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CALCIO ESTERO

Bale è lo straniero

L’annuncio con il quale il Los Angeles FC ha ufficializzato l’arrivo di Bale certificava il gallese come una leggenda “ufficiale” del Real Madrid. Una maniera quantomeno ambigua di qualificare una leggenda, che per definizione dovrebbe essere universalmente riconosciuta e dunque slegata dalle formalità. Certo, i club hanno le loro Hall of Fame (a Madrid, le Leyendas de Fútbol), ma vengono sfruttate in quanto celebrazioni pubbliche di riconoscimento e non sicuramente come attribuzione di un valore altrimenti inesistente. Totti non ha avuto bisogno di una cerimonia per essere incoronato ottavo re di Roma, Barcellona non ha fatto domanda di adozione perché Messi diventasse il figlio prediletto della sua famiglia.

Eppure gli statunitensi ci hanno tenuto a precisare l’ufficialità del rango occupato da Bale nella storia madrilena, e la ragione di questa scelta non è nemmeno di difficile decifrazione. Non sono bastati gli elevatissimi picchi tecnici mostrati sul campo, né tantomeno i numeri e i trofei accumulati tra le mura del Bernabéu, affinché il gallese arrivasse realmente ad occupare un posto privilegiato nell’immaginario collettivo della tifoseria blanca. Il suo è stato un volo con un’ala spezzata, la quale non gli ha impedito di eseguire piroette e acrobazie di singolare eleganza, ma che lo ostacolava costantemente nel riprendere quota e nello sfruttare le correnti d’aria in suo favore. Delle difficoltà che si sono fatte sempre più evidenti con il passare degli anni, tanto che la dimensione precaria in cui si è assestato ha reso il pubblico insensibile di fronte allo status di leggenda che il Real gli ha attribuito per i meriti sportivi

Ignorando le vicissitudini passate, poco dopo il suo sbarco negli USA Bale ci ha comunque tenuto a rendere visita agli ex compagni, impegnati circa un mese fa in una breve tournée americana con tappa proprio a Los Angeles.

I sorrisi e gli abbracci del gallese sono impostati, rigidi, e solo con Ancelotti e Modric si prolungano in uno scambio di qualche battuta. Rappresentato in scultura, il gallese non potrebbe essere accostato ad un’opera di Policleto, dove la tecnica del chiasmo concedeva una spontanea dinamicità alle raffigurazioni. Gli si addirebbe invece un Kouros del periodo arcaico, una figura tipicamente ieratica e il cui sorriso somiglia in maniera marcata a quello stampato sul suo volto.

Questa rigidità quasi innaturale riflette un sentimento di freddezza mista a distacco che è parso accompagnarlo lungo la seconda parte di carriera. Durante il periodo di tendenziale declino delle sue prestazioni a livello di club infatti non ha mai dato l’impressione di volere realmente invertire l’andamento discendente. Anzi, al contrario ha fatto parlare di sé unicamente per una serie di immagini episodiche che testimoniavano disinteresse verso ciò che accadeva a lui e alla squadra. Lo si è visto appisolarsi in panchina, ridere alle spalle dei compagni e totalmente avulso ai festeggiamenti post vittorie. A questi va aggiunto ovviamente l’iconica bandiera gallese con impresso “Wales. Golf. Madrid. In that order“, sventolata a seguito della qualificazione a Euro 2020. Insomma, non è mai sembrato importargli granché di non essere protagonista sul campo, di non poter sfoggiare con costanza le sue qualità fuori scala, di deludere le aspettative di coloro che lo credevano capace di insidiare l’egemonia totalitaria di Messi e Cristiano Ronaldo.

Wales. Golf. Madrid. In that order
Bale sorridente dietro a quella famosa bandiera. (Photo by Athena Pictures/Getty Images – OneFootball)

È proprio l’indifferenza, la caratteristica che più lo ha contraddistinto dall’esterno, a renderlo estremamente simile al protagonista de “Lo Straniero”, uno dei romanzi più celebri dell’autore francese Albert Camus. Il romanzo racconta la vita di Meursault, bloccata nel conformismo banale e monotono di un impiegato d’ufficio. Come Bale, Meursault è continuamente disinteressato da quanto accade intorno a lui, a tal punto da sembrare privo di una sfera emotiva, dando esclusiva priorità ai suoi bisogni fisici. Senza stimoli e obiettivi, non ha alcun tipo di controllo sugli avvenimenti, nei quali si lascia trascinare passivamente. Uno stile di vita che segnerà la sua condanna, perché lo condurrà a commettere un omicidio per il quale gli sarà inflitta la pena capitale.

Meursault e Bale – specialmente la versione più recente del gallese – condividono l’estraneità da loro stessi e da ciò che li circonda. Entrambi sono incapaci di condurre un’esistenza paragonabile a quella di chi è come loro. Sembrano non sapere, oppure non volere, trovare un senso nelle azioni degli altri, una massa che per loro è opaca e poco definita poiché irrilevante. Non a caso, tutti i gossip di spogliatoio trapelati negli anni hanno trasmesso l’immagine di un Bale mai realmente parte del gruppo madrileno. Perché, per esempio, rispettare il suo ciclo del sonno spesso era più importante di cenare con la squadra. E imparare lo spagnolo non era per lui di fondamentale interesse, come ha confermato Marcelo tempo fa.

Bale non parla [nello spogliatoio] perché parla solo inglese e comunichiamo a gesti. Gli dico solo “Hi”, “Hello” e “Good wine”.

Così facendo, le relazioni sociali che si coltivano non possono dunque che essere convenzionali, di comodo e spoglie di un valore affettivo. Il linguaggio non verbale nel video mostrato in precedenza va proprio in questo senso. Dei saluti che sanno di solitudine, dovuta ad un’indole atipica, differente da quella del calciatore standard e dunque, appunto, estranea al mondo in cui è immersa. Ma perché il gallese, così come Meursault, non sente il bisogno di dover cambiare attitudine, adeguandosi ai parametri di quella che viene definita come la normalità?

Bale tra i festeggiamenti Real Madrid
Bale lascia il campo durante i festeggiamenti per la conquista della Liga nel 2020. (Photo by Denis Doyle/Getty Images – OneFootball)

Tramite il racconto della storia di Meursault, Camus voleva affrontare il tema dell’assurdo, un concetto che nasce dalla messa in relazione dell’innata razionalità umana, che spinge gli uomini alla costante ricerca di spiegazioni, e dell’irrazionalità intrinseca all’esistenza stessa. Il significato attribuito alla vita infatti non ha, e non può avere, un valore univoco, perché in termini assoluti è semplicemente indefinibile. Ciò che afferisce unicità ai due protagonisti odierni è proprio la reazione a questo dualismo incompatibile. Mentre gli altri tentano di associare le due dimensioni, come se un bugiardino illustrasse loro le indicazioni da seguire, farcendo la vita di convenzioni, scopi e passioni che la rendono apparentemente densa di contenuto, Camus mostra minuziosamente un Meursault che senza opporsi convive con questa incompatibilità, la accetta (pur non rendendosene conto per gran parte del romanzo). L’idea di un’esistenza senza fondamenta rappresenta nel suo personale immaginario una sorta di dato di fatto, ragion per cui tende ad agire in maniera reattiva, reticente alla presa d’iniziativa. D’altronde, se la vita stessa non ha un senso, quale motivo c’è di dover fare qualcosa? Nulla più di questo interrogativo retorico pare più azzeccato per esprimere il paradosso calcistico di Bale

In fondo non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine.

Le parole di Meursault riecheggiano nel Bernabéu, dove Bale si è abituato all’idea di non dover essere la locomotiva trainante della squadra. Pur restando a lunghi tratti il leader tecnico, quando in campo, non ha mai assunto il ruolo di guida emotiva, al contempo causa e conseguenza della sua estraneità rispetto ai compagni. Quando ha cominciato a sedersi in panchina con frequenza, soprattutto durante la gestione Zidane I, non si è dato a rivolte colme d’ira (a cui ci si poteva attendere, visto il calibro che rappresentava all’epoca), ma la sua è sembrata piuttosto un’inerme accettazione, falcidiata dai continui infortuni. Il paradigma preso come mantra pareva essere qualcosa del tipo: “Non gioco? Va bene; Gioco? Ancora meglio.”. Così, se chiamato in causa, entrava in campo senza particolari risentimenti, come se nulla fosse.

Una condizione psicologica che si ritrova nel cammino culminato con la conquista della Champions del 2018, senza dubbio una delle vette più alte toccate dal gallese. Dopo aver giocato complessivamente appena 99′ nell’intera fase finale del torneo, entra al 61′ nella finale contro il Liverpool e infila i due gol decisivi, tra cui quello pazzesco in rovesciata (nel caso ve lo foste dimenticati, ma pure se ve lo ricordate, vale la pena riguardarlo). Da qualsiasi calciatore in una situazione simile avremmo pronosticato l’alzamento di un rabbioso polverone che avrebbe inghiottito l’allenatore o la società, rei di non averlo trattato in maniera leale. L’abbiamo visto fare di recente persino a Perisic a seguito della doppietta in Coppa Italia. E invece Bale fa spallucce e risponde pacato alle domande dei giornalisti, perché ad ogni idea ci si fa l’abitudine.

Ovviamente sono deluso di non aver iniziato la partita. Pensavo di meritarmelo, ma è l’allenatore che prende queste decisioni e cosa ci puoi fare…

Gol di Bale, finale di Champions del 2018
La spettacolare bicicletta di Bale nella finale di Champions League del 2018. (Photo by David Ramos/Getty Images – OneFootball)

A questo punto la questione che viene a galla è un’altra, altrettanto lecita. Perché Bale, sotto l’ombrello della sua estraneità, ha dovuto subire violente e regolari piogge di critiche da chi lo osservava? Perché, nonostante il suo talento l’abbia condotto ad innumerevoli successi, è ancora necessario sottolineare che per il Real è e rimarrà una leggenda ufficiale? È qui che viene in nostro aiuto Roberto Saviano, che nella sua introduzione allo Straniero offre un’analisi accurata dell’effetto suscitato da Meursault nel pubblico.

Non ci piace Meursault, è apatico […] Infastidisce chi si aspetta – la quasi totalità dei lettori – una progressione della sua psicologia nel romanzo, chi vorrebbe che a un certo punto si svegliasse e urlasse al mondo il suo pentimento, che spiegasse le sue ragioni, che si giustificasse, che si difendesse.

Saviano fa riferimento alla seconda metà del romanzo, durante la quale il lettore segue il periodo del processo verso Meursault. Neanche qui, dove la posta in gioco è massimale, sa divincolarsi dall’indifferenza, rimanendo alienato persino in un contesto in cui rappresenta il centro nevralgico. Non riesce a ritagliare il suo spazio d’espressione tra le parole di avvocati e giudici, ne resta escluso, tanto da sembrare rassegnato al suo destino. Ma non tanto per aver preso coscienza dell’atto commesso, come spiega Saviano, quanto più perché “come non ha potuto decidere della sua nascita, allo stesso modo non potrà decidere della sua morte”.

È come se in chi critica si innescasse un meccanismo automatico di riconoscimento delle potenzialità, e il fatto che una persona non sia in grado di spremerle fino all’ultima goccia lasci gli osservatori ancora assetati. Così ecco comparire le dita puntate verso Bale, accusato di scarsa professionalità e ridotto ad un valore nullo. Chi non ha valore, però, non può certamente chiudere la sua carriera con cinque Champions League in bacheca. I giudizi di disapprovazione che negli anni sono stati rivolti all’ex madridista sono semplicemente il frutto di una maniera differente di percepire l’assurdo. Perché mentre Bale accetta l’irrazionalità del suo percorso calcistico, la critica non sa capacitarsene, e la ricerca di una spiegazione razionale trova risultato unicamente in raffiche di colpe e difetti attribuiti alla figura del gallese. Meursault non è stato condannato a morte per l’omicidio che ha commesso, ma per l’incapacità della giuria di comprendere l’esistenza di una possibilità di convivere con l’irrazionale. E così anche Bale, innocente sul campo e macchiato, secondo il pubblico, nell’attitudine.

Per quale ragione avrebbe dovuto partecipare ai festeggiamenti insieme ai compagni? Per quale ragione avrebbe dovuto imparare lo spagnolo, se in campo non gli era necessario? Per quale ragione non avrebbe dovuto accettare il fatto di sedersi in panchina? Sono tutte domande che non possiedono una risposta, e che tuttavia sono spesso state affrontate in chiave di rimprovero da tifosi e addetti ai lavori sottomessi al gioco dell’assurdo. Dal canto suo, Bale non ha nemmeno mai provato a porsi di fronte a questi quesiti, alimentando l’immagine dello straniero.

Bale Real Madrid
La fatica di Bale in un derby di Madrid del 2019. (Photo by Oscar Del Pozo / AFP – OneFootball)

Bale non ha quasi mai fatto la voce grossa per tentare di difendersi, ricordando lo stesso Meursault nell’aula del tribunale. Il peso di non essere mai stati compresi però ha portato entrambi a cedere ad un momento di sfogo, prossimi all’epilogo delle loro storie. A far detonare Meursault è stata la saccente condiscendenza del prete che gli ha reso visita poco prima dell’esecuzione, il quale lo definiva acciecato perché nemmeno in quella situazione si allineava al credo cristiano.

Gli rovesciavo addosso tutto quello che avevo nel cuore, conati in cui si mischiavano gioia e collera. Sembrava così sicuro, vero? Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna […] Certo, io sembravo a mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e della morte che mi aspettava. Sì, non avevo altro.

Ancora una volta, Camus non poteva essere più esplicito. È il ritratto di uno straniero che non soffre per la sua estraneità, soffre per l’effetto della sua estraneità su chi straniero non è. In altre parole, la rabbia accumulata da Meursault è la conseguenza del trattamento che gli riserva chi non è come lui. Un complesso di superiorità, quello degli altri, che quanto a lui non disturba, ma che sfociando in una dottoraggine supponente di offrire massime assolute diventa intollerabile. Proprio perché si traduce in addossamenti di colpe per non aver cercato una risposta all’irrazionalità.

Lo sfogo di Bale ha le stesse volontà motrici. Per l’appunto, è stata una risposta ad una feroce opinione di Marca, un articolo che lo dipingeva come un parassita sciupa soldi per il Real Madrid. Il gallese si è ribellato alla sfacciataggine dei giornalisti che spesso hanno dibattuto attorno a polemiche per lui inesistenti, affibbiandogli capi d’accusa che lui neppure lontanamente identificava come tali, ma che emergevano unicamente per non essersi amalgamato al mondo intorno a lui. Condotto allo stremo da anni in cui percepiva troppi sguardi di sufficienza, Bale ha fatto di Marca il suo prete, esprimendo così un rifiuto di trovare un senso al vincolo del dover fare.

L’idea di dover essere un superuomo per mantenere il proprio posto nell’industria sportiva è qualcosa che non ha mai contemplato, e probabilmente è questo il motivo per cui ne è stato tagliato fuori prima di quanto ci si potesse aspettare. I rimpianti tuttavia non appartengono agli stranieri, consapevoli di non essere destinati a ciò che non accade.

Stabilire quale sia la strada migliore da percorrere è una valutazione complicata. Evitare l’assurdo o vivere al suo interno? Certo è che le due vie non potranno mai trovare un punto di intersezione, come dimostrano le storie di Meursault e Bale.

Autore

Classe 2000, svizzero di nascita ma italiano di stirpe. Figlio del pallone e attratto da fenomeni paranormali come l'esterno di Modrić, il tiro di Adriano o la mente di Guardiola.

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