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Antonio Fontana

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“È stata una cosa magica, come un oggetto incantato che mi ha trasmesso emozioni enormi”. Walter Casagrande descriveva così la casacca gialla della Seleçao, ai microfoni della CNN“Ora è stata sequestrata dalla destra, perciò non possiamo più usarla”. Al centro del dibattito, due anni fa, l’appropriazione da parte dei sostenitori di Jair Bolsonaro, attuale presidente brasiliano, della maglia gialla come simbolo del loro credo politico, poiché indossata durante cortei e manifestazioni. Un fenomeno che ha creato una spaccatura profonda con l’opposizione, tra chi parlava di contaminazione e chi invocava un cambiamento nei colori sociali della nazionale. 

Che si trattasse di un altro allenatore, di una squadra o di un’istituzione, per gran parte della sua carriera Mourinho ha sempre avuto un antagonista ben definito. Lo scontro prolungato percorre la trama di un’infinità di racconti che hanno il portoghese come protagonista, dal gesto delle manette alle pungenti battute su Wenger e Conte, passando per la leale rivalità con Guardiola. Tutte questioni che hanno occupato un ampio spazio temporale e che si sono susseguite o sovrapposte l’un l’altra, mostrandoci di settimana in settimana un Mourinho tenacemente in contrasto con uno a turno dei suoi oppositori.  Nelle recenti stagioni però questo istinto da duellante ha assunto una dimensione marginale. Non è più lui, nella sua sfera personale, ad impugnare le armi per lanciarsi all’assalto di un’entità. Lontano dalle lotte di vertice, Mourinho pare infatti aver sviluppato una versione 2.0 di sé stesso

Menzionare contemporaneamente gli attributi “centravanti” e “serbo” nell’attuale congiuntura ci rimanda in maniera sistematica a Dušan Vlahović. Abbiamo imparato a memoria le cifre del suo passaggio alla Juventus, tutte le statistiche che lo accostano ad Haaland e recentemente anche il numero esatto di secondi che ha impiegato per segnare la sua prima rete in Champions League. Un insieme di informazioni che ci lascia in quel limbo tra stupore e ammirazione, nel quale continuiamo a rigirarci ad ogni nuova prodezza del 7 bianconero. Vlahović non è però il solo serbo incline a suscitare una tale reazione emotiva, poiché diversi chilometri più a nord il suo connazionale e collega Aleksandar Mitrović sta distruggendo di fatto la Championship.

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