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Damiano Fallerini

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Come è apparso ancora più evidente negli ultimi mesi, Bologna può essere il posto giusto per passare il Capodanno. Un posto, una città dove l’attaccante del momento, Joshua Zirkzee, si sta condannando a fare simpatia a tutti quanti.

Si tratta di Bologna che, a inizio gennaio, nel periodo delle feste, rimane sempre con i soliti tortellini e con i portici che conoscono tutti, insieme ad un turismo dai tratti ordinati. Una città che se ne sta con una temperatura tutto sommato sopportabile, dove ancora una volta in inverno c’è stato appena un accenno di neve, di fuori. Ma soprattutto, laggiù c’è un mondo tutto nuovo quest’anno perché, al primo giorno dell’anno, i felsinei erano quinti in campionato come non accadeva da davvero tanto. A Capodanno, in 18 partite avevano già accumulato 31 punti.

Attualmente, i rossoblù di Motta hanno dimostrato di detenere la terza difesa della Serie A per gol subiti, composta da liete sorprese come la rivelazione Calafiori e il fidatissimo Beukema. A centrocampo, hanno giurato fedeltà a Ferguson e a qualcun altro, ed un aspetto davvero fondamentale è stato rappresentato dalle tutte quelle soluzioni oltre la mediana, tutte quelle promesse giovani ed acerbe ma sempre utili, finora. Poi, sono rimasti funzionali alla causa anche in avanti dove, tra una grande turnazione di esterni di ruolo, è finalmente spiccato il suggestivo nove Joshua Zirkzee, alla grande.

Così, se Bologna può essere per molti passionali, ora, il capoluogo giusto dove passare il Capodanno, è perché il calcio cresce in coralità dentro un ambiente così paziente. E certamente, Thiago Motta è sembrato trovarsi in sintonia con tutta la squadra fino ai fuochi d’artificio del primo gennaio, e non solo, siccome è pronto a fare anche di più, in perfetto spirito natalizio. Di gruppo.

D’altronde, nel calcio non c’è nulla di meglio di un posto dove tutti si stringono e dove tutto prosegue bene, in sincera amicizia, oltre le aspettative della maggior parte dei tifosi. Perché infatti, nel capoluogo emiliano, si è capito che poco importa se le ultime due partite terminano meno bene. Dopo una sconfitta qualsiasi, a Bologna esiste sempre tanta fiducia, e per fortuna è così che funzionano le grandi stagioni.

Con giugno si avvicina il tempo del calciomercato ma anche quello dello shopping falso e annoiato, e ora più avanti capirete a cosa mi sto riferendo. Voglio dire, a giugno si gira per i negozi e per il calciomercato perché è aria di estate e c’è un attimino di pausa, magari. E vendono tutti i costumi ed i cappelli e gli ombrelloni gialli e le mezzali; le solite cose estive. Sembra sempre che tutti debbano comprare tutto ora, ma alla fine si va per luglio con gli acquisti.

Ambizioni vs aspettative

L’ambizione dovrebbe essere appena una silhouette – una sagoma in nero – di chiunque abbia un obiettivo immenso, soltanto 100 volte più grande di qualsiasi altra ombra. Per definizione, l’ambizioso deve vedere il suo sogno più grande di tutto il resto.

“Sì e no” secondo Douglas Sousa, il papino di Endrick Felipe Moreira de Sousa che oggi, per proteggere le ambizioni del figliolo  si ritrova a nascondere le aspettative della gente, pericolosissime, dietro a mobili ed armadi. Ma saranno quelli del trasloco in Spagna – Real Madrid 2024.

Però Endrick quando gioca a Calcio non è proprio un bluff.

Praticamente, Endrick è speciale come lo è una tigre della Tasmania. Una specie di quelle già estinte come si annunciava negli anni ’40 dello scorso secolo. Ne erano tutti sicuri e nel 2011 era piombato nei cinema “The Hunter“, pellicola con Willem Dafoe nei panni d’un antipaticissimo cacciatore alla ricerca dell’ultima individuo di “tilacino” (questo è il nome “esatto” della tigre), obiettivo lo sterminio della specie. E invece il film per la sensibilizzazione su un “animale morto” da decenni, viene immediatamente contraddetto 11 anni dopo. Nel mese di febbraio del 2022 l’ormai estinta tigre della Tasmania si fa un giretto in un centro abitato nei pressi di Melbourne, Australia. E naturalmente viene ripresa da un telefono, subito virale su Tik Tok. Il più straordinario dei non vi siete ancora liberati di me, sono ancora qui.

Endrick, che è nato il 21 luglio 2006 e sta per compiere “16 anni e mezzo”, fa un po’ così. Sbuca nel 2022 e già porta sulle spalle paragoni con tanti “morti”, almeno nei campi da calcio, calciatori che non si potrebbero ri-trovare né nelle strade né sul sintetico.

Endrick con la maglia del palmeiras
È solo l’inizio di un lungo rapporto tra Endrick e gli applausi (Photo by NELSON ALMEIDA/AFP via Getty Images – OneFootball)

Nel giochino del “lui somiglia a lui ed ha un po’ di lui e quando si muove in quel modo sembra quell’altro”, praticato soltanto per spiegare “che giocatore è” a chi non lo ha mai visto giocare, Endrick di tutto il mondo è quello con più parentele da campo. Detiene un certo albero genealogico di antenati, avi, zii e prozii, ascendenti, progenitori, padri e affini con cifre molto più elevate di qualsiasi famiglia di ceto nobile del XIX secolo. Ma quei tipi lì dovevano imparentarsi, per dovere. Ecco che se tutti gli umani hanno la certezza che la famiglia, alla nascita, sia qualcosa di totalmente naturale, intorno ad Endrick si è creata una famigliola artificiale.

Questo giochino delle similitudini, per quanto divertente, è anche piuttosto rischioso. Le ambizioni tramutano in aspettative degli altri, e le aspettative non devono mai diventare grandi quanto o più delle ambizioni, come detto in apertura. Altrimenti, si tende a catalogare Endrick come “normale”, perché Endrick vale addirittura 72 milioni di euro e quindi è normale attendersi un certo tipo di statistiche.

È troppo presto, ma oggi Endrick è uno per cui Drake sarebbe disposto, forse, a scommettere 8 milioni di dollari per un suo futuro Pallone d’Oro.

Insomma, il talentino del Palmeiras sembra già essere destinato a diventare Uno di Quei Calciatori, ed ora ha appena 16 anni. Davvero, troppo presto per essere un uomo. Eppure è considerato una tigre della Tasmania, qualcosa di unico.

La povertà. La fuga. La leggenda

In origine, l’ambizione – quella pura e candida che si ha da bambini – non è mai mancata in casa Endrick. Non che lui da piccoletto, per ispirazione, passeggiasse per Broadway o sulle stelle della Hollywood Walk of Fame.

Il padre del 2006 ha raccontato che lui e la mamma si lamentavano perché erano poveri, perché mangiavano appena, perché non riuscivano a fare di più. Endrick già a 10 anni guarda fisso i suoi genitori come solo Lee Van Cleef in uno stallo alla messicana, e ripete, con una lacrima sul viso e tanto ottimismo: “Tranquilli. Ci penserò io quando diventerò un calciatore.”

Paradossalmente, il nome della zona dove è situata la casa del ragazzo è “Valparaíso“, che naturalmente è la contrazione delle parole “valle” e “paradiso”, in italiano. Un nome che è una bugia, perché se il paradiso è lì, beh, diciamo che io mi impegno per finire al purgatorio. Siamo nel cono meridionale del Distretto Federale nei pressi di Brasilia, la gente è tanta ed i soldi sono pochi, con tutta sincerità le strade regalano spesso un odore poco delicato, in molti nemmeno riescono ad avercela una casa. Perlomeno, la famiglia di Douglas Sousa non è più povera di quelle intorno. Al babbo tutto questo importava eccome, e allora ha fatto a modo suo. Che curiosamente era anche il modo del figlio, Endrick.

Endrick in azione durante il brasileirao
Se dovessi dare un titolo a questa immagine sarebbe “Dedizione” (Photo by NELSON ALMEIDA/AFP via Getty Images – OneFootball)

Come uno dei tanti “nuovi Messi” dell’Arabia Saudita finiti su Internet, come un giovanissimo Pistol Pete Maravich che palleggiava il pallone da basket in un’automobile in movimento su consigli paterni, come le sorelle Williams con King Richard, Endrick trova un papà che vuole capire il suo sport, che vuole migliorarlo, che vuole farlo conoscere, che vuole aiutarlo a crescere con un pallone vicino. È lui la sua figura di riferimento.

La soluzione non tarda a presentarsi: un account su YouTube, un telefonino che riprende, i video del ragazzino di 10 anni che muove la palla, accelera, dribbla, esulta, tira contro i coetanei, in pochi giorni, finiscono per spopolare sul web. Ma Endrick rimane una star da schermo per poco, perché per colpa dei video papà riceve offerte da 7 club diversi e quindi decide di visitare i centri sportivi di ogni squadra, con il fine di contrattare e scegliere la soluzione migliore.

Di questi, 3 gli offrono “solo” la possibilità di allenarsi, 4 aggiungono agli allenamenti delle offerte come casa, studio e pasti pagati. Chi si spinge più in là delle altre è il Palmeiras, club che accetta ogni richiesta di papà. Così tutta la famiglia si trasferisce a São Paulo, sull’Oceano Atlantico, nel sud-est del Brasile. Lontano dal Paradiso, al babbo viene permesso anche di lavorare nello staff della squadra, per stare vicino al suo ragazzo.

A proposito, di recente Douglas Sousa si è levato anche i propri “sassolini” dalle scarpe. Ha rivelato che il Palmeiras, sapendo dell’interesse di altri club, aumentò immediatamente, e sensibilmente, la propria offerta. Al contrario, Corinthians e São Paulo rimasero “appena” ad un contratto di 150 dollari a settimana.

Dall’accordo con il Palmeiras, niente ha più fermato Endrick: sempre con lo stesso spirito, con la stessa fame, con la stessa umiltà, come se non avesse altro di cui vivere (ed è così, in effetti). Torneo dopo torneo, partita dopo partita, gol dopo gol, 170 reti in 176 partite con le giovanili dell’Academia de Futebol, tutti anticipati da un leggendario gol in rovesciata al debutto (uno dei tanti).

Endrick Begins

Di aneddoti incredibili nelle partite più importanti dei tornei giovanili ce ne sono troppi, il suo percorso con le varie juniores è già mito e leggenda. Tra 50 anni, con tutta probabilità, ne scopriremo di nuovi. Comunque, Endrick è un po’ il 9 di Steven Spielberg – il regista “buonista” -, tipico giocatore che sul risultato di 0-0 è capace di smarcarsi tutti gli avversari con entusiasmo al 90′ facendo il pallonetto di rabona con tunnel al difensore, o quello che può segnare in rovesciata di tacco nel corso di un salvataggio sulla propria linea di porta.

Spoiler: probabilmente l’ultima testimonianza non è vera.

Quel che è certo è che Endrick è il più grande marcatore delle giovanili del Palmeiras, che ha segnato 6 gol nell’importantissima Copinha (record) e che 2 di questi sono stati finalisti per il premio di “Gol del Torneo”, che ha firmato un contratto da professionista con il Palmeiras appena compiuti i necessari 16 anni d’età, che prima ne aveva firmato un altro con Nike, che ha giocato sempre tra i più grandi – prima in U15 poi in U17 e infine con l’U20 del “Verdao” -, che è il più giovane marcatore della storia della prima squadra del Palmeiras, che ha segnato 3 gol in 3 partite da titolare in Brasileiro Serie A.

L'esultanza al primo goli in Brasileiro
L’esultanza al primo gol in Brasileiro Serie A (Photo by Heuler Andrey/Getty Images – OneFootball)

Ma anche che è stato appena acquistato dal Real Madrid per 60 milioni di euro (era la clausola) più 12 di tasse, che potrà giocare in Europa solo nel 2024 a 18 anni come ordina la legge, e che Felipe Melo e Luiz Adriano (2 ex del Palmeiras) lo hanno messo in contatto con un’azienda di articoli sportivi, per sponsorizzazioni.

Non sorprende che, da più piccolo, più basso e più promettente di tutti, Endrick sia diventato il preferito tra i compagni di squadra. E poi, in questo glorioso Palmeiras di coach Abel Ferreira. Club che, forse ho dimenticato di scriverlo, ha raggiunto una Copa Libertadores nel 2020 ed ha bissato il trofeo nel 2021.

Eppure per Endrick, abituato ai record, da poco qualcosa è cambiato: aspettative, ambizioni, 72 milioni di euro pagati dal Real Madrid. Solo per lui, le aspettative. Le aspettative sono quelle di chi deve diventare il brasiliano più importante della propria generazione. È certo che il ragazzino abbia il cuore del campione ed il passato del campione, inoltre che impari davvero in fretta, che gli appartenga l’entusiasmo di chi esulta come se avesse segnato appena 1 gol ogni 38 partite (anche se la media reale è praticamente di 1 gol a partita): ma tutti questi, in fin dei conti, dettagli, sembravano già essere scritti. Come anche il futuro di Endrick che sembra essere già scritto, in Brasile. È come se abbia già un suo destino per colpa delle aspettative, tanto che da São Paulo al resto del Paese sono convinti: Endrick è l’eletto del popolo brasiliano.

Anche se è molto presto per questo 2006, è risaputo che i brasiliani abbiano un certo modus hoperandi con i grandi talenti: dai tempi di Pelé attendono un altro che sia per davvero, o quasi, suo pari, e poi hanno attese sconsiderate per i più importanti wonderkids. Ora che O Rei ci ha lasciati, il popolo verdeoro attenderà un “redentore”, e più intensamente di prima.

I brasiliani pensano ai Mondiali che verranno, e vedono in Endrick – ripeto, deve essere scritto in qualche testo sacro/profetico – il loro eroe in formazione, un futuro traghettatore verso la Coppa del Mondo, o meglio, le Coppe del Mondo, plurale. Uno spirito-guida che libererà il popolo verdeoro dagli, almeno, 24 anni di digiuno, senza un Mondiale.

Tutto ciò rende Endrick, praticamente, Lisan al-Gaib, il giovane messia di “Dune” giunto a conoscenza dei propri poteri, venuto per liberare i Fremen, sceso su Arrakis per ripristinare un nuovo ordine dell’universo come annunciato dalle Scritture. In Brasile ne sono già sicuri.

Gato, Novo Romario, o Lukakinho?

Eccoci, siamo ancora qui, un altro giorno alla ricerca del perché Endrick sia tanto speciale su un campo da calcio, sforzandoci di non accettare la parolina “tutto” come risposta. Senza provare a capire dove potrà arrivare nei Mondiali del futuro.

Sono sicuro che nei tantissimi soprannomi di Endrick si nasconde l’essenza del suo stile di gioco. Ogni nickname contiene qualcosa di Endrick e sommandoli si può arrivare ad una conclusione. Infatti, per nostra fortuna, sono tutti, o quasi, nomi nati per paragoni tecnici. Ad eccezione di uno, Gato.

Così lo chiama il padre: “gatto”, con affetto. Come ha spiegato in un’intervista: “Lo chiamo Gato perché ogni gatto è bello.” Che in poche parole è anche la spiegazione del perché “Gato” non abbia riscosso il successo degli altri soprannomi in patria. Ho provato ad annunciarvelo senza pregiudizi, ma la verità è che è davvero-davvero terribile, specialmente la spiegazione, per un calciatore che deve diventare un motociclista (veloce e prepotente) da Liga, uno tosto. Cioè, questo è un soprannome da famiglia, non da campo. Ma c’è comunque qualcuno che non conosce il ragazzino di persona eppure lo chiama Gato, e per giustizia anche questo va citato.

N.B. Non so se occorre sottolineare che gli accostamenti sono solo per il “modo” in cui Endrick interpreta le partite, il ragazzo non è Romario come non è Ronaldo, ha soltanto degli aspetti similari.

Il secondo nomignolo, “O Novo Romario” (naturalmente “Il Nuovo Romario”) è più un epiteto o un’apposizione, non tanto un soprannome. Dell’ex Barcellona lui riprende l’altezza – infatti Endrick è alto appena 173 centimetri anche se potrebbe crescere ancora – ma soprattutto gli appartiene quella letalità leggendaria e più in generale l’essere sempre attivo, in movimento, in area di rigore. Come un predatore genuino. Oltre a queste analogie somatiche si aggiungono dettagli come la velocità di esecuzione, con pochi metri o con il corpo in condizioni precarie o, semplicemente, l’arte che hanno pochi attaccanti di saper concludere prima di dire “subito”.

Il ragazzo del Palmeiras è un bomber di razza, non dorme mai ed è sempre in agguato, non si spegne durante le partite. La sua tecnica di tiro è asciutta, incisiva, i gol si alternano tra conclusioni di rapina, reti spettacolari e bordate da fuori. Ma se Endrick è certamente agile palla al piede, lo è in una maniera sicuramente molto diversa da come lo era Romario, uno con le gambe forti, ma con grandi differenze. E forse Endrick è anche più veloce. Dell’ex bomber campione del mondo di USA 94, in definitiva, si ritrovano i tratti che fanno del figlio di Douglas Sousa un realizzatore, oltre alla pura abilità di “finalizzazione” ed ai non troppi centimetri.

Ma il paradosso che ha fatto innamorare il mondo intero del classe 2006 è che, a discapito di un’altezza da piccoletto, Endrick non rientra nella categoria della punta brevilinea. E da qui viene il soprannome di Lukakinho, che ha trovato molto spazio in Brasile e zero in Europa. Può sembrare strano questo accostamento, del resto con Endrick non c’è nulla di solito, normale, classico. Può sembrare strano perché in effetti è molto strano.

Una delle tante corse ad ostacoli di Endrick, palla al piede (Photo by NELSON ALMEIDA/AFP via Getty Images – OneFootball)

Il termine moderno che oggi distingue ogni grande atleta, come lo è lui, è “freak“. Lo avrete sentito sicuramente. I 68 kili di peso – che sembrano già tantini per una punta bassina – non spiegano niente. Essere un freak significa essere un’eccezione della natura, un bello scherzo. Significa che equazioni con termini come massa, peso, forza e velocità non possono significare nulla. Significa, per uno sportivo, avere dei vantaggi evidenti sugli altri, a causa di un atletismo che incontra l’irrazionale. Haaland che è alto quasi due metri e corre a quella velocità, con quella cinica padronanza di un corpo composto, è un freak. Idem Mbappè, che quando agita le gambe siano 2 o 20 metri dietro, diventa irraggiungibile per qualsiasi essere umano. Endrick è unico perché è freak, e come da definizione di “unico”, non è un freak alla loro maniera.

Sebbene il soprannome “Lukakinho” non tenga conto delle fatiche incontrate fin qui da Endrick spalle alla porta, pezzo forte del collega belga e punto debole ancora da studiare per il giovane brasiliano, il paragone tra il futuro giocatore del Real Madrid e Romelu Lukaku (191 cm e 94 kg) sottolinea soltanto le doti fisiche del classe 2006, un giocatore “piccoletto” sui dati, ma che in campo sembra tutt’altro. L’esplosività di Endrick nel muoversi, fingendo di avere un corpaccione (anche se comunque è molto robusto) è irreale. È un mistero della natura, qualcosa da freak.

Per quanto lo spingano, lo strattonino, tentino di tirarlo giù, Endrick insisterà sempre a mantenere il corpo avanti, senza prendere in considerazione una caduta a terra, con un’agilità mistica in corsa. Poi sì che è è veloce, molto molto veloce, ma quella testardaggine ad insistere prepotentemente, senza spostare il corpo, è davvero quanto di più impressionante esista nel campionato brasiliano, ad oggi. Ad un’età in cui i muscoli, poi, dovrebbero ancora formarsi in maniera più evidente, questo strapotere fisico risulta davvero inspiegabile. Per tutti i brasiliani è chiaramente un segnale. Quindi, sul primo controllo di Endrick non sempre c’è da giurare, ma dal secondo tocco in poi il ragazzo del Paradiso ha già dimostrato a più riprese di diventare incontrollabile. E non si ferma più e prende metri in corsa, allargando il volume del corpo e le spalle.

Un po’ come quando chiesero a Vincenzo Montella: “Come fermare Alexis Sanchez?” E il mister di Pomigliano d’Arco, allora al Siviglia, rispose: “Lo so: con una corda!”

E non è finita qui. A tutto ciò aggiungiamo una grande coerenza all’etica del lavoro, ad esempio quando c’è da recuperare palla. Vere corse in pressing furioso, di chi non si sente una star, di chi vuole faticare più degli altri, arrivare prima degli altri, mettersi in discussione per primo. Finora Endrick è stato un giocatore umile, e qualche settimana fa i tempi sono cambiati, ma non è proprio uno dei soliti attaccanti razza fenomeno che “aspetta” la palla. Lui li sfiata fino allo sfinimento i difensori avversari che ha davanti, e con l’irrefrenabile entusiasmo di chi gioca a 16 anni.

Una dimostrazione di ferocia del giovane brasiliano
Immagine tratta da uno dei 3 gol segnati in Serie A brasiliana: recupero palla sul difensore dell’Avaì, poi dritto verso la porta (Photo by Alexandre Schneider/Getty Images – OneFootball)

Per finire, altri soprannomi spesso proposti, che combacino con il cognome della punta del Palmeiras sono “O Novo Adriano”, “O Novo Rivaldo” e “O Novo Ronaldo” (l’ex Inter). Personalmente, per quanto diversi per stazza e skills, Ronaldo mi sembra quello che – anche se sono decisamente diversi – più si avvicina ad Endrick.

È difficile trovare qualcuno simile ad Endrick: ci sono molti brasiliani più appariscenti per colpi di tacco e finte con la palla tra i piedi, allo stesso tempo in patria nessuno fa i gol impossibili che fa lui. Eppure R9, come sembra essere intenzionato Endrick, ha saputo coniugare alla grande forza fisica, agilità, potenza. E divorava il campo. Certamente Endrick si presenta con un’arsenale minore per i dribbling ed ha una maniera tutta sua di portare avanti la palla, qualcosa che deve ancora maturare per intero, ma è diverso anche per come vive la partita o per come finalizza (in questo ultimo aspetto, tornerei su Romario). Lukaku, sinceramente, è soltanto un eufemismo che crea un grande effetto “per dare l’idea”.

Real Madream

Magari molti fin qui non hanno creduto a questa cosa del destino, ma il trasferimento di Endrick nella Madrid blanca non può essere soltanto un caso del suo percorso. E poi, i rumors di mercato non si sono mai fermati sul Real Madrid e basta. Naturalmente era stato già segnalato l’interesse di molti altri grandi club europei, prima della recente fumata bianca i giornali avevano insistito sul Manchester United, sul Liverpool, sui rivali del Barcellona.

È molto interessante l’intervista rilasciata dal brasiliano a “Marca“, noto quotidiano spagnolo, in data 01/02/2022, quando Endrick aveva un anno ed una casella da calciomercato in meno sulla carta d’identità. Lukakinho si era raccontato ringraziando Dio, da buon cristiano, e come sempre si era espresso tra ambizioni ed attese.

Si parte con le riflessioni sulla Copinha vinta da MVP, si prosegue con l’onore di essere in prima pagina sul giornale e con Mbappè come modello attuale, il sogno di giocare in Europa, la gratitudine al Palmeiras e la personale promessa alla famiglia di diventare un calciatore, poi, una rapida descrizione del proprio stile di gioco: “Provo sempre a fare le cose più difficili. Voglio essere decisivo ed aiutare i miei compagni, così quando segno 1 gol voglio il secondo, se sono 2 ne voglio 3. Ho carattere, non mi fermo mai. Ho giocato da esterno e segnato tante volte, però preferisco essere posizionato come punta.”

La parte più interessante dell’intervista, però, è senz’altro quando Endrick si pronuncia sui due club spagnoli più accostati a lui, Real Madrid e Barcellona. Ma il 2006 di Brasilia non dà le solite mezze risposte, non si nasconde, ha una netta preferenza: “Provo molto amore per il Real, un club che ho sempre seguito a causa di un uomo spettacolare, il mio idolo Cristiano Ronaldo, che lì ha vinto 4 Champions League. Un club con storia ed in generale un’ottima squadra. Ma devo fare di più, non è abbastanza, devo dare di più. Poi anche il Barcellona è una grande squadra, ha avuto grandi giocatori come Messi, Xavi e Iniesta, sono grato per il loro apprezzamento,”

Tutto riproposto nell’intervista del 29 dicembre, già da futuro calciatore del Real Madrid, sempre su “Marca”: “Ho scelto il Real Madrid perché Cristiano Ronaldo è il mio idolo, è il club più importante al mondo. Anche Vincius è un amico, mi ha dato tantissimi consigli. Continuo ad essere con i piedi per terra, non ho ancora vinto nulla ma so che questa è la scelta giusta: faccio il tifo per il Real!”

Quel che è certo è che noi attenderemo il 2024 con pazienza, sentiremo parlare sempre più di lui, il brasiliano del 2006, in patria. Ad oggi Endrick, sotto queste meravigliose telecamere, deve ancora imparare a difendere il pallone ed a posizionarsi spalle alla porta, per quanto generoso deve crescere nella capacità di coinvolgere i compagni, deve ancora istruire il suo gioco tatticamente (anche se lascia intravedere miglioramenti netti di mese in mese), deve fare di più, molto di più – come dice lui – prima di diventare “O Novo… Mister X”.

Anche perché se mai lo diventerà, nessuno lo chiamerà così: basterà essere “Endrick”, il ragazzo scappato dal poverissimo Valparaíso con una promessa ed una preghiera.

“Io diventerò un grande campione papà, cambierò tutto se Dio mi assisterà, te lo posso giurare adesso.”

Ed a quel punto, anni dopo, qualcun altro potrebbe diventare “O Novo Endrick”. Però sarebbe complicato, perché di giocatori così, a 16 anni, non ne avremmo mai visti nei primi 150 anni di gioco del calcio.

Cosa fare quando non gioca Cody Gakpo?

Numero uno, questo articolo non è altro che una guida almeno nelle intenzioni. Una guida come dovrebbero esserlo le pagine pubblicitarie intitolate “Come guadagnare 30.000 euro al mese” o “Come perdere 20 kg in una settimana in 4 semplici passi”. Solamente, questa è una guida per unirsi alla setta dei super-fans di Cody Mathés Gakpo.

Numero due, chiaramente non dovreste parlarne con nessuno, e ci siamo capiti. Numero tre, tutto quello che troverete in questa guida è vero. Numero quattro, di solito quelli che dicono “è tutto vero, qui non è come le altre guide” sono i più bugiardi di tutti e sono subdoli da morire. Questa volta non è così, giuro: i personaggi non sono di fantasia e le vicende non sono “ispirate” da fatti reali. Sono proprio vere per intero. Numero cinque, prima di tutto dovrete accettare che uno come Cody Gakpo esiste davvero, che si sta facendo strada e che voi dovete accoglierlo. Naturalmente questo processo necessita di tempo, non di un Mondiale in Qatar.

E poi, io lo dico sempre: questo Gakpo del PSV Eindhoven era destinato a diventare un calciatore molto di culto, molto “cult”.

Gakpo esulta con il PSV
Il vostro prossimo poster (Photo by PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP via Getty Images – OneFootball)

Come diciamo noi (quelli della setta) e come capirete poi voi, finora Mr. Gakpo è stato un po’come i film più belli, non quelli così commerciali che sono sempre sulla bocca di tutti, ma i film che piacciono tardi e che diventano famosi dopo oltre trent’anni. E quindi per molti questo cognome era passato un po’ sottotraccia, probabilmente per diventare più famoso sarebbe servito un trasferimento verso una big del calcio europeo. Invece “la più grande occasione del calciomercato estivo 2022” (opinione mia) è rimasta in Olanda. Morale della favola, ad agosto, con qualche mese di anticipo sulla primavera, il bel fiore in persona è sbocciato con tutti i suoi colori, in tutta la sua maturità. Meglio così, e in tanti se ne sono accorti nel bel mezzo del Mondiale. Ma proprio tantissimi. Bah, tutto qua.

Insomma, la tronco: dovrete imparare ad amarlo il ragazzo, Gakpo, ma vedrete che non sarà difficile. Sul serio.

Gioventù bruciante

Il 7 maggio del ’99 Cody Gakpo nasceva ad Eindhoven in territorio PSV. Il suo cognome di origine ghanese significa “metallo”.

Gakpo in azione con la maglia del PSV
Permettetemelo, un cognome da duro (Photo by OLAF KRAAK/ANP/AFP via Getty Images – OneFootball)

La storia è una di quelle belle: la mamma è una ex rugbista olandese, papà Gakpo è stato un calciatore, mentre il cammino del bambino incomincia all’età di 6 anni nelle giovanili del PSV. Cody Gakpo si fa strada nel calcio olandese e sceglie il calcio olandese e sfida le altre squadre olandesi e duella spesso contro i talentuosissimi coetanei di scuola Ajax e bla bla bla.  Convince molti allenatori, è un attaccante di cui fidarsi per il futuro.

N.B.  Personalmente questi dettagli non mi fanno impazzire, sono colui che avrebbe voluto vedere il Ghana delle meraviglie, una sorta di dream team con un tridente letale Gakpo – Kudus – Alphonso Davies (avanzato perché fa chic, mettiamo Lamptey del Brighton dietro), con i fratelli Williams dalla panchina. Purtroppo rimarrò sempre con questa immaginazione, non mi lascerà mai solo.

Comunque, tutto questo story-telling privo di sfortune calcistiche significative non è per niente necessario. Alla fine, credetemi, Cody Gakpo con il calcio se l’è sempre cavata. Ma tranquillamente. Ha subito diversi infortuni, uno in particolare distruggendosi una caviglia quando aveva 10 anni, ma il sorriso non gli è mai mancato giocando, ecco. Anche se chiaramente nessuno se lo sarebbe immaginato come il talento che è oggi.

“Tutto si crea, tutto si distrugge, tutto si trasforma”

Scavalcamento di campo, finiamo subito al Cody Gakpo adulto. Quello che straccia gli aforismi di Lavoisier. Cartaccia straccia. Quello che è un buon calciatore, ma che diventa un crack seguendo i consigli di quella leggendaria figura del coach Ruud Van Nistelrooy, l’ex nove che lo ha allenato nelle giovanili del PSV dal 2016 al 2018 e che ha ri-convertito le sue (già ottime) statistiche durante quest’annata. Nel 2022, per la cronaca, l’ex bomber del Manchester United è stato promosso ad allenatore in prima squadra ritrovandosi in rosa il “figliolo” calcistico.

Se nella stagione dell’esordio in prima squadra (2017/18) Gakpo era subentrato nei minuti di recupero di un match di campionato, se quella dopo segna appena 1 gol, nel 2019/20 fa 7 gol e 7 assist e nel 2020/21 realizza 7 gol e 2 assist “calando”, il 2021/22 è invece una doppia doppia in 12 e 13 nelle rispettive voci, chiaramente di gol e assist.

Fate bene ad annotarvi sul block-notes della scrivania che avete di fronte che, quest’anno sotto Van Nistelrooy, uno che adora la tattica della Gakpo-ball, il primo violino del PSV ha già puntualizzato 9 gol e 12 assist in 14 partite di campionato. Perché Gakpo quando gioca non è uno pieno di tantissimi dubbi tipo i principi danesi. E per capirci, con lui una media di 1 gol e 1 assist a partita non sarebbe proprio un miraggio poco prima di arrivare alla piramide di Kefren a piedi. Cioè, sicuramente può fare di più. Per esempio in Europa League, visto che è fermo ad appena 3 centri e 2 assist in 5 incontri disputati.

Gakpo al momento del tiro prima del gol allo Zurigo
Uno dei tanti, noiosissimi, bonus al fantacalcio (Photo by OLAF KRAAK/ANP/AFP via Getty Images – OneFootball)

Però dovremmo anche chiederci dove può giocare Gakpo e cosa può fare Gakpo e quali sono i punti di forza di Gakpo. Giusto, e si dà il caso che per ogni domanda la risposta sia tutto. Perché lui può tutto.

Se mi chiedete “ma come dribbla Gakpo?” io vi rispondo “tutto” anche se suona malissimo. In America i giocatori che fanno tutto (nell’ambito di altri sport, non del football) li chiamano unicornideduco sia perché gli unicorni fanno un po’tutto anche loro. Cioè volano, corrono, nitriscono, brucano e tante altre cose nella loro routine. Anche se non mi è troppo chiara la storia dell’unicorno americano, riconosco che Gakpo (189 centimetri e 76 kili sul display della bilancia) risponde alla definizione di unicorno da bandiera stars and stripes. Cioè agisce un po’ovunque davanti, dalla mediana in su, e ha un bagagliaio tecnico praticamente infinito. Lui fa indifferentemente la falsa punta, la seconda punta, il trequartista, l’esterno o la mezzala, con van Gaal la punta in area: e quindi questa poliedricità gli permette di muoversi dappertutto, non importano l’habitat o il caldo o il freddo. Eppure, se mai si dovesse segnalare il ruolo preferito dall’olandese a qualche discendente di Cartesio, la posizione che più gli si addice è (forse, o meglio, finora) l’esterno d’attacco sulla corsia sinistra.

E poi c’è che Gakpo trova i gol di una semplicità innaturale. Scientificamente, i suoi tiri vanno avanti tesi e si incagliano a volte con traiettorie a giro ed altre no. Non importa. Tanto Gakpo non è uno di quelli che rompe la porta, è uno di quelli che tira benissimo. È uno che parte palla al piede e sceglie dopo se segnare o far segnare. Del resto, come ho già accennato sopra, ad Eindhoven si fa affidamento su una tattica Gakpo-ball di riferimento nelle giornate toste. Dalla sua, il ventitreenne cresciuto con la maglia dei boeren, ha dei grandi compagni di squadra, c’è da ammetterlo. Don’t sleep on PSV: Xavi Simmons, Noni Madueke, Veerman e Sangaré in mediana o l’esperto Luuk De Jong come numero nove, uno di cui avere fiducia nel campionato olandese. Quindi, nemmeno me la sentirei di ammettere che il PSV è Gakpo. Il PSV troverà grandi plusvalenze, è la mia parola.

I giocatori del PSV festeggiano dopo un gol
Non avete idea del talento in questa foto. E manca anche Madueke (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images – OneFootball)

La Gakpo-ball prevede Gakpo largo che o crossa, o ne salta almeno un paio e crossa, o comincia nella stessa maniera e (più raramente) tira. Cross dolcissimi, tipo pappa reale. A costo di allargarmi credo che Gakpo sia almeno nella top-10 dei migliori crossatori da corner. E va bene, segnatevi anche questo sul block notes. Comunque è che lui ha gamba, quindi ripartenze o campo strettino non fa differenza, ma ha segnato spesso anche da fermo o quasi. Nel primo passo non accelera alla velocità di Leao, non è kitsch come Manè e non è skillato come i colleghi brasiliani, però quando decide di passare i due terzini di fronte, ecco, si fa strada in maniera efficace.

Un limite potrebbe essere che è più abituato a creare che a veder creare qualcosa per lui. In 14 partite finora giocate, le statistiche in campionato (dati di eredivise.eu) si pronunciano con 59 chances create e 26 tiri in porta, ed è il primo del campionato in queste due voci, poi sono ben 43 i cross totali realizzati (esclusi i calci d’angolo) e 25 volte un suo passaggio ha portato un compagno al tiro. Insomma, oltre ad essere l’uomo addetto a tutti i calci piazzati, alla maggior parte dei dribbling e a prendersi il palco da capocannoniere delle Eredivise, Gakpo fa di mestiere il regista del PSV. Ruolo ancora più importante dei titoli da curriculum elencati sopra. E certo che van Nistelrooy lo ha responsabilizzato.

Cody Gakpo “9” di Louis van Gaal

Premessa, in questa faccenda del Mondiale non simpatizzo per van Gaal. Figuriamoci, questo si è messo contro tutti i figli di Cruijff optando per una difesa a 3 che nella fase a gironi ripiegava anche a 5. Chiaramente al nord quei puritani del voetbal non l’hanno presa benissimo. Nei Paesi Bassi, da come so io, il 3-4-1-2 è un po’ una lesa maestà alle auctoritas dello storico calcio olandese. È stata una scelta molto impopolare, ecco, ed in origine tra i tanti nomi circolati per la panchina degli Oranje, beh, van Gaal sembrava la scelta più sicura. Comunque, è andata a finire che Gakpo è stato totalmente snaturato, ma anche che Gakpo è partito fortissimo, arrangiandosi da sé.

Un po’sopra trovate io che annuncio che Gakpo sa fare tutto: lasciarlo a creare densità dentro l’area di rigore come un incursore che si muove tra i blocchi non è proprio una scelta da filosofo metafisico eloquentissimo, così credono dalle parti di Eindhoven. Tra l’altro l’Olanda ha creato pochissimo e se nella fase a gironi il nostro Gakpo ha lasciato 3 timbri, uno per ogni partita, le ragioni sono tutte nella capacità di puntare sulle altre caratteristiche dell’illimitato bagagliaio tecnico. Le “altre caratteristiche” lo scrivo un pochino con disgusto, perché in una squadra che ha avuto problemi a venire fuori in avanti, lasciare Gakpo a battersi tra le maglie avversarie è una cattiveria. È sprecarlo, tipo il nero di seppia con le pennette integrali.

E poi, è tutto documentato in termini di expected goals.

Gakpo esulta dopo il gol all'esordio mondiale
La sensazione di un gol all’ 84′ nel debutto al Mondiale (Photo by ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP via Getty Images – OneFootball)

Provo ad essere il più chiaro possibile, gli expected goals sarebbero le stats che riportano i gol previsti guardando alle occasioni create. Dunque, delle big, nessuna ha creato poco quanto l’Olanda, che ha terminato i gironi con 5 gol fatti: si segnalano infatti solo 2.95 expected goals (che da ora abbrevieremo in xG). Con un esempio, questo Brasile ultra-offensivo ha mantenuto una media di 2.43 xG a partita nella fase a gironi, una cifra che si avvicina sensibilmente a quanto creato dagli Oranje nelle prime 3 partite.

Dunque, è molto semplice ed è come sembra: per i pericoli in campo causati della squadra di van Gaal si stimavano 2.95 gol. Di questa mole, 0.26 xG provenivano da Gakpo e 2.69 xG da tutti gli altri compagni. Ciò che si è verificato è un surreale esempio di overperformance con Gakpo che conta 3 gol (“arrangiandosi”), segnando dove le probabilità risultavano bassissime. Ve lo scrivo per bene perché tutto ciò sia a documentare che Gakpo non ha giocato propriamente alla sua maniera. Nossignore. E non ci è andato nemmeno vicino, ha soltanto tirato fuori il meglio da opportunità microscopiche.

Che poi sì, specialmente nella gara d’esordio la sua posizione – ma soltanto nella prima fase d’impostazione- era dietro la punta (quel giorno era Vincent Janssen). A supporto. Eppure per ogni Olanda che avanzava oltre la metà campo avvicinandosi alla porta avversaria, sempre – che significa sempre, c’è stato un Cody Gakpo che occupava l’area di rigore. In seguito, con il precoce fallimento di Janssen, Gakpo è stato preso come un attaccante che assomigliasse ad un nove. Lo vedete in catene lui, così, ed è ancora in questa miserabile condizione ma con la gloria di chi fa gol. Certo. È successo che Van Gaal che poteva cambiare l’Olanda da così a così (*gesticolo con le mani*), cioè da 3-4-1-2 a 3-4-2-1, ha continuato a vedere Gakpo più come un finalizzatore che ha sfoggiato qualche allungo palla al piede, non un regista o uno che potesse liberarsi delle marcature. Non uno che potesse dribblare o crossare o fraseggiare, ma come uno senza nulla di creativo. Una cosa tristissima come non ne sentivate da innumerevoli telegiornali cari lettori. Lui, Cody Gakpo: non utilizzato come un artista bravo, come quelli fiamminghi, ma come un puro esecutore.

Tutti mentono

È così che finora, quindi, nella gabbia di blocchi avversari di questo Mondiale, Gakpo ha incantato molti tifosi più superficiali. Perché non ha brillato nella manovra, nel gioco, nell’estetica. Cioè metaforicamente è stato mandato a sporcarsi con la polvere da sparo nelle tasche, ed ha svolto il suo lavoretto tutto per bene, ma non alla Cody GakpoNon da rule changer. Non è stato coinvolto, non è stato posto in condizione di trovare la sua strada, e ora sto parafrasando My way di Frank Sinatra. Noi super-fans di Gakpo la parafrasiamo sempre per analizzare Gakpo al Mondiale. È l’esempio classico, quello da estendere alle nuove leve.

Quindi se mi chiedete: mi sarei aspettato questi suoi numeri al Mondiale da protagonista di una Nazionale come l’Olanda? Assolutamente sì. Certo. Anzi, non credevo che lui potesse rimanere a 0 nella casella degli assist durante la fase a gironi. Non me lo immaginavo proprio. Io le chiamo prove. Io le chiamo prove indiziarie.

Se cercate una punta che segna, questo Cody Gakpo può anche fare al caso vostro,  ma io vedo anche potenziale sprecato. Quindi, ultimo consiglio di questa guida, non mi illuderei che questo sia un Gakpo ad alti livelli. Veramente. Diffidate, state alla larga da quelli che ne parlano contenti. È che là fuori… vi ingannano tutti. Sono tutti coinvolti, tutti mentono, tutti vi nascondono qualcosa su Cody Gakpo. Dovete saperlo. Dovreste saperlo. Sono tutti colpevoli, e loro lo sanno anche. Quindi, non dovete credere che questo sia un grande Gakpo, fatelo finché non sarà troppo tardi. Siete ancora in tempo.

In realtà Cody Gakpo non è una punta, ma segna come una punta e a van Gaal sta bene.   (Motto cardine della setta)

Onestamente, e senza esagerare nemmeno un tantino, sono convinto che Mislav Orsic – uno che di mestiere fa l’ala/trequartista/seconda punta della Dinamo Zagabria – sarebbe potuto essere uno dei migliori attori shakespeariani della nostra epoca, specialmente intrappolato nei personaggi più nichilisti. Sarebbe stato tra i miti delle interpretazioni teatrali, specie oggi che Sir Laurence Kerr Olivier non c’è più ed è tutto così diverso.

Usciva nelle sale del lontano 1986 ed è oggi il manifesto del genio di David Lynch, regista un po’ illuso, un po’ disilluso, un po’ tanto oscuro e tanto innovativo. Ora però, chiariamo in partenza, il film a cui mi riferisco prende il nome dalla celebre canzone Blue Velvet di Bobby Vinton, colonna sonora dell’opera, ma in Italia è conosciuta come “Velluto blu”. Quindi, se ci pensate bene, chiamare questo film “Velluto blu” come è stato distribuito in Italia, sarebbe un po’ come leggere “L’astronauta” per il titolo del biopic su Elton John oppure, peggio ancora, “Rapsodia boema” al film che narra i Queen. Perché le canzoni in inglese naturalmente conservano i titoli in lingua madre, e nell’Italia dei 60 milioni di allenatori il “Sottomarino giallo” è il Villareal, non di certo la popolare hit dei Beatles. I testi non cambiano di paese in paese da sempre.

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