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CALCIO ITALIANO

Cos’ha Dumfries che non va?

All’83esimo minuto di Inter-Genoa, nell’agosto del 2021, il pubblico di San Siro sfrigolava come un soffritto in padella a cottura inoltrata, creando un’ambiente che ricordava gli istanti precedenti ai primi ingressi in campo di Gabigol qualche anno prima. A prepararsi al suo debutto non c’era però un brasiliano col fisico da veneziano e la barba tracciata col righello, ma un olandesone di un metro e novanta dalle spalle larghe e l’espressione corrucciata. Forse è proprio grazie a quell’espressione, risentita ma affabile, che a primo impatto la tifoseria nerazzurra lo aveva preso in simpatia.

Perché prima di quel giorno, Dumfries era uno di quei giocatori provenienti da un campionato secondario che arriva in Italia tappezzato da belle parole, malgrado, in realtà, in pochi abbiano un’idea chiara del suo volto. E allora riceve fiducia, specialmente dalla sua tifoseria, un po’ come quando la mamma crede che il figlio diventerà il massimo specialista del settore in cui lavora. Per giunta, al momento del suo esordio, l’Inter vinceva 3-0 alla prima stagionale, con lo Scudetto cucito sul petto, in un soleggiato pomeriggio d’estate. Gli altri nuovi acquisti, Calhanoglu e Dzeko, avevano già preso ottima confidenza con il prato del Meazza. Insomma, tutto scorreva a meraviglia.

Gli interisti ne avevano di ragioni per essere ottimisti ed attendere con un velo di fremito l’entrata del numero 2. Se non per le congiunture favorevoli, quantomeno per una distorsione cognitiva che tentava di bloccare la mente dal riesumare l’immagine di chi aveva lasciato in eredità quella maglia. Achraf Hakimi, uno dei fattori più determinanti dell’annata precedente, colui che era parso rappresentare il Sacro Graal nella pluriennale ricerca, a tratti quasi isterica e nevrotica, di un laterale destro da parte dell’Inter. Come era accaduto nel Novecento a Otto Rahn (pure lui, peraltro, condotto all’ossessione dalla ricerca della coppa magica), quella di aver trovato il Graal non era stata altro che un’illusione, in quanto il marocchino non ha offerto benefici eterni alla Milano nerazzurra, la quale ha quindi dovuto riporre le sue speranze in un calice, almeno all’aspetto, decisamente meno nobile. E a quanto era venuto prima, il giorno della partita contro il Genoa, era quindi meglio non pensarci.

l'olandese contro il genoa al debutto.
Dumfries nel giorno del suo debutto contro il Genoa. (Foto: Marco Luzzani/Getty Images – OneFootball)

A oltre un anno e mezzo di distanza dal pomeriggio in cui l’olandese ha calcato per la prima volta il prato di San Siro, l’osservazione che traspare in maniera naturale è che Dumfries sia meno elegante di Hakimi non solo nell’aspetto, ma anche nello stile di gioco. Per la larga spaccatura nella maniera di interpretare il ruolo, il paragone tra i due fatica persino ad esistere. Poco importa però, perché l’Inter non si aspettava certamente di aver rimpiazzato Hakimi con un suo sosia, quanto più con qualcuno che ne facesse sentire il meno possibile la mancanza.

Seppur minimale, l’aspettativa dei nerazzurri non può definirsi pienamente soddisfatta. I giudizi sul valore dell’olandese sono stati rimaneggiati a svariate riprese nei mesi scorsi, fino a stabilizzarsi, a seguito della sosta invernale dei Mondiali, sulla sottolineatura dei suoi limiti tecnici e tattici.

Mettendo ordine tra gli alti e bassi della sua esperienza in Italia, cerchiamo di comprendere la ragione per cui la focalizzazione si è fissata sul bicchiere mezzo vuoto.

Difesa che scricchiola

La curiosità iniziale percepita nel pubblico di San Siro ha presto lasciato spazio ad interrogativi esistenziali intorno alla sua figura. Ad eccezione di una buona prestazione mostrata nell’agevole vittoria per 6 a 1 dell’Inter sul Bologna, durante la quale aveva potuto mettere in mostra il suo repertorio di qualità atletiche (su cui ritorneremo), le prime impressioni su Dumfries erano già dominate dalle controversie, generate tra le altre dalla sua scarsa accortezza in fase difensiva.

Il picco negativo dell’anti-climax è stato toccato alla fine del mese di ottobre, quando a ridosso del 90’ ha concesso alla Juventus un rigore che è costato la vittoria all’Inter, per via di un ingenuo fallo al limite dell’area su Alex Sandro.  L’errore grossolano nell’intervento in ritardo sul terzino bianconero ha gettato benzina su un fuoco che già aveva cominciato ad ardere nel criticare la scompostezza dell’olandese. Nell’azione incriminata, Dumfries segue correttamente il taglio verso il centro dell’avversario, ma, preso da un eccesso di foga, sbaglia il tempo dell’anticipo e finisce per commettere fallo.

La scelta di tempo nel contrastare gli avversari è emersa sin da subito come una delle sue maggiori pecche. D’altronde, nella sua precedente esperienza al PSV, pur agendo in una difesa a quattro, raramente si trovava confrontato a fasi di difesa posizionale, poiché la sua squadra monopolizzava spesso il possesso del pallone, il che lo divincolava dalle mansioni di copertura e recupero palla nei pressi della sua area di rigore. Ed infatti, la gestione di tali situazioni tutt’ora pare realmente mancare nel suo repertorio.

Ne abbiamo avuto un ulteriore esempio appena qualche settimana fa, durante la trasferta dell’Inter sul campo dello Spezia, assistendo ad una dinamica estremamente simile a quella vista lo scorso anno contro la Juventus. In questo caso, Kovalenko riceve palla al centro dell’area; a Dumfries basterebbe controllare il movimento del centrocampista ucraino in modo da non farlo orientare verso la porta, e invece lo tampona violentemente regalando il calcio di rigore (che poi sancirà la sconfitta nerazzurra).

Che il tempismo in fase difensiva non sia il suo forte, lo si capisce banalmente anche in situazioni di gioco più frequenti rispetto a quelle appena citate. Quando si trova in posizione laterale di fronte al suo diretto avversario opta spesso per la scelta sbagliata, adottando un approccio eccessivamente attendista oppure, all’opposto, andando con troppa velocità a cercare il pallone e lasciando così libero il corridoio alle sue spalle. Probabilmente se n’è accorto il Benfica, che nella doppia sfida di Champions ha tentato in più occasioni di servirsi di questo limite dell’olandese con i movimenti del triangolo Grimaldo-Aursnes-Rafa Silva. Qui lo vediamo esitare tra l’uscita su Rafa Silva e la copertura su Grimaldo; l’attimo perso per la riflessione apre la corsia laterale, il che permette al terzino del Benfica di raggiugere il fondo e crossare con facilità.

Nello stesso confronto europeo, ancora fresco nelle nostre menti, si trovano tracce delle sue difficoltà nel posizionamento durante le transizioni difensive. Durante la gara d’andata, ad esempio, si è fatto sorprendere alle spalle dallo stesso Grimaldo, rimanendo statico nonostante l’avvento dell’avversario.

Dumfries
L’olandese in tackle su Grimaldo, durante la gara d’andata della sfida in Champions League al Benfica. (Foto: Patricia de Melo Moreira/Getty Images – OneFootball)

Oltre alla sua sensibile presenza puramente fisica, utile in particolare sulle palle alte, il vantaggio di avere Dumfries a protezione della fascia consiste nel disporre di un elemento ostico da superare nell’uno contro uno (quantomeno, quando arriva al confronto non in eccessivo ritardo o anticipo). Stazza e velocità lo rendono infatti un ostacolo imponente, tranne per le ali particolarmente abili nel dribbling rapido, che però sono merce rara in Serie A. Per questa ragione, più legata alla corporatura che a reali qualità da difensore, malgrado i limiti evidenti menzionati sopra, garantisce comunque una pedina in copertura, efficace però solo se coadiuvato a dovere dalla mezz’ala e dal braccetto di difesa a lui vicini.

Terminale offensivo

Dopo essere sprofondato per via del fallo da rigore su Alex Sandro, la scorsa stagione, Dumfries si è rilanciato nel mese di dicembre, quando tutta l’Inter ha cominciato ad ingranare la marcia. Il sistema di gioco istituito da Simone Inzaghi aveva come fulcro la catena di sinistra, formata da Bastoni, Calhanoglu (in forma smagliante durante quel periodo) e Perisic. La loro associazione, unita al lavoro di raccordo di Dzeko e Lautaro, e ai movimenti di Brozovic e Barella, aveva generato un’amalgama perfetta che aveva permesso all’Inter di incamerare una lunga serie di risultati positivi.

Di tutto questo giovava anche Dumfries. Questo perché, in fase offensiva, non gli veniva chiesto di essere una fonte di gioco, quanto più un terminale. Un esempio lampante di questo meccanismo è il suo primo gol in maglia nerazzurra, segnato all’Olimpico nel match contro la Roma.

Vediamo come il taglio di Perisic libera lo spazio per l’inserimento di Bastoni, servito da Calhanoglu. Il difensore ha il tempo per calibrare il cross e pescare con precisione il movimento sul secondo palo di Dumfries, capace di lasciare interdetto Viña.

In quanto ricevitore delle azioni confezionate sull’altro fronte, l’olandese aveva la possibilità di sprigionare le sue doti atletiche, sfruttando spesso un mismatch con difendeva. Un mismatch che si manifestava tipicamente sul piano dell’esplosività; a ricezione di un cross per concludere direttamente verso la porta, come nel gol contro la Roma, ma anche di un cambio di gioco o di un filtrante a tagliare, per avere campo aperto a disposizione (situazione in cui si esprime al suo meglio). Anche questo secondo scenario trova la sua rappresentazione in una rete segnata alla Roma, questa volta nella gara di ritorno. L’azione parte dall’area di rigore nerazzurra con il passaggio di Dimarco (braccetto di sinistra al posto di Bastoni) verso Perisic; la risalita del campo è veloce con i tocchi di Lautaro e Dzeko, poi sponda per Calhanoglu che serve in profondità il taglio di Dumfries. Nessuno tra i componenti della retroguardia giallorossa ha la rapidità e la fisicità per contenere il movimento dell’olandese, il quale si dirige ad ampie falcate verso la porta e batte a rete.

Il problema è associarsi

Ma se Dumfries, dopo un inizio a rilento, era riuscito a trovare una sua dimensione nell’Inter, cos’è cambiato in lui per condurlo a ritrovarsi appiccicato quasi unicamente giudizi negativi? La risposta è che non è cambiato lui, ma è l’Inter ad essere cambiata.

Innanzitutto, la catena di sinistra si è spezzata. Orfana di Perisic, privata a lungo di Calhanoglu (costretto ad agire da playmaker causa assenza di Brozovic) e con un Bastoni, pure lui, acciaccato e per di più meno incursore.

In aggiunta, ad inizio stagione, per una volontà che potrebbe o non potrebbe essere manifestatamente di Simone Inzaghi, i nerazzurri hanno adottato uno stile di gioco più diretto, meno improntato a lunghe fasi di possesso davanti all’area avversaria. Questo approccio è andato sbiadendosi lungo la stagione, facendo riemergere fasi d’attacco più ragionate, ma un aspetto è rimasto: l’uso delle corsie laterali è decisamente più accentuato rispetto allo scorso anno. Ne è un indicatore il dato relativo al numero di cross effettuati: 21.3 a partita lo scorso anno, 25.1 in questo (dati FBREF).

Questo insieme di fattori ha contribuito a responsabilizzare la fascia destra, che non ha più potuto permettersi di limitarsi a vestire i panni di terminale, ma ha (o avrebbe) dovuto anch’essa diventare fonte. Ed è qui che sorge l’incompatibilità con quanto Dumfries ha da offrire. Perché secondo i dettami di Inzaghi, il pallone deve muoversi molto, velocemente e in spazi stretti; cosa per cui Dumfries non ha le qualità adatte. Basti pensare che, fra i laterali dei cinque principali campionati europei, l’olandese è appena nell’ottavo percentile per passaggi completati a partita (8) e nel ventesimo percentile per percentuale di precisione dei passaggi (71,8%). A titolo di paragone, il sostituto più naturale di Dumfries, ovvero Darmian, si posiziona nel sessantaseiesimo percentile per passaggi completati a partita (44.78) e nell’ottantanovesimo percentile per precisione (84,3%). Vanno tarate le ultime partite di Darmian da difensore centrale, che certamente hanno gonfiato le cifre, ma il confronto rimane impietoso.

Dumfries
La tecnica dell’ex PSV nel passaggio lascia molto spesso a desiderare. (Foto: Marco Luzzani/Getty Images – OneFootball)

Associarsi con i compagni in tempi limitati e porzioni di campo ridotte, non è propriamente il punto forte di Dumfries. Il che è visibile persino dal linguaggio del suo corpo. Lo si vede impacciato, macchinoso, frequentemente alla ricerca del facile retropassaggio. L’apprensione che prova è palpabile. Nelle sequenze di gioco in cui i compagni accelerano la circolazione del pallone muovendolo tra le linee avversarie, e lui viene coinvolto nel giro palla, l’impressione che dà è quella di un elicottero telecomandato all’interno di uno stormo di rondini; probabilmente più prestante di tutti quelli che gli stanno accanto, ma decisamente meno elegante e fuori luogo.

Con le reiterate assenze di Dimarco negli ultimi due mesi, il disagio di Dumfries si è fatto ancor più palpabile. Perché se prima l’Inter tendeva a pendere ancora verso sinistra in fase di costruzione (anche se in maniera minore rispetto alla stagione scorsa), quando c’è Gosens, un piede nettamente meno educato e propenso al dialogo rispetto a quello di Dimarco, il metronomo tende a dondolare in maniera pressoché equivalente sui due lati. La coesistenza del tedesco e dell’olandese all’interno di un tale sistema rende di fatto la costruzione soporifera, e la possibilità di imbastire azioni pericolose si assottiglia. Non a caso, la trasferta di Bologna, in cui Gosens e Dumfries sono partiti insieme dal 1′, rimane una delle prestazioni più negative dell’annata nerazzurra.

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La sconfitta di Bologna ha rappresentato un crocevia in negativo nella stagione dell’Inter. (Foto: Alberto Pizzoli/Getty Images – OneFootball)

Probabilmente, se Skriniar fosse impiegabile, Inzaghi non avrebbe dubbi sulla persona a cui affidare la fascia destra, fra Dumfries e Darmian. Nonostante nemmeno l’ex Torino possegga qualità balistiche fuori dalla norma, appare nettamente più a suo agio nell’associazione, giocando il pallone veloce e puntando immediatamente a riproporsi smarcato. Darmian inoltre, al contrario del collega, è più propenso anche alla ricerca del cambio di gioco, una risorsa fondamentale nel gioco di Inzaghi.

Ciò significa che l’utilità di Dumfries rasenta la vacuità? Non fino a questo punto. L’olandese rimane un attrezzo che, se ne viene fatto buon uso, può tornare ad essere determinante nello spaccare le partite, come lo è stato lo scorso anno. Tuttavia, la valutazione doverosa da fare consiste nel domandarsi se l’Inter può tornare a generare le condizioni adatte alla sua espressione, perché, al momento, non è questo il caso.

Autore

Classe 2000, svizzero di nascita ma italiano di stirpe. Figlio del pallone e attratto da fenomeni paranormali come l'esterno di Modrić, il tiro di Adriano o la mente di Guardiola.

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