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CALCIO ITALIANO

Menez: bello e triste come Jeremy

Quando parla del proprio talento Menez lo fa come riferendosi alla manna dal cielo nel senso letterale del termine. Qualcosa piovuto inspiegabilmente, donato da Dio per permettere al popolo ebraico di cibarsi in pieno deserto e non morire di fame. Menez più che di fame, rischiava di morire per la fame. Dentro un carcere oppure per strada. Houdini, come verrà soprannominato da Carlo Zampa nella sua parentesi a Roma, non fa prigionieri quando parla del suo passato. O il calcio, oppure la delinquenza. Non ci sono mezze misure per chi viene da uno dei quartieri più poveri di Parigi, dove l’ascensore sociale ha (quasi, a quanto pare) completamente fallito e se sai correre bene puoi fare o il calciatore o lo scippatore. Ma Menez oltre a correre bene aveva qualcosa in più, qualcosa che quell’ascensore poteva farglielo prendere e portarlo a giocare a calcio in mezzo ai grandi.

 

con Nasri e Benzema in nazionale
Nel 2011 in nazionale quando tutto lasciava pensare che insieme a Nasri e Benzema la classe ’87 francese avrebbe dominato il mondo. (Foto: Dean Mouhtaropoulos/Getty Images-OneFootball)

Houdini

Comprato dalla Roma nell’estate del 2008 aveva già la nomea di talento generazionale, un campionato Europeo under-17 vinto insieme a Nasri, Ben Arfa e Benzema e tantissimi video pieni di dribbling barocchi, conduzioni palla schizofreniche e passaggi fantascientifici: tutte cose che all’epoca dei forum (di tifosi ma non solo) squarciarono l’immaginazione dei tifosi. Ancora oggi se cerchiamo su YouTube, digitando semplicemente nome e cognome del francese, troviamo pagine zeppe di video di tifosi romanisti con didascalie semplici e immediate, “il calciatore più forte del Mondo.” Oppure il soprannome parallelo, affibbiatogli dalla tifoseria, ovvero FenoMenez. La sua andatura caracollante, il suo sguardo indolente e il suo sorriso a mezza bocca conquisteranno tutti in breve tempo nella capitale.

Prende il numero 94, onorando il suo borgo povero e maledetto. Segna gol fantascientifici, in cui sembra spostare gli avversari semplicemente guardandoli e infilandosi tra loro, inebetiti e poco reattivi. Ma segna poco: il suo specchiarsi, la sua attitudine a fare tutto ciò reputasse bello e impossibile lo portano a segnare solo 7 gol in 84 partite. Ammette lui stesso di non essere continuo, ma non sembra fare nulla di attivo per scrollarsi di dosso questa fama. Sembra quasi non averne bisogno. Nell’estate del 2011 diventa uno dei primi acquisti del Paris Saint-Germain di Al-Khelaifi. Leonardo nuovo direttore tecnico dei parigini, per 8 milioni di euro, riporta Menez a casa sua.

Guardando a posteriori le parabole dei talenti fagocitati dalla squadra parigina, verrebbe da chiedersi se un calciatore come Menez non rientri in questa categoria. In realtà a Parigi, dopo un primo anno di assestamento e ambientamento, sotto la guida sapiente di Carlo Ancelotti, nel 2012-2013 Houdini gioca un’ottima stagione. Titolare della squadra che diventerà campione di Francia, segna anche 8 gol complessivi in tutta la stagione, giocando da esterno sinistro del 4-2-3-1 del tecnico italiano, in cui la punta di diamante era Zlatan Ibrahimovic. Successivamente Menez avrà sempre parole dolcissime per lo svedese, dirà che lo ha aiutato a migliorarsi e che nonostante il suo carattere non hanno mai avuto problemi. Anche quando lo svedese sarà vicino al ritorno al Milan nel 2015, si vociferava di quanto volesse ritrovarsi a giocare di nuovo con Menez.

Perché dopo l’ottimo 2012-2013, il PSG acquista anche Cavani dal Napoli e la concorrenza non giova ad uno come Menez. La subisce, sente la pressione di dover dimostrare di poter essere titolare in una squadra che colleziona campioni e dove non è più ammesso rischiare di finire la stagione senza titoli. Così dopo un 2013-2014 di discontinuità pura, viene ceduto al Milan. Il Milan probabilmente peggiore di sempre: per usare un termine estremamente abusato ma veritiero, la più profonda banter era della società di Berlusconi.

Menez esulta insieme ad Ibra con la maglia del PSG
Al Paris-Saint Germain un’intesa che in molti a Milano avrebbero voluto vedere sotto altri colori. (Foto: Damien Meyer/Getty Images – OneFootball)

Il Milan di Menez

Arrivato a Milano l’impressione, un po’ distorta dal tipo di acquisti che da un lustro i rossoneri erano avvezzi a fare, era di un calciatore con il meglio già alle spalle. In realtà Menez aveva “solo” 27 anni e mezzo e praticamente una carriera davanti. Ma l’arrivo in una non-squadra, allenata da quello che all’epoca era un non-allenatore come Pippo Inzaghi, lasciava presagire dell’ennesima occasione presa da Galliani più per mancanza di idee e fondi, che di reale investimento sul talento. Eppure nonostante questi pessimi presupposti e il reale valore della rosa (probabilmente la peggiore dell’epoca berlusconiana) il francese, grazie ad una geniale (l’unica?) intuizione di Inzaghi, è proprio al Milan che trova la sua stagione più prolifica e redditizia.

A San Siro è il sole della squadra, l’indiscutibile finalizzatore. Il creatore di gioco e il leader tecnico. Il suo posto non è mai in discussione e ci mancherebbe altro visto come si presenta. Solo alla seconda giornata, in quella che è probabilmente la partita del naufragio di Diego Lopez, l’unico altro acquisto di livello della sessione estiva, realizza uno dei gol più impossibili degli ultimi vent’anni di Serie A. Dopo aver fatto espellere Felipe, si avventa su un retropassaggio corto e poi, è meglio lasciar parlare le immagini, andando al minuto 3:18.

Durante tutto l’anno Menez, regala pochissimi sorrisi, come al suo solito, nonostante il titolo di capocannoniere della squadra rossonera, conquistato col 7 di Andry Shevchenko sulla schiena. Persino nel derby, quando segna una rete del vantaggio tutt’altro che banale, si limita ad un’esultanza poco gioiosa. Catalizza in rete un cross basso di El Shaarawy, toccandolo col piattone e tenendo la caviglia rigida quel che basta per indirizzare il pallone oltre Handanovic. Poi per esultare fa il gesto del suo numero a tutto lo stadio con aria di sfida; dopo si scioglie un po’ e abbraccia l’italo-egiziano.

I tifosi del Milan pur sapendo che non fosse il calciatore giusto per tornare ad essere qualcuno in Italia e in Europa, non riescono ad avere un ricordo negativo del francese. Nonostante non avesse il carisma di Ibrahimovic, la compostezza di Nesta e non dimostrasse neanche l’attaccamento vero alla maglia di De Jong, per i rossoneri Menez è stato lampi di neon che squarciano il cielo, pur trattandosi della notte più buia. Di una stagione finita con la celebre frase “non si può dominare l’Empoli a San Siro.” La parentesi di Houdini a Milano verrà chiusa da un infortunio, una doppietta all’Alessandria e una sparizione dalle rotazioni dei titolari, quasi aerea. Altri lidi aspettavano l’inquietudine emotiva del francese.

Menez esulta con la maglia del Milan
Menez con una delle sue esultanze polemiche verso nemmeno lui sa chi. (Giuseppe Cacace/AFP via Getty Images-OneFootball)

Tanti timbri sul passaporto

Dopo il Milan, nella stagione 2016/2017, Menez passa al Bordeaux. La squadra francese lo annuncia in pompa magna, convinta di aver preso a prezzo di saldo un giocatore sì instabile emotivamente e discontinuo, ma in grado di rendere tantissimo in contesti dove lasciato libero da pressioni e competizioni eccessive. Non è andata esattamente così. La stagione al Bordeaux è probabilmente l’esperienza più anonima del francese, che pur giocando abbastanza, segna pochissimo, incide ancora meno e ricorderà quell’annata solo per un tackle in grado di squarciargli l’orecchio. Inconsistenza in salsa gallica. Un’annata breve e per nulla intensa a cui ne seguirà un’altra ancora più frammentaria e anonima.

A giugno 2017 firma per l’Antalyaspor, allenata da un suo vecchio estimatore, come Leonardo. Anche in Turchia l’arrivo di Menez è salutato da immagini incredibili di gioia da parte dei tifosi turchi.

Come da prova video, lui sorride, si sente amato ma anche questa volta dura pochissimo. Solo 9 partite, qualche scambio poco felice con Leonardo e poco prima di andare via un’intervista in cui se la prende un po’ con tutti, ma in particolare con sé stesso. Affiorano i rimpianti nella vita professionale di Menez, che dice di essere stato un po’ troppo stupido.

Vuole andare lontano da questa realtà, così lontano che cambia continente e approda a Città del Messico, per giocare nel Club America. Difficile immaginare dei tifosi più calorosi e passionali dei turchi, eppure con i messicani lo sforzo d’immaginazione è quasi nullo. Anche questa volta, infatti, l’aeroporto è pieno zeppo di persone disposte ad investire emotivamente e sportivamente su quello che in Europa è già considerato da anni un talento sprecato di dimensioni epocali.

In Messico la sua storia inizia benissimo e finisce malissimo. Inizia con un gran gol, con l’affetto quasi spasmodico della gente, con un’esultanza ancora una volta polemica, quasi caricaturale. Ma l’affetto, le aspettative fanno presto a diventare pressione. E la pressione non fa che rendere ancora più instabile Menez, che come se non bastasse si fa anche male al legamento crociato e resta fuori per un bel po’. Dopo l’ennesimo rimbrotto da un allenatore, a gennaio 2020 rescinde. Se ne andrà con lo strascico di festini poco legali, un pessimo rapporto con compagni e allenatori e addirittura uno spintone ad un tifoso che voleva fotografarsi con lui in aeroporto.

Il ritornello della canzone che dà il titolo a questo pezzo fa “anche se faccio schifo, bitch marry me“. Durante il lockdown Menez, lascia trasparire questa volontà. Voleva una città, un ambiente, una squadra che lo amasse e coccolasse per quel che era. Parla di sé al passato come se la sua carriera da calciatore fosse una pagina già scritta e ormai girata dal tempo, la forza più forte di tutte. Per questo torna a Parigi, ma nella seconda squadra. Il Paris FC che militava in Ligue2 e dove si aspettava di essere amato, pur nella sua forma di bizzoso cavallo di razza purissima. Ma, appunto, la pandemia, il lockdown, l’ennesimo punto in una carriera che questo segno d’interpunzione forte, forse non lo gradiva così tanto.

Menez non esattamente in forma smagliante nella sua ultima esperienza in Francia
Menez non esattamente in forma smagliante nella sua ultima esperienza in Francia. (Foto: Sports.fr)

Menez a Reggio Calabria

A giugno 2020, con ancora le mascherine in tasca (o al braccio) e il campionato fermo, le indiscrezioni di un passaggio di Menez alla Reggina, neo-promossa in Serie B, infiammavano le serate di calciomercato. Una voce di mercato random, trasformatasi in realtà ai principi di giugno. Anche a Reggio Calabria i tifosi lo aspettano e lo accolgono (più virtualmente che dal vivo, con la pandemia in atto) come un Re. Due anni fa, al suo arrivo la società amaranto veniva da un periodo tribolato, con lo spettro del fallimento scampato solo grazie alla cordata del Presidente Gallo, che con un campionato 2019/2020 fantastico era riuscito a portare addirittura in B la squadra dello Stretto.

Menez è stato il regalo alla città per la promozione nella serie cadetta, ma i primi due anni del francese non sono concisi con due stagioni semplici per i calabresi. Nella stagione 20-21, quella a porte chiuse, la Reggina chiude all’undicesimo posto e Menez, tra un infortunio e l’altro, realizza solo 3 gol. Pochi lampi qua e là, troppo poco per la serie cadetta, con una squadra ricca di nomi ma poco altro. In quella seguente, con i noti problemi finanziari del patron Gallo, che conducono la Reggina in pieno marasma societario al quattordicesimo posto. Solo grazie all’intervento di Felice Saladini, infatti, viene evitato il fallimento.

E l’avvento di Saladini ha portato nuova linfa, economica ma anche di entusiasmo e competenza in riva allo Stretto. Di più: il nuovo allenatore della Reggina ora è Pippo Inzaghi, lontano parente del non-allenatore di Milano e padre putativo del Menez falso nueve. La situazione oggi recita di una Reggina capolista in Serie B, col francese già autore di due gol splendidi contro Spal e Palermo e due assist, tra cui quello da Playstation con cui ha mandato in gol Canotto, a Pisa.

La stagione è ancora lunghissima per parlare della Reggina come una vera candidata alla promozione nella massima serie. Ma sicuramente poter contare su Houdini tirato a lucido, coccolato da città, squadra e allenatore potrebbe rappresentare un plus niente male anche contro squadre magari più complete e attrezzate come Genoa e Brescia.

A giugno 2023 il contratto di Menez scadrà, quando lui avrà da poco compiuto 36 anni. Qualunque sia l’epilogo della stagione, la speranza di tutti coloro i quali amano vedere quei dribbling svogliati, quelle esultanze in continua polemica, quel ghigno a mezza bocca è che Jeremy abbia trovato “la bitch” giusta per continuare a giocare e a divertirci.

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