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Mirko Piseddu

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Frank Lampard non crede ai propri occhi. Non può crederci. Le sue mani, che inizialmente stavano puntando verso il cielo nella solita esultanza, si spostano repentinamente verso la testa. La reazione può essere una sola: mettersi le mani nei capelli. La sua mente è un concentrato di interrogativi, il suo volto è la rappresentazione visiva della delusione e dell’incredulità. È come se avesse visto un fantasma e non riesca a capire cosa sia appena successo. “Com’è possibile? Perché mi è successo di nuovo?”. Non esistono risposte razionali ai suoi quesiti.

Juan Román Riquelme ha un posto centrale nell’immaginario collettivo calcistico. Per lui il centro è da sempre stato il luogo in cui poteva rendere efficace quell’innata capacità di giocare con eleganza il pallone al servizio dei compagni. Ogni pallone doveva passare dai suoi piedi perché non era lui che andava a prenderselo. Per molti era lento, svogliato e avulso a tutto ciò che riguardava la fase difensiva, ma quando era in giornata (e accadeva spesso) non c’era niente da fare. Decideva lui. Muoveva a piacimento pallone, avversari e compagni al suo ritmo, senza fretta. Perché quelle capacità sono innate ma si sono anche evolute nel corso degli anni, quasi più per esigenza che per mero piacere. Come se in ogni sfida che la vita gli mettesse davanti, dovesse rimarcare la propria autonomia.

Questo è un tributo ai portieri un po’ più pazzi del normale. Quelli che non si limitano a difendere la propria porta, in quanto responsabili principali della fase difensiva della squadra. Coloro che non guardano unicamente l’azione da lontano ma che vogliono entrarci dentro e non dalla parte del guastafeste, che neutralizza la massima espressione di gioia del calcio. Sono i portieri che non vogliono passare alla storia solamente per aver respinto un tiro decisivo diretto all’incrocio dei pali o per aver parato un rigore. Sono consapevoli di aver tutto da perdere: non si possono mai riscattare dopo un errore ma possono solamente cercare di compensarlo, rischiando ancora di più.

La stagione 2020/2021 della Serie A si è conclusa da una settimana. La redazione di Riserva di Lusso ha presentato i propri riconoscimenti per il campionato appena disputato. Gol dell’Anno, Matricola dell’Anno, Giocatore più Migliorato dell’Anno, Allenatore dell’Anno, Riserva di Lusso dell’Anno, Giocatore dell’Anno e i premi alla Serie A Femminile. Dopo questa serie di premi individuali, è giunto il momento di muoversi verso discorsi meno convenzionali. Per farlo, è necessario andare oltreoceano e prendere in prestito una tipologia di discussione che va ancora di moda nel contesto dell’NBA: prepariamoci a giocare a Serie A Jam.

Scommetto che, in un gioco di associazioni mentali tra parole, nomi o idee con una persona appassionata di calcio, Roberto Carlos verrebbe immediatamente associato a parole come “calcio di punizione” o “tiro”. Le probabilità di successo sarebbero altissime: basta una veloce ricerca su YouTube per trovare questa combinazione di parole chiave tra i risultati. L’esempio più scontato è l’incredibile punizione al Torneo di Francia del 1997 contro i Bleus, ma ci sono tanti altri esempi che possono dare un’idea di cosa sia un calcio di punizione “alla Roberto Carlos”. La rincorsa chilometrica – composta dai primi passettini simil-skip basso e poi da un progressivo allungamento della falcata – e poi il tiro con le tre dita sulla valvola, che imprime una traiettoria irreale al pallone. Si può prendere questa combinazione di movimenti e tecnica calcistica per rappresentare i tratti della firma del terzino brasiliano.

Questa è la storia di una squadra che ha sempre dovuto combattere per farsi valere. Una formazione che fin dalla sua nascita è stata considerata la sfavorita, quella che doveva sfruttare il proprio coraggio e la propria passione per sopperire alle possibilità limitate. Una combinazione di caratteristiche che le hanno permesso di sopravvivere all’inferno per poi riuscire a toccare il cielo con un dito a distanza di parecchi anni. Una nazionale che ha il numero 18 nel proprio destino e che ha scritto la propria storia come se fosse una narrazione fatta di eventi irripetibili. Questa è la storia dello Zambia: i Proiettili di rame guidati alla vittoria da Hervé Renard nella Coppa d’Africa 2012.

I gol da centrocampo sono sempre memorabili. Sarà la distanza, la precisione necessaria a far arrivare il pallone oltre la linea di porta o anche solo la lucida follia richiesta per immaginare una giocata del genere; in ogni caso si tratta di momenti indimenticabili. Ma lo possono essere ancora di più se associati al racconto di tali istanti, spesso narrati con parole che entrano a far parte dell’immaginario collettivo degli amanti di questo gioco.

La firma è uno dei principali simboli di identità personale. Non cambia in base allo strumento o alla superficie utilizzata, ma mantiene la sua unicità. Nel calcio è il gesto tecnico a garantire quel grado di esclusività che permette di far risaltare l’identità di un calciatore. In questo caso specifico, la firma prende il nome di signature move ed esula da un contesto tecnico. È il simbolo della libertà opposta al sistema, l’individualità che si eleva sopra il collettivo. Ne sa qualcosa anche Neymar da Silva Santos Júnior.

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