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Matteo Speziale

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Nella storia del calcio moderno pochissimi settori giovanili sono riusciti a produrre quanto La Masia. La narrazione di cui gode il settore giovanile del Barcellona è enorme e giustificata. Capita però che avere addosso appiccicata l’etichetta di provenire da lì sia un’arma a doppio-taglio. Alcuni vengono semplicemente sopravvalutati; altri vengono bruciati perché nonostante il materiale tecnico presente non riescono a reggere la pressione; altri ancora pur essendo degli ottimi prospetti vengono schiacciati dalle aspettative. Quest’ultimo è probabilmente il caso di Gerard Deulofeu. Lo spagnolo prima di approdare a Udine, ha girovagato a lungo partendo da Barcellona. Ha cercato un ambiente, un modo di giocare, una sorta di comfort zone dove poter sprigionare i suoi dribbling fulminei e la sua verticalità. Quest’anno finalmente sembra esserci riuscito.

Un tempo – che per la storia è pochissimo tempo, mentre per noi che viviamo oggi è un bel po’ di tempo – sotto la stessa bandiera giocavano russi e ucraini. La Russia rivendicava già allora una certa superiorità in ogni campo: culturale, politico, sportivo. Eppure quello che da molti viene considerato il più grande calciatore (di movimento) ad aver giocato con la falce-e-martello sul petto è stato un ucraino. Oleh Blochin (translitterato con le grafie russe in Oleg Blokhin) ha rappresentato per quasi un ventennio la stella più lucente mai prodotta dietro la cortina di ferro.

C’è stato un momento in cui avete detto “basta, Schick non diventerà forte come pensavo” ? Personalmente c’è stato eccome. Lo ricordo bene, quel momento. Nella stagione 2018-2019 precisamente. Quando durante la rincorsa Champions League, nonostante il cambio allenatore – e quindi di organizzazione offensiva – della Roma, da Di Francesco a Ranieri, la stagione è rimasta deludente. Anzi, fallimentare.

L’illusione che porta con sé il nuovo giovane in rampa di lancio del calcio italiano è un qualcosa di atavico. Ogni anno, o anche meno, esce un nome su cui l’opinione pubblica si esprime fortemente, assegnandogli l’etichetta del predestinato. La maglia azzurra, vera ossessione di quasi tutti noi, aspetta sempre qualcuno. Lo stiamo sperimentando quest’anno con Lorenzo Lucca, ci siamo passati di recente con Kean e meno di recente siamo rimasti scottati nell vedere che fine ha fatto Macheda. Ma durante la mia adolescenza, nonostante fosse passato pochissimo tempo da un Mondiale vinto, il Messia sembrava essere Giuseppe Rossi.

È opinione piuttosto diffusa, spesso confermata dai fatti, che il mercato di riparazione sia una scialuppa di salvataggio fondamentale per le squadre che puntano a mantenere la categoria. È così in tutte le categorie, dai dilettanti fino alla massima serie. In ogni livello di calcio le squadre che navigano nei bassifondi della propria lega sono quelle più bisognose (e spesso anche più vogliose) di attingere dal mercato i rinforzi necessari per non retrocedere.

L’acquisto di Manuel Locatelli è stato accolto dalla tifoseria juventina all’unanimità con grandissimo entusiasmo. C’erano dubbi sul tipo di compiti per i quali Allegri potesse vederlo nel suo sistema, ma il valore e le dichiarazioni fatte dal classe ’98 erano abbastanza per il matrimonio con la causa bianconera. Sono, quindi, profonde le radici del desiderio juventino su un centrocampista che, quantomeno, aspira al livello del top player.

Se in giro nei salotti (virtuali e non) in cui si parla di calcio si chiedesse quali sono i campionati che più facilmente sfornano talenti difficilmente il nome della Jupiler Pro League (la prima lega belga) uscirebbe dalla rosa dei primi tre-quattro nominati. Eppure da essa provengono alcuni dei talenti più luminosi dell’ultimo decennio, basti pensare ad uno come Kevin De Bruyne, o a tre nomi molto familiari a noi italiani: Koulibaly, Milinkovic-Savic e Malinovsky provengono non a caso tutti e tre da lì. Le squadre della Jupiler, hanno infatti sia una rete di scouting formidabile che cerca calciatori nei campionati di quarta-quinta fascia o nelle academy in giro per il Mondo, sia settori giovanili di grandissimo spessore per infrastrutture e modo di rapportarsi coi giovani. Proprio a mostrare queste due facce della medaglia è la provenienza del duumvirato in forza al Club Brugge, che in questo momento sta rubando gli occhi di mezza Europa, affettando le difese avversarie sia in campionato che in campo europeo.

Quando nell’autunno del 2012 il Borussia Dortmund e il Manchester City, entrambi detentrici dei propri titoli nazionali, si trovarono di fronte nei gironi della Uefa Champions League fecero piuttosto scalpore le dichiarazioni del CEO dei gialloneri. Hans-Joachim Watzke disse, senza troppi peli sulla lingua, che il modo in cui il Manchester City si finanziava non poteva essere accettato e, conseguenzialmente, quel format avrebbe portato all’implosione del sistema del fair-play-finanziario con relativo malcontento di tutte le altre squadre. All’epoca fu una voce piuttosto fuori dal coro. Erano anni in cui ancora non si capivano bene gli effetti che il Fair Play finanziario potesse avere sul calcio e si veniva da due epoche (anni 90 e anni 00) in cui era normale vedere un mecenate investire a più non posso nel proprio club.

Quando lunedì sera, a tempo ampiamente scaduto, Mandragora si è involato palla al piede verso la porta del Venezia, le possibilità che il Torino arrivasse allo scontro contro la Juventus con 10 punti in classifica (e quindi due di vantaggio sui bianconeri fermi ad 8) sembravano concrete. Anzi, guardando le prestazioni e l’evoluzione delle partite di entrambe le squadre, potevano risultare pochi. Invece, sfortunatamente per i granata, l’ex calciatore di Udinese e Crotone non è esattamente un killer d’area di rigore e occhi negli occhi con Maenpaa ha sbagliato la conclusione, lasciando il punteggio della contesa sull’1-1.

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