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Lorenzo Masi

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Arrivato quasi in sordina quest’inverno a cifre tutt’altro che basse (14 milioni), Jonathan Ikoné è da qualche settimana un nuovo calciatore della Fiorentina. La volontà dell’ex Lille di mettersi alla prova con la maglia viola ha prevalso sulla possibilità di continuare il percorso europeo con i campioni di Francia. Come ha fatto la Fiorentina per vincere sulle concorrenti che cercavano Ikoné? Quali sono le possibilità che il nativo di Bondy ha intravisto al Franchi ed in cosa il talento del neo nazionale francese potrà arricchire un reparto offensivo così strutturato e organizzato come quello di Vincenzo Italiano? Sono queste alcune delle domande alle quali proveremo a rispondere.

Da alcuni anni il vero significato delle coppe nazionali sembra essersi diluito in una mera perdita di tempo settimanale. In cinquant’anni tali competizioni hanno visto mutare la propria importanza da titolo chiave, che valorizzava il predominio in un certo paese, a torneo per “scappati di casa” destinato a dar minutaggio alle riserve dalle sporadiche possibilità di diventare titolari. Tale preoccupazione, che non ingloba un’Inghilterra da sempre attenta a mantenere lo status della FA Cup, investe in particolare Francia, Spagna e Italia. Ma mentre la Coppa Italia fa tanta fatica a cambiar pelle, i vicini sembrano aver trovato la chiave di volta per ridare interesse nazionale a due prodotti come Coupe de France e Copa del Rey. Il tutto tramite formule organizzative semplici che hanno riavvicinato i tifosi ad un calcio forse più genuino e sicuramente più accattivante.

Dopo la conquista di un titolo francese che rimarrà nella storia, le incognite inerenti a quello che sarebbe stato il cammino del Lille Olympique Sporting Club da campione in carica erano tante. Gli interrogativi non riguardavano solo il lato sportivo, ma anche quello dirigenziale. Il primo aveva una doppia causa: l’addio di Christophe Galtier ed il presunto “esodo” di talenti che avrebbero lasciato la città del Beffroi. Il secondo era invece incentrato sul cambio di rotta iniziato nel dicembre 2020, quello che aveva portato Olivier Létang a diventare presidente del club dopo Gérard Lopez. A sei mesi di distanza, fra traguardi storici e scelte discutibili, risulta ancora faticoso valutare il nuovo LOSC per poterne delineare il percorso futuro. Viaggio tra le mille sorprese che Les Dogues potrebbero regalarci in questa stagione.

Da qualche anno la nazionale canadese viene annoverata tra le squadre più promettenti e piene di talento in chiave futura, proiettandosi soprattutto in vista dei mondiali del 2026 che proprio in Canada ospiteranno tre sedi. L’interesse verso la nazionale parte anche dalla presenza di giovani talenti consacrati come Alphonso Davies e Jonathan David che, seppur con traiettorie diverse, sono partiti da Vancouver e Ottawa prima di spiegare le ali alle nostre latitudini. Cosa è cambiato in questi anni e qual è stata la scintilla che ha permesso tale cambiamento? La neonata Canadian Premier League, il nuovissimo campionato canadese che ieri ha concluso la sua terza stagione appena, può aiutarci a comprendere l’importanza che il soccer sta prendendo nel paese della foglia d’acero.

Dopo la gloria del 2004 in Champions League, il Porto e tutto il calcio portoghese hanno attraversato un periodo difficile che ha condotto il paese lusitano ad una crisi di risultati e identità a livello continentale. E se l’Europa League nel 2011 (con tre squadre portoghesi nelle ultime quattro, vinta poi dal Porto) e l’Europeo vinto nel 2016 avevano ridato vigore e forza a tutto il movimento, i club apparivano ancora in difficoltà nell’assimilare e adattarsi ai cambiamenti del calcio europeo dal punto di vista strutturale ed economico. Almeno sino all’arrivo di Sérgio Conceição sulla panchina dei Dragões nel 2017: una scelta che ha riportato lustro al club rendendolo, ad oggi, una costante mina vagante in Champions League ed una società modello nel ricostruirsi ogni anno andando a cercare linfa nuova con astuzia e formazione. 

Dopo un gradevole ritorno nella massima divisione del calcio belga, dopo una storia gloriosa e ricca di trionfi, il Royale Union Saint-Gilloise potrebbe rivelarsi la sorpresa di Pro League. Un campionato che quest’anno cerca padrone e che sta dimostrando di esser tornato a livelli competitivi, soprattutto sul palcoscenico continentale. E se Bruges-Paris Saint-Germain ha fatto intendere che le idee ed i concetti del calcio fiammingo possono lottare contro le superpotenze europee, la parabola delle prime sette giornate del club gialloblu mette in evidenza una lega livellata verso l’alto, in cui ogni compagine ha saputo rendersi competitiva. Se a guidare il club c’è lo spirito e la visione italica unito alla gestione societaria di imprinting inglese, la buona riuscita di un progetto si fa subito concetto semplice.

Dopo più di un ventennio di lavoro locale ed esperienza a livello europeo tra preliminari, Coppa Uefa e successivamente Europa League, lo Sheriff Tiraspol è ora riuscito a compiere una vera e propria impresa per il calcio moldavo. Ovvero qualificarsi per la fase a gironi della Champions League. Una prima volta storica e ricca di significato soprattutto per i mezzi che questo club ha messo in campo in soli 24 anni di vita. A niente sono serviti i tentativi della Dinamo Zagabria per cercare di recuperare il pesante 3-0 subito proprio in Moldavia. Qual è stato il percorso dello Sheriff in questi anni e cosa ha portato a raggiungere finalmente un obiettivo cercato da anni?

Sono 9502 i chilometri che dividono Santiago de Guayaquil, una città ecuadoregna di tre milioni di abitanti situata sull’Oceano Pacifico, da Barcellona. I due agglomerati sono accomunati da una folle passione calcistica, una spinta popolare che fa capo a due club dai colori e simboli identici. Da una parte c’è il blasonato Futbol Club Barcelona, mentre dall’altra una delle sorprese dell’ultima Copa Libertadores, il Barcelona Sporting Club. Una delle compagini che, rappresentando l’Ecuador, sta lottando contro lo strapotere brasiliano ed argentino. In un continente in cui paesi storici come Uruguay, Cile e Colombia vivono un periodo sottotono dal punto di vista calcisticamente societario.

Nonostante la Copa America 2021 non fosse iniziata nel migliore dei modi, tra organizzazione last minute traslatasi da Argentina e Colombia a Brasile a causa della situazione sanitaria e socio-politica dei due Paesi, e timori legati ai casi di Covid-19 all’interno degli staff tecnici e dei membri dell’organizzazione nei primi due giorni della manifestazione, la massima competizione sudamericana ha saputo mantenere misticismo, storicità, leggende e peculiarità con il classico tocco di colore e calore dei popoli che vi partecipano.

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