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Antonio Belloni

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Lo ammetto: in un primo momento, in merito all’uso delle statistiche applicate al calcio, ero scettico anch’io. Con quale pretesa – mi chiedevo – si tenta di razionalizzare una delle sfere più emotive e irrazionali delle nostre vite, quella del pallone, quella della squadra di calcio che tifiamo? L’ennesimo tentativo di spiegare tutto con la matematica, con la logica, mi dicevo. Lasciateci almeno il calcio, concedeteci almeno uno spazio per il caos, per gli eventi dominati dall’imprevedibilità. Insomma, la solita reazione di chi si trova a fare i conti con un nuovo fenomeno, ancora non compreso nella sua utilità, e teme che il rischio sia quello di rovinare la sua quotidianità, la sua zona di comfort.

Parlare di temi controversi e sfaccettati quali la morale e la giustizia, in un mondo favolistico come quello del calcio, non è mai semplice. C’è sempre la sensazione che la sfera globale del pallone sia immersa in una bolla che la rende impermeabile ai problemi del mondo comune. I calciatori, veri protagonisti di questa dimensione parallela, sono visti come eroi: forti, irraggiungibili, e circondati da un’aura luminosa che li rende affascinanti come attori hollywoodiani. Quando viene diffusa la notizia di un misfatto che vede coinvolto un calciatore, la reazione è spesso di trauma. Ci si chiede come, quello stesso atleta che in campo spicca per la sua leadership e per il suo rigore, abbia potuto commettere un’azione così bassa, così umana. 

Le reazioni innescate da casi come quello che ha recentemente coinvolto Kurt Zouma, difensore del West Hai di cui è stato diffuso un video nel quale il francese è intento a prendere a calci il suo gatto, hanno posto l’attenzione su importanti questioni morali, in merito alle quali è interessante ragionare in modo critico, senza cadere nell’errore di condonare il gesto abominevole del difensore, né tantomeno assumendo posizioni estremiste, facendosi accecare dalla brutalità dei video. 

La querelle Zouma ha generato due correnti di pensiero, che nell’ambito del dibattito della giustizia rappresentano da sempre le due estremità antitetiche: giustizialisti e garantisti. La prima, quella dei giustizialisti, si è infervorata chiedendo a gran voce il licenziamento del giocatore nonché l’esclusione a vita dalla Premier League; la seconda, quella garantista, ha da subito tentato di ridimensionare l’atto, riconoscendone la gravità, ma manifestando allo stesso tempo, previa una punizione adeguata, un’apertura al perdono. La sensibilità morale, la percezione che abbiamo delle azioni altrui, è quanto di più contingente esista; per questo motivo, è bene sottolineare che la risonanza assunta da un episodio mediatico rappresenta un ottimo termometro per misurare il pensiero, le posizioni, e i temi che più stanno a cuore in un dato tempo storico. È impossibile ignorare come nel mondo odierno, un ruolo decisivo sia assunto dai social media.

In termini concreti, un caso come quello di Zouma, nasce, si sviluppa, e muore sui social. Il filmato che vede coinvolto l’ex Chelsea è stato infatti diffuso da un amico ingenuo – per usare un eufemismo -proprio su un social come Snapchat; la condivisione multimediale del video, che in poche ore è rimbalzato dai social a portali inglesi come il ‘Sun’, ha immediatamente provocato un fragoroso clamore mediatico, con una conseguente esplosione di commenti offensivi e richieste di punizioni esemplari rivolte al giocatore. Inevitabilmente, in risposta al vulcano mediatico creatosi, il West Ham ha deciso di multare il giocatore (250k) e di metterlo provvisoriamente fuori rosa, mentre l’Adidas, sponsor del francese, ne ha immediatamente preso le distanze stracciando il suo contratto.

Zouma con il West Ham
Alla pubblicazione del video è seguito un vero e proprio turbine mediatico e non che ha colpito lo stesso Zouma ma anche la sua famiglia (Foto: Alex Burstow/Getty Images)

Senza entrare nel merito delle decisioni prese, è interessante ragionare sul peso che i social hanno ormai assunto nella dinamica di questi episodi: l’impressione è che le società e le multinazionali associate all’atleta in questione non prendano provvedimenti in reazione all’atto in sé, ma alla reazione che questo genera nella bolla mediatica che ruota attorno al pallone. Non è più il modello di giustizia alla radice a essere garantista o giustizialista, indulgente o intransigente, bensì la reazione che si innesca a livello social(e); una reazione, questa, fortemente legata a elementi contingenti quali, in questo caso, la sensibilizzazione crescente al tema del maltrattamento degli animali, il legame affettivo con gli animali stessi e, perché no, col singolo giocatore.

La dimostrazione dell’influenza che l’eco mediatica ha avuto nei provvedimenti presi nei confronti di Zouma è tutta nella mancanza palese di una linea coerente in relazione al caso: ventiquattr’ore dopo la diffusione dei video incriminati, infatti, l’allenatore degli Hammers ha deciso di schierare titolare il difensore francese, giustificando la scelta con la sua sfera di competenza, che deve limitarsi al campo. Queste dichiarazioni di Moyes hanno fatto parecchio rumore in Inghilterra, tanto che a poche ore dal fischio finale, i vertici di Experience Kissimmee, uno degli sponsor del West Ham, hanno dichiarato tutto il loro sconforto per la decisione di schierare Zouma in seguito ai recenti misfatti, minacciando di rivedere l’accordo di sponsorizzazione con gli Hammers. Interpellati dal portale inglese ‘The Athletic’, alcuni rappresentanti della Premier League hanno manifestato il loro disappunto per la scelta dell’allenatore, che avrebbe dovuto escludere il giocatore dalla rosa; allo stesso modo, alcuni tifosi del West Ham, tra i quali padri di famiglia accompagnati allo stadio dai propri figli, hanno trovato difficile spiegare come Zouma, a ventiquattrore da quegli atroci filmati, potesse essere in campo, come se nulla fosse accaduto. La situazione creatasi attorno al calciatore è più che mai paradossale: da un lato viene dipinto come un mostro irrecuperabile, multato e abbandonato dagli sponsor; dall’altro, però, Moyes continua a schierarlo in campo, come se il rettangolo di gioco fosse una dimensione parallela in cui Zouma non esiste più come uomo responsabile delle proprie azioni, ma solo come calciatore, utile al raggiungimento del sogno quarto posto maturato dagli Hammers.

Il rischio di un sistema di provvedimenti influenzato dalla frenesia mediatica odierna, è quello di essere ridotti a prendere decisioni a caldo, quasi come si fosse costretti a rispondere a una massa infervorata che invoca le punizioni più estreme per il giocatore in questione. I social, purtroppo, sono da sempre un veicolo pericoloso, in cui le persone sfogano rabbia e frustrazione; cedere a questi spazi la legittimità di condizionare una sfera che dovrebbe essere rigorosa, obbiettiva ed esente dalle passioni come quella della giustizia, rischia di essere deleterio.

Un calciatore, per un tifoso che twitta, può essere oggi una chiavica e domani un fenomeno; ma un essere umano, nei suoi errori, anche nelle sue azioni più riprovevoli, non può essere giudicato con la stessa leggerezza tranchant. I processi sui social network, volti alla distruzione di qualsiasi atleta/celebrità venga colta in fallo – Hollywood ne rappresenta un fulgido esempio – devono rimanere ben distanti dalle aule in cui si prendono le decisioni che determinano la vita e la carriera di un uomo. L’incoerenza con cui vengono trattati i diversi casi che vedono coinvolti personaggi mediaticamente influenti, è testimonianza di una mancanza di uniformità che può essere sì associata a una battuta al bar con gli amici, ma non certo a decisioni di una simile rilevanza.

Zouma ha gravemente sbagliato, ne ha pagato le conseguenze (multa e addio sponsor) e i suoi animali sono stati prontamente sottratti dall’ente che ne tutela i diritti in Inghilterra, l’ RSPCA (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals). Si è scusato e chi gli sta intorno lo racconta come un uomo che si è pentito. In una società la cui giustizia si fondi sulla fiducia nella possibilità del riscatto sociale, la questione, a questo punto, sarebbe del tutto appannaggio degli organi competenti, nel caso in cui si decida di incriminare Zouma, come richiesto dalla petizione lanciata dall’Ong Anti Animal Abuse su change.org. Nel frattempo, però, la macchina del fango sui social non sembra arrestarsi, e basta scorrere i Tweet che citano Zouma per rendersi conto di come vi siano due giustizie parallele che si stanno confusamente esercitando, trasformando un atto ignobile in un pretesto per ergersi a giudici della moralità universale.

La discussione infinita sul caso Zouma è stata recentemente aizzata dalle dichiarazioni di Micheal Antonio, suo compagno di squadra al West Ham, che interpellato da Sky Sport UK, ha dichiarato:

Ho una domanda per te, credi che quello che ha fatto sia peggio del razzismo? Non sto perdonando la cosa che ha fatto, non sono affatto d’accordo con la cosa che ha fatto. Ma ci sono persone che sono state condannate in tribunale per razzismo e che in seguito hanno giocato a calcio. Sono stati puniti, hanno ricevuto una squalifica di otto partite o qualcosa del genere.

Molti hanno tacciato queste parole di benaltrismo, in quanto il fatto che il razzismo sia un’ulteriore piaga dell’umanità non rappresenta un’alibi di fronte al gesto commesso da Antonio. La dichiarazione provocatoria dell’attaccante del West Ham, però, merita una riflessione più approfondita. Il caso più eclatante in Premier League è senz’altro quello che riguarda Suarez, condannato a pagare 40k sterline – poco più di 1/6 della multa pagata da Zouma – e a scontare otto turni di squalifica per aver ripetutamente indirizzato insulti razzisti a Evra durante Manchester United-Liverpool nel 2011.

Evra e Suarez nel 2011
Il misfatto del 2011, pur generando enorme clamore inizialmente, alla fine si dimostrò poi altrettanto grave visti i provvedimenti presi (Foto: Andrew Yates/AFP via Getty Images – OneFootball)

Senza entrare nel merito di un velleitario confronto gerarchico su quale sia il male peggiore tra il razzismo e il maltrattamento degli animali, è interessante notare quali siano oggi le disposizioni della Federazione inglese in presenza di episodi di razzismo in campo: qualunque giocatore insulti un avversario per il colore della sua pelle, o per il suo orientamento religioso/sessuale, verrà squalificato per cinque turni, dieci se recidivo. Oggi Luis Suarez gioca a calcio, ha appena conquistato una Liga col suo Atletico Madrid e, nonostante non sia certo un personaggio che attira le simpatie dei tifosi avversari, nessuno metterebbe in discussione il suo diritto a esercitare la professione.

I suoi insulti razzisti sono stati spesso fatti passare come dei tentativi di provocare Evra, degli esempi di trashtalking per innervosirlo. La punizione è stata severa, ma Luis Suarez non è mai stato crocifisso in pubblica piazza. Gli sponsor non si sono mai allontanati da lui, anzi, è una delle figure di punta del colosso Puma. Nessuno ha aperto una petizione per incriminarlo o perché smettesse di giocare a calcio. Tutto quello che sta invece accadendo a Kourt Zouma, il quale ha commesso un atto altrettanto grave, ma innescando reazioni ben diverse, che dovrebbero farci riflettere sui problemi sistemici della nostra società. 

Intendo concludere questo articolo, inevitabilmente sommario per la complessità dei temi toccati, con alcune domande che mirano a suscitare una riflessione: cosa sarebbe successo se, senza essere diffuso sui social, il video di Zouma fosse semplicemente pervenuto al West Ham e ad Adidas? I provvedimenti sarebbero stati gli stessi? E ancora: i provvedimenti sarebbero stati gli stessi se, al posto di Zouma, titolare di una squadra in lotta per la Champions, il diretto interessato fosse stato una terza linea poco impiegata? Moyes lo avrebbe convocato? Ma soprattutto: fino a che punto siamo interessati al fatto che i giocatori della squadra che tifiamo, i nostri beniamini, siano modelli irreprensibili di comportamento?

Negli ultimi anni la fruizione del prodotto calcistico è stata segnata dall’esplosione di un fenomeno che può offrirci interessanti spunti sulla società in cui viviamo: gli highlights. Si tratta di filmati di pochi minuti che concentrano gli episodi salienti di una partita, disperdendo nell’oblio le fasi di contorno. Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti a fine 2020, solo meno di un quarto dei ragazzi appartenenti alla generazione Z ritiene importante seguire un evento sportivo in tempo reale. In relazione al suolo italico è difficile rilevare numeri precisi, ma possiamo mettere a confronto quello degli abbonati a DAZN (piattaforma che detiene i diritti di tutte le partite di Serie A per la stagione 2021/22) con quelli delle visualizzazioni dei canali YouTube che caricano highlights di partite. Si delinea una tendenza meritevole di approfondimenti.

Dalla debacle di Bergamo ad oggi, il Milan di Stefano Pioli rappresenta la squadra più maturata e cresciuta dell’intera Serie A. Ripercorrere i ventidue mesi intercorsi tra Atalanta-Milan del Dicembre 2019, il punto più basso della storia recente rossonera, e Atalanta-Milan 2-3 della stagione in corso, forse apice della risalita ai vertici, aiuta ad apprezzare la continua trasformazione della macchina ‘piolista’.

Dopo otto lunghi anni di esilio, il Milan si è finalmente riaffacciato alla sua amata Champions League. Per l’occasione, il destino ha offerto ai rossoneri il teatro di Anfield, uno stadio dove nemmeno Paolo Maldini ha mai avuto la fortuna di difendere i suoi colori. Nel prepartita, il dirigente milanista, da sempre maestro zen nella gestione delle emozioni, è apparso visibilmente nervoso. Apprensivo come un padre che accompagna suo figlio ad un incontro importante, Maldini sembrava chiedersi se il suo Milan sarebbe stato all’altezza di quella splendida cornice, di quella squadra travolgente, di quell’atmosfera magica di cui lui si nutriva abitualmente. L’incontro si è rivelato dapprima traumatico, poi illusorio, infine amaro.

Effetti del Genio, Erik Lamela

Di fronte ai capolavori, la reazione degli uomini è spesso quella di un’esaltazione mista allo spavento. L’espressione assunta da Sergio Reguillón in seguito al gol di rabona del Coco Lamela contro l’Arsenal ricorda l’Urlo di Munch. Il terzino degli Spurs è esultante ma al tempo stesso pallido: le mani nei capelli e l’espressione di terrore manifestano la condizione di un uomo che ha appena assistito a un miracolo inatteso.

In effetti, quando Lucas ha scaricato il pallone per l’argentino, nessuno aveva percepito il minimo pericolo; anzi, Lamela sembrava in controtempo. Poi, dal nulla, il tempo all’Emirates si è fermato e il genio, travestito da Erik Lamela, si è palesato ricordandoci quanto l’imprevedibilità sia in grado di sconvolgere equilibri sottili. 

Calcio e Arte

L’esecuzione è di una bellezza disarmante: l’ex Roma pianta a terra la gamba destra e la avvolge col piede sinistro, che con un tocco di punta da biliardo imprime un effetto a rientrare al pallone. La sfera passa tra le gambe di Thomas Partey, nell’unico pertugio disponibile, e si insacca all’angolino. Se l’aspetto estetico del gol non può certo passare in secondo piano, quel che sorprende della rabona di Lamela è la sua efficacia: il Coco sembra aver trovato un compromesso tra “bello” e “utile”, dimostrando come l’unico modo per ottenere la migliore resa, talvolta, sia quello di ricercare la bellezza.

Realizzare un gol simile richiede un talento senza confini, e l’Argentino non è nuovo a questo tipo di prodezze – si ricordi il gol segnato, sempre in rabona, in Europa League contro l’Asteras Tripolis -, ma non è da sottovalutare il processo che ha spinto Lamela a tentare un colpo di tale calibro. La tipica perifrasi con cui si commentano prodezze simili (“È già difficile pensarlo questo gol, figurarsi farlo”) nasconde un’ingenuità: colpi di genio simili non si pensano.

Supporre che tra l’istinto e l’atto che hanno condotto Lamela a compiere il suo capolavoro vi sia stato un intermezzo di riflessione, equivale ad affermare che Federer debba pensare prima di un rovescio, che Fontana abbia dovuto contemplare ogni sua tela prima di squarciarla con un taglio, o che Bowie abbia dovuto fare brain-storming prima di scrivere Space Oddity. Simili colpi di genio non sono prevedibili, accadono e basta, e sono il frutto istintivo di riflessioni – nel caso di Fontana e Bowie – e ripetizioni del gesto tecnico – nel caso di Federer – durate una vita.

Il prodotto finale in sé altro non è che il momento in cui gli artisti raccolgono i frutti seminati lungo la propria esistenza: non ci si può improvvisare artisti, pensando e producendo un prodigio nel medesimo momento, l’espressione del genio a cui si dà forma va coltivata con tempo e talento. Sebbene calcio e arte siano per certi versi due mondi distanti, il gesto tecnico di Lamela, così come la reazione munchiana di Reguillón, ha tutte le stimmate di un’opera d’arte: emoziona, spaventa, esalta e non si può smettere di guardarla. 

Tutti osservano il gol di Lamela
La splendida traiettoria indovinata da Lamela (Foto: Julian Finney/Imago Images – OneFootball)

Un gol virtuale

Si sa, il genio ha bisogno di libertà per operare. Incatenarlo, equivale ad annullarlo. È per questo motivo che il guizzo strabiliante del Coco sembra così estraneo al suo contesto. Il teatro che fa da cornice alla rabona di Lamela è un Emirates vuoto, desolante. Se la funzione del calciatore è quella di procurare gioie ai suoi tifosi, il gol dell’ex Roma è paragonabile a una mostra d’arte disertata, o a un concerto di una band storica a cui nessuno si è presentato.

La bellezza del gesto resiste, ma il contrasto creato dal contesto innaturale aggiunge una nota nostalgica: il gol l’hanno visto tutti, chi dalla propria TV in tempo reale e chi dal proprio smartphone su suggerimento di un amico. Nessuno, però, potrà mai dire “Ero all’Emirates quando Lamela ha segnato in rabona contro l’Arsenal nel derby di Londra. È come se la presenza dei tifosi rappresentasse un certificato di convalidazione del gesto. Le grandi prodezze necessitano di un pubblico con cui dialogare, e se quest’ultimo manca, non conservano il medesimo valore.

La fruizione telematica del gol di Lamela è assimilabile a un tour virtuale in una sala del Louvre: le opere sono identiche, ma l’esperienza dal vivo è imparagonabile. La vera differenza è che mentre milioni di persone si sono trovate faccia a faccia con la Monnalisa – forse non proprio faccia a faccia, considerata la coda – nessuno, se non gli attori stessi del teatro dell’Emirates, è stato testimone del gol di Lamela. Se fosse stato realizzato a porte chiuse in un passato non troppo lontano, il gol sarebbe diventato una leggenda nebulosa da raccontare ai nipotini; oggi invece, tra Sky Sport, Youtube, Instagram et similia, tutti ne hanno usufruito e lo hanno condiviso come se si trattasse di un prodotto di consumo, ma nessuno l’ha visto. 

Lo scenario del gol
L’Emirates vuoto che fa da cornice al capolavoro del Coco (Foto: Julian Finney/Imago Images – OneFootball)

La rabona di Lamela è un’opera decadente

La pandemia, sulla scia della digitalizzazione, ha radicalmente modificato il nostro rapporto con l’estetica. Quella che prima del Covid-19 era una bellezza fruibile per via diretta – nei musei, negli stadi, e nei teatri -, oggi è una bellezza mediata.

La chiusura dei luoghi di assembramento ci ha costretto a stabilire un nuovo rapporto con i gesti tecnici che eravamo soliti ammirare allo stadio, così come con i quadri sui quali indugiavamo a una mostra. Il progresso tecnologico ci ha consentito di non rinunciare completamente alla fruizione di tali meraviglie, ma è difficile convincersi che il filtro dei dispositivi virtuali possa restituire la stessa esperienza dialettica offerta dal contatto diretto.

I musei virtuali faticano a entusiasmare persino la generazione dei nativi digitali, e la rabona di Lamela, segnata in un Emirates deserto, sembra assumere un nuovo significato: non più un capolavoro espressionista, bensì l’opera di un grande artista in fase decadente. Esteticamente impeccabile, ma mancante del calore umano che nessuna riproduzione virtuale è in grado di comunicare. Ecco che, forse, si è individuata una differenza ontologica che rende un gesto artistico irreplicabile per via telematica: il rapporto con lo spettatore.  

Lamela esulta e Reguillón non ci crede
Reguillón con le mani nei capelli corre al fianco di Lamela (Foto: Julian Finney/Imago Images – OneFootball)

Gli stadi chiusi ed un calcio senza tifosi

In Splendori e miserie del mondo del calcio Eduardo Galeano scrisse che “giocare senza tifosi è come ballare senza musica”. Circa un anno fa, la pandemia scombussolò gli equilibri delle nostre vite e, spegnendo il coro del tifo, costrinse il mondo del pallone a una danza silenziosa, nel triste scenario degli stadi chiusi.

Quello che in un primo momento sembrava un provvedimento momentaneo, è oggi una realtà assodata, e il frastuono di voci che rimbombava negli stadi, appare come un’eco lontana. Sorge spontaneo chiedersi se, parafrasando Galeano, il ballo rappresentato dal calcio possa effettivamente avere la medesima resa con e senza la musica prodotta dai suoi aficionados. Dopo quasi dodici mesi di partite a porte chiuse, è giunto il momento di fare un primo bilancio: quali sono stati gli effetti dell’assenza di pubblico sul gioco?

Quello post-pandemia è senza dubbio un calcio più freddo, asettico, scevro delle sue magiche componenti rituali: il gremirsi dello stadio nel prepartita, con quel calore di passione che cresce a ogni giro di lancetta, le coreografie, le bandiere, le urla entusiastiche ma anche gli insulti rabbiosi, sono tutte pratiche liturgiche a cui lo sport più popolare del mondo ha dovuto rinunciare. Oggi i calciatori scendono in campo, disputano la loro partita e tornano a casa. Sono costretti a danzare con la stessa convinzione di prima, pur dovendosi immaginare un sottofondo musicale non più presente.

Quando dopo il periodo di pausa dovuto all’esplosione del virus la Bundesliga annunciava il suo ritorno col big match Bayern Monaco-Borussia Dortmund del 26 maggio, lo scetticismo era inevitabilmente diffuso: parte dei tifosi si mostrava disinteressata all’idea di un calcio monco, apatico, privo dello spirito dionisiaco incarnato dal rombo del tifo che risuona negli stadi. Le riserve iniziali appaiono ormai superate, e i calciofili sembrano essersi abituati a questa formula resa inevitabile da cause di forza maggiore: il calcio rappresenta per molte persone un piglio fondamentale a cui aggrapparsi, quasi una religione in cui riversare le proprie speranze e sfogare le proprie frustrazioni.

È per questo motivo che, nonostante la situazione di emergenza, il mondo del pallone – dopo alcuni mesi burrascosi – è andato avanti, rappresentando uno dei pochi segnali di continuità con il passato pre-pandemia. Il calendario è fitto sino all’inverosimile, gli stadi sono vuoti, le casse dei club piangono, ma il gioco, imperterrito, resiste e continua ad appassionare milioni di devoti. La sopravvivenza nel periodo delle fatiche pandemiche è l’ennesima dimostrazione della potenza irrazionale di questo sport; lo stesso sport che, negli anni della prima Guerra Mondiale, fece addirittura interrompere il conflitto tra unità tedesche e britanniche, le quali, dopo aver sancito la Tregua di Natale nel 1914, si dilettarono in una leggendaria partita di calcio nei pressi di Yrpes prima di tornare alle armi. Lo stesso facevano i Greci con la cosiddetta “ἐκεχειρία” (letteralmente, “mani ferme”), una tregua vigente nel periodo delle Olimpiadi, durante il quale cessavano inimicizie private e pubbliche. La storia dimostra che lo sport è parte integrante del patrimonio culturale di un paese, e forse si dovrebbe smettere di sottovalutarlo.

Per capire concretamente se e come il fútbol sia cambiato in assenza dei tifosi, occorre analizzare alcuni numeri. Un primo dato che spesso si ricollega all’assenza di pubblico è quello dei gol realizzati. Nella stagione 2019/2020, quella dell’esplosione del virus che ha reso inevitabile la disputa a porte chiuse delle ultime tredici giornate, sono state siglate 1154 reti. Si tratta di un numero considerevolmente più alto rispetto alle due annate precedenti, quando il conto si fermò a 1017 (2017/2018) e 1019 (2018/2019) gol segnati.

Per quanto un campione di sole tredici partite non sia sufficiente per dedurre una tendenza statistica, si può ipotizzare che parte dell’incremento realizzativo sia da ricollegare alla novità di un calcio a porte chiuse e alla minor attenzione difensiva dovuta alla condizione fisica precaria accusata dalle squadre dopo i mesi di stop. Altri sostengono invece che l’esplosione di reti sia dovuta a un fattore prettamente psicologico: la fase difensiva, fondata sulla concentrazione dei singoli interpreti, accuserebbe un difetto di attenzione per via dell’effetto di straniamento provocato dal silenzio tombale di uno stadio vuoto, che, privato delle voci dei tifosi, non incentiverebbe i giocatori a stare sul pezzo con la stessa efficacia di prima.

Si tratta di congetture lecite e rispettabili, che però non sono certo da considerare come verità assolute e incontrovertibili. Dalla stagione in corso, la prima disputata a porte chiuse sin dall’inizio, sembra trasparire una conferma del trend di prolificità: finora – 22ª giornata – i gol siglati sono 640: se venisse confermata la media realizzativa di questa prima parte di stagione – circa 29 reti a giornata -, si sforerebbe nuovamente quota 1100 gol, segno che, vuoi per la minor applicazione delle difese a stadi chiusi, vuoi per una Serie A tatticamente sempre più offensivista e meno speculativa, qualcosa sta cambiando.

Stadi chiusi - Juventus-Inter
Scatto tratto da Juve-Inter dell’8 marzo 2020: il primo big match dell’era Covid-19 (Foto: Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images – OneFootball)

Il Milan e le pressioni del tifo

Uno dei casi più estremi e dibattuti quando si parla del nuovo calcio a porte chiuse è senza dubbio quello del Milan. La squadra allenata da Stefano Pioli ha inanellato un’incredibile striscia di risultati utili consecutivi proprio dalla ripresa del campionato a maggio, aprendo un vero e proprio ciclo che sta trovando continuità nella stagione in atto. Sebbene parte del merito per la rinascita rossonera venga attribuita all’impatto di Ibrahimovic e al lavoro encomiabile di Pioli, spesso si fa notare come la perentoria crescita di giocatori come Davide Calabria e Franck Kessié sia da addurre alla minor pressione causata dall’assenza di spettatori.

Secondo tale tesi, l’enorme pressione a cui una tifoseria esigente come quella milanista sottoponeva i suoi giocatori, creava un disagio psicologico accentuato dalla giovane età condivisa da gran parte della rosa di Stefano Pioli. L’esempio più lampante per differenza di resa tra calcio pre e post Covid è quello di Davide Calabria. A maggio 2020, il classe ’96 era uno dei giocatori più presi di mira dai tifosi rossoneri: ogniqualvolta il pallone raggiungeva il suo raggio d’azione, dalla severissima tribuna rossa di San Siro si alzava un rumoroso mugugno. Quando si considera il calcio pre-pandemico, non si può ignorare quello che nel gergo viene definito il dodicesimo uomo. Non si può ignorare l’enorme difficoltà che deriva dal giocare in uno dei grandi templi del calcio con un costante e fastidioso brusio di disappunto che accompagna ogni tocco di palla.

In una recente intervista rilasciata ai microfoni di DAZN, Davide Calabria ha dichiarato:

Pensando alla giovane età, forse l’assenza del pubblico ci ha dato una mano, riusciamo a parlarci in campo, comunichiamo meglio.

Spesso si commette l’errore fanciullesco di considerare i calciatori alla stregua di eroi invincibili, lontani dai problemi e dalle insicurezze che affliggono i comuni mortali. Calabria è la dimostrazione di come anche per i giocatori, l’aspetto psicologico, la fiducia di chi li circonda e la consapevolezza in loro stessi siano aspetti imprescindibili. Il terzino italiano rappresenta oggi una delle colonne portanti del Milan di Pioli, e col ritorno del pubblico a San Siro, che ci si auspica sia il più rapido possibile, chissà che non possa chiudere un cerchio consacrandosi definitivamente. Il tifo, dopotutto, altro non è che un cuore che batte seguendo il ritmo dettato dal suo organismo, rappresentato dalla squadra: lento e irritabile quando il rendimento è sottotono, rapido e travolgente quando i giocatori lavorano in modo efficace.

Davide Calabria esultante dopo la rete del momentaneo pareggio contro la Juventus (Foto: Miguel Medina/AFP via Getty Images – OneFootball)

Liverpool: effetti di un festeggiamento mancato

Un altro caso limite interessante da analizzare è quello della clamorosa flessione accusata dal Liverpool di Klopp. I Reds, attualmente sesti in Premier League, hanno subito in questa prima metà di stagione quasi il doppio delle sconfitte accumulate di quante non ne avessero accumulate nelle due annate precedenti: quattro sconfitte in campionato tra le stagioni 2018/2019 e 2019/2020, e sette in venticinque partite in quella in atto.

Se non si può certo ignorare l’estrema emergenza infortuni che sta lancinando i vicecampioni di Inghilterra da inizio stagione – su tutti quello del leader Virgil van Dijk -, all’origine della flessione dei vicecampioni d’Inghilterra sembrano esserci anche cause di natura psicologica legate all’assenza dei tifosi. A questo proposito, lo stesso performance psychologyst del Liverpool, Lee Richardson, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni in un’intervista con The Athletic:

Sì, è l’effetto del pubblico. Si tratta di una delle prime teorie di psicologia sportiva, elaborata a fine Ottocento da Norman Triplett. Il principio è che il pubblico intacca la performance di uno sportivo/atleta. Infatti, Triplett ha scoperto che più l’atleta è abile, più la sua performance trarrà giovamento dalla presenza di pubblico.

Già da queste dichiarazioni emerge un punto fondamentale: l’incidenza del pubblico sulla resa di una squadra sembra essere direttamente proporzionale alla forza, o quantomeno al momento di fiducia attraversato da quest’ultima. Più una squadra è forte, più i tifosi la rendono forte. Ciò suggerisce che in un caso come quello del Milan, quando un domani San Siro potrà tornare a riempirsi, gli stessi giocatori che prima della pandemia pativano la pressione del pubblico, acquisita una nuova consapevolezza grazie alle prestazioni a porte chiuse, potrebbero essere protagonisti di un ulteriore salto di qualità grazie alla spinta dei tifosi stessi. Richardson aggiunge che non si deve fare di questa teoria una legge, in quanto la sua validità dipende dall’intensità di connessione empatica tra tifoseria e squadra:

In una squadra come il Liverpool, è ovviamente un fattore. La connessione emotiva con i tifosi pesa una buona percentuale.

Un altro “punctum dolens” spesso trascurato quando si considera l’involuzione del Liverpool di Klopp è quello rappresentato dalla Premier conquistata nell’ultima stagione: quella del titolo nazionale era un’ossessione con cui i Reds convivevano dal 1990, anno di conquista dell’ultimo trofeo. Il fatto di aver dovuto festeggiare un’impresa di simile portata in assenza degli stessi tifosi e della stessa Kop -la leggendaria curva di Anfield – che hanno avuto un ruolo decisivo nel conseguimento di tale conquista, sembra aver provocato nei giocatori la stessa amarezza di un urlo di gioia strozzato in gola. Per lo straordinario lavoro fatto da Jurgen Klopp in quasi cinque anni, per cicatrici mai rimarginate come quella dello scivolone di Steven Gerrard contro il Chelsea che costò ai Reds il titolo nel 2014, per la cifra astronomica di 99 punti fatti, il Liverpool e i suoi tifosi meritavano un’altra celebrazione. Riguardo a questo punto, lo stesso Lee Richardson afferma:

Avrebbero dovuto correre sul prato di Anfield esponendo il trofeo di fronte agli spalti pieni. È stato un momento non adeguatamente scolpito nel tempo. Non è stato celebrato come avrebbe dovuto.

Ciò dimostra come le ferite psicologiche che segnano una stagione non siano necessariamente legate a disfatte non smaltite, ma anche a trionfi non abbastanza celebrati. Questo senso di insoddisfazione per una festa meritata e attesa per un ventennio, ma poi disertata per cause di forza maggiore, sembra tutt’ora attanagliare l’animo ricco di gloria sportiva, ma povero di memorie di festa dei giocatori allenati dal manager tedesco. Come direbbe Sorrentino, mai sottovalutare le conseguenze dell’amore.

Liverpool - Stadi chiusi
I giocatori del Liverpool festeggiano il titolo nazionale in un Anfield deserto per le norme anti-Covid (Foto: Laurence Griffiths/Getty Images – OneFootball)

I casi di Milan e Liverpool evidenziano l’influenza innegabile del tifo nel mondo del calcio. Ciononostante, per quanto non ci sia “nulla di meno vuoto di uno stadio vuoto”, come diceva Galeano, questo periodo anomalo ha dato dimostrazione del fatto che il mondo del pallone sia in grado di adattarsi a qualsiasi condizione pur di sopravvivere. Dunque, nell’attesa che la musica possa tornare a suonare, non resta che continuare a godere delle danze silenziose dei giocatori, che nel più anomalo dei periodi ci tengono attaccati a quella normalità pre-pandemia che tanto agogniamo e rimpiangiamo. Sì, si può ballare anche a casse spente.

Mbappé danza nel silenzio del Camp Nou, mentre Piqué tenta goffamente di seguirne il ritmo (Foto: David Ramos/Getty Images – OneFootball)

Rafa nel mondo delle meraviglie

Rafael Leao vive in un mondo tutto suo. Basta osservarlo nei classici sopralluoghi prepartita per rimanerne incuriositi: cuffiette alle orecchie – e fin qui è tutto nella norma – sorriso a trentadue denti alla Eddie Murphy e movenze ciondolanti che richiamano le melodie trap del suo recente album di esordio, Beginning. In campo Rafa, almeno all’apparenza, non sembra mutare il proprio registro.

Specie nel corso della sua prima stagione rossonera, molti tifosi gli hanno criticato un atteggiamento indolente, uno scarso impegno che il giovane portoghese manifestava con un linguaggio del corpo pigro e svogliato. Ciò che più destava frustrazione nei tifosi milanisti era il fatto che Leao, non appena riceveva il pallone tra i piedi, palesava un talento abbacinante, che per via della sua scarsa applicazione minacciava di non essere coltivato nel giusto modo.

Rafa vive in un mondo tutto suo, come appare evidente a chiunque lo osservi nelle sue teatrali espressioni facciali o in quel sorriso puerile che lo accompagna anche quando sta realizzando prodezze in campo. Ma è altrettanto vero che, qualunque esso sia, si tratta di un mondo pieno di talento e qualità.

Rafael Leao
Rafael Leao e uno dei suoi soliti sorrisi beffardi durante Milan-Toro di Coppa Italia (Foto: Miguel Medina/AFP via Getty Images – OneFootball)

La prima stagione rossonera

L’attaccante portoghese originario di Almada arriva al Milan nell’estate del 2019, quando il management sportivo allora rappresentato da Boban e Maldini decide di investire ben trenta milioni per il talento reduce da una florida stagione nel Lille dei miracoli che conquistò la qualificazione alla Champions League; l’operazione, che vede il coinvolgimento di Tiago Djalò, che fa il percorso inverso direzione Lille, viene finanziata dalla dipartita di Patrick Cutrone, rampollo del settore giovanile rossonero e promesso sposo al Wolverhampton.

Si tratta di una sliding door estremante significativa per comprendere la genesi del progetto rossonero che in questa stagione sta raccogliendo tutti i suoi frutti: la società meneghina decide di mettere da parte la sua indole negli ultimi tempi nostalgica, spesso troppo rivolta al passato, incarnata dalla passione da capopopolo di Patrick Cutrone, per assecondare un’idea di lungimiranza sportiva, sposando il talento sconfinato di Rafael Leao.

Nella sua prima stagione in casa rossonera, l’ex Lille si rivela da subito un giocatore tanto talentuoso quanto acerbo e discontinuo. Giampaolo lo fa esordire da titolare a sorpresa in un derby che segnerà il tracollo definitivo della sua esperienza sulla panchina rossonera, ma il portoghese – schierato da ala sinistra in un 4-3-3 – non passa inosservato: sterzate improvvise, doppi passi con frequenza di gamba supersonica e uno strappo palla al piede da felino condiscono la sua presentazione alla Scala del Calcio. Nel secondo tempo la sapienza tattica di Godin, che sarà abile nell’impedirgli di sprigionare la sua velocità, finirà per rubargli la scena, ma le fiammate del portoghese resteranno uno squarcio di luce nella delusione dell’ambiente rossonero per l’ennesimo derby perso.

Il prosieguo della stagione segue lo stesso copione del derby. Leao, pur in un contesto confusionario e sfiduciato come quello del Milan pre-lockdown, regala sprazzi di classe pura come il capolavoro messo a segno nella disfatta contro la Fiorentina: l’asso portoghese riceve palla sul lato sinistro del campo, fa scorrere la sfera con una finta di corpo e serpenteggia tra Milenkovic e Pezzella con una danza leggiadra prima di concludere in rete con un piattone in diagonale.

A San Siro finisce 1-3 per la Viola, ma la giocata fenomenale di Rafa regala un barlume di speranza ai rassegnati tifosi rossoneri. A colpi come questo, Leao alterna prestazioni irritanti, indolenti, che non rendono merito al suo smisurato talento. Il classe ’99, acquistato come punta di movimento, viene prevalentemente schierato da esterno sinistro, ma dimostra una scarsa propensione all’adempimento dei compiti difensivi: quando è chiamato al pressing corricchia con la flemma di chi sta facendo un favore contro voglia e le volte in cui viene immortalato dalla telecamera regala espressioni svagate, da ragazzo all’ultimo banco con la testa tra le nuvole.

Si sa, quando le cose vanno bene i tifosi sono pronti a essere indulgenti coi propri beniamini e possono tollerare anche atteggiamenti poco consoni; in una situazione di crisi nera come quella del Milan pre-Pioli, gli atteggiamenti superficiali hanno un peso triplicato. È questo il motivo per cui il talentino di Almada fatica a trovare continuità, almeno finché “colui che tutto move” ha deciso di regalare ai tifosi rossoneri una sua seconda epifania, cambiando radicalmente il corso degli eventi.

Leao
Leao se la ride in panchina durante Milan-Lazio del 3 novembre 2019 (Foto: Marco Luzzani/Getty Images – OneFootball)

Zlatan e Leao

Se il ritorno di Zlatan Ibrahimovic a Milano produce nell’ambiente rossonero degli effetti miracolosi, uno dei maggiori beneficiari del tocco divino del fuoriclasse svedese è proprio Rafael Leao. È il 6 gennaio del 2020, giorno in cui si gioca Milan-Sampdoria. Al 55′ scocca l’istante tanto atteso dalla numerosissima cornice di pubblico giunta a San Siro: entra il fuoriclasse svedese, e con lui, senz’altro più inosservato, fa il suo ingresso in campo anche l’attaccante portoghese.

Il primo pallone giocato dal gigante di Malmo viene rivolto proprio a Rafa, la cui conclusione viene deviata. Zlatan sembra aver deciso da subito di prendere sotto la sua ala il classe ’99, smuovendolo dal torpore del mondo delle meraviglie in cui sembra intrappolato e incanalandolo verso quello più duro del calcio dei grandi. Il rapporto simbiotico tra i due riecheggia nel giorno del primo gol della seconda vita milanista di Zlatan: in Cagliari-Milan segnano entrambi, e il destino di Rafa sembra destinato ad assumere una nuova piega.

Se è inevitabile sottolineare l’importanza di potersi quotidianamente confrontare in allenamento con un professionista maniacale come Ibrahimovic, è altrettanto doveroso menzionare lo straordinario apporto di Stefano Pioli nel miglioramento dell’attaccante ex-Lille: l’allenatore, sin dalla prima conferenza, ha speso parole al miele per il ragazzo, sottolineandone le infinite potenzialità di crescita. Allo stesso modo, quando Rafa ha offerto prestazioni deludenti, non si è mai nascosto dietro a una retorica morbida, e ha puntualmente fatto presente che il classe ’99, per le sue qualità, doveva dare molto di più.

Leao terminerà la stagione con sei gol e due assist all’attivo, numeri non esaltanti ma nemmeno disastrosi, considerando che si tratta pur sempre di un ventenne alla prima stagione di Serie A. Ma quella che è probabilmente la miglior prestazione stagionale dell’attaccante arriva proprio all’ultima giornata contro il Cagliari, a chiudere un ciclo di crescita individuale e collettiva aperto dai rossoneri proprio all’andata contro i sardi.

Il Milan corona gli straordinari risultati post-lockdown con l’ennesima goleada, e l’attaccante portoghese, prima di uscire dal campo per un leggero infortunio, si rivela semplicemente devastante: non solo le folate di classe a intermittenza che avevano caratterizzato i suoi primi mesi a Milano, ma anche una maggior partecipazione al gioco corale, un sacrificio non evidentemente nelle sue corde, e giocate da predestinato. Propizia l’1-0 con un gioco di suola con cui elude Cragno prima di spingere il pallone – deviato da un difensore – in porta e colpisce una traversa con una meravigliosa rovesciata che rende omaggio all’iconico gol in cilena realizzato a Torino dal suo idolo Cristiano Ronaldo. La stagione è finita, ma Rafa ha fatto capire che da qui in avanti ha intenzione di fare sul serio. Nel suo cervello sembra essere scattato quel click che ha fatto svoltare innumerevoli carriere sportive, e il merito – almeno in parte – è di Stefano Pioli e Zlatan Ibrahimovic. 

Leao Ibra
Ibrahimovic rincuora Leao dopo Milan-Samp del 6 gennaio 2020 (Foto: Miguel Medina/AFP via Getty Images – OneFootball)

La maturazione di Leao

Nella stagione in atto, Leao sta dando conferma di essere uno dei giovani più promettenti d’Europa. Il portoghese sembra aver finalmente svestito i panni del ragazzo negligente dalle potenzialità non sfruttate e sta offrendo un rendimento che, in rapporto alla sua età, fa sperare in un futuro da fuoriclasse. Se il talento non è mai stato messo in dubbio da chiunque lo abbia visto giocare, quel che sorprende nell’evoluzione del classe 1999 è la rapidità con cui ha saputo smussare i tanti difetti tecnico-tattici che ne contraddistinguevano il gioco: il diciassette rossonero oggi pressa con più convinzione, si presta al sacrificio – per quanto non sia evidentemente nelle sue corde – e aiuta più la squadra anche nelle fasi di gioco in cui gli è richiesto di far salire la squadra o lottare sulle seconde palle.

Una delle tappe fondamentali della quasi repentina maturazione del talento ex-Lille è rappresentata da Sassuolo-Milan del 20 dicembre. Ibra, in procinto di tornare a guidare l’attacco rossonero dopo l’infortunio accusato a Napoli, ha una ricaduta, e di conseguenza tutto il peso dell’attacco rossonero graverà sulle spalle di Leao, finalmente schierato centravanti. Come una madre assegna le chiavi di casa al figlio per responsabilizzarlo, per caricarlo di un peso che non abbia a che fare solo con lui, ma con tutta la famiglia, così Stefano Pioli si è ritrovato a consegnare le chiavi dell’attacco rossonero al giovane attaccante, che – forse per la prima volta – è sceso in campo non solo in quanto responsabile di sé, ma di tutto il nucleo famigliare che ogni squadra di calcio rappresenta.

Leao supera l’ardua prova di svezzamento con la lode: segna dopo soli sei secondi e settantasei centesimi, stabilendo il record di gol più veloce nella storia dei cinque principali campionati, e contribuisce al consolidamento del primo posto dei rossoneri. Da quella partita, Rafael sembrerà tutto un altro giocatore, e se il numero della somma gol e assist è già superiore rispetto a quello della scorsa stagione – finora ha collezionato 6 gol e 5 assist – sorprende l’ibridismo tattico che il portoghese ha mostrato negli ultimi mesi.

Esterno sinistro dalle progressioni funamboliche, centravanti di movimento che attacca la profondità e – complice la positività al Covid di Çalhanoglu – anche trequartista e accentratore del gioco offensivo. I numeri rivelano che il ruolo in cui Leao ha una miglior resa in termini di gol e assist è quello di centravanti: cinque presenze condite da 3 gol e un assist. A seguire il ruolo di esterno sinistro, posizione in cui viene schierato più spesso, in una vera e propria staffetta con Ante Rebic: 2 gol e 3 assist in otto presenze. Infine il trequartista, il ruolo più atipico, che aveva già interpretato nelle giovanili dello Sporting Lisbona e che nelle prestazioni contro Bologna e Crotone ha evidenziato le sue abilità in fase di rifinitura: tante occasioni create al Dall’Ara – più un rigore propiziato – e uno splendido assist a coronare una triangolazione perfetta con Ibrahimovic contro i calabresi.

Da un confronto dell’heatmap del portoghese tra la stagione 2019/2020 e quella in atto emerge come il giocatore, complice il ventaglio di ruoli diversi interpretati negli ultimi mesi, abbia radicalmente centralizzato il proprio raggio d’azione. Lo scorso anno Rafa agiva quasi esclusivamente in fascia sinistra, in una posizione che gli garantiva di sprigionare la sua velocità di progressione per arrivare sul fondo e poi crossare con una giocata che è diventata un suo marchio di fabbrica: finta con sbilanciamento del lato destro del corpo e allungo del pallone col piede sinistro, prima di arrivare sul fondo per crossare, come in occasione dell’assist a Saelemaekers in Milan-Roma o di quello a Ibra nel derby.

L’heatmap della stagione in corso, invece, evidenzia come il ventunenne abbia centralizzato radicalmente il suo gioco, risultando efficace sia quando schierato da trequartista/seconda punta come accentratore del gioco offensivo in grado di far risalire la palla dal centrocampo – aspetto del gioco in cui Çalhanoglu eccelle -, sia come centravanti in grado di svariare su tutto il fronte d’attacco. Un’ulteriore testimonianza dell’alto livello ormai raggiunto dal giovane talento è deducibile dall’analisi dei dati avanzati in relazione ai suoi coetanei compagni di ruolo nei top cinque campionati europei.

Spiccano in particolare i seguenti dati: Rafael – secondo le statistiche di WhoScored -, prendendo in esame prime punte, trequartisti e esterni sinistri d’attacco Under 22 con almeno dieci presenze stagionali, è il 3° giocatore per numero di duelli aerei vinti a partita (1.6 ogni partita), il 5° per dribbling riusciti (1.8 ogni partita) – solo 0.1 in meno di João Felix -, il 9° per numero di passaggi chiave (0.9 a partita). Se le impressioni possono ingannare, il supporto freddo e inconfutabile dei numeri ribadisce come il ventunenne sia uno tra i più interessanti giovani attaccanti del mondo.

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Margini di miglioramento

Non resta che porsi un semplice quesito: cosa manca a Rafael Leao per perfezionare il suo gioco e diventare un giocatore d’élite? Probabilmente solo tempo. Il portoghese ha 21 anni, e nella stagione in atto sta mostrando miglioramenti che, soprattutto in termini di atteggiamento, sembravano impensabili. Uno degli aspetti su cui ha sicuramente margini di miglioramento è la continuità nell’arco dei novanta minuti: troppo spesso l’ex Lille si concede pause nel corso della partita, momenti in cui non sembra nemmeno essere in campo.

Una maggiore consapevolezza delle proprie qualità e della gestione delle energie psico-fisiche -caratteristiche che si acquisiscono con l’esperienza – dovrebbero aiutare il ragazzo nel miglioramento di questo fondamentale. Visto il considerevole miglioramento in termini di prolificità rispetto alla stagione scorsa, la fase di gioco in cui il portoghese è più carente è probabilmente quella difensiva, dove fatica ancora a coordinarsi coi movimenti dei compagni nella prima pressione, spesso esercitata in maniera troppo rinunciataria.

Non è un caso che la spinta offensiva di Theo Hernandez assuma due facce diverse, a seconda che si trovi davanti nel ruolo di esterno sinistro d’attacco Rebic o il numero diciassette rossonero: quando è in campo il croato, il terzino francese sembra sentirsi molto più libero di spingere a tutto gas, sicuro del ripiegamento difensivo del suo compagno di fascia; al contrario, quando lo slot di ala sinistra è occupato da Rafa, Theo, più preoccupato, si dedica maggiormente a compiti prettamente difensivi. Anche questo è un aspetto su cui il talento classe ’99 sta lavorando con efficacia, e la crescente fiducia tecnica e mentale non può che rappresentare un’arma in più per il perfezionamento del suo bagaglio calcistico.

Leao Hauge
Leao esulta con Hauge dopo la rete siglata contro il Torino (Foto: Marco Luzzani/Getty Images – OneFootball)

Fanciullezza

Se la maturazione tecnico-tattica è sotto gli occhi di tutti, si può dire che Rafael Leao non sembri aver mutato il suo approccio fanciullesco al gioco. Sebbene egli interpreti le partite con maggiore serietà, le sue espressioni divertite e sorridenti e i suoi balletti accennati nei sopralluoghi pre-partita continuano a dar sfoggio di una personalità con cui è difficile non empatizzare.

Di recente, come detto, l’attaccante rossonero ha pubblicato il suo primo album, in cui parla dei sacrifici fatti per salvarsi da un quartiere difficile come quello del Bairro do Jamaica – in provincia di Almada – per arrivare a giocare a San Siro, con la stessa spensieratezza di sempre. Il gol siglato a Benevento, forse finora il più bello della sua carriera, è la conferma di come Rafa, dopotutto, dia ancora la sensazione di giocare con la svagatezza di un bambino al campetto con gli amici. Ha appena superato il portiere grazie a un’accelerazione fulminante, quando si prepara a calciare da posizione da posizione quasi impossibile; prova un pallonetto, e ancora prima che la palla scavalchi il portiere con una traiettoria perfetta, sul volto di Rafa si stampa il solito sorriso a trentadue denti, che ce lo fa immaginare bambino, in un campetto di terra dell’oratorio, a fare magie con i coetanei del barrio. 

In un calcio destinato a essere dominato negli anni a venire da uomini-macchina dal fisico scultoreo e dallo stile di gioco severo quanto potente – gli Haaland e i de Ligt -, la “fanciullezza pascoliana” del sorriso con cui Leao accompagna ogni giocata sembra un’eccezione romantica. A farlo risultare unico è proprio la spensieratezza puerile con cui si cimenta in un mondo adulto e istituzionalizzato come quello del calcio. Rafa sembra incarnare la gioia che ogni bambino prova nel giocare a calcio, dal campetto mal ridotto del Bairro do Jamaica in Portogallo a quello in sintetico di un oratorio milanese. Perché come diceva Pascoli, “la sostanza psichica è uguale nei fanciulli di tutti i popoli. Un fanciullo è fanciullo allo stesso modo da per tutto”. È questa, al di là del suo talento, la potenza di Rafael Leao.

Leao sorride ancor prima che il suo geniale pallonetto si insacchi in rete (Foto: Francesco Pecoraro/Getty Images – OneFootball)

C’è un qualcosa di demoniaco, una tendenza all’autodistruzione che pervade da sempre l’animo dei russi e li conduce spesso sulla via della perdizione. La carriera di Aleksandr Kokorin, attaccante classe ’91, rappresenta un’epitome sportiva che aiuta a comprendere al meglio l’impetuoso e controverso – ma allo stesso tempo affascinante – carattere sovietico.

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