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Gianluca Losito

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L’impoverimento tecnico che ha intaccato il campionato di Serie A (e più in generale il calcio italiano) negli ultimi tre lustri circa è un fatto pressoché assodato. Il grave calo del calcio nostrano si è acuito in particolare nella prima parte degli anni Dieci, per poi trovare un lento ma progressivo rialzo negli anni successivi. Nonostante ciò, il ritardo accumulato a causa di quegli anni bui costringe la prima serie del Belpaese a pagare ancora un ritardo rispetto alle migliori leghe europee, stazionando in una posizione di subalternità che spesso lo rende un mero trampolino di lancio per le carriere di calciatori dalle prospettive particolarmente rosee. Gli ultimi casi di elementi quali Molina, Scamacca, de Ligt, Hickey o Theate, tutti partiti nella sessione di mercato estiva verso società estere, sono emblematici del ruolo della A quale campionato di sviluppo per le qualità di questi forti giocatori che però vedono il campionato nato nel 1929 come una tappa di passaggio. In questo momento la cosa più saggia che possono fare molte squadre di Serie A è accettare questa condizione e comportarsi di conseguenza, coltivando al meglio il talento. In questo articolo analizziamo i casi di cinque calciatori, giovani in Serie A attesi alla riconferma per poter eventualmente affermarsi come calciatori dal sicuro futuro.

La stagione sportiva appena conclusasi ha regalato molte belle storie di calcio, sia a livello internazionale che rimanendo nel Belpaese. Le vicende che si sono sviluppate nel corso degli ultimi dieci mesi sono state sicuramente arricchite dal definitivo ritorno sugli spalti del pubblico, che si è riappropriato dei suoi spazi tornando a sublimare il contatto diretto con le proprie squadre, riassegnando al calcio il suo valore sociale. In questo scenario, ci sono due situazioni sportive e soprattutto umane meritevoli di approfondimento, con diversi punti di contatto, ma che differiscono principalmente per il diverso finale: si tratta dei percorsi intrapresi da Davide Nicola, da metà febbraio alla guida della Salernitana, e da Francesco Baldini, da inizio stagione fino ad aprile tecnico del Catania, per poi passare dopo pochi giorni al Lanerossi Vicenza.

In un’intervista concessa lo scorso ottobre sul canale Twitch de Gli Autogol, ad Alessandro Bastoni viene chiesto di commentare un momento simbolo della scorsa stagione, sia per lui come singolo sia per la successiva vittoria dello scudetto dell’Inter. Si tratta del lancio del difensore nerazzurro verso Barella al 52° minuto di Inter-Juventus, un perfetto passaggio a lunga gittata che ha tagliato il campo ed è arrivato al numero 23 dell’Inter, che ha completato il movimento e ha poi superato Szczesny per chiudere la partita sul 2-0. “C’è un momento simbolo della tua stagione in cui tu fai una giocata pazzesca, non da Bastoni” gli dice uno dei presentatori introducendo quella scena. Mentre scorrono le immagini, Bastoni risponde a tono: “Ma non da Bastoni perché, esattamente?”.

Il calcio, si sa, è fatto di cicli più o meno lunghi. L’abilità di ogni squadra nel mantenersi ad alto livello sta nell’interpretare e possibilmente anticipare la fine di questi cicli, per rinnovarsi continuamente. Un processo del genere va attuato nella maniera meno traumatica possibile, solitamente. Ciò che è accaduto negli ultimi 18 mesi al Barcellona va evidentemente nella direzione opposta: uno shock continuo, una serie di colpi di scena e cliffhanger da serie tv, che spesso hanno esposto la squadra blaugrana al pubblico ludibrio e a una critica spietata. Ma c’è anche un’altra faccia del Barça: una squadra che dal punto di vista puramente tecnico sta affrontando con lo spirito giusto questa rivoluzione, rinnovando la squadra in maniera radicale. La direzione tecnica dei blaugrana non sta avendo paura di fare delle scelte, al limite tra il coraggio e l’incoscienza, che saranno decisive per il futuro della società catalana. Ma andiamo con ordine.

Tra le varie conseguenze del calcio moderno, una di quelle che può risultare un’arma a doppio taglio è la grande pressione ed attenzione che si pone sui giovani. Un hype che riguarda anche le nazionali giovanili, ormai da diversi anni sempre più tenute d’occhio sia dagli appassionati che dagli addetti ai lavori. A capo di queste selezioni vi è la più esperta, anagrafe alla mano: l’Italia Under-21. Dopo l’Europeo di Ungheria e Slovenia, conclusosi con un’eliminazione ai quarti contro i pari età portoghesi, la nazionale presieduta da Paolo Nicolato ha iniziato un nuovo ciclo biennale, che parte dai 2000-2001 in giù. Ad inizio settembre il nuovo gruppo ha esordito nel girone di qualificazione all’Europeo di categoria 2023, che si disputerà in Georgia e Romania, per le sfide contro Lussemburgo e Montenegro. Quali indicazioni si possono trarre da queste prime gare?

Euro 2020 è stata una competizione piena di significati e storie. Tra le altre cose, è stato anche il torneo internazionale con più autogol della storia. Ben 11, infatti, sono stati i gol causati da deviazioni di giocatori nella loro stessa porta: due in più della somma dell’intera storia degli Europei fino al 2016, cioè 9. Autogol di piede, di testa, di mano, di faccia: ce n’è per tutti i gusti, tra tocchi involontari e quelli semplicemente errati. L’obiettivo in questo caso è quelli di inserirli in una graduatoria, partendo dal più insipido e inutile fino a quello più bello e artistico. I fattori da prendere in considerazione sono tre: peso specifico all’interno della gara, goffaggine e reazione successiva al fattaccio. Partiamo.

Nel corso degli ultimi anni, l’influenza di Edin Dzeko sul gioco della Roma è risultata sempre più pesante. A partire dal primo anno targato Garcia-Spalletti, i tecnici che si sono susseguiti sulla panchina giallorossa (Di Francesco, Ranieri e Fonseca, nell’ordine) hanno pensato e talvolta provato a implementare nuove soluzioni per lo slot di punta dell’attacco giallorosso, scontrandosi però con l’egemonia tecnica del Cigno di Sarajevo, che ha portato ogni allenatore a pensare compromessi tattici rispetto alla sua idea di gioco originaria.

Dal momento in cui il progetto Atalanta è definitivamente esploso, cioè quattro stagioni fa, uno dei principali focus mediatici è stato quello sulla floridità del suo settore giovanile, che nel corso della storia della Dea – ma anche nel passato recente – è sempre riuscito a sfornare giocatori non solo tecnicamente validi, ma anche solidi e mentalmente pronti al professionismo.

Spesso per tratteggiare le caratteristiche della personalità umana si usa il gioco degli opposti: furbo/ingenuo, intelligente/stupido, onesto/ipocrita, umile/superbo. Una delle dicotomie più sottili e sfumate è quella che contrappone la timidezza alla spavalderia. Mentre altri tratti personali sono in un certo senso immanenti, parte fondante della persona, il timido e lo spavaldo possono ritrovarsi nello stesso corpo a seconda dei momenti e delle situazioni.

L’addio del Papu Gomez all’Atalanta colpisce gli appassionati calcistici, anche quelli non coinvolti da questioni di tifo, sotto diversi aspetti. Superficialmente, la cessione di un calciatore molto forte nonché importante da un punto di vista tattico e di leadership è un colpo di scena, se si pensa a quello che era il rapporto tra il tecnico della Dea Gasperini e il fantasista argentino solo due mesi fa.

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