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L’illusionismo periferico di Juan Román Riquelme

Juan Román Riquelme ha un posto centrale nell’immaginario collettivo calcistico. Per lui il centro è da sempre stato il luogo in cui poteva rendere efficace quell’innata capacità di giocare con eleganza il pallone al servizio dei compagni. Ogni pallone doveva passare dai suoi piedi perché non era lui che andava a prenderselo. Per molti era lento, svogliato e avulso a tutto ciò che riguardava la fase difensiva, ma quando era in giornata (e accadeva spesso) non c’era niente da fare. Decideva lui. Muoveva a piacimento pallone, avversari e compagni al suo ritmo, senza fretta. Perché quelle capacità sono innate ma si sono anche evolute nel corso degli anni, quasi più per esigenza che per mero piacere. Come se in ogni sfida che la vita gli mettesse davanti, dovesse rimarcare la propria autonomia.

Román: il nemico della claustrofobia

Quando sin da piccolo giochi a calcio per strada ti abitui agli spazi stretti e angusti. Devi evitare gli ostacoli naturali, le botte che arrivano da chi gioca contro di te e, soprattutto, devi abituarti a sapere cosa fare in ogni momento. Se giochi come se il pallone fosse unicamente il tuo, devi trovare un modo per non fartelo rubare dagli avversari e – se pensi di essere in grado di giocare anche con i tuoi compagni di squadra – di passarlo decentemente. Riquelme è nato con questa combinazione di caratteristiche. È cresciuto a Don Torcuato (in provincia di Buenos Aires) e ha imparato a giocare a calcio in qualunque contesto.

Era timido, taciturno e fisicamente non sembrava essere il bambino più in forma di tutto il quartiere, eppure per strada o nel potrero sembrava un’altra persona. Diventava imprendibile, sicuro delle proprie capacità fino a diventare quasi strafottente dal punto di vista tecnico. Era ingiocabile e suo padre lo sapeva. Da ex calciatore della zona, sapeva riconoscere le qualità del figlio. Notava la sua capacità di emergere dalle difficoltà in qualsiasi situazione avversa. Dopotutto, vivevano in una famiglia assai numerosa. Una famiglia umile formata da tredici persone in cui bisognava condividere tutto, soprattutto gli spazi. Non erano poverissimi ma, certamente, non erano ricchi. Il capofamiglia era consapevole del talento del figlio maggiore, riteneva potesse fornire un’ulteriore fonte di guadagno e sperava che gli osservatori si accorgessero del figlio. Le prestazioni di Riquelme fecero aprire gli occhi agli scout delle società affiliate all’Argentinos Juniors.

Iniziò così il girovagare del bambino taciturno che faceva cose impensabili con il pallone in quella zona di Buenos Aires. Intorno ai dieci anni, arrivò alle giovanili dell’Argentinos Juniors. Le caratteristiche viste sui terreni disastrati di Don Torcuato erano le stesse anche sui campi de La Paternal, ma il bambino era più fragile di ciò che immaginavano gli allenatori dell’Argentinos Juniors. Era fragile soprattutto dal punto di vista mentale. Il padre, oltre a caricarlo pesantemente di pressioni, non era mai soddisfatto delle sue prestazioni. Spesso Román arrivava all’allenamento in condizioni fisiche e mentali preoccupanti. Triste, più silenzioso del solito e pieno di lividi e ferite. Circolò in seguito la voce secondo cui il padre, per riuscire a far entrare qualche soldo in più a casa, lo obbligasse a giocare nelle zone peggiori di Don Torcuato per finanziare il suo giro di scommesse illegali con altre personalità della malavita locale.

Un rapporto simile a quello che poteva avere il direttore Terence Fletcher con l’allievo Andrew Neiman in Whiplash: Riquelme costretto dal padre a ricercare l’eccellenza nonostante le ferite fisiche e psicologiche perché nato con un dono reso speciale dalla pratica costante. Ed è proprio la pratica costante ad aver reso Juan Román Riquelme un mostro nella gestione del pallone. Ha sacrificato la velocità nei movimenti senza palla per la supersonica velocità di pensiero. Perché il padre scommetteva su di lui durante le partite nel barrio? Perché gli avversari non riuscivano a rubargli il pallone. Perché è stato l’ultimo sostituto al Boca Juniors di Diego Armando Maradona? Perché anche lui aveva la capacità di controllare il gioco con la tecnica, riuscendo a segnare in qualsiasi modo e, in specialmente, riuscendo a far segnare qualsiasi compagno di squadra.

Quando Román ha debuttato nei professionisti ha capito come il dominio del gioco passasse dal centro del campo. Una zona trafficata, in cui il pallone deve essere giocato con i tempi giusti e con tanta precisione. Ma è soprattutto il posto in cui il pallone viene conquistato a suon di intercetti, tackle, contrasti e marcature asfissianti. Riquelme era abituato a convivere con questi paradigmi calcistici. Si sapeva adattare senza snaturarsi, anzi esaltandosi. Era il posto in cui faceva risaltare la propria identità, mettendosi al servizio di quei compagni che giocavano per lui, limitando il suo scarso contributo difensivo. Ma dove si va quando al centro la situazione diventa claustrofobica e invivibile? Ci si sposta verso l’esterno, verso la periferia. Se il calcio di strada aveva ulteriormente esaltato la tecnica e la velocità d’esecuzione, aveva elevato anche la capacità di trovare gli spazi giusti per sfuggire ai pericoli.

Quando la situazione al centro del campo diventava insostenibile, Román si spostava sulla fascia. Come accadeva a Don Torcuato, le zone laterali del campo diventavano il palcoscenico in cui Riquelme si trasformava: da professore a mago. Se sei abituato ad evitare marciapiedi, tombini, pietre, fossati, muretti, auto o qualsiasi altro elemento su cui è preferibile non sbattere, sviluppi una sensibilità sensoriale e spaziale che può permetterti qualunque cosa. Inoltre ti permette di costruire un arsenale di finte, dribbling e tunnel (i famosi caño che scriveranno la storia del 10 silenzioso) utile per prendere alla sprovvista gli avversari. Se a questo aggiungi un gioco di gambe da pugile e una capacità di pensare più rapidamente degli altri, diventi immarcabile in ogni zona del campo.

Román poteva giocare con una benda sugli occhi e riuscire comunque a scegliere l’opzione migliore per nascondere il pallone e saltare un avversario in una situazione di difficoltà. Ed è per questo motivo che sembrava essere attratto dalle linee laterali del campo. Quando c’era da nascondere il pallone in una situazione di difesa, andava lì. Quando doveva invece umiliare un avversario in fase d’attacco, era quello il posto prediletto. Lo faceva nel potrero, figuriamoci quanto fosse facile per lui farlo su un campo in erba nei professionisti. Basta chiedere ai calciatori del Real Madrid durante la Coppa Intercontinentale del 2000. Partita in cui la gestione del pallone di Riquelme riuscì a fondere in un solo elemento i concetti di attacco e difesa. Ma si potrebbe chiedere pure a quelli del Barcellona cosa significhi provare a rubargli il pallone sulla fascia.

Bisogna però spostarsi in Argentina per vedere cosa accade quando Juan Román Riquelme è ispirato al punto da trasformare alcune sue giocate – dettate dalla necessità di uscire da una situazione complicata – in numeri di illusionismo nella forma più spettacolare e umiliante che si possa immaginare.

Juan Román Riquelme supera Carlos Carbonero
Juan Román Riquelme supera Carlos Carbonero (Foto: Bernardino Avila/Photogamma via Imago Images – OneFootball)

Il vortice silenzioso: Riquelme vs Perez

30 ottobre 1999. Estadio Gigante de Arroyito, Rosario (Argentina). Torneo Apertura. Rosario Central – Boca Juniors.
Il Boca, dopo aver sfruttato un disastro nella retroguardia rosarina, è andato in vantaggio intorno al ventesimo minuto del primo tempo grazie a Palermo. L’allenatore del Rosario Central, Edgardo Bauza, è consapevole che i pericoli per la sua difesa si generano non appena il pallone entra nella disponibilità di Juan Román Riquelme. Per limitare i danni, ha organizzato una marcatura asfissiante sul 10 xeneize. Román cerca un po’ di respiro, allargandosi verso la fascia destra. Dopo aver rischiato l’asportazione di una gamba per via di un’entrata in ritardo di un avversario, capisce che è giunto il momento di inventarsi qualcosa di diverso d’ora in poi per nascondere il pallone ai calciatori del Rosario senza farsi male.

Di fronte a lui c’è Charles Perez, che cerca di schermargli la linea di passaggio verso il centro del campo. El Mudo si gira e sembra voler dare le spalle al difensore rosarino per effettuare un retropassaggio. Ma nessuno poteva immaginare cosa stesse per accadere, il linguaggio del corpo non dava nessuna indicazione. Con la suola del piede destro porta il pallone verso il piede sinistro, ruotando sul proprio asse. In un battito di ciglia completa una ruleta con il tacco sinistro che fa passare il pallone tra le gambe di Perez. Un attimo. Un solo attimo. Charles Perez non ha capito niente ma difficilmente qualsiasi altra persona all’infuori di Riquelme avrà capito qualcosa di ciò che era appena successo.

Quella è stata una magia tipica di chi riesce a plasmare a proprio piacimento il contesto che lo circonda, prendendosi gioco del tempo, dello spazio e degli avversari. Román avrà pensato: “se funzionava sulle strade polverose e dissestate, funzionerà anche qui”. E ha funzionato alla grandissima. Come uscire da una marcatura claustrofobica in uno spazio di circa due metri quadrati? Con un tunnel di tacco! Semplice, no?

Il tunnel più memorabile della storia dei Superclásico: Riquelme vs Yepes

24 maggio 2000. La Bombonera, Buenos Aires (Argentina). Ritorno dei quarti di finale della Copa Libertadores. Boca Juniors – River Plate.
All’andata il River vinse per 2-1. Al ritorno il Boca deve vincere almeno 2-0 senza subire gol. Il primo tempo si conclude sul punteggio di 0-0 ma nella seconda frazione sale in cattedra il prof. Juan Román Riquelme. Al 59′ porta palla fino alla trequarti, decentrandosi verso sinistra. Dribbla un paio di avversari e improvvisamente mette al centro un pallone radiocomandato diretto verso i piedi di Delgado. L’assist è precisissimo e Delgado segna con un tocco sottoporta in anticipo sull’uscita del portiere. Ma non è finita qui. All’86’ El Mudo mette la sua firma sull’incontro anche nel tabellino dei marcatori. Spiazza Bonano dagli undici metri e il Boca è teoricamente qualificato alle semifinali di Copa Libertadores.

È giunto il momento di mettere un po’ di mostarda sulla partita, giusto per mandare ulteriormente in estasi uno stadio che lo era già per quel risultato. 89′ minuto: si va in scena. Marchant si trova nella propria metà campo, sulla fascia destra. Alza la testa e di fronte a sé trova Riquelme qualche decina di metri più avanti con i piedi sulla linea laterale. Lo serve con un passaggio non esattamente semplice da controllare. Alle sue spalle del trequartista xeneise arriva Mario Yepes a marcarlo in maniera aggressiva, dopo essersi staccato dalla linea difensiva. Non vuole e non può farlo girare. Secondo il difensore, il 10 argentino è nella situazione migliore per non far altro che passare indietro il pallone a un compagno, trovandosi spalle alla porta avversaria.

Riquelme entra in possesso del pallone ma aspetta il momento giusto per mettere in scena il suo numero da torero illusionista. Accarezza la sfera con la suola del piede destro per allontanarla dalle grinfie di Yepes e, una frazione di secondo dopo, utilizza nuovamente la suola per fare un tunnel al centrale colombiano, mandando il pallone nella direzione opposta. È bastata una frazione di secondo. Palla c’è, palla non c’è. La dignità di Yepes si vaporizza nella notte di Buenos Aires in mezzo ai quasi 50000 che riempiono La Bombonera. Ma il colombiano non demorde. Cerca di illudersi che l’umiliazione appena ricevuta non sia stata così pesante. Nel frattempo Riquelme si trasforma nuovamente in un Beep Beep con la palla tra i piedi, inseguito da tre Willy il Coyote vestiti in maglia biancorossa. Niente, non riescono a fermare quel calciatore apparentemente lento ma imprendibile.

C’è solo una via possibile: stenderlo con le cattive. Román è in quelle sue giornate in cui potrebbe puntare verso la porta palla al piede o persino far segnare un raccattapalle con un assist insensato. Yepes affianca il trequartista nello scatto sulla fascia, affonda il tackle e riesce finalmente a toccare il pallone. Riquelme perde il controllo della palla, che finisce in fallo laterale.

Il centrale colombiano avrà pur perso momentaneamente la dignità in un battito di ciglia ma ha guadagnato il rispetto del torero che lo ha umiliato precedentemente. In un contesto di quel tipo – un Superclásico dominato con prese in giro calcistiche annesse – Riquelme si sarebbe probabilmente aspettato di uscire dallo stadio su una barella. Ma Yepes non l’ha fatto, non ha perso la testa e ha limitato i danni. Era consapevole anche lui che quella non era la giornata giusta per cercare di rovinare lo spettacolo a Juan Román Riquelme, l’illusionista periferico amato da tutti gli appassionati del futbol.

Autore

Cagliaritano, classe '95. Appassionato di calcio, motorsport, basket e sport d'azione. Sempre pronto a parlare seriamente di cose stupide (e viceversa).

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