primeira Liga. La rivalità più sentita della regione è quella fra le due squadre dei due centri più importanti, Braga e Guimarães, a tal punto che il Braga e il Vitoria SC non possono giocare in casa nello stesso turno di campionato, per evitare l’eccessivo dispiegamento di forze dell’ordine che sarebbe necessario a evitare scontri fra le due tifoserie. Le altre due squadre, Famalicão e Gil Vicente, danno invece vita a una rivalità certamente più pacata, sia dal punto di vista della sicurezza che dei risultati sportivi, una rivalità che, per i motivi che leggerete fra poco, potrebbe essere degna di uno scambio di opinioni in un caffè letterario.

In questa finestra di mercato invernale, la Premier League ha pescato due dei suoi prossimi top player dal PSV Eindhoven. I quasi 100 milioni di euro incassati dagli olandesi per Cody Gakpo (Liverpool) e Noni Madueke (Chelsea) e i 120 pagati sempre dal Chelsea per Enzo Fernandez hanno un nome e un cognome – Roger Schmidt – ma non sono i primi, né saranno gli ultimi a rendere ricchi i propri club dopo essere stati plasmati dal tecnico tedesco. Il suo è un gioco spettacolare, offensivo, quasi spregiudicato, che produce una mole impressionante di occasioni da gol, un gioco corale che valorizza ed esalta le qualità dei singoli, anzi, di quei singoli che sono in grado di mettere la loro qualità al servizio appunto del gruppo, un gioco di cui a Lisbona vanno già pazzi e che hanno soprannominato Roger-ball. Ma andiamo con ordine.

Rafael Leao ha iniziato il 2023 come aveva chiuso il 2022: dribblando. Saltando tutti, più volte. Sperimentando nuove forme di dribbling, come il tunnel sul malcapitato Daniliuc all’Arechi in Salernitana-Milan. Per lui è un semplice divertissment. Per chi deve affrontarlo assomiglia più all’emicrania mista alla paura di essere ridicolizzati. Chi guarda da casa, deve rivedere in loop quattro o cinque volte prima di capire come ha fatto, sempre se ci riesce.

Il Benfica, o amor da minha vida (“Benfica, l’amore della mia vita”) fa da colonna sonora a tutte le partite della squadra della capitale portoghese, sia quando si innalza, coinvolgente, in tutto l’Estadio Da Luz, sia in quei momenti in cui le spedizioni di adeptos che partono per tutto il paese e per tutta Europa sovrastano il frastuono degli stadi avversari, colti da un momento di onnipotenza. Non è, però, un coro qualunque. La melodia e il testo sono presi da una delle più celebri canzoni di fado, una musica popolare tipica del Portogallo e soprattutto di Lisbona: “Lisboa menina e moça”, di Carlos Do Carmo.

L’autore canta, malinconico, le bellezze della sua città, città di cui è innamorato, paragonandola ad una donna, la donna della sua vita. Il fado, però, non è musica allegra, nasconde un velo di tristezza, più o meno esplicito, quando non la proverbiale saudade. Fado è la traduzione di “fato”. C’è sempre qualcosa di triste ed irrimediabile: la lontananza da casa, la lontananza dal proprio amore ad esempio. In Lisboa menina e moça non c’è però alcuna lontananza. La malinconia della canzone deriva piuttosto, se ci pensiamo, da un sacrificio. Se si ama una città a tal punto da ritenerla l’amore della propria vita, non c’è spazio per un’altra donna. Diventa irrimediabilmente impossibile. Si è condannati a rinunciare all’amore vero, quello umano, verso un altro essere umano.

A pochi chilometri da Lisbona, a Vila Nova de Xira è nato Rafael Alexandre Fernandes Ferreira da Silva, per tutti Rafa Silva. Quasi tutti i più importanti talenti portoghesi sono cresciuti, calcisticamente, in una delle tre big del paese: Porto, Benfica e Sporting. Lui, invece, è partito dall’Alverca, la squadra più importante della sua zona, per poi trasferirsi più a nord, nell’under 19 della Feirense e poi ancora più a nord, al Braga. Qui si è fatto conoscere e in tre anni ha conquistato la Seleção. A Lisbona, al Benfica, nell’élite del calcio portoghese ci è arrivato a 23 anni, da fresco campione d’Europa, e non se n’è più andato.

Rafa durante i festeggiamenti dell'Europeo
La grande gioia dell’Europeo vinto nel 2016, seppur con un ruolo tutt’altro fuorché da protagonista (Foto: Matthias Hangst/Getty Images – OneFootball)

Pian piano si è imposto anche con la maglia encarnada delle Aguias. Prima co-protagonista del gruppo allenato da Rui Vitoria che vinse il titolo nella stagione 2016/17, poi punto fermo e trascinatore a suon di gol (17) di quello che si laureò campione con Bruno Lage due anni dopo. Oggi, la fascia da capitano è sul braccio di Otamendi, ma l’uomo simbolo del club è lui. Non solo per essere quello che, assieme a Grimaldo, fa parte da più tempo del gruppo dei titolari, non solo per il suo apporto offensivo (la scorsa stagione 12 gol e 18 assist in tutte le competizioni), ma anche e soprattutto per il suo attaccamento a una maglia con cui non è nato, né cresciuto, ma che si sente cucito addosso.

Il 19 settembre scorso, a soli 29 anni, ha declinato la chiamata di Fernando Santos e annunciato il proprio addio alla nazionale, per “motivi personali” non specificati. Nonostante venisse sempre convocato, lo spazio per lui, con giocatori come Cristiano Ronaldo, Diogo Jota, Rafael Leão, Bernardo Silva e João Felix nel suo ruolo, era sempre di meno. Si dice, ma sono solo ipotesi, voci di corridoio, che l’abbia fatto per potersi dedicare a tempo pieno al suo Benfica, senza rischiare infortuni (che negli ultimi anni ne hanno limitato la costanza) lontano dal Da Luz, solo per giocare qualche minuto in Nations League. Intanto, in questa stagione è già a quota 8 gol (e 5 assist) in 17 partite, l’ultimo dei quali segnato proprio lo scorso weekend, quando ha deciso il Clássico contro il Porto. A breve proverà a trascinare i suoi alla qualificazione agli ottavi di Champions League, davanti ai 60 mila del Da Luz, contro la Juventus. Poi sarà caccia ad un titolo che manca proprio dalla stagione 2018/19, la sua prima da protagonista sulle rive del Tago, e che mai era sembrato così alla portata come quest’anno (sono già a +6 sui Dragões, i più vicini inseguitori).

Rafa Silva esulta dopo il gol segnato al Porto
La liberazione di Rafa Silva dopo il gol che ha steso i rivali del Porto nell’ultimo turno di campionato (Foto: MIGUEL RIOPA/AFP via Getty Images – OneFootball)

Quella fra Rafa Silva e il Benfica sembra la più dolce delle storie d’amore, ma proprio come nella canzone di Carlos Do Carmo, non è una storia d’amore qualunque. Fra le note melancoliche del Benfica, o amor da minha vida che accompagnano le sue giocate si cela quel velo di tristezza tipico delle melodie del fado. Se il grande amore della sua vita è il Benfica, non c’è spazio per un’altra presenza nel suo cuore, nella sua carriera. Come ogni uomo sogna la donna della propria vita, finché non la incontra, il sogno di ogni calciatore è vincere i Mondiali, o almeno giocarli. Rafa, però, con la sua nazionale non ha mai esordito né in Brasile (quando ha fatto parte del gruppo senza mai assaggiare il campo), né in Russia (quando invece non era nemmeno convocato). Sarebbe successo molto probabilmente in Qatar, dove tra l’altro il Portogallo si presenterà come una delle favorite, ma lui stesso ha deciso che non ci sarà. Per il suo Benfica, Rafa Silva ha perso quest’occasione, si è condannato a rinunciare irrimediabilmente al suo più grande sogno, ancora irrealizzato, e questo è il più grande atto d’amore che si possa compiere.

La stagione della Primeira Liga portoghese si è conclusa poco più di un mese fa, con il Porto campione davanti a Sporting e Benfica. Come al solito il Braga parteciperà all’Europa League, mentre in Conference andranno Gil Vicente e Vitoria Guimarães. Proprio in questi giorni, in Portogallo si sta eleggendo il miglior 11 della stagione. Qui, si è provato a fare qualcosa di leggermente diverso, più sintetico in certi casi, ma forse più completo in altri, individuando 10 categorie, ognuna delle quali assegna un premio: ai classici miglior allenatore, miglior portiere, miglior difensore, miglior centrocampista, miglior attaccante, miglior U23 ed MVP della stagione, sono stati aggiunti i premi di miglior esordiente, giocatore rivelazione e miglior attore non protagonista. La cosa simpatica del calcio portoghese è che, se dovessimo assegnare questi premi anche l’anno prossimo, molto probabilmente i vincitori sarebbero completamente diversi.

In un’annata da dimenticare, partita con ben altri entusiasmo e ambizione, e sviluppatasi in maniera difficilmente presagibile anche per i meno ottimisti, i tifosi del Parma possono quantomeno consolarsi godendo di una versione nostalgica e quasi comicamente fuori luogo di un delizioso centrocampista, che sembra aver ritrovato anche una forma fisica che mancava da anni: Franco Vazquez, per tutti el Mudo, ma da oggi anche el Hidalgo, sbarcato alla corte di Maria Luigia poco dopo Buffon, una sorta di Sancho Panza in questa storia, visto che le sue prodezze sono state interrotte da lunghi momenti di assenza (e data l’età, non era possibile fare diversamente).

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