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INTERVISTE

Interviste di Lusso: Beatrice Merlo

Veste nerazzurro da dodici anni ed è uno dei talenti più giovani della sua squadra: ad incarnare questo paradosso troviamo Beatrice Merlo, terzino di spinta dell’undici interista.

L’Inter Women nasce nel 2018 sulle ceneri della preesistente Inter Milano, dando vita ad un progetto fresco destinato a seguire la retorica del climax. Nonostante la stagione altalenante, l’undici di Sorbi ha dimostrato di aver carattere, spesso usato come arma per rialzarsi in momenti difficili. Una delle pedine che esprime al meglio questo spirito, condito con una buona dose di grinta, è proprio la tredici nerazzurra.

Velocità, fisicità e determinazione: non sono le uniche cose che sappiamo su Beatrice Merlo. Durante l’intervista, la giovane milanese classe ’99 racconta la sua tenacia nelle squadre maschili, la voglia di mostrarsi come loro pari, l’approdo all’Inter, il Mondiale in Costa Rica. E poi l’umanità di De la Fuente e le parole di Marta Carissimi, quando appena quattordicenne veniva aggregata in prima squadra.

Beatrice Merlo e Chiara Marchitelli
Beatrice Merlo a coprire Chiara Marchitelli (Foto: Imago Images – OneFootball)

Due chiacchiere con Beatrice Merlo

RdL: Ciao Beatrice, e grazie per aver accettato di chiacchierare con noi. Partiamo dal principio, com’è nata la tua passione per il calcio? C’è qualcosa che ti piace particolarmente raccontare riguardo i tuoi primi passi con il pallone?

B: Ho iniziato a giocare a calcio con mio fratello a quattro anni, prima nel Parma Calcio Lombardia e poi alla Masseroni Marchese. Tutta la mia famiglia è appassionata di questo sport, e io non potevo che crescere con la stessa attitudine. Ricordo che da piccola mi regalavano le Barbie e non mi piacevano, così ci giocava mio fratello. Io per fargli i dispetti le avvicinavo al destro e le calciavo.

RdL: Quindi palleggiavi con le Barbie?

B: A quattro anni non sapevo ancora palleggiare, sfortunatamente.

RdL: Tu, come molte compagne, hai iniziato a giocare con i bambini. Come hai vissuto la tua esperienza nelle fila maschili? Che ricordi hai?

B: Ricordo che volevo far passare il messaggio che quella bambina in realtà poteva giocare come loro, e volevo dimostrarlo a tutti i costi. Con i maschi devi avere più grinta, devi essere più cattiva, sportivamente parlando. Iniziare il percorso con una squadra maschile mi ha aiutata molto a sviluppare la combattività agonistica. Con il passare degli anni, loro s’irrobustiscono molto di più rispetto ad una ragazza, e tu ci devi mettere tanto fisico e ancor più determinazione. Insomma, il classico “palla o gamba”. Poi ricordo che da piccola, com’era normale che fosse, mi cambiavo nello spogliatoio dell’arbitro. Uscivo ed ero triste perché sola, però i miei compagni appena erano pronti mi chiamavano per stare insieme. In fin dei conti, il gruppo squadra si crea soprattutto in spogliatoio.

RdL: E loro come si ponevano nei tuoi confronti?

B: All’inizio si facevano un po’ di riguardi, mi passavano la palla piano ad esempio. Poi, quando hanno capito di che pasta sono fatta, le cose sono cambiate. Io e un mio compagno ci sfidavamo a chi facesse più gol in campionato, solo che io ero un difensore e lui una punta, ma nonostante ciò ha vinto con sole due reti di vantaggio.

Beatrice vince il premio come miglior giocatrice alla Masseroni Marchese
RdL: Quale pensi sia stata la tappa più importante per il tuo percorso di crescita come atleta?

B: Ho ancora tanto da migliorare e la mia crescita non è ancora arrivata al culmine. Lo dico sia per quanto riguarda la Beatrice Merlo in campo sia per quella fuori.  Un momento che non scorderò mai è il Mondiale in Costa Rica, dove avevo 14 anni ed ero la più piccola. Il gruppo era ’97-’98, io ero l’unica fuori quota. Quella è stata un’importantissima tappa: quattordici anni, un mese fuori casa con persone che praticamente non conoscevo, vedere un altro Stato, conoscere persone di nazionalità e culture differenti dalla mia.

RdL: Credi che in questo caso, crescita e salto di qualità coincidano?

B: Sì, credo che le due cose coincidano in fin dei conti. Prima di Costa Rica 2014, avevo giocato due partite in Serie A. Per la prima volta ho giocato anche contro ragazze più grandi di me, poi c’è stata la convocazione in Nazionale. Al Mondiale (U17, ndr) ho giocato in quasi tutte le partite, tranne contro il Venezuela.

RdL: Questo momento però risale a sette anni fa. Cos’è cambiato dopo il Mondiale?

B: Ho preso più consapevolezza delle mie potenzialità. Ho sempre saputo di voler giocare a calcio, ma con il Mondiale ho capito veramente che era questa la mia strada. Prima non sapevo dove mi avrebbe portata questa mia passione.

RdL C’è un allenatore che, nella tua percezione, ha creduto più di altri in te?

B: Ho iniziato a giocare con mio fratello e abbiamo avuto sempre gli stessi allenatori: sono loro che per primi hanno creduto in me. Hanno iniziato a darmi fiducia e a farmi giocare, mi dicevano che ero forte. Volevano che andassi altrove per crescere ancora di più perché ero una ragazza in una squadra maschile, e non avrei potuto giocare con loro ancora molti anni. I miei compagni erano più piccoli di me, ma per il mio percorso sarebbe stato meglio cercare una realtà femminile.

RdL: E all’Inter?

B: All’Inter un allenatore di cui ho un bellissimo ricordo è De La Fuente. Ci ha allenate fino alla conquista della Serie A. Con lui mi sono trovata benissimo e mi ha aiutata a crescere, sia tatticamente sia mentalmente. Avevamo un rapporto professionale e umano molto bello, ma non solo con me, con tutte. Se avevi dei momenti no, come può succedere, lo capiva e si comportava in maniera empatica. Ho un bel ricordo di lui.

RdL: Quando è arrivato il primo contatto con il club nerazzurro?

B: Avevo solo un altro anno a disposizione per giocare con i maschi, a 12/13 anni la differenza fisica si notava. Ai tempi giocavo con il Masseroni Marchese. Il primo contatto con l’Inter è arrivato dopo una partita da rivali. Gli osservatori hanno chiesto al mio allenatore di potermi parlare e poco dopo ho sostenuto dei provini. All’inizio ero un po’ imbarazzata, quando cambi squadra è sempre un po’ un approccio in punta di piedi. Poco dopo, però, avevano già iniziato a farmi giocare con le ragazze più grandi.

RdL: Dalla squadra maschile passavi a giocare con ragazze molto più grandi di te. Qual è stato l’approccio?

B: Quando mi allenavo in prima squadra ero sempre timidissima e parlavo poco. A 14 anni giocavo con grandi nomi del calcio femminile. Ho imparato molto da loro. L’unica persona che si è seduta accanto a me in spogliatoio il primo giorno è stata Marta Carissimi. Mi rassicurava dicendomi di stare tranquilla, di giocare in modo semplice e di andare da lei se ce ne fosse stato il bisogno. In partitella era come se avesse il joystick per telecomandarmi e dirmi cosa fare, lo faceva solo per aiutarmi a fare sempre la cosa più semplice e corretta. Ho acquisito sicurezza e ho iniziato a prendermi qualche rischio anche grazie a lei.

RdL: Prima che iniziasse la stagione, ai microfoni di Inter Tv esprimevi la tua determinazione nel crescere e migliorare alcune tue lacune. Facendo ora un piccolo bilancio con te stessa, ti ritieni soddisfatta?

B: Quando si dice che non si smette mai di imparare e migliorarsi, è vero. Ogni anno lavoro sempre di più sui miei punti deboli. Io, ad esempio, ho sempre usato pochissimo il piede sinistro. Ora ho iniziato ad usarlo un po’ di più, ma la strada è ancora tanta: non devo mai smettere di migliorarmi. Sto anche lavorando molto sull’approccio mentale costante durante i 90 minuti di gioco e su alcune questioni tattiche difensive. I miei critici più severi sono mio papà e mio fratello. Con loro riguardo sempre le mie partite, che improvvisamente da 90 minuti diventano un film di sei ore.

RdL: Nel derby in Coppa Italia vi siete tolte una grandissima soddisfazione e dimostrato carattere. Con la Roma, nonostante il risultato, non avete mai smesso di crederci. Qual è l’obiettivo di questo finale di stagione?

B: L’obiettivo è fare più punti possibili da qui alla fine del campionato, dimostrare che noi ci siamo e stiamo consolidando il nostro progetto pian piano. L’anno scorso contro grandi squadre ci siamo prese alcune batoste, quest’anno siamo riuscite a giocarcela più positivamente. Siamo consapevoli che il nostro è un progetto giovane e che la crescita passa attraverso delle fasi.

RdL: Nel 2019, hai segnato il gol del 2-1 con una saetta dai 30 metri nel match contro l’Hellas Verona. Ricorderai anche tu il boato micidiale della tribuna. Quanto manca il tifo negli stadi?

B: Manca tanto in generale, anche se nel nostro caso avevamo iniziato ad avere un po’ più di tifo da poco. All’inizio gli unici supporters erano familiari, amici, qualche appassionato/a. Quando però giochi contro squadre come la Juve che hanno proprio gli ultras, ti senti carica. Il tifo ti sprona, ti dà una spinta nei momenti difficili dei match. All’inizio non sei abituata ai cori e ti imbarazza. Poi però ti danno la carica, alla fine sono persone che vengono allo stadio per vedere anche te, non puoi deluderli.

Beatrice Merlo
Beatrice Merlo esulta dopo il gol del 2-1 contro il Verona (Foto: Imago Images – OneFootball)
RdL: C’è una compagna di squadra che stimi particolarmente per qualità personali e professionali?

B: Stimo molto Ilaria Mauro. Lei è una persona sempre sorridente, è sempre pronta ad aiutare gli altri ed è una ragazza molto dolce. È una delle più grandi – anagraficamente – in squadra, ma è sempre pronta ad aiutare tutte. È una di quelle che arriva sempre prima ad allenamento e se ne va per ultima, in campo dà sempre il massimo e si sacrifica per la squadra. Contro la Roma, quando eravamo in difficoltà, spesso scendeva a tre quarti per aiutare.

RdL: Cosa si augura Beatrice Merlo per il suo futuro?

B: Vista la situazione attuale, spero che torni tutto come prima per tornare alla vita normale. Sapendo che il calcio non durerà per tutta la vita, devo pensare a crearmi un piano B, che può essere sia ciò per cui ho studiato, quindi grafica e social, sia lavorare in ambito calcistico, visto che sto dando tutto per questo sport. Infine, una cosa che mi auguro è riuscire quanto prima a conquistare la mia indipendenza.

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