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AMARCORD

Una primavera, molti autunni

Ci sono momenti, nella vita di ognuno, in cui il livello evolutivo del nostro cervello ci permette di pensare “Madonna, come passa il tempo”. Che so, rivedi donna la bambina per cui a scuola la tua faccia cambiava colore, virando sul rosso; ti viene detto che la cuginetta che non vedi mai si sta per iscrivere all’università; guardi le foto di un viaggio e non ricordi il nome di un posto di cui ti eri pure sforzato di imparare la corretta pronuncia.

A me è successo l’altro giorno, quando Cesare mi ha rivelato seccamente, senza preamboli che mi preparassero alla notizia, che Mauro Matias Zarate compie 34 anni. Mi sono trovato a pensare e dire: Madonna, come passa il tempo. Ma ben presto il cervello ha stabilito che questa funzione sprecasse energie. Ha deciso allora di impiegare neuroni e sinapsi come contraerea, per bombardarmi di replay ricavati dalla mia stessa memoria, generando in maniera naturale un’emozione. Perché – e questo è il bello – un ricordo, da solo, è poca roba. Deve venire elaborato e interpretato per causare reazioni, per assumere significati.

E quindi in testa vedo Mauro Zarate, vestito con la casacca della Lazio, che col suo gioco brutale e individualista salta l’uomo e pulisce gli incroci. Poi percepisco una sorta di sdegno, mi sento turbato, tradito. Ce l’ho con lui. Mi chiedo il perché. Non conosco Zarate di persona, non mi ha rubato la ragazza, non mi ha messo sotto il cane. 

E allora come mai?

Ce l’ho con te, Mauro Zarate

Che una carriera calcistica fosse nelle corde di Mauro Zarate ce lo spiega la sua storia familiare. Il nonno era calciatore, il padre era calciatore, i suoi fratelli maggiori indovinate un po’. A 17 anni è già in orbita prima squadra, a 19 è titolare fisso nel Vélez Sársfield e capocannoniere del Torneo Apertura, condividendo questo primato con Rodrigo Palacio – che, tricologicamente parlando, è già El Trenza –. La chiamata per portarlo via dal Sudamerica arriva presto, e presto riceve risposta. Uno s’aspetta debba andare chissà dove, a lavorare duro e crescere sotto l’occhio vigile di allenatori attenti e gli insegnamenti muti di grandi campioni.

Mauro Zarate bacia la maglia del Velez
Baciamaglia (Foto: Imago Images – OneFootball)

E invece molti soldi fanno molta gola al ragazzo di Haedo, che si ritrova fra le dune qatariote a giocare per l’Al-Sadd. Subito dopo la firma, partecipa al Mondiale Under 20 in compagnia di future superstar come Agüero e Di María, decidendo la finale contro la Repubblica Ceca. La sensazione di aver fatto la scelta più giusta – o più ganza – emigrando in Qatar dura assai poco e, dopo sole 6 partite, è già in viaggio per altri lidi. Troppo triste esultare in stadi vuoti, girare in città dove non si ha nemmeno un amico.

Viene girato in prestito in Inghilterra, al Birmingham, collezionando così un’altra location dal dubbio abbinamento col suo modo di intendere il calcio. Nonostante questo – e nonostante non riesca ad evitare la retrocessione della squadra -, Zarate riuscirà a segnare quattro reti in una dozzina di presenze, aiutandosi a mantenere viva l’attenzione nei suoi confronti.

Pausa.

A ventun anni, la carriera di Zarate è già un bel coagulo di sballottamenti geografici (ha già pesticciato i campi di tre continenti) e decisioni apparentemente non così ponderate. Ora, come detto prima, il mio personale ricordo di Maurito è il diavolo che si fa terreno e veste una 10 celeste. Che fa innamorare tutti – e dico tutti – i tifosi della Lazio e anche qualcuno di altra fede. E questo è il mio riferimento per quanto riguarda Zarate, il mio faro in mezzo alla sua tempesta.

Mettiamo disordine

Già, una tempesta. Perché, per il resto, la sua carriera è un rincorrersi di chances tentate e sprecate, un rimbalzare di scelte non lineari che sembrano rispondere a un ribollire interno, più che a un esercizio di raziocinio. E allora pausa: lasciamo che quel ricordo, quel bagliore, ci illumini il resto della strada che Maurito ha intrapreso nel calcio. E siccome sembra che il suo principio ispiratore sia stato il disordine, mi par giusto provare ad andare di pari passo con lui, in disordine.

Cominciando dal fondo, da dov’è e da quel che è ora. Sul dov’è, poche perplessità: a 34 anni Zarate è in Argentina, è tornato a Buenos Aires, gioca nel Boca Juniors. Sul “chi è”, beh, dipende da chi vi risponde. Per alcuni – tipo suo fratello Rolando – è un iscariota della peggiore risma da quando, nel 2018, ha abbandonato senza troppi complimenti il Vélez per andare agli xeneizes.

Zarate con il Boca Juniors
Un vecchio adagio dice: “Quello che scrivi sulla maglia dice chi sei” (Foto: Imago Images – OneFootball)

Il club dei suoi albori lo aveva abbracciato per la terza volta in carriera, quel figliol prodigo che aveva tentato fortuna nel mondo partendo proprio dal Fortín. Solo sei mesi prima, infatti, il Vélez era stato il rifugio sicuro nel quale ritrovarsi, dopo un crociato andato a farsi benedire durante la sua fulminea comparsata a Watford.

Tornare, scappare, ritornare, riscappare: Zarate, dove vai?

Al Fortín i tifosi lo avevano coccolato, riconosciuto come patrimonio “di famiglia”, e il club era pronto ad acquistarne il cartellino e tenerselo per sempre. Lui stava anche ricompensando – 8 gol in 13 apparizioni – ma poi, al momento decisivo, ha scelto di essere secondo a Roma piuttosto che primo nel villaggio, e si è vestito di gialloblù.

Dopo la sua esultanza ad urlare in faccia a mezzo Godoy Cruz dell’aprile 2019, è stato definito uno che “da buon giocatore, crede di essere un fenomeno”, che pecca dell’umiltà e della maturità richiesta a un giocatore che, giocoforza, il suo meglio l’ha fatto vedere da un pezzo.

Più in generale, è da tempo che nei confronti di Zarate non si sprecano elogi. La “pugnalata alle spalle” nei confronti del Vélez ha contribuito a renderlo sempre più prigioniero del personaggio che le sue scelte hanno contribuito a creare. E dire che il Vélez aveva già avuto un assaggio di come Maurito intendeva il club, cioè una vetrina da esibizione. La seconda esperienza in maglia biancoblu l’aveva vissuta dopo la burrascosa separazione dalla Lazio (ci arriveremo), abbagliando tutti. Nel 2013-2014 Zarate è una furia e segna una ventina di gol al ritorno in terra natia.

Peccato sia durato poco. Però bella maglia (Foto: Imago Images – OneFootball)

Ma la parte di ragazzo che aveva lasciato l’Argentina per il Qatar non si era sopita. Quella maglia, anche anni dopo, se la sentiva stretta, troppo stretta. Maurito sente che l’Europa non ha visto che l’anteprima del suo talento e, dopo un solo anno, saluta tutti per approdare a Londra, firmando col West Ham. Non combinerà granché, in nessun angolo della City. Tra gli Hammers e il prestito al QPR colleziona meno di trenta presenze e qualche esultanza, in un biennio avaro di soddisfazioni. Perciò, dal momento che la terra d’Albione risulta indigesta, tenta una rivincita nel Belpaese.

Lo compra, a gennaio 2016, la Fiorentina, a caccia di rinforzi per mantenere l’alta classifica. La sessione di mercato invernale è, in generale, un mezzo disastro. In cerca di un difensore dall’estate, la società gigliata non riesce a tappare la falla, ripiegando nelle ultime ore di mercato su Benalouane. Quest’ultimo non giocherà neppure un minuto. Zarate, invece, verrà utilizzato come la più classica delle armi tattiche. Troverà il primo gol – probabilmente il più importante nella sua esperienza toscana – risolvendo il match contro il Carpi con una giocata notevole nei minuti di recupero.

Zarate in Lazio-Fiorentina
Polemico? Nooo, quando mai? (Foto: Imago Images – OneFootball)

Ma l’anno che segue beh, poca roba. Scarsa sintonia con Paulo Sousa, poco tempo e poco spazio in campo. In compenso, durante la malattia della moglie, i tifosi gli si stringono attorno, marchiando indelebilmente il suo ricordo della città. Preso ancora una volta dalla smania, Maurito vola via anche dalla terra di Brunelleschi, chiedendosene – più in là col tempo – tante volte il perché. Andrà a Watford e, tempo tre partite, il ginocchio farà crac. Com’è andata dopo, lo sappiamo già.

Brutta sceneggiatura, cattive interpretazioni

L’espressione di chi non trova più la strada maestra (Foto: Imago Images – OneFootball)

E allora non resta che tornare indietro, più precisamente al tempo in cui l’argentino firma per il prestito all’Inter, dopo aver fatto saltare i nervi alla Lazio (di nuovo: ci arriveremo). Maurito parte per la Lombardia a fine agosto 2011, con un riscatto da guadagnarsi. Moratti prova ad incentivarlo col danaro a passare il pallone, offrendogli un bel po’ di soldi ad ogni assist. Milano sembra l’occasione giusta per provare a lastricare una nuova strada, lasciandosi quella vecchia alle spalle. E invece niente: tre gol in trentuno presenze sono il suo solo lascito in nerazzurro. Il pagamento del riscatto non fa nemmeno capolino nella testa dei quadri meneghini, che lo rispediscono nella Capitale.

Il fondo del pozzo è rappresentato proprio dalla stagione successiva. Zarate torna alla Lazio del neo-allenatore Petkovic, che dal canto suo non ha pregiudizi nei confronti dell’argentino. Il problema è che, per il resto del mondo laziale, Maurito è un reietto. I compagni lo snobbano, i tifosi non hanno pensieri né parole al miele, per via della fuga all’Inter. Parte per il ritiro di Auronzo, consapevole che, per lui, Lotito ha in serbo la linea dura. La necessità di rientrare dell’ingente investimento tiene infatti ben lontano qualsivoglia pretendente, mentre Zarate spinge per evadere dalla gabbia che si sente attorno.

A dicembre, rispondendo picche ad una convocazione, viene messo fuori rosa. Raggiungerà vette altissime di simpatia nel mese successivo, quando dichiarerà di essere in partenza per “fare il ‘Pastore di Formello’ per un anno”, ruolo comunque mica da cestinare. A seguito della messa fuori rosa, cerca in tutti i modi di far saltare il banco, intentando causa per mobbing contro la società.

Punti di non ritorno

Una discreta ramanzina (Foto: Imago Images – OneFootball)

A gennaio la Nord gli riserva questo eloquente striscione, sancendo l’irrecuperabilità della situazione su tutti i fronti. Il vortice del grottesco ha ormai stretto Maurito nelle sue spire: a marzo viene sgamato sui litorali maldiviani, quando in realtà sarebbe dovuto essere a casa, a curarsi dall’influenza per cui ha inviato il certificato a Formello. La battaglia legale finisce con la sconfitta da parte dell’argentino che riuscirà comunque – non chiedetemi come -, a unirsi al Vélez. Siamo nell’agosto 2013, e la carriera di Zarate è già più ricca di questi episodi che di fatti di calcio.

Eh già, perché pensate che prima non fosse successo nulla? Nel marzo 2010, squalificato per la partita, decide di seguire Lazio-Bari insieme alla curva, ritrovandosi a fianco della politica Renata Polverini. I risultati saranno Lazio-Bari 0-2 e Zarate che viene immortalato mentre esegue il saluto romano.

Ero consapevole del senso politico del gesto, ma l’ho fatto perché pressato da alcuni tifosi.

Deferimento e 10 mila euro di multa. 

Bel quadretto (Foto: Imago Images – OneFootball)

Oppure quando a gennaio della stagione successiva, con una visita fissata alle 17 alla clinica Paideia, si presenta alle 20 chiedendo il perché non ci fosse più nessuno. O ancora, quando qualcosa gli fa tardare di un’ora all’allenamento. Edy Reja si sente dire che se n’era scordato; risate a crepapelle immagino. L’ultimo giorno di mercato estivo passerà ai nerazzurri di Milano. Quest’ultimi due episodi appartengono alla stagione 2010/2011, in cui la Lazio conquista un quinto posto in grande stile, trascinata da Hernanes e, per l’appunto, Mauro Zarate.

Zaratekid, come ormai due anni prima l’avevano soprannominato i suoi tifosi, aveva sovvertito la precedente annata  – quella del saluto romano per intendersi -, fatta di tanti bassi e un unico alto. Un campionato vissuto nei bassifondi fino ad aprile, col picco d’inizio stagione. In una notte d’agosto pechinese, Lazio batteva Inter 2-1 e si aggiudicava la Supercoppa 2009.

Ora sì, ci siamo arrivati.

Zarate: quello vero (?)

Igli Tare smette di giocare nell’estate del 2008, quando Claudio Lotito ha l’intuizione di sventolargli sotto il naso un contratto da dirigente, piuttosto che fargli firmare il rinnovo da calciatore. Andando de facto a sostituire il dimissionario DS Sabatini. Non vorrei dire che ha fatto bene, ma secondo me ha fatto proprio bene. È l’anno – Madonna, come passa il tempo – in cui Radu firma con la Lazio, in cui Mauro Zarate firma con la Lazio. Tare, quindi, punta le sue fiches su un ventunenne argentino che ha deciso di andare a giocare in Qatar, ma di cui si dice un gran bene. A fine stagione verrà riscattato da un Presidente notoriamente restio a grandi spese rappresentando, ancora oggi, l’esborso maggiore dell’era Lotito.

Zarate è un’iradiddio. Fa spavento per la tecnica di tiro con entrambi i piedi, per la velocità nell’esecuzione delle giocate. Si presenta superando Marchetti a Cagliari con un rigore e con un pallonetto a forma di beffa. Ma davanti ai suoi fa ancora meglio, con un mancino all’incrocio così preciso da risultare appagante, nel match contro la Samp. Dopo poco, un’altra doppietta al Torino con ulteriore notevole prova balistica. Distribuisce prodezze come fossero carte e lui un croupier, usandole anche per sbloccare match ostici. Come contro il Siena, quando calcia una punizione dal retrogusto di Zico.

Zarate in un Lazio-Roma
L’ha appena fatto (Foto: Imago Images – OneFootball)

La mia preferita e più vivida memoria però, è quella che lo proietta in un Olimpico pieno zeppo -Madonna, come passa il tempo -, derby dell’11 aprile 2009. A metà del terzo minuto, Lazio già in vantaggio, Mauro Zarate è tra la linea dell’out sinistro e lo spigolo dell’area, stranamente con la palla al piede. Punta Brighi, gli gira attorno, portandosi in direzione opposta alla porta. Il tocco successivo è più orizzontale, ma il giro della palla la fa rotolare comunque verso la trequarti. E allora lì, senza apparente necessità di aggiustare in alcun modo la meccanica di corsa, scocca una delle traiettorie che meglio ricordo, superando Doni sul palo lontano.

A fine stagione la Lazio non andrà oltre il decimo posto in campionato, ma vi ricordate la Supercoppa del 2009? La Lazio la gioca e la vince perché in Coppa Italia fa meglio di tutte. Cadono sotto i colpi delle aquile l’Atalanta, il Milan, il Torino, la Juve e, in finale ai calci di rigore, la Sampdoria. Proprio la finale viene aperta da un altro affresco di Maurito, che cala l’elmo e va da solo alla carica della retroguardia blucerchiata, sventolando poi un destro feroce, animale. Cos’è successo dopo quell’annata, ce lo siamo già detti.

Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell’amore

L’interrogativo dal quale ero partito era piuttosto personale. Mi chiedevo perché, pensando a Mauro Zarate, mi sentissi in qualche modo tradito. Tastando il polso virtuale del tifo, ho scoperto di non essere solo. Maurito ha fomentato sogni di grandezza per chi si è trovato a votare le sue speranze all’irrazionale, a un ragazzino tutto piedi e cuore, poca testa. Per molti laziali è stato un simbolo quasi rivoluzionario, col quale riconoscersi e del quale andare fieri. Poi, nel giro di un’estate, tutto s’è dissolto.

Io – che laziale non sono – una ferita che porta il suo nome ce l’ho comunque. Perché mi arrabbio quando qualcuno non sfrutta i propri talenti, e mi arrabbio con chi sento che mi prende per il culo, facendo carta straccia della mia fiducia. E tu, Mauro Zarate, nei miei personalissimi riguardi sei riuscito in entrambe le cose. Ma grazie per avermi aperto gli occhi.

Semplice, no? (Foto: Imago Images – OneFootball)

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