fbpx
CALCIO ITALIANO

La rivincita di Fabio Grosso

Sotto la pioggia incessante che accompagna l’intera sfida tra Frosinone e Reggina, Fabio Grosso segue gli ultimi istanti di gara con un velo di commozione che da lì a pochi secondi tracimerà in un pianto liberatorio. Nel momento in cui l’arbitro fischia la fine dell’incontro e decreta la promozione del Frosinone in Serie A, Grosso si porta le mani al volto e realizza l’impresa appena compiuta.

Ad agosto il Frosinone non era nel lotto delle favorite per la promozione diretta. Per motivi economici, tecnici ed anagrafici i ciociari sembravano un paio di passi indietro le più quotate Cagliari, Genoa, Parma e Venezia, che potevano fregiarsi anche della presenza di allenatori con alle spalle diverse promozioni (vedi Liverani e Pecchia) o con idee di calcio già ritenute riconoscibili ed efficaci (vedi Javorcic). Il Frosinone aveva invece Fabio Grosso, alla sua terza stagione – la seconda completa- in Ciociaria e con alle spalle un curriculum modesto. Dopo le prime esperienze in cadetteria nessuno indicava Grosso come un allenatore dal sicuro avvenire. Difatti, l’avventura più positiva della sua breve carriera da allenatore era distante quasi un decennio, quando ancora non si era cimentato con il calcio dei grandi.

Esordi e battesimo tra i grandi

Terminata la carriera da calciatore con un ruolo più simbolico che pratico nella Juventus di Conte, Grosso ha le idee chiare. Entra subito a far parte dello staff giovanile bianconero, dove l’apprendistato dura poco. Dopo qualche mese da vice di Zanchetta nella Juventus Primavera, prende le redini della squadra nel marzo del 2014, conquistando la fiducia della dirigenza negli ultimi mesi di stagione e inaugurando un sodalizio che si estenderà fino all’estate del 2017. Nel triennio a Torino sperimenta sistemi di gioco, sviluppa giocatori e si toglie la soddisfazione di vincere un Viareggio, anche se il punto più alto della sua esperienza coincide con la sconfitta nella finale scudetto contro la Roma di mister De Rossi. Non riesce a pareggiare il dominio della squadra di Allegri, ma riporta dopo quasi un decennio di delusioni la Juventus ai vertici del calcio giovanile. Da un punto di vista tattico, in quella Juventus sfrutta la duttilità di Grigoris Kastanos per alternare il 4-3-1-2 al 4-3-3 che poi rivedremo con continuità nelle future esperienze. Sotto la sua ala emergono i vari Lirola, Favilli, Audero e Romagna, tutti finiti in orbita prima squadra senza poi riuscire a rimanerci.

Il passo successivo, come definito da Grosso stesso, è un vero e proprio salto nel calcio dei grandi, dato che accetta la panchina del Bari. Grosso esordisce dunque in una piazza bollente, le cui ambizioni spesso non collimano con quelle della dirigenza. Il giorno della presentazione, un Grosso gaudente e carico di entusiasmo prima di prendere la parola viene anticipato dall’addetto stampa che annuncia l’assenza a causa di un contrattempo del presidente Cosmo Giancaspro. Ad ascoltarlo oggi, sembra un presagio nefasto di ciò che avverrà nei mesi successivi. A Grosso viene messa a disposizione una rosa di buon livello, allestita con criterio dall’ottimo direttore sportivo Sean Sogliano. Il rendimento è solido nei primi mesi, tanto che al termine di un derby contro il Foggia vinto al fotofinish i biancorossi raggiungono la vetta della classifica. Da quel momento in poi la squadra non regge il passo delle contendenti alla promozione diretta e, come un ciclista andato fuori giri per reagire agli strappi di un avversario, cede ed imposta un ritmo più conservativo per concludere la tappa.

Fabio Grosso siede sulla panchina del Bari
Fabio Grosso siede sulla panchina del Bari. (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

All’interno di un percorso dal rendimento ondivago, Grosso vara diverse soluzioni per venire incontro alle caratteristiche della sua squadra. La stella polare del suo Bari è sempre la ricerca dell’ampiezza, data dalle ali nel 4-3-3 di fine ed inizio stagione o dagli esterni alti nel 3-5-2/3-4-3 a cui ripiega per proteggere una difesa tutt’altro che granitica. Mentre la difesa è l’ancora per le ambizioni della squadra, il propulsore è Christian Galano, nel pieno degli anni in cui l’appellativo Robben del Tavoliere non è un delirio parossistico di una piazza fuori di senno ma un’investitura (pesante ed esagerata) per un giocatore dal talento indiscutibile.

Il ritmo balbettante della seconda metà di stagione porta il Bari a concludere la regular season con un accettabile sesto posto, diventato settimo a causa dei 2 punti di penalizzazione comminati a pochi giorni dall’inizio dei playoff, a causa del mancato pagamento dei contributi Irpef (pratica in voga tutt’ora). Il malus in classifica condanna il Bari a giocare il primo turno dei playoff in trasferta al Tombolato di Cittadella, dove andrà in scena quella che per più di 4 anni sarà l’ultima partita del Bari in Serie B. Il fallimento della società, giunto nel cuore di un’estate da film horror per il tifo biancorosso, raderà al suolo il progetto tecnico abbozzato da Grosso, con quest’ultimo che si accaserà nell’Hellas Verona appena retrocesso dalla Serie A.

Delusioni e scelte sbagliate

Guardandole a posteriori, le scelte di carriera di Grosso peccano di lungimiranza. Esordisce nei grandi in una piazza frustrata e impaziente con alle spalle una società che è una polveriera; l’anno dopo sceglie Verona dove non ha margini d’errore e dopo, come vedremo, fa il suo battesimo di fuoco in Serie A nel Brescia di Cellino, un teatro degli orrori a cielo aperto.

A Verona il rapporto con tifosi e società si incrina sin da subito: il presidente Setti dichiara a mezzo stampa di voler tornare in Serie A e la piazza, avvelenata per la retrocessione ancora da metabolizzare, non ha tempo per assecondare il percorso di crescita di un allenatore semi esordiente. Grosso fa tentativi, mischia le carte, passa dalla difesa a 4 alla difesa 3, dal rombo di centrocampo ad un pragmatico 4-4-2 senza mai abbandonare l’originario 4-3-3. In conclusione, per la seconda volta consecutiva non riesce a dare una forma compiuta alla rosa a disposizione. Anche qui riesce a lavorare bene con alcuni giocatori, lanciando, in parte, la carriera di Mattia Zaccagni e valorizzando i vari Henderson e Dawidowicz. Zaccagni stesso, che con Grosso vive la prima stagione continua e positiva della sua carriera, dirà che la sua più grande dote è quella di saper leggere le capacità dei giocatori e tirar fuori il meglio da loro.

Grosso con il Verona
Fabio Grosso impegnato nel dare istruzioni al suo Verona. (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images – OneFootball)

La parentesi Verona si concluderà, in modo sorprendente, a 2 giornate dalla fine della regular season, con la squadra quinta in classifica e da diverse settimane fuori dalla lotta per la promozione diretta. La scelta di Setti, per quanto sui generis, si rivelerà vincente: Aglietti, subentrato a Grosso, ottiene la promozione in Serie A tramite playoff gettando ulteriori ombre sull’operato di Grosso e sul suo valore come allenatore. Il campione del mondo, anni dopo, palesando una punta di risentimento, definirà Verona un ambiente difficile e il gruppo che ha ottenuto la promozione nella post season già plasmato da lui.

L’esperienza, per certi versi traumatica, segna Grosso nel profondo, che da quel momento prende decisioni rivelatesi ancora più sbagliate e già in principio quantomeno singolari. Sale a bordo del Brescia di Cellino a metà campionato, facendo così il suo esordio in Serie A. L’esperienza dura 27 giorni, durante i quali il Brescia mette in fila 3 sconfitte, incassa 10 gol e non ne mette a segno nemmeno uno. Dopo la terza sconfitta contro l’Atalanta Grosso parla di un calendario favorevole da quel momento in poi, e fa quasi tenerezza vederlo lambiccarsi alla ricerca di una soluzione sapendo che il suo destino è nelle mani di un uomo che come hobby tritura allenatori.

Grosso si ferma, medita e a giugno riparte sposando un progetto tanto inatteso quanto esotico. Forse per disintossicarsi dall’Italia o forse per seguire le orme del suo compagno di Nazionale Gattuso, accetta la panchina del Sion. Di rilevante, in quei 9 mesi in Svizzera, c’è il ritorno alla vittoria in campionato dopo più di un anno e mezzo di astinenza. L’ultima risaliva ad un Perugia-Verona del marzo 2019, mentre con il Sion ottiene la prima vittoria alla sesta giornata del campionato svizzero, il 25 novembre 2020. Nel mezzo 8 pareggi e 6 sconfitte tra Verona, Brescia e, appunto, Sion. In Svizzera ritrova Lubomir Tupta, attaccante del suo Verona, e soprattutto Luca Clemenza, perno della sua Juventus Primavera ed elemento sempre accostato alle squadre in cui ha allenato, ma neanche la loro vicinanza lo salva da un esonero telefonato. Grosso lascia il Sion all’ultimo posto dopo 23 giornate di campionato e in quel momento in molti iniziano a credere che, forse, allenare non faccia per lui.

Grosso però ha la fortuna e il merito indiscusso di essere un campione del Mondo, e come diversi suoi compagni ugualmente decorati ha credito sufficiente per ottenere un’altra possibilità in una piazza importante e, soprattutto, ambiziosa.

Il capolavoro Frosinone

Quella 2022/23 è la seconda stagione completa di Grosso come allenatore del Frosinone. Specifichiamo seconda perché a Grosso la panchina del Frosinone viene affidata nell’aprile 2021, in sostituzione di un altro campione del Mondo, Alessandro Nesta. Grosso traghetta la squadra verso un insipido decimo posto per poi immergersi nel nuovo lavoro dall’estate successiva. La prima, vera, stagione di Fabio Grosso al Frosinone si conclude al nono posto in classifica, appena fuori da una zona playoff a lungo abitata fino al calo verticale delle ultime giornate. Al deludente risultato finale fa da contraltare, ancora una volta, lo sviluppo e la crescita di diversi giocatori. Il primo Frosinone di Grosso è quello di Federico Gatti, miglior giocatore della Serie B 21/22, e di Alessio Zerbin, che a suon di sgasate sulla fascia sinistra guadagna un posto nel roster scudettato del Napoli. Ma anche di Gabriel Charpentier e di Matteo Ricci. Il primo minaccia di essere un centravanti potenzialmente dominante per la categoria prima di incappare in una stagione, questa, negativa e sfortunata; il secondo, dopo un lungo peregrinare, si impone come miglior vertice basso della categoria per poi accasarsi al Karamgurk di Pirlo al termine di lungo e misterioso periodo da svincolato.

Federico Gatti esordisce in Champions League con la maglia della Juventus dopo la stagione con il Frosinone. (Photo by FRANCK FIFE/Getty Images – OneFootball)

All’ombra di questi ragazzi in rampa di lancio si sviluppa l’impianto tecnico e il nucleo emotivo sui quali poggerà il Frosinone 22/23. Grosso individua quali saranno i suoi pretoriani: i vari Cotali, Boloca, Garritano e Rohden vengono confermati per poi essere affiancati da ragazzi alle prime armi e da un paio di veterani che conoscono la categoria a menadito. Nella prima categoria rientrano, in ordine di importanza, Caso, Mulattieri, Turati, Moro, Borelli, Frabotta e Monterisi; nella seconda Lucioni e Mazzitelli, reduci dalle promozioni con Lecce e Monza, ma anche Sampirisi e, dopo il mercato di gennaio, Bidaoui e soprattutto Baez. La mente dietro questo progetto è quella di Guido Angelozzi, uno dei migliori direttori sportivi italiani. Il fiore all’occhiello della sua campagna acquisti per molti sarà Caso, per altri Turati o Mulattieri, ma l’acquisto che ne incarna le abilità di fine osservatore è Anthony Oyono, terzino gabonese classe 2001 ben strutturato, di grande passo e con solidi fondamentali tecnici, pescato dalla quarta serie francese nell’estate del 2021. Dopo una lunga fase di ambientamento e un brutto infortunio, diventerà un elemento fondamentale nelle rotazioni di Grosso.

Il Frosinone 22/23 è una macchina da guerra che sprigiona tutti i suoi cavalli sin dalle prime giornate, quando nonostante il rendimento altalenante mette in mostra individualità importanti e un sistema di gioco già collaudato e che si sposa alla perfezione con le caratteristiche dei giocatori. Con la vittoria in trasferta a Venezia e quella successiva, all’ultimo minuto, contro il Bari la squadra acquisisce un boost di fiducia che le fa sbaragliare la concorrenza. Dopo 10 giornate prende la vetta solitaria della classifica, dopo 20 il vantaggio sulla terza classificata è già in doppia cifra.

Grosso non adotta un undici tipo, ma si può comunque ricostruire lo scheletro della squadra partendo dal portiere, Stefano Turati. Scuola Sassuolo, classe 2001 e già titolare nella Nazionale U21, Turati ha il compito più difficile di tutti: farsi trovare pronto in pochi momenti specifici nell’arco della stagione. Il titolo di miglior difesa del campionato e di squadra che ha concesso meno xG agli avversari lo divide equamente con il resto del reparto difensivo, capeggiato da Fabio Lucioni. L’ex Lecce è alla terza promozione in Serie A in carriera, tutte negli ultimi 7 anni. Con la testa bendata una giornata si e l’altra pure, Lucioni ha retto l’intero reparto facendo leva sulle sue letture difensive sempre puntuali e mascherando con astuzia e mestiere limiti atletici ormai evidenti. Dinanzi a lui, l’eminenza grigia di questo Frosinone: Daniel Boloca, regista o mezzala di possesso dallo stile minimale ma raffinato e caratteristico. Lui può definirsi una creazione di Fabio Grosso, che prima lo sviluppa come spalla di Ricci e poi gli affida i codici della squadra. Boloca, classe 97’, è un centrocampista prettamente difensivo ma che non disegna l’impiego in zone più avanzate del campo. Sfrutta le gambe lunghe da fenicottero per eccellere nei duelli difensivi, conduce palla con un portamento regale, testa alta e petto in fuori, e con una falcata leggere ma decisa. Non è determinante in fase di rifinitura e finalizzazione, ma il suo lavoro nel riciclare palloni e modulare i ritmi d’attacco è fondamentale per l’equilibro della squadra. Nel reparto offensivo il punto di riferimento non può che essere Giuseppe Caso, il grimaldello per scardinare difese ermetiche ed il centometrista da innescare nelle lunghe transizioni offensive. Caso è un calciatore italiano che eccelle nel dribbling (in Serie B è il migliore per distacco) sfruttando una frequenza di passo palpitante, una caratteristica che lo rende un unicorno all’interno del nostro movimento calcistico. Di tutti gli elementi nella rosa del Frosinone è, assieme a Mulattieri, quello dal futuro più intrigante, e la prossima stagione ci dirà molto sulle sue prospettive.

Attorno a queste individualità speciali Grosso ha costruito una squadra sapiente, in grado di interpretare più spartiti tattici anche all’interno della stessa gara, prerogativa fondamentale in un campionato equilibrato come la Serie B. L’undici di Grosso ha pochi principi inderogabili – l’occupazione del campo in tutta la sua ampiezza è quello fondativo – ma plasma il suo modo di stare in campo in base alle esigenze del momento e della partita. In questo campionato ha sempre avuto il controllo dei match disputati, ma non obbligatoriamente con il pallone tra i piedi. Il Frosinone ha una percentuale di possesso palla in media con il resto della categoria e un PPDA (il rapporto tra il numero di passaggi effettuati dalla squadra che imposta e il numero di azioni difensive compiute dalla squadra che aggredisce senza palla) piuttosto elevato, sintomo che non disdegna fasi di difesa posizionale con un blocco medio-basso. Il segreto risiede sicuramente nelle caratteristiche del centrocampo, composto da terzetti sempre completi ed interscambiabili, che Grosso combina come un’alchimista bilanciando tutte le caratteristiche dei giocatori a disposizione. Da qui l’utilizzo costante di un elemento come Rohden, dinamico e diligente senza palla e abile negli smarcamenti alle spalle della linea difensiva in fase di possesso.

Oltre al centrocampo, il piano di gioco varia anche in base al centravanti scelto: Mulattieri è cattedratico nei movimenti senza palla, un moto perpetuo che stressa le difese fino allo sfinimento; Borrelli e Moro fanno invece un lavoro più fisico, fungendo da riferimento sui palloni alti e lavorando di sponda per le ali che tagliano in mezzo al campo. Questo insieme di abilità ha permesso al Frosinone di presentarsi come un enigma indecifrabile per le squadre avversarie. La sicurezza nella gestione del pallone disincentiva le squadre dal cercare azioni di pressing alto; mentre la strategia più comune, quella del blocco basso a difesa della porta, viene sopraffatta dall’enorme mole di giocatori con cui il Frosinone riempie la metà campo avversaria. I terzini hanno sempre un atteggiamento proattivo, chi garantendo ampiezza e sovrapposizioni, chi accentrandosi per fornire ulteriori linee di passaggio. Anche le ali assecondando le proprie caratteristiche: Caso e Insigne, i più impiegati, giocano a piede invertito e amano convergere verso il centro; Baez gioca sul piede forte e predilige ricezioni larghe. Il tutto orchestrato da un centrocampista di visione come Mazzitelli, per numeri e qualità il più sollecitato sulla trequarti avversaria. Questa fase offensiva ricca di soluzioni ha permesso al Frosinone di imporsi come miglior attacco del campionato, leader per tiri effettuati a partita e tra le prime per xG prodotti.

Da quando ha intrapreso la carriera da allenatore, Grosso ha sempre ribadito di essere interessato più al modo di giocare che al modulo delle squadre che allena. Difatti, pur riconoscendone alcuni schieramenti di riferimento, non lo si può definire un integralista. Questo Frosinone è la rappresentazione plastica di una serie di concetti che Grosso ha decantato e inseguito nel corso degli anni, alcuni dei quali sembravano astratti ed utopistici per un allenatore che peccava anche nelle cose basilari. Oggi si ritrova tra le mani una creazione partorita dalla sua visione, corroborata da uno staff dirigenziale che gli ha fornito una rosa adatta e da un gruppo che ha introiettato i suoi dettami. A pochi giorni dall’aritmetica promozione, a Frosinone c’è ancora aria di festa e, come dice Angelozzi, ci sarà tempo per pensare al futuro. Al netto di ciò, l’auspicio è che questa promozione sia la tappa intermedia di un percorso che, se rinnovato, potrà continuare a sviluppare giocatori importanti e a valorizzare le idee di un allenatore forse sottovalutato, da molti mal sopportato, ma sicuramente interessante.

Autore

In un'altra vita trequartista mancino, in un'altra ancora tennista con il rovescio ad una mano. In questa scrivo il più possibile

Lascia un commento

Top