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Fulvio Scozzafava

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È il giugno 1997 e all’aeroporto di Lisbona c’è un uomo in completo nero, camicia bianca, scarpe di cuoio. Prova a guadagnare aria tormentando la cravatta, cercando di allargarne il nodo, ché lì dentro fa un gran caldo. Nell’attesa di un volo dal Brasile, si sventola col cartello che ha in mano, due nomi scritti sopra. Ciò con cui sta cercando di respirare meglio recita:

Celso das Neves (Cajú),

Anderson Luis de Souza (Deco)

C’è una curiosa costante, in quel della Firenze calcistica. Anno dopo anno, ciclo dopo ciclo, state pur certi che, nei ranghi gigliati, ci dovrà essere almeno un argentino. Una connection che parte piuttosto lontano nel tempo, e che nell’ultimo decennio ha assunto connotati ancor più specifici. Negli ultimi dieci anni, sono infatti ben cinque i difensori argentini che si sono avvicendati – giocando insieme o succedendosi – in maglia viola. In un solco da cui ormai pare inevitabile scostarsi, le varie dirigenze sportive si sono convinte che i profili battenti la bandiera col Sol de Mayo càlzino alla perfezione alle esigenze della Fiorentina.

Ci sono momenti, nella vita di ognuno, in cui il livello evolutivo del nostro cervello ci permette di pensare “Madonna, come passa il tempo”. Che so, rivedi donna la bambina per cui a scuola la tua faccia cambiava colore, virando sul rosso; ti viene detto che la cuginetta che non vedi mai si sta per iscrivere all’università; guardi le foto di un viaggio e non ricordi il nome di un posto di cui ti eri pure sforzato di imparare la corretta pronuncia.

Benevento: cosa vi viene in mente se sentite questa parola? A me, classicista, sovviene che i romani la conoscevano come Maleventum. Un’importante vittoria contro l’ostico Pirro, re dell’Epiro, li invogliò a giocare con la toponomastica, ribattezzandola Beneventum. Non vi fate trarre in inganno: il nome originale, di per sé, non era di cattivo auspicio: probabilmente originava dalla storpiatura operata sul nome greco da parte dei sanniti – che, così come i romani, il greco non lo sapevano.

A Saintes-Maries-de-la-Mer (sì, con tutti questi trattini), villaggio di duemila e rotte anime nel cuore della selvaggia Camargue, ogni anno – il 24 e il 25 maggio – si svolge una grande festa. Per le bianche viuzze che si intrecciano sfociando nel Mediterraneo, decine di migliaia di gitani celebrano Sara la Nera. Il perché della location è presto spiegato: tradizione vuole che proprio su queste rive sia sbarcata la serva Sara con le sue padrone – le Marie Jacobè e Salomè -, perseguitate in Palestina e alla mercé della corrente dopo essere state abbandonate in mare, su di una barca senza vele né cibo.

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