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C’erano il Liverpool, il Milan e gli stadi chiusi

Gli stadi chiusi ed un calcio senza tifosi

In Splendori e miserie del mondo del calcio Eduardo Galeano scrisse che “giocare senza tifosi è come ballare senza musica”. Circa un anno fa, la pandemia scombussolò gli equilibri delle nostre vite e, spegnendo il coro del tifo, costrinse il mondo del pallone a una danza silenziosa, nel triste scenario degli stadi chiusi.

Quello che in un primo momento sembrava un provvedimento momentaneo, è oggi una realtà assodata, e il frastuono di voci che rimbombava negli stadi, appare come un’eco lontana. Sorge spontaneo chiedersi se, parafrasando Galeano, il ballo rappresentato dal calcio possa effettivamente avere la medesima resa con e senza la musica prodotta dai suoi aficionados. Dopo quasi dodici mesi di partite a porte chiuse, è giunto il momento di fare un primo bilancio: quali sono stati gli effetti dell’assenza di pubblico sul gioco?

Quello post-pandemia è senza dubbio un calcio più freddo, asettico, scevro delle sue magiche componenti rituali: il gremirsi dello stadio nel prepartita, con quel calore di passione che cresce a ogni giro di lancetta, le coreografie, le bandiere, le urla entusiastiche ma anche gli insulti rabbiosi, sono tutte pratiche liturgiche a cui lo sport più popolare del mondo ha dovuto rinunciare. Oggi i calciatori scendono in campo, disputano la loro partita e tornano a casa. Sono costretti a danzare con la stessa convinzione di prima, pur dovendosi immaginare un sottofondo musicale non più presente.

Quando dopo il periodo di pausa dovuto all’esplosione del virus la Bundesliga annunciava il suo ritorno col big match Bayern Monaco-Borussia Dortmund del 26 maggio, lo scetticismo era inevitabilmente diffuso: parte dei tifosi si mostrava disinteressata all’idea di un calcio monco, apatico, privo dello spirito dionisiaco incarnato dal rombo del tifo che risuona negli stadi. Le riserve iniziali appaiono ormai superate, e i calciofili sembrano essersi abituati a questa formula resa inevitabile da cause di forza maggiore: il calcio rappresenta per molte persone un piglio fondamentale a cui aggrapparsi, quasi una religione in cui riversare le proprie speranze e sfogare le proprie frustrazioni.

È per questo motivo che, nonostante la situazione di emergenza, il mondo del pallone – dopo alcuni mesi burrascosi – è andato avanti, rappresentando uno dei pochi segnali di continuità con il passato pre-pandemia. Il calendario è fitto sino all’inverosimile, gli stadi sono vuoti, le casse dei club piangono, ma il gioco, imperterrito, resiste e continua ad appassionare milioni di devoti. La sopravvivenza nel periodo delle fatiche pandemiche è l’ennesima dimostrazione della potenza irrazionale di questo sport; lo stesso sport che, negli anni della prima Guerra Mondiale, fece addirittura interrompere il conflitto tra unità tedesche e britanniche, le quali, dopo aver sancito la Tregua di Natale nel 1914, si dilettarono in una leggendaria partita di calcio nei pressi di Yrpes prima di tornare alle armi. Lo stesso facevano i Greci con la cosiddetta “ἐκεχειρία” (letteralmente, “mani ferme”), una tregua vigente nel periodo delle Olimpiadi, durante il quale cessavano inimicizie private e pubbliche. La storia dimostra che lo sport è parte integrante del patrimonio culturale di un paese, e forse si dovrebbe smettere di sottovalutarlo.

Per capire concretamente se e come il fútbol sia cambiato in assenza dei tifosi, occorre analizzare alcuni numeri. Un primo dato che spesso si ricollega all’assenza di pubblico è quello dei gol realizzati. Nella stagione 2019/2020, quella dell’esplosione del virus che ha reso inevitabile la disputa a porte chiuse delle ultime tredici giornate, sono state siglate 1154 reti. Si tratta di un numero considerevolmente più alto rispetto alle due annate precedenti, quando il conto si fermò a 1017 (2017/2018) e 1019 (2018/2019) gol segnati.

Per quanto un campione di sole tredici partite non sia sufficiente per dedurre una tendenza statistica, si può ipotizzare che parte dell’incremento realizzativo sia da ricollegare alla novità di un calcio a porte chiuse e alla minor attenzione difensiva dovuta alla condizione fisica precaria accusata dalle squadre dopo i mesi di stop. Altri sostengono invece che l’esplosione di reti sia dovuta a un fattore prettamente psicologico: la fase difensiva, fondata sulla concentrazione dei singoli interpreti, accuserebbe un difetto di attenzione per via dell’effetto di straniamento provocato dal silenzio tombale di uno stadio vuoto, che, privato delle voci dei tifosi, non incentiverebbe i giocatori a stare sul pezzo con la stessa efficacia di prima.

Si tratta di congetture lecite e rispettabili, che però non sono certo da considerare come verità assolute e incontrovertibili. Dalla stagione in corso, la prima disputata a porte chiuse sin dall’inizio, sembra trasparire una conferma del trend di prolificità: finora – 22ª giornata – i gol siglati sono 640: se venisse confermata la media realizzativa di questa prima parte di stagione – circa 29 reti a giornata -, si sforerebbe nuovamente quota 1100 gol, segno che, vuoi per la minor applicazione delle difese a stadi chiusi, vuoi per una Serie A tatticamente sempre più offensivista e meno speculativa, qualcosa sta cambiando.

Stadi chiusi - Juventus-Inter
Scatto tratto da Juve-Inter dell’8 marzo 2020: il primo big match dell’era Covid-19 (Foto: Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images – OneFootball)

Il Milan e le pressioni del tifo

Uno dei casi più estremi e dibattuti quando si parla del nuovo calcio a porte chiuse è senza dubbio quello del Milan. La squadra allenata da Stefano Pioli ha inanellato un’incredibile striscia di risultati utili consecutivi proprio dalla ripresa del campionato a maggio, aprendo un vero e proprio ciclo che sta trovando continuità nella stagione in atto. Sebbene parte del merito per la rinascita rossonera venga attribuita all’impatto di Ibrahimovic e al lavoro encomiabile di Pioli, spesso si fa notare come la perentoria crescita di giocatori come Davide Calabria e Franck Kessié sia da addurre alla minor pressione causata dall’assenza di spettatori.

Secondo tale tesi, l’enorme pressione a cui una tifoseria esigente come quella milanista sottoponeva i suoi giocatori, creava un disagio psicologico accentuato dalla giovane età condivisa da gran parte della rosa di Stefano Pioli. L’esempio più lampante per differenza di resa tra calcio pre e post Covid è quello di Davide Calabria. A maggio 2020, il classe ’96 era uno dei giocatori più presi di mira dai tifosi rossoneri: ogniqualvolta il pallone raggiungeva il suo raggio d’azione, dalla severissima tribuna rossa di San Siro si alzava un rumoroso mugugno. Quando si considera il calcio pre-pandemico, non si può ignorare quello che nel gergo viene definito il dodicesimo uomo. Non si può ignorare l’enorme difficoltà che deriva dal giocare in uno dei grandi templi del calcio con un costante e fastidioso brusio di disappunto che accompagna ogni tocco di palla.

In una recente intervista rilasciata ai microfoni di DAZN, Davide Calabria ha dichiarato:

Pensando alla giovane età, forse l’assenza del pubblico ci ha dato una mano, riusciamo a parlarci in campo, comunichiamo meglio.

Spesso si commette l’errore fanciullesco di considerare i calciatori alla stregua di eroi invincibili, lontani dai problemi e dalle insicurezze che affliggono i comuni mortali. Calabria è la dimostrazione di come anche per i giocatori, l’aspetto psicologico, la fiducia di chi li circonda e la consapevolezza in loro stessi siano aspetti imprescindibili. Il terzino italiano rappresenta oggi una delle colonne portanti del Milan di Pioli, e col ritorno del pubblico a San Siro, che ci si auspica sia il più rapido possibile, chissà che non possa chiudere un cerchio consacrandosi definitivamente. Il tifo, dopotutto, altro non è che un cuore che batte seguendo il ritmo dettato dal suo organismo, rappresentato dalla squadra: lento e irritabile quando il rendimento è sottotono, rapido e travolgente quando i giocatori lavorano in modo efficace.

Davide Calabria esultante dopo la rete del momentaneo pareggio contro la Juventus (Foto: Miguel Medina/AFP via Getty Images – OneFootball)

Liverpool: effetti di un festeggiamento mancato

Un altro caso limite interessante da analizzare è quello della clamorosa flessione accusata dal Liverpool di Klopp. I Reds, attualmente sesti in Premier League, hanno subito in questa prima metà di stagione quasi il doppio delle sconfitte accumulate di quante non ne avessero accumulate nelle due annate precedenti: quattro sconfitte in campionato tra le stagioni 2018/2019 e 2019/2020, e sette in venticinque partite in quella in atto.

Se non si può certo ignorare l’estrema emergenza infortuni che sta lancinando i vicecampioni di Inghilterra da inizio stagione – su tutti quello del leader Virgil van Dijk -, all’origine della flessione dei vicecampioni d’Inghilterra sembrano esserci anche cause di natura psicologica legate all’assenza dei tifosi. A questo proposito, lo stesso performance psychologyst del Liverpool, Lee Richardson, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni in un’intervista con The Athletic:

Sì, è l’effetto del pubblico. Si tratta di una delle prime teorie di psicologia sportiva, elaborata a fine Ottocento da Norman Triplett. Il principio è che il pubblico intacca la performance di uno sportivo/atleta. Infatti, Triplett ha scoperto che più l’atleta è abile, più la sua performance trarrà giovamento dalla presenza di pubblico.

Già da queste dichiarazioni emerge un punto fondamentale: l’incidenza del pubblico sulla resa di una squadra sembra essere direttamente proporzionale alla forza, o quantomeno al momento di fiducia attraversato da quest’ultima. Più una squadra è forte, più i tifosi la rendono forte. Ciò suggerisce che in un caso come quello del Milan, quando un domani San Siro potrà tornare a riempirsi, gli stessi giocatori che prima della pandemia pativano la pressione del pubblico, acquisita una nuova consapevolezza grazie alle prestazioni a porte chiuse, potrebbero essere protagonisti di un ulteriore salto di qualità grazie alla spinta dei tifosi stessi. Richardson aggiunge che non si deve fare di questa teoria una legge, in quanto la sua validità dipende dall’intensità di connessione empatica tra tifoseria e squadra:

In una squadra come il Liverpool, è ovviamente un fattore. La connessione emotiva con i tifosi pesa una buona percentuale.

Un altro “punctum dolens” spesso trascurato quando si considera l’involuzione del Liverpool di Klopp è quello rappresentato dalla Premier conquistata nell’ultima stagione: quella del titolo nazionale era un’ossessione con cui i Reds convivevano dal 1990, anno di conquista dell’ultimo trofeo. Il fatto di aver dovuto festeggiare un’impresa di simile portata in assenza degli stessi tifosi e della stessa Kop -la leggendaria curva di Anfield – che hanno avuto un ruolo decisivo nel conseguimento di tale conquista, sembra aver provocato nei giocatori la stessa amarezza di un urlo di gioia strozzato in gola. Per lo straordinario lavoro fatto da Jurgen Klopp in quasi cinque anni, per cicatrici mai rimarginate come quella dello scivolone di Steven Gerrard contro il Chelsea che costò ai Reds il titolo nel 2014, per la cifra astronomica di 99 punti fatti, il Liverpool e i suoi tifosi meritavano un’altra celebrazione. Riguardo a questo punto, lo stesso Lee Richardson afferma:

Avrebbero dovuto correre sul prato di Anfield esponendo il trofeo di fronte agli spalti pieni. È stato un momento non adeguatamente scolpito nel tempo. Non è stato celebrato come avrebbe dovuto.

Ciò dimostra come le ferite psicologiche che segnano una stagione non siano necessariamente legate a disfatte non smaltite, ma anche a trionfi non abbastanza celebrati. Questo senso di insoddisfazione per una festa meritata e attesa per un ventennio, ma poi disertata per cause di forza maggiore, sembra tutt’ora attanagliare l’animo ricco di gloria sportiva, ma povero di memorie di festa dei giocatori allenati dal manager tedesco. Come direbbe Sorrentino, mai sottovalutare le conseguenze dell’amore.

Liverpool - Stadi chiusi
I giocatori del Liverpool festeggiano il titolo nazionale in un Anfield deserto per le norme anti-Covid (Foto: Laurence Griffiths/Getty Images – OneFootball)

I casi di Milan e Liverpool evidenziano l’influenza innegabile del tifo nel mondo del calcio. Ciononostante, per quanto non ci sia “nulla di meno vuoto di uno stadio vuoto”, come diceva Galeano, questo periodo anomalo ha dato dimostrazione del fatto che il mondo del pallone sia in grado di adattarsi a qualsiasi condizione pur di sopravvivere. Dunque, nell’attesa che la musica possa tornare a suonare, non resta che continuare a godere delle danze silenziose dei giocatori, che nel più anomalo dei periodi ci tengono attaccati a quella normalità pre-pandemia che tanto agogniamo e rimpiangiamo. Sì, si può ballare anche a casse spente.

Mbappé danza nel silenzio del Camp Nou, mentre Piqué tenta goffamente di seguirne il ritmo (Foto: David Ramos/Getty Images – OneFootball)
Autore

Antonio, 19 anni, studia Filosofia alla Statale di Milano. Amante del calcio e della sua epica, qui si finge anche un esperto.

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