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Matteo Speziale

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Arrivare a scadenza di contratto, nel calcio attuale, è ormai una pratica diffusa. Questo può avvenire per diversi motivi: mancato accordo con la società detentrice del cartellino, voglia (e agilità) di spostarsi a prescindere dall’offerta o, ancora, mancanza di volontà di entrambe le parti nel rinnovare il contratto in essere. Così si rientra poi nella categoria dei “parametro-zero” dicitura ormai super abusata, che citando l’Enciclopedia Treccani, indica l’acquisizione a titolo gratuito del cartellino di un atleta (da parte di una società sportiva).

Per tutte le persone, come me, appassionate di calcio e nate nella prima metà degli anni ’90 immaginare una squadra di figurine non è un esercizio complicato. Tutti noi abbiamo vissuto la nostra infanzia col mito di una squadra, formata dalla fame (e dai soldi) di Florentino Perez, che racchiudesse tutti (o quasi) i fuoriclasse dell’epoca in un solo (dream) team. Quella squadra, quel Real Madrid, prese il nome di “Galacticos” e nonostante gli enormi nomi, raccolse meno di altre versioni delle “Merengues”; forse proprio a causa del peso di quella nomea. Il punto più lucente di quella gestione – probabilmente a sentire alcuni madridisti l’unico che vale la pena ricordare – è quello che, esattamente venti anni fa, portò la prima Champions League nella bacheca di Perez. Grazie al gol più bello segnato in una finale, almeno dai tempi in cui ha cambiato nome. Un gol che ha contribuito a mettere a fuoco la grandezza di Zinedine Zidane, il numero 10 più decisivo, in una squadra di numeri 10.

Nella storia del calcio moderno pochissimi settori giovanili sono riusciti a produrre quanto La Masia. La narrazione di cui gode il settore giovanile del Barcellona è enorme e giustificata. Capita però che avere addosso appiccicata l’etichetta di provenire da lì sia un’arma a doppio-taglio. Alcuni vengono semplicemente sopravvalutati; altri vengono bruciati perché nonostante il materiale tecnico presente non riescono a reggere la pressione; altri ancora pur essendo degli ottimi prospetti vengono schiacciati dalle aspettative. Quest’ultimo è probabilmente il caso di Gerard Deulofeu. Lo spagnolo prima di approdare a Udine, ha girovagato a lungo partendo da Barcellona. Ha cercato un ambiente, un modo di giocare, una sorta di comfort zone dove poter sprigionare i suoi dribbling fulminei e la sua verticalità. Quest’anno finalmente sembra esserci riuscito.

Un tempo – che per la storia è pochissimo tempo, mentre per noi che viviamo oggi è un bel po’ di tempo – sotto la stessa bandiera giocavano russi e ucraini. La Russia rivendicava già allora una certa superiorità in ogni campo: culturale, politico, sportivo. Eppure quello che da molti viene considerato il più grande calciatore (di movimento) ad aver giocato con la falce-e-martello sul petto è stato un ucraino. Oleh Blochin (translitterato con le grafie russe in Oleg Blokhin) ha rappresentato per quasi un ventennio la stella più lucente mai prodotta dietro la cortina di ferro.

C’è stato un momento in cui avete detto “basta, Schick non diventerà forte come pensavo” ? Personalmente c’è stato eccome. Lo ricordo bene, quel momento. Nella stagione 2018-2019 precisamente. Quando durante la rincorsa Champions League, nonostante il cambio allenatore – e quindi di organizzazione offensiva – della Roma, da Di Francesco a Ranieri, la stagione è rimasta deludente. Anzi, fallimentare.

L’illusione che porta con sé il nuovo giovane in rampa di lancio del calcio italiano è un qualcosa di atavico. Ogni anno, o anche meno, esce un nome su cui l’opinione pubblica si esprime fortemente, assegnandogli l’etichetta del predestinato. La maglia azzurra, vera ossessione di quasi tutti noi, aspetta sempre qualcuno. Lo stiamo sperimentando quest’anno con Lorenzo Lucca, ci siamo passati di recente con Kean e meno di recente siamo rimasti scottati nell vedere che fine ha fatto Macheda. Ma durante la mia adolescenza, nonostante fosse passato pochissimo tempo da un Mondiale vinto, il Messia sembrava essere Giuseppe Rossi.

È opinione piuttosto diffusa, spesso confermata dai fatti, che il mercato di riparazione sia una scialuppa di salvataggio fondamentale per le squadre che puntano a mantenere la categoria. È così in tutte le categorie, dai dilettanti fino alla massima serie. In ogni livello di calcio le squadre che navigano nei bassifondi della propria lega sono quelle più bisognose (e spesso anche più vogliose) di attingere dal mercato i rinforzi necessari per non retrocedere.

L’acquisto di Manuel Locatelli è stato accolto dalla tifoseria juventina all’unanimità con grandissimo entusiasmo. C’erano dubbi sul tipo di compiti per i quali Allegri potesse vederlo nel suo sistema, ma il valore e le dichiarazioni fatte dal classe ’98 erano abbastanza per il matrimonio con la causa bianconera. Sono, quindi, profonde le radici del desiderio juventino su un centrocampista che, quantomeno, aspira al livello del top player.

Se in giro nei salotti (virtuali e non) in cui si parla di calcio si chiedesse quali sono i campionati che più facilmente sfornano talenti difficilmente il nome della Jupiler Pro League (la prima lega belga) uscirebbe dalla rosa dei primi tre-quattro nominati. Eppure da essa provengono alcuni dei talenti più luminosi dell’ultimo decennio, basti pensare ad uno come Kevin De Bruyne, o a tre nomi molto familiari a noi italiani: Koulibaly, Milinkovic-Savic e Malinovsky provengono non a caso tutti e tre da lì. Le squadre della Jupiler, hanno infatti sia una rete di scouting formidabile che cerca calciatori nei campionati di quarta-quinta fascia o nelle academy in giro per il Mondo, sia settori giovanili di grandissimo spessore per infrastrutture e modo di rapportarsi coi giovani. Proprio a mostrare queste due facce della medaglia è la provenienza del duumvirato in forza al Club Brugge, che in questo momento sta rubando gli occhi di mezza Europa, affettando le difese avversarie sia in campionato che in campo europeo.

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