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RdL Awards

Giocatore più Migliorato dell’Anno: Dusan Vlahovic

Dopo il Gol dell’Anno e la Matricola dell’Anno, arriva la terza categoria nella settimana degli RdL Awards, i nostri premi per la stagione di Serie A 2020/2021 appena conclusa. Proseguiamo con il Giocatore più Migliorato dell’Anno, ossia chi ha avuto il miglior salto di qualità rispetto all’annata 2019/2020.

Come abbiamo stabilito questi ed i restanti premi? La nostra redazione ha espresso tre preferenze per categoria: 1 punto per il bronzo, 3 punti per l’argento e 5 per l’oro. Dopodiché, abbiamo calcolato chi fossero il terzo, il secondo ed il primo classificato per punti raccolti. Ed eccoli qui.

3º posto: Franck Kessie, Milan (16 punti)

di Pietro Andrigo
Franck Kessie in Atalanta-Milan
L’uomo che ha riportato il Milan in Champions League (Foto: Daniele Buffa/Imago Images – OneFootball)

L’approccio al calcio ha portato, ognuno di noi, prima ad idolatrare i grandi fantasisti da copertina e poi successivamente ad apprezzare il lavoro operaio dei grandi centrocampisti e difensori. La bellezza di una rete o di un dribbling spesso, anzi quasi sempre, oscura il fascino di un tackle o di una grande chiusura difensiva eludendo l’efficacia di questi gesti nel raggiungimento di una vittoria. Quello che, tuttavia, si tende a dimenticare è una realtà inconfutabile e applicabile indistintamente a più epoche o squadre. Quale? Restando al presente e servendosi di alcuni esempi è anche semplice da spiegare.

Il Real Madrid di Zidane senza Casemiro non avrebbe scritto la storia, l’Inter di Conte senza Barella non avrebbe vinto lo scudetto e il miracoloso Milan di Pioli senza Kessie non avrebbe raggiunto la qualificazione alla Champions League. Se l’occhio destro da tifoso idolatra emozionalmente le gesta dell’ivoriano in questa stagione, l’occhio sinistro giudica oggettivamente il percorso di crescita del 79 dal suo arrivo al Milan. In rossonero da 4 stagioni, Franck Kessie nelle prime due annate e mezzo ha dato l’impressione di essere uno studente molto talentuoso ma incapace di applicarsi. Le colpe di queste lacune? Certamente non solo sue ma soprattutto del difficile contesto rossonero fatto di stravolgimenti proprietari, cambi di guida tecnica e di un cumulo di pressioni insostenibili.

“Giocare nel Milan non è semplice” è una verità affermata da Calabria, dallo stesso Kessie e da Maldini in diverse interviste e dimostrata dall’infinito elenco di potenziali promesse schiacciate dalle aspettative di un ambiente che sa dare molto ma pretende tanto. In questo senso, quindi, la rinascita di Kessie dimostra non solo il talento di questo giocatore, ma la forza mentale di un uomo che può essere chiamato leader. Dietro il riscatto calcistico dell’ivoriano non c’è solo una svolta personale del ragazzo ma un’inquadratura tecnica e caratteriale di Stefano Pioli. Il tecnico emiliano non solo lo ha disciplinato tatticamente facendone uno dei tuttocampisti più forti in Europa, ma lo ha anche caricato di responsabilità coprendogli le spalle con dichiarazioni al miele e con uomini di esperienza come Kjaer e Ibrahimovic.

I cambi di campo millimetrici, gli inserimenti senza palla, le avanzate offensive e le chiusure difensive di cui Kessie è stato protagonista in questa stagione sono il frutto di una tranquillità concessa da Pioli e trovata nel centrocampo a due dell’allenatore di Parma. Un assetto tattico che ha mostrato al tifo rossonero e al calcio italiano un altro Kessie, un centrocampista dominante e impossibile da contrastare. Più di Pioli, più di Donnarumma, più di Kjaer e del rivoluzionatore Ibrahimovic, Kessie è stato la presenza fissa e il trascinatore di una squadra che ha sempre potuto contare su di lui, nei momenti positivi e negativi della stagione.

L’immagine emblematica del mondo Milan sulle sue spalle è stata la difesa del pallone sulla bandierina del Gewiss Stadium: tre avversari che cercano in tutti i modi di sradicargli il pallone ma rimbalzano sui suoi muscoli e sulla sua tenacia. Un po’ come chi, nel corso della stagione, ha cercato di screditare l’impresa rossonera appellandosi a rigori incriticabili e dimenticando i tanti infortuni rossoneri ma è rimbalzato sull’entusiasmo di un gruppo e di una squadra che ha meritato il secondo posto in classifica. Un piazzamento raggiunto non a 76, né a 77 ma a 79 punti, il numero di maglia di Kessie. Un famoso meme si interrogherebbe sulla casualità di questa coincidenza, la realtà dei fatti invece certifica che è giusto così: 79 punti per il Milan come il simbolo numerico del suo emblema.

2º posto: Davide Calabria, Milan (29 punti)

di Antonio Belloni
Davide Calabria in Cagliari-Milan
Most Improved rossonero (Foto: LaPresse/Imago Images – OneFootball)

Davide Calabria è stato protagonista nell’ultimo anno e mezzo di una parabola in simbiosi con quella del suo Milan: fischiato, vituperato, e sintesi della decadenza del club rossonero fino al pre-lockdown; rinato, maturo, e autore di prestazioni impeccabili a partire dall’exploit estivo della banda degli enfant terribles di Pioli.

Nella squadra che più è migliorata rispetto alle stagioni passate, il classe ’96 merita il premio individuale di “Most Improved Player of the Year”. La sorprendente crescita del terzino rossonero dimostra l’impatto di un fattore che spesso, quando si discute di sport, viene tacitato: il fattore psicologico. Calabria stesso ha ribadito a più riprese quanto fosse diventato per lui insostenibile il continuo mugugno nei suoi confronti proveniente dalle tribune di San Siro. Il calcio a porte chiuse lo ha aiutato a ritrovare fiducia e serenità, e Stefano Pioli gli ha affidato un nuovo compito in chiave tattica: non più solo terzino, ma spesso braccetto destro in una difesa a tre in fase di impostazione, in modo da sfruttare la sua buona tecnica di base (media del 79% di passaggi riusciti a partita).

Non sono tanto le statistiche a rendere l’idea della bontà della stagione disputata da Davide Calabria (due gol e un assist), quanto il suo fondamentale ruolo di equilibratore nello scacchiere tattico di Pioli. In un Milan che ha trovato nella fascia sinistra le sue armi offensive determinanti – Rebic/Leao, ma soprattutto Theo -, la catena di destra ha svolto una funzione di contrappeso: a Calabria e Saelemaekers sono stati spesso delegati compiti prevalentemente difensivi, col terzino rossonero che spesso, per bilanciare le salite tanto devastanti quanto rischiose di Theo Hernandez, stringeva delineando una difesa a tre con Kjaer e Tomori.

È proprio a livello difensivo che il classe ’96 ha mostrato i miglioramenti più evidenti: se il suo alter ego pre-lockdown soffriva terribilmente gli esterni d’attacco in grado di puntarlo con continuità, quest’anno Davide Calabria ha spesso padroneggiato nei confronti dei suoi duellanti. È primo in Serie A per tackles riusciti (101) e ha chiuso la sua stagione con una partita difensivamente impeccabile contro il miglior attacco del campionato.

L’acmè della stagione del terzino originario di Brescia è probabilmente rappresentata dal gol siglato contro la Juventus a San Siro: nell’ecatombe di infortuni/Covid che ha colpito il Milan sul finire del girone d’andata, Calabria è stato costretto a giocare il big match coi bianconeri in mediana di fianco a Franck Kessie. Quello che fino a pochi mesi prima era un terzino impaurito, fischiato a ogni singolo tocco, e prossimo alla cessione, è giunto al punto di segnare contro la Juventus piazzando la palla all’incrocio giocando in una posizione inedita. La fiducia è in grado di far compiere agli uomini miracoli, e la componente mentale, in un atleta, non andrebbe mai banalizzata.

Il Milan è riuscito ad assicurarsi la qualificazione alla Champions dopo sette anni di assenza, e nei festeggiamenti post-partita, il sorriso più luminoso e sincero era proprio il suo: chissà che effetto farà tornare a San Siro indossando una nuova maschera, quella del giocatore rinnovato che ha contribuito all’impresa di riaccendere il fuoco di passione negli stessi tifosi che fino a un anno fa lo fischiavano delusi. Nella metamorfosi collettiva del Milan di Pioli, la trasformazione individuale più inaspettata è stata la sua; ora Davide Calabria dovrà confermarsi davanti al pubblico di San Siro, che però, dopo un anno di soddisfazioni, sarà anch’esso trasformato e più indulgente nei confronti di una squadra che ne ha meritato l’incitamento.

Siccome nella vita non c’è gioia senza un fondo di amarezza, è probabile che mentre Davide Calabria si godrà il meritato riposo estivo sorseggiando un cocktail in una spiaggia caraibica, il pensiero tornerà spesso sull’unico, ma doloroso neo della sua splendida stagione: la discutibile mancata convocazione in Nazionale.

1º posto: Dusan Vlahovic, Fiorentina (127 punti)

di Matteo Marranci
Dusan Vlahovic esulta per un gol
Un 9 come pochi (Foto: Andrea Staccioli/Imago Images – OneFootball)

26 settembre 2020. Seconda giornata di campionato, la Fiorentina è ospite dell’Inter. Partita divertente, vantaggio viola con Kouamé, la ribalta poi l’Inter con Lautaro e un’autorete di Ceccherini, salvo poi essere contro-rimontata dalla squadra di Iachini che porta il risultato sul 2-3 con le reti di Castrovilli e del partente Federico Chiesa. Dusan Vlahovic entra nella ripresa, ha sul destro – il piede debole – la palla del match point, ma scarica malamente fuori. L’atteggiamento dal suo ingresso in campo non è dei migliori, non entra minimamente in partita e ha anche grosse colpe sul gol di D’Ambrosio, che sul finale sovrasta il serbo e sigla il 4-3.

Non mancheranno le critiche per il ventenne numero 9 della Fiorentina: i viola hanno tre attaccanti ma, apparentemente, nessuno dei tre pare pronto per ricoprire il ruolo di centravanti titolare. Iachini gli preferisce Kouamé e talvolta anche Patrick Cutrone, motivo per il quale Vlahovic non sembra pronto per sbocciare. Ma la svolta arriva il 10 novembre. Cesare Prandelli torna dopo 10 anni sulla panchina della Fiorentina: nella sua gestione – poi fermata da difficoltà personali e non – non riuscirà a cambiare l’andamento dei gigliati, né a portare le proprie idee tattiche alla squadra, ma una delle scelte forti dell’ex CT lascerà una grande eredità alla Fiorentina.

Dopo tanti cambi e tante prove, Prandelli prende una decisione forte quanto rischiosa: il centravanti titolare della Fiorentina è e sarà Dusan Vlahovic, che arrivino o meno i gol. Prima del tecnico di Orzinuovi, il serbo aveva segnato un solo gol in 6 partite, poi la svolta: qualche partita di rodaggio, due rigori pesantissimi contro Sassuolo e Verona, poi la rete contro la Juventus nel sorprendente 0-3 all’Allianz Stadium.

Vlahovic ha lavorato, ha ascoltato i consigli di Prandelli e del suo staff (pare che abbia svolto tantissime sedute personalizzate con Renato Buso, ex viola e allenatore dell’Under-18), cercando di rispondere soltanto sul campo alle critiche di inizio stagione: il girone di ritorno di Vlahovic è un crescendo di prestazioni da attaccante completo che, nonostante non fosse supportato a dovere dalla squadra, ha saputo fare di necessità, virtù.

19 partite e 14 gol, le spalle larghe di chi deve reggere il peso di un reparto che ha lacune in tutte le sue posizioni (Ribéry che va a corrente alterna, Kouamé non pervenuto, Callejón quasi in villeggiatura a Firenze), ma soprattutto un carisma e una carica agonistica non banali per un ventenne. A livello tecnico ha impressionato la rapidità con la quale è cresciuto nella protezione palla – raramente gli sono arrivati palloni puliti in stagione – e nel gioco spalle alla porta: più volte a Firenze si sono chiesti come fosse possibile che con i suoi 190 cm, Vlahovic non riuscisse a farsi rispettare sui palloni aerei, ma col tempo si è sgrezzato e ha limato tutti i suoi difetti. A tal punto da essere definito in telecronaca durante un recente Fiorentina-Lazio “Imperatore dei cieli”. E, non a caso, il gol del definitivo 2-0 è arrivato proprio di testa.

Il masterpiece che certifica la sua crescita è sicuramente il terzo gol di Benevento che, non solo è quello della definitiva tripletta in 45′, ma è un esame passato con lode nella materia “attaccante completo”: stop orientato col sinistro (realizzato spalle alla porta) su lancio di Dragowski, con Glik che contemporaneamente gli si arrampica sulle spalle, dribbling secco e interno mancino a giro dai 30 metri. Un capolavoro.

Vlahovic sente la porta, lavora sporco in mezzo alle gabbie avversarie, forse deve ancora migliorare nei movimenti per liberare gli spazi ai compagni, ma il killer instinct dell’attaccante è diventato un marchio di fabbrica del serbo. Contro il Genoa riesce a tenere lontano il difensore e a calciare un pallone apparentemente innocuo di prima, ad incrociare, sorprendendo sul secondo palo Perin. Riassunto del concetto “sentire la porta”.

In neanche metà stagione Vlahovic si è trasformato, è il prototipo dell’attaccante che quasi tutti sognano: ha un fisico dominante che ha finalmente imparato a sfruttare a suo vantaggio, un piede sinistro fatato che sa essere docile e fulminante a seconda delle necessità, sente l’area di rigore e sa come smarcarsi al suo interno. C’è però una caratteristica che fa specie, forse più delle altre, ossia il carisma. Il serbo a soli 21 anni è diventato un leader tecnico e non solo, sa prendersi le responsabilità, non si spaventa davanti al rischio e lo affronta allo stesso tempo con fare fermo (cosa più consona ad un giocatore esperto) e spavaldo. La dimostrazione? Il cucchiaio su calcio di rigore. Contro la Juventus. In una situazione di classifica non certo sorridente.

Al suo ritorno, Beppe Iachini ha trovato il suo attaccante in una versione totalmente diversa da quella lasciata a novembre, e anche il tecnico marchigiano si è affidato ai gol del serbo per portare la barca viola in porto, in una stagione travagliata e sicuramente sotto le aspettative di inizio anno. Oggi Vlahovic fa gola a tutti i top club di A ed europei, solo Haaland ha segnato di più tra gli attaccanti della sua generazione, con la differenza che il norvegese ha un contorno che lo supporta sicuramente meglio rispetto a quanto fatto dalla Fiorentina con il suo 9.

Il rinnovo di Vlahovic sembra una chimera per la Fiorentina: soltanto un progetto serio e ambizioso potrebbe convincere il suo attaccante a rimanere come perno centrale del futuro viola. Forse Vlahovic rinnoverà, anche come ringraziamento verso chi lo ha aspettato e gli ha dato fiducia, ma sicuramente anche la Fiorentina dovrà fare uno sforzo economico e costruirgli attorno una rosa all’altezza. Perché, alla fine dei giochi, se la Fiorentina il prossimo anno giocherà di nuovo in Serie A, è prevalentemente merito del suo gioiello.

I voti di RdL per il Giocatore più Migliorato dell’Anno e la classifica completa

Di seguito, tutti i voti della redazione di Riserva di Lusso per il Giocatore più Migliorato dell’Anno:

I voti della nostra redazione sul Giocatore più Migliorato dell'Anno: vince Vlahovic
I voti della nostra redazione

Ecco, infine, la classifica completa:

  1. Dusan Vlahovic, Fiorentina (127 punti);
  2. Davide Calabria, Milan (29 punti);
  3. Franck Kessie, Milan (16 punti);
  4. Rick Karsdorp, Roma (13 punti);
  5. Nicolò Barella, Inter (9 punti);
  6. Simy, Crotone (8 punti);
  7. Antonin Barak, Verona (7 punti);
  8. Alessandro Bastoni, Inter (6 punti); Federico Chiesa, Juventus (6 punti);
  9. Simon Kjaer, Milan (5 punti); Danilo, Juventus (5 punti);
  10. Cristian Romero, Atalanta (4 punti); Hirving Lozano, Napoli (4 punti); Ruslan Malinovskyi, Atalanta (4 punti); Mattia Zaccagni, Verona (4 punti);
  11. Federico Dimarco, Verona (3 punti); Jerdy Schouten, Bologna (3 punti);
  12. Domenico Berardi, Sassuolo (2 punti);
  13. Piotr Zielinski, Napoli (1 punto); Lorenzo Insigne, Napoli (1 punto); Luis Muriel, Atalanta (1 punto); Milan Skriniar, Inter (1 punto); Giacomo Raspadori, Sassuolo (1 punto); Manuel Locatelli, Sassuolo (1 punto).

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