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Nicola Boccia

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Erano in dieci le nazionali presenti ai blocchi di partenza della Copa America 2021. Ad oggi ne sono sopravvissute soltanto due, pronte a giocarsi il titolo nell’atto finale che andrà in scena alle 2 italiane della prossima nottata. E non si sarebbe potuto sperare in accoppiamento migliore per la finale data l’accesa rivalità che divide le parti in causa, e che rende questa una delle sfide più appassionanti ed appaganti che il calcio possa regalare. Signori e signore, questa notte non si dorme, c’è Argentina-Brasile.

Una rivalità a 360 gradi

Argentina e Brasile, i due giganti del continente sudamericano. Due paesi così vicini eppure così lontani tra loro, per tanti versi simili, per altri agli estremi opposti. Legati da un storia ultrasecolare che li ha visti spesso entrare in conflitto, ma che allo stesso tempo ha creato un rapporto di interdipendenza tra le due nazioni. Per esistere l’Argentina ha necessariamente bisogno del Brasile, e viceversa.

Un legame idiosincratico ma di mutua sopportazione che nel corso del tempo ha naturalmente finito con lo scaturire in una rivalità a 360 gradi tra le parti. Dalle arti figurative alla letteratura, dalla cucina alla pista da ballo, coinvolgendo ogni singolo aspetto culturale e non dei due paesi, nel cui raffronto gioca ovviamente un ruolo fondamentale il calcio.

Quella tra Albiceleste e Seleção è la rivalità per antonomasia, quella di cui vieni a conoscenza ancor prima di toccare con mano il mondo del pallone, e alla quale, pur se di calcio non te ne infischia un tubo, non puoi rimanere indifferente. È l’eterna sfida tra l’incosciente, magica follia dell’estro brasiliano, e l’illuminante, lucida fantasia del genio argentino. E chiaramente non può non essere la sfida di Maradona contro Pelé.

Tra non molto andrà in scena un nuovo capitolo di questo duello, con le due nazionali che non si affrontano proprio dall’ultima edizione della Copa America nel 2019, quando a spuntarla furono i brasiliani per 2-0. Questa volta lo scontro si terrà nell’atto conclusivo della manifestazione – cosa che non accadeva dall’edizione del 2007 – per quello che si prospetta lo spettacolo dei sogni per ogni appassionato di calcio.

Uno striscione dei tifosi del Banfield inneggia alla supremazia di Maradona nei confronti di Pelé
Inutile dire che l’infinita questione su chi sia il più grande di sempre tra Maradona e Pelé rappresenti uno dei maggiori terreni di scontro tra argentini e brasiliani (Foto: Imago Images – OneFootball)

Copa America: atto finale

Era la finale in cui tutti speravano e quella che praticamente tutti, salvo rare eccezioni, avevano pronosticato. Indiscussamente le due rose dal maggior valore, il cui cammino verso la finale non è stato però certo privo di spaventi. Le due nazionali hanno infatti trovato non poche difficoltà nell’affrontare Cile e Colombia, rispettivamente ai quarti e in semifinale – Rojas per i brasiliani, Cafeteros per gli argentini – nei quali hanno rischiato concretamente l’eliminazione. Per il resto il cammino delle due squadre nel torneo è stato piuttosto lineare, coerente con quelle che erano le aspettative alla vigilia.

Le due nazionali non si trovano certo in un momento storico molto favorevole, trovandosi entrambe in un limbo tra quello ch’è stato e quello che dovrà essere, senza una chiara progettualità in vista di un ricambio generazionale che nei prossimi anni vedrà coinvolte entrambe le compagini. Detto ciò c’è comunque una finale conquistata da giocare, dunque è giusto rimanere con lo sguardo a quello che potrebbe succedere nella nottata del Maracana.

Come detto le squadre hanno compiuto un percorso simile, all’interno del quale hanno alternato momenti di buon calcio ad altri di evidente offuscamento. Entrambe hanno però buone certezze su cui a fare affidamento. Per il Brasile una di queste è indiscutibilmente il reparto difensivo. Fino a questo momento la squadra di Tite si è presentata come una formazione compatta a cui risulta difficile far male davvero. Merito di una linea a 4 – guidata da due pilastri come Marquinhos e Thiago Silva – che supportata dalla coppia mediana Casemiro-Fred si è mostrata fondamentale per mantenere l’equilibrio in campo di tutta la squadra.

Al contrario per l’Argentina la certezza consiste in quello avanzato, o per essere precisi, in Messi. Il cinque volte pallone d’oro è finora apparso in palla come forse poche altre volte con la maglia della nazionale, imponendosi, con 4 goal e 5 assist, di gran lunga come il miglior giocatore di questa Copa America. Al capitano dell’Albiceleste ha giovato senza dubbio l’intesa con i compagni di reparto, ed in particolar modo con Lautaro Martinez, insieme al quale Messi sembra aver trovato davvero una connessione speciale.

Lautaro e Messi festeggiano il goal contro la Colombia nella semifinale di Copa America
È incredibile l’affiatamento tre Messi e Lautaro riescano a trovarsi in campo come se giocassero insieme da una vita (Heuler Andrey/Imago Images – OneFootball)

Ma le due squadre presentano ovviamente anche delle lacune. Per quanto riguarda il Brasile si tratta paradossalmente dell’attacco, dove nessuno dei vari elementi provati sembra poter riuscire ad accompagnare nella giusta maniera la guida di questa squadra, Neymar. Il calciatore del PSG è infatti stato sino ad ora l’unico a poter riuscire ad inventare qualcosa d’importante nei momenti chiave delle partite, fatta eccezione per qualche sprazzo isolato da parte di Richarlison.

Sul fronte argentino il discorso è ancora una volta inverso. Qui a preoccupare è soprattutto la difesa – problema ormai presente da diverso tempo – la quale ha fatto fatica in più di un’occasione, palesando gravi insicurezze. Non sono certo un caso i continui cambi di formazione attuati da Scaloni nel reparto arretrato durante l’arco del torneo, con i quali però potrebbe aver minato anche le poche certezze presenti. Una finale che non vedrà dunque di certo scontrarsi due squadre perfette (tutt’altro), il cui potenziale rimane però comunque di altissimo livello.

Neymar immortalato durante la semifinale di Copa America contro il Perù
Il destino del Brasile passerà dai piedi e dalla testa di questo signore (Foto: MB Media/Imago Images – OneFootball)

Cosa aspettarsi dunque da questa finale di Copa America?

Non una valanga di gol, questo è poco ma sicuro. La finale della Copa America 2021 sarà infatti una partita molto bloccata, in cui le due squadre staranno più attente a non prendere gol piuttosto che a farlo, soprattutto l’Argentina, che in una partita dalla forte intensità rischierebbe sicuramente maggiormente di uscire sconfitta. Oltretutto è il Brasile a partire leggermente favorito, dunque è lecito aspettarsi dalla formazione di Scaloni un atteggiamento più conservativo, anche per cercare di porre rimedio alle mancanze difensive.

Poi magari l’incontro si sblocca a pochi minuti dal calcio d’inizio e con le carte che vengono a mischiarsi il divertimento aumenterebbe vertiginosamente, mai dire mai. Ben venga nel caso dovesse succedere, ma realisticamente parlando è più giusto dire che la partita dovrebbe attestarsi su ritmi bassi per buona parte dei novanta minuti. Sono inoltre anche le caratteristiche delle squadre a supportare tale tesi, e d’altronde bisogna sempre tenere a mente che si sta parlando di una finale.

Questo non vuol certo dire però che la gara risulterà noiosa. Sia Argentina che Brasile vivono spesso di fiammate, e nel momento in cui dovessero accendersi entrambe contemporaneamente la partita potrebbe spaccarsi, cambiando completamente volto. Tutto quello che c’è da fare è dunque munirsi di una buona dose di birra, mettersi comodi sul divano, e godersi uno degli spettacoli migliori che questo sport possa regalare.

Una panoramica del Maracana
L’anfiteatro che ospiterà l’atto finale della Copa America 2021 (Foto: MB Media/Imago Images – OneFootball)

 

 

 

 

Dopo aver trascorso gli ultimi due anni in Cina alla guida del Dalian Yifang, Rafa Benitez ha deciso fosse ora di ricominciare a confrontarsi con il calcio del vecchio continente. Lo farà tornando a Liverpool, la città che più di tutte lo ha reso grande, regalandogli immense soddisfazioni. Con una sola eccezione, questa volta non sarà alla guida dei Reds, bensì dei Toffees.

Due passi

I rapporti tra vicini sono sempre piuttosto complicati, spesso e volentieri conflittuali, anche qualora l’apparenza sembri voler lasciar intendere altro. “L’erba del vicino è sempre più verde” non è certo un modo di dire entrato a caso a far parte della cultura popolare, e le sue svariate trasposizioni di a livello cinematografico ne sono chiara testimonianza.

In terra anglosassone la struttura dell’enunciato cambia leggermente forma, conservando però lo stesso principio “The grass is always greener on the other side of the fence”, più chiaro di così. Ed è per l’appunto in Inghilterra che si trova una delle coppie di vicini più famose di sempre, con circa 129 anni di storia alle spalle conditi da accese rivalità e scontri sanguinosi. In questo caso a separare il vicinato oltre la recinzione ci pensa lo Stanley Park, una linea verde che si estende per poco più di un chilometro nello spazio tra le due abitazioni separando Anfield, casa del Liverpool, da Goddison Park, dimora dell’Everton.

Passare da una sponda (o da un fronte) all’altra richiede una sostanziosa dose di audacia – coloro che hanno indossato entrambe le casacche possono essere infatti contati sulle dita delle mani – men che meno se ti chiami Rafael Benitez e hai il tuo nome inciso nella storia del Liverpool. Non c’è dunque da meravigliarsi se, quando si è iniziato a parlare concretamente dello spagnolo come possibile nuovo tecnico dei Toffees, quelli che ora sono i suoi nuovi vicini di casa non l’abbiano presa proprio bene.

Basti pensare che quello di Benitez sarà soltanto il secondo caso in cui un tecnico si troverà ad aver allenato entrambe le squadre del Merseyside (cosa che ovviamente non basta a giustificare lo scabroso spettacolo rappresentato di sopra). Normalmente in termini pratici si tratterebbe di soli “due passi” da uno stadio all’altro, eppure all’ex Inter dovrà essere sembrato di attraversare la via della seta a piedi prima di giungere sulla sponda blu di Liverpool.

Benitez, i motivi di una scelta

Mai come quest’anno con la fine dei campionati ha preso il via una girandola di allenatori dalle proporzioni smisurate, che ha trovato nel campionato nostrano il proprio epicentro, ma che ha finito inevitabilmente per colpire con decisione anche le arie circostanti. Uno dei tanti terremoti succedutisi ha visto Zidane lasciare la panchina del Real Madrid, scatenando una tumultuosa ricerca del nuovo allenatore, conclusasi con il ritorno di Carlo Ancelotti sulla panchina dei Blancos.

Di colpo l’Everton si è dunque ritrovato, ad appena un anno dal suo arrivo, a dover rimpiazzare un allenatore di caratura internazionale come l’italiano, il quale era stato ingaggiato con la speranza di  portare avanti un progetto pluriennale che potesse permettere al club di compiere gli step in avanti necessari per elevare il proprio status sia a livello nazionale che continentale. Riuscire a trovare un elemento che riuscisse a soddisfare tali requisiti, con la giusta esperienza in Premier League, e soprattutto disposto a calarsi in una realtà sì ambiziosa, ma ancora priva di garanzie nella possibilità di lottare ai vertici come quella dell’Everton non era certo impresa facile.

Ecco dunque che una figura come quella di Rafa Benitez è apparsa calzare a pennello per le esigenze del club. Bisognava per l’appunto trovare qualcuno pronto a dedicarsi a pieno e a credere davvero nel progetto, in cui lo spagnolo ha intravisto l’opportunità di poter rilanciare la propria carriera dopo le ultime annate non vissute propriamente al top. Si può dunque azzardare che le parti non abbiano poi impiegato troppo tempo nel riporre da parte il passato e raggiungere un accordo. D’altronde è palesemente chiaro come oramai oggigiorno passare sotto le armi di quello che fino ad un giorno prima era il nemico sia sempre più consuetudine.

Benitez festeggia la vittoria della Champions League insieme a Gerrard
Ripensando a determinate immagini appare alquanto strano immaginare lo spagnolo come allenatore dell’Everton. (Foto: Rebecca Nadin/Imago Images – OneFootball)

Benitez – Everton, le prospettive di un matrimonio

Come già accennato in precedenza l’Everton è una società che punta fortemente a tornare in alto, come del resto dimostrano gli investimenti effettuati nelle recenti campagne acquisti. Dal 2016 ad oggi infatti la società non ha mai sborsato un ammontare al di sotto degli 80 milioni di euro per singola annata, raggiungendo il picco nel 2017 sfondando il muro dei 200 milioni (cifra in buona parte legata ai circa 85 incassati dalla cessione di Lukaku al Manchester).

Cifre non certo creanti scalpore dato lo strapotere economico dettato dai club della FA nell’ultimo decennio, ma che certo contribuisce a rendere bene l’idea di quale sia la visione dalle parti di Goddison Park. Un progetto che ha però fino ad ora faticato a prendere piede, compresa l’ultima stagione in cui nonostante un inizio promettente, i Tooffees hanno finito per chiudere il campionato in decima piazza e mancando dunque l’accesso all’Europa, inizialmente considerato come l’obbiettivo minimo prefissato data la rosa a disposizione.

L’Europeo ha per il momento congelato il mercato, risulta quindi ancora difficile ipotizzare al completo la rosa che Benitez potrebbe ritrovarsi. In ogni caso non dovrebbe esserci la partenza di nessuno dei pezzi pregiati, condizione ineccepibile se si vuol puntare ai piani alti della classifica. Al di là di quelle che potrebbero essere gli arrivi o le partenze, l’organico attuale si mostra già di per sé funzionale alle idee del nuovo allenatore, vista la predilezione di questo a giocare con il 4-2-3-1, stesso modulo adottato dal suo predecessore.

La qualità certo non scarseggia tra i calciatori presenti in gruppo, cui però è sempre sembrato mancare qualcosa nei momenti decisivi della scorsa stagione (ma anche in quelle passate), e che ancora si fa fatica a capire se sia stato qualcosa di riconducibile ad una lacuna sotto l’aspetto tecnico o mentale. A Rafa andrà il difficile compito di capire dove e come migliorare questa macchina, capace già di dare dimostrazione di tutto il suo potenziale, seppur solo a scatti.

Richarlison e Calvert-Lewin festeggiano un gol

Il sodalizio tra l’allenatore madrileno e i Blues del Merseyside resta però pieno di incognite. L’Everton ha centrato la qualificazione in Europa solo in un’occasione negli ultimi dieci anni, mentre dall’altro lato l’ex Liverpool nelle recenti esperienze non è apparso più in grado di incidere come in passato. Una sorta di scommessa da ambo i lati, dato che nessuna delle parti in causa offre garanzie certe per quelli che si prospettano dover essere i traguardi in ballo.

L’idea è quella di ritrovare la stabilità e la continuità che il club aveva raggiunto sotto la guida di David Moyes, capace di portare la squadra addirittura sino alla qualificazione in Champions – e che di recente ha cercato di ripetere l’impresa con il West Ham. In tal senso Benitez ha dimostrato per l’appunto a Liverpool di poter portare avanti proficuamente un progetto a medio-lungo termine, per le cui basi sarà però necessario partire sin da subito con una prima stagione di alto livello.

Complicato ipotizzare fino a dove questo matrimonio possa spingersi, i cui frutti potrebbero allo stesso tempo rivelarsi successi eclatanti o tonfi clamorosi. A prescindere da ogni discorso la possibilità di vedere questi due vecchi nemici all’opera è ovviamente una delle prospettive più intriganti in vista della prossima stagione di Premier League, avendo suscitato già un ampio richiamo mediatico. Ai posteri l’ardua sentenza, magari Liverpool si rivelerà ancora una volta un porto fertile per Benitez, o magari chissà, un domani non troppo lontano entrambi potrebbero rimpiangere di aver oltrepassato quella linea verde.

Benitez in una delle sue ultime apparizioni inglesi sulla panchina del Newcastle
Con l’esperienza all’Everton il tecninco spagnolo potrebbe rilanciare alla grande la propria carriera, o in caso contrario, rischiare di comprometterla irrimediabilmente. (Foto: Shaun Brooks/Imago Images – OneFooball)

 

Il passaggio dell’allenatore bresciano agli ucraini dello Shakhtar Donetsk è stato sicuramente tra gli argomenti più caldi nelle settimane subito successive la fine del campionato, dividendo oltretutto l’opinione pubblica tra chi ha guardato in maniera positiva ad una scelta di certo “originale”, e coloro che invece, davanti ad essa, hanno storto il naso. Checché se ne dica, con questa decisione De Zerbi ha tenuto ancora una volta fede alla propria, e personalissima, visione del calcio.

Dopo un girone d’andata giocato letteralmente in maniera paradisiaca, il potenziale salto verso una big del nostro calcio appariva quasi doveroso. Data l’insistenza con la quale il Napoli si era fiondato sul giocatore, si ipotizzava che il passaggio fosse già cosa fatta; che si trattasse solo una questione di tempistiche, in attesa dell’arrivo del calciomercato estivo. In meno di cinque mesi le cose paiono però essere cambiate, e non poco, con il futuro di Zaccagni che ad oggi appare decisamente meno certo di quanto non lo fosse qualche mese fa.

Quando a vent’anni si trovava a giocare tra i dilettanti con indosso la maglia del Weston Super Mare probabilmente nessuno, lui compreso, avrebbe mai potuto immaginare che più o meno a cinque anni di distanza si sarebbe ritrovato a giocare sotto i riflettori della Premier League. Oltretutto non come semplice comparsa, ma come una delle sorprese maggiormente intriganti del campionato, e per di più in un ruolo diverso rispetto a quello da sempre ricoperto. Oggi Ollie Watkins ha 25 anni e ha ancora tanto da dimostrare.

Un traguardo inatteso, insperato ad inizio stagione, ma con il passare delle giornate sempre più andato tramutandosi da sogno an obiettivo realmente raggiungibile. Un traguardo che ha posto la parola fine su un’attesa lunga ed estenuante, a tratti incredibilmente dolorosa per il popolo salernitano, durata ben 23 anni, che agli occhi di chi l’ha vissuta sarà apparsa lunga un secolo. Ma ora lo sguardo non può che volgere al futuro, perché la Salernitana è finalmente tornata in Serie A.

Esattamente un girone fa, il Napoli toccava uno dei punti più bassi in stagione perdendo in casa per 1-2 con lo Spezia, capace oltretutto di rimontare in quella partita nonostante l’uomo in meno. Di lì a poco avrebbero preso il via le varie polemiche che per più di un mese hanno finito con il toccare un po’ tutti gli aspetti dell’ambiente partenopeo, ma con (ovviamente) sempre al centro lo scontro tra allenatore e presidente. Da quel momento ad oggi le cose si sono evolute in maniera decisamente positiva e, con un posto in Champions League ancora da conquistare, sono ancora molte le cose che – anche a partire dall’estate – potrebbero cambiare in casa Napoli.

Dopo l’ottimo avvio di stagione che aveva visto per diverse giornate il Tottenham addirittura al comando della classifica, l’ormai ex squadra di Mourinho si è andata pian piano arenando verso piazze che avrebbero potuto mettere a rischio la partecipazione non solo alla prossima Champions League, ma anche all’Europa League. Una piega nell’andamento che ha poi portato all’ancora fresco esonero del tecnico portoghese. Una chiusura anticipata, postasi sulla falsariga di luci ed ombre che ha condizionato le ultime annate dello Special One, e che adesso apre nuovi dubbi sulla sua figura.

Sei giornate al termine, sette punti di vantaggio sul Porto, prima delle inseguitrici in classifica, ma che in serata potrebbero diventare quattro in caso di vittoria dei biancoblu. Lo Sporting Lisbona, dopo aver scritto negli ultimi anni forse le pagine più brutte della propria storia recente, sembra più vicino che mai alla conquista di un titolo che manca ormai da troppo tempo. Un ipotetico traguardo che non sarebbe mai stato possibile raggiungere senza il mix di idee, giovani e bel gioco messi insieme da Ruben Amorim sin dal momento del suo arrivo a Lisbona, ingredienti alla base di una ricetta (per il momento) vincente tutta da scoprire.

29 anni da compiere ad agosto, gran parte dei quali passati con una palla al piede, di cui ormai dieci da professionista e quasi sempre passati in sordina. Dalle campagne olandesi ai massimi livelli dell’Eredevisie, fino all’approdo in Bundesliga, con una sola grande costante: il gol. Questa volta, dopo una carriera in cui è spesso passato inosservato, le reti potrebbero finalmente valere a Wout Weghorst la giusta attenzione, oltre che il palcoscenico più importante di tutti.

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