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CALCIO ITALIANO

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Da una delle regioni più magiche dell’Argentina, la Patagonia, a Roma, un viaggio che ha portato Cristian Ledesma a essere uno degli ultimi registi puri del nostro calcio. Dai primi passi in patria all’arrivo al Lecce fino alla Lazio, squadra a cui il centrocampista ha legato il proprio nome diventandone una bandiera. Ai nostri microfoni si è raccontato l’ex centrocampista biancoceleste, rievocando le tappe più significative della sua carriera da calciatore.

Oggetto strano l’acchiappasogni, con tutte le sue trame e quelle piume a penzoloni. Per l’antica tribù dei Cheyenne era un dono della Donna Ragno che, proprio come una ragnatela, tratteneva qualcosa di speciale: i sogni. Anche gli interisti hanno avuto un loro personalissimo e preziosissimo acchiappasogni, ma invece di venire dal Nord America veniva da Duque de Caxias, nel cuore di Rio de Janeiro, Brasile. Il suo nome era Julio Cesar.

Il caldo sta raggiungendo i suoi picchi nella Capitale. È giugno inoltrato, ci si avvicina ai mesi torridi, in cui Roma si svuota e diventa un guscio incandescente, privo della solita ressa che anima la città. Giugno è quel mese di passaggio che porta i romani verso il mare, verso le coste tirreniche, a cercare un po’ di sollievo nell’acqua e nel vento che soffia dalla costa. Nel giugno del 2006 però in pochi cercano sollievo nel fresco, in pochi si rendono conto della sofferenza che quelle temperature stanno per provocare. La Capitale, come tutto il paese, è in fermento. Qualcosa sta prendendo forma, una suggestione, per alcuni un’idea, per i più sfrontati una convinzione. Sussurri tra le strade, nei bar, all’interno delle case. Sogni e speranze. Sofferenze e aspettative non riguardano la torrida stagione in arrivo, ma solo un rettangolo verde e un pallone che vi rotola inesorabilmente.

Sono passati ormai 10 anni da quella notte magica: con una doppietta in finale di Champions, el principe Diego Militodiventa re” (telecronaca Massimo Marianella) e spezza un incantesimo lungo ben 45 anni. L’Inter è sul tetto d’Europa, per la terza volta nella sua storia. Ma mentre i nerazzurri portano in trionfo la coppa dalle grandi orecchie, terzo ed ultimo tassello del puzzle del Triplete, José Mourinho scoppia in lacrime: il suo futuro non è a Milano, ma lì, al Santiago Bernabeu. Il portoghese è convinto di aver portato il club su un altro livello e che, indipendentemente da chi si sarebbe seduto in panchina, sarebbero arrivate altre vittorie. Non è andata proprio così…

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