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Matteo Speziale

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A Cremona è da qualche tempo che si sogna ad occhi aperti. Lo scorso anno, di questi tempi, si sognava la Serie A e proprio come in un evento onirico, appariva come qualcosa di troppo bello per essere vero. In quest’annata, durante i freddi martedì e mercoledì sera di Coppa Italia, si è sognato di arrivare a giocarsi un derby tutto lombardo in una finale di un trofeo, sfuggita ad un passo dal traguardo. Ora, la Cremonese sogna un’altra volta, un’altra impresa. Qualcosa di forse ancora più epico, poiché più improbabile. Una salvezza distante ben 6 lunghezze, con due squadre appaiate a questa distanza, sopra i grigiorossi e con solo tre giornate da giocare.

Dopo appena un minuto dal suo ingresso in campo nella coppa europea più importante e prestigiosa, Dusan Vlahovic, sembrava aver già fugato ogni dubbio. L’uomo del destino era lui: l’attaccante perfetto per la versione peggiore della Juventus di Allegri; spietato sottoporta, potente fisicamente e soprattutto autosufficiente. Appena trentadue secondi in campo contro il Villarreal nell’andata degli Ottavi di Champions League dello scorso anno, e aveva già timbrato il cartellino trasformando un semplicissimo lancio senza particolari pretese, in vero e proprio oro. La doppia-sfida contro gli spagnoli, terminerà poi nel peggiore dei modi, ma l’impressione che lasciava la situazione, era che finché la Juventus fosse riuscita a mettere a disposizione di Allegri calciatori così forti e in grado di “cavarsela da soli”, difficilmente i bianconeri sarebbero sprofondati. La stagione 2022-2023 doveva essere la consacrazione del serbo, che con un mercato di un certo tipo, avrebbe sprigionato tutta la sua potenza offensiva. Invece, ad oggi, ci si trova a commentare una stagione piuttosto incerta del numero nove bianconero.

Nella faraonica campagna acquisti invernale del Chelsea – ben 178 milioni di euro spesi  per sette calciatori – l’impressione di voler rivoltare la squadra come un calzino è parsa piuttosto evidente. Un po’ per i non esaltanti risultati ottenuti finora, un po’ perché con l’esonero di Tuchel, diversi calciatori confacenti alla filosofia di gioco del tecnico tedesco sono risultati indigesti al nuovo manager, Potter. In Premier questo è possibile: a suon di milioni non si punta a far rendere investimenti del tecnico precedente, ma anzi, si cancella con forza quel passato comprandone degli altri a prezzi ancora più stellari. Probabilmente Potter ha richiesto più di un puntello nel reparto avanzato – a causa della poca stima dimostrata nei confronti di calciatori come Sterling o Aubameyang – ed è stato accontentato. Sono arrivati: Joao Felix in prestito dall’Atletico Madrid, la piccola gemma Madueke dal PSV e infine, dopo un flirt con Leao, la scelta per l’investimento forte è stata su Mudryk. Cosa cercava esattamente Potter? Perché ha virato da Leao all’ucraino?

In questo periodo di egemonia economica e tecnica della Premier League è molto facile che un calciatore messosi in mostra in un campionato minore vada direttamente in Inghilterra. La situazione è ormai cristallizzata su questo status da almeno 5-6 stagioni: per non andare lì, o una società (non-inglese) si muove con larghissimo anticipo oppure dev’essere il giocatore a volere uno step intermedio. Molto spesso questo salto triplo, da una lega “minore” all’eccellenza della Premier può fagocitare il talento del calciatore: magari non ancora pronto né fisicamente, né tatticamente, né psicologicamente alle pressioni del campionato più competitivo al Mondo. La carriera di Vlasic, probabilmente, rientra pienamente in questa casistica. E il tentativo di rilanciarla dopo uno scotto così forte è molto complesso.

Quando parla del proprio talento Menez lo fa come riferendosi alla manna dal cielo nel senso letterale del termine. Qualcosa piovuto inspiegabilmente, donato da Dio per permettere al popolo ebraico di cibarsi in pieno deserto e non morire di fame. Menez più che di fame, rischiava di morire per la fame. Dentro un carcere oppure per strada. Houdini, come verrà soprannominato da Carlo Zampa nella sua parentesi a Roma, non fa prigionieri quando parla del suo passato. O il calcio, oppure la delinquenza. Non ci sono mezze misure per chi viene da uno dei quartieri più poveri di Parigi, dove l’ascensore sociale ha (quasi, a quanto pare) completamente fallito e se sai correre bene puoi fare o il calciatore o lo scippatore. Ma Menez oltre a correre bene aveva qualcosa in più, qualcosa che quell’ascensore poteva farglielo prendere e portarlo a giocare a calcio in mezzo ai grandi.

 

Dall’annuncio di Andrea Pinamonti al Sassuolo in poi, è inevitabile per ognuno di noi, appassionati di Serie A, immaginare come il calciatore scuola Inter possa incastrarsi col sistema di Dionisi. I neroverdi, nell’estate appena trascorsa, sono rimasti “orfani” sia di Raspadori che di Scamacca, entrambi gli attaccanti titolari della scorsa stagione. Sulle spalle di Pinamonti peseranno quindi diversi interrogativi: sul feeling con Berardi, sulla sua prolificità in generale e, ancor di più, sull’eterno confronto con Scamacca, che lo perseguita praticamente da quando è entrato nel professionismo vero e proprio.

Capire l’ordine di grandezza di qualcosa che ci è estremamente vicino, è complesso. Siamo spesso portati a sottovalutare quello che diamo per scontato; la stranezza sarebbe se ciò a cui siamo abituati venisse clamorosamente meno. Marek Hamsik è stato per più di un decennio uno degli uomini cardine di una squadra di media-alta classifica in Italia. Una squadra che prima di lui, solo con Maradona e Careca aveva accarezzato (e in quel caso anche conquistato) il sogno di essere Campione d’Italia. Una squadra che – anche per questioni prettamente geografiche, in una nazione che tende sempre a considerare poco o nulla ciò che avviene sotto Roma – per anni è stata a bazzicare tra la C e la B. Per noi italiani insomma, Hamsik era banale. Solo una volta andato a svernare tra la Cina, la Svezia e la Turchia, con le giuste distanze fisiche e cronologiche, si è avuta (forse?) la percezione completa del giocatore devastante che è stato lo slovacco.

Per tutti gli appassionati di calcio, razionalizzare quanto successo veramente allo stadio Mineirao l’8 luglio di ormai otto anni fa è un compito veramente difficile. Riuscire a capacitarsi che il Brasile; unica squadra penta-campione del Mondo, da sempre vista nel substrato culturale calcistico come patria del calcio, per di più paese ospitante di quell’edizione del Mondiale, venisse sconfitto con uno scarto di sei reti in una partita dell’importanza di una semifinale è ai limiti dell’immaginazione. Eppure in una sconvolgente notte mondiale – di quelle che noi italiani non vediamo da un po’ – una di quelle classiche, col caldo, le zanzare e i maxi-schermi nei bar il Mineirazo è stato realtà. L’angelo Brasile è stato mandato in esilio all’inferno dalla mefistofelica Germania, curiosamente vestita proprio di rosso e nero per quella notte al Mineirao. La tragedia si è consumata in novanta minuti, ma per tutti i brasiliani le conseguenze sono ancora presenti.

Arrivare a scadenza di contratto, nel calcio attuale, è ormai una pratica diffusa. Questo può avvenire per diversi motivi: mancato accordo con la società detentrice del cartellino, voglia (e agilità) di spostarsi a prescindere dall’offerta o, ancora, mancanza di volontà di entrambe le parti nel rinnovare il contratto in essere. Così si rientra poi nella categoria dei “parametro-zero” dicitura ormai super abusata, che citando l’Enciclopedia Treccani, indica l’acquisizione a titolo gratuito del cartellino di un atleta (da parte di una società sportiva).

Per tutte le persone, come me, appassionate di calcio e nate nella prima metà degli anni ’90 immaginare una squadra di figurine non è un esercizio complicato. Tutti noi abbiamo vissuto la nostra infanzia col mito di una squadra, formata dalla fame (e dai soldi) di Florentino Perez, che racchiudesse tutti (o quasi) i fuoriclasse dell’epoca in un solo (dream) team. Quella squadra, quel Real Madrid, prese il nome di “Galacticos” e nonostante gli enormi nomi, raccolse meno di altre versioni delle “Merengues”; forse proprio a causa del peso di quella nomea. Il punto più lucente di quella gestione – probabilmente a sentire alcuni madridisti l’unico che vale la pena ricordare – è quello che, esattamente venti anni fa, portò la prima Champions League nella bacheca di Perez. Grazie al gol più bello segnato in una finale, almeno dai tempi in cui ha cambiato nome. Un gol che ha contribuito a mettere a fuoco la grandezza di Zinedine Zidane, il numero 10 più decisivo, in una squadra di numeri 10.

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