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Sedotti e abbandonati da Hidetoshi Nakata

Il ritratto del calciatore giapponese per antonomasia. Hidetoshi Nakata, icona e alfiere dell’intero Sol Levante, adottato dall’Italia.

Eurocentrismo: brutta bestia

Il calcio, se ancora non si fosse capito, non può (più) essere considerato soltanto uno sport. Uno dei corollari di questa dura-ma-cruda verità è che alcuni personaggi del mondo del calcio non possono (più) essere considerati semplicemente degli sportivi. L’impatto di alcuni giocatori ha infatti portato a cambiamenti – talvolta a veri stravolgimenti – nei livelli di attenzione e percezione verso certe aree, alcuni paesi, persino interi continenti.

Prima del 1998, l’Asia era ancora un Hic sunt Leones sull’atlante calcistico della stragrande maggioranza delle persone. Certo, non erano mancati gli episodi che avevano proiettato questo o quel paese ad una momentanea ribalta su larga scala. Ad esempio la Corea del Nord, al Mondiale del 1966, aveva scioccato tutti sbattendo l’Italia fuori dal torneo, mentre nel 1994 il saudita al-Owairan galoppò tutto il campo per battere il portiere belga Preud’homme, portando i suoi agli ottavi di finale. Se proprio vogliamo, possiamo concedere a Holly e Benji l’onore di aver catapultato “calciatori asiatici” nelle televisioni degli europei ma ecco, capirete che è un po’ una forzatura. 

Il continente asiatico – soprattutto l’estremo Oriente – era prevalentemente visto come un immenso bacino di mercato, nel quale solo determinati club potevano permettersi di fare proselitismo verso larghe schiere di potenziali tifosi/clienti sostanzialmente vergini a livello calcistico. Un Eldorado per la vendita di magliette e sciarpe, insomma, molto prima che terra di talenti.

Nell’estate del 1998, in Francia, il Giappone si gioca il suo primo Mondiale fra la curiosità di molti e un generale scetticismo degli addetti ai lavori. In effetti, i Samurai Blue sembrano giungere impreparati all’evento, contando su una squadra costruita interamente su calciatori militanti nel campionato locale, dove peraltro il professionismo era arrivato solo nel 1992. Perderanno tre partite su tre.

Nakata Giappone
Giappone-Giamaica, ed è subito Virtua Striker (Foto: Ben Radford/Allsport – OneFootball)

Nei ranghi degli esordienti c’è un ragazzo, stella della selezione, che ha trascinato i suoi compagni alla manifestazione iridata, propiziando i tre gol con cui il Giappone ha piegato l’Iran in un drammatico play-off giocato in un umidissimo stadio malese. Gioca in mezzo al campo a testa alta e sfoggia una sbarazzina capigliatura color zucca fluo. Risponde al nome di Hidetoshi Nakata e sa che, nonostante la squadra non abbia brillato sui campi francesi, lui ha abbondantemente catturato l’attenzione di tanti. È tempo per il poster boy del Sol Levante, su cui riposano le speranze di futuro calcistico dell’intera nazione, di tentare il grande passo, di cambiare continente e mettersi alla prova. 

Saper rischiare paga

Chi scommette su di lui è un personaggio piuttosto propenso al rischio come Luciano Gaucci, presidente del Perugia Calcio, che ha costruito parte del suo patrimonio anche grazie a Tony Bin. Mai sentito questo attaccante, direte voi. Obiezione accolta, perché Tony Bin era un cavallo purosangue irlandese, comprato a pochi soldi ancora puledro e che fece la fortuna della scuderia di Big Luciano. Egli infatti incassò molto sia dalle sue vittorie sia dalla sua vendita, avvenuta nel 1988 alla famiglia Yoshida, che non c’è bisogno vi dica da che nazione provengano.

Coincidenza vuole che la cifra – 4 milioni di dollari – pagata da Gaucci al Bellmare Hiratsuka per Nakata sia la stessa ricevuta per Tony Bin, e che sia anche quella giusta per battere la concorrenza. Per convincere il giocatore, invece, è sufficiente l’appeal di una serie A che al tramontare del millennio pullula di talento. Tanto legittimo quanto pronosticabile un certo scetticismo iniziale riguardo l’affare. In molti infatti nutrono dubbi sulla prestanza fisica di Nakata, avanzando inoltre riserve sulla capacità di adattamento culturale del secondo giapponese nella storia della Serie A.

Contando che in barriera c’è chi soffre e chi già prega, possiamo considerare Nakata uno stoico? (Foto: Jacques Demarthon/AFP via Getty Images – OneFootball)

L’unico predecessore era stato Kazuyoshi Miura, portato nel 1994 a Genova sponda rossoblu principalmente grazie ad un accordo con gli sponsor asiatici. A ogni presenza, tac, scattava il bonus a favore delle casse del Vecchio Balordo. Miura riuscì a siglare la sua unica rete in Italia in un derby, prima di fare ritorno definitivo in Giappone. L’11 gennaio 2021, alle ore 11.11, lo Yokohama FC ha annunciato il rinnovo del contratto di “Kazu”, che giocherà a 54 anni -record assoluto di anzianità- la sua ennesima stagione da professionista.

L’esordio in campionato per la banda di Cosmi è al “Curi” contro la Juventus. Perugia accoglie un’infornata di 5000 giapponesi che, aiutati dal comune sentire per il bianco e il rosso, ben si adattano alle gradinate umbre. Scene che si ripeteranno lungo tutta la stagione, portando i tour operator giapponesi a includere nei pacchetti vacanze anche una visita a Perugia, magari con un bel biglietto dello stadio in mano. 

Prima del fischio d’inizio Nakata si trova a battere il “cinque” di Del Piero, Davids, Deschamps, Zidane, ma le fotocamere bersagliano lui, Hide, investito dalla curiosità. Il primo tempo finisce 0-3 per i campioni in carica, per il Perugia pare notte fonda. Il famoso discorsino negli spogliatoi dà i suoi frutti perché, al ritorno in campo, il Perugia è un’altra squadra. Soprattutto, per quel che conta ai fini della nostra narrazione, Nakata è un altro giocatore.

Tutti i miei risparmi per quella maglia (Foto: Allsport UK/Allsport – OneFootball)

È infatti il giapponese che si fa carico dei suoi, segnando in quindici minuti una doppietta che fa impazzire il Curi e fa drizzare le orecchie alla Juventus. La partita finirà 3-4, ma la notizia è un’altra: Hide fa sul serio. Nel corso delle giornate l’Italia scopre che quello straniero dal dribbling secco, dalla mente lesta, col gusto per la botta da fuori, gli piace. Si fa leader tecnico di una Perugia senza grosse individualità, trovando di frequente la porta. In una squadra salva all’ultima giornata, mette a referto 10 reti. Il pezzo da novanta è fuor di dubbio la rovesciata contro il Piacenza, che ancora non ho ben compreso come sia potuta finire lì, date le traiettorie dell’assist e della sua corsa. Mah.

Il suo impatto fuori dal campo è ancor più clamoroso. In Giappone, manco a dirlo, hanno tutti la onestamente favolosa maglia del Perugia, la 7 di Nakata. La firma è della Galex, azienda di abbigliamento sportivo dei Gaucci che fa da sponsor tecnico agli umbri e che quell’anno vede esplodere il fatturato. Il presidente della Provincia, nel mentre, gongola per il potenziale economico ricavabile a seguito del successo del ragazzino giapponese, arrivando a definirlo una miniera d’oro per Perugia.

Nakata al banchetto dei grandi                     

La stagione seguente – Mazzone in panchina, giusto per restare in tema “icone” – è una conferma. Due gol in quindici presenze, poi la crema d’Europa lo brama. Già a gennaio Perugia lo deve lasciar andare, destinazione AS Roma. I Sensi se lo assicurano per 32 miliardi del vecchio conio, una cifra importante. Ma serve rendersi conto che per la Roma – così come lo era stato per Gaucci – acquistare Nakata non significa solamente portare fra i propri ranghi un talentoso centrocampista.

Significa anche associare due brand dalla riconoscibilità immediata e globale, dal valore commerciale enorme. La fama raggiunta da Hide beneficiò ovviamente anche del radicale cambiamento nel paradigma dell’informazione. Il boom degli accessi alla World Wide Web spalancò strade nuove e diverse per comunicare, e Nakata fu uno dei primi a cogliere l’occasione. Rifiutandosi, ad esempio, di concedere interviste se non sul suo sito personale, che divenne l’unico canale attraverso cui Hide si esprimeva.

Nakata Roma
All’esordio con la Roma (Foto: Gabriel Bouys/AFP via Getty Images – OneFootball)

A Roma Nakata prova a inventarsi regista, allontanato dalla “sua” zona, occupata da un certo Francesco Totti. Si narra che abbia appreso il progetto tattico di Capello durante una cena. Il tecnico friulano gli spezzettò un grissino – che mi auguro siano spariti dalle tavole dei ristoranti – per illustrargli la posizione che sarebbe andato a ricoprire. L’esperimento va così così; nel resto della stagione Nakata mette comunque a segno tre reti, la prima delle quali – quant’è crudele questo giochino – proprio a Perugia.

Quel campionato lo vince la Lazio, quindi figurarsi se la società giallorossa sta a guardare. La campagna acquisti estiva è tanta roba: Batistuta, Emerson, Samuel, Balbo. Sorge un problema. Ora gli extracomunitari in rosa sono tanti – c’è anche Cafu -, e il limite di quelli che si può portare a una partita è 3. Nakata è tornato sulla trequarti, ma fa la riserva di Totti. Poche da titolare, un tot di tribuna e parecchi spezzoni. In uno di questi però, riesce a iscrivere il suo nome nella Storia romanista.

Qui dopo un gol all’Udinese. Evidentemente il bianconero lo ispirava (Foto: Grazia Neri/ALLSPORT – OneFootball)

Succede che al Delle Alpi di Torino c’è la sfida-scudetto tra la Juventus e la Roma, è la ventinovesima giornata. Giusto il giorno prima del match, con una decisione molto italiana, è stato liberalizzato l’impiego degli extracomunitari, permettendo così a Capello di portare anche Hidetoshi. I bianconeri vanno sul 2-0 con un Zidane in una delle sue giornate, rimettendo in seria discussione il discorso Scudetto. Nakata rileva Totti all’ora di gioco. Al 79’ strappa la palla a Tacchinardi e dai 25 metri la schianta nei pressi del sette. La sua esultanza entra nell’Olimpo delle più pacate abbia mai visto. Al 91’ invece, Candela lo trova un bel po’ fuori area e lui ci prova, preparandosi al tiro in maniera très chic. Goffamente Van der Sar respinge corto, Montella ci arriva prima di tutti ed è 2-2. 

L’importanza del suo ingresso verrà apprezzata ancor più a posteriori, dato che la Roma potrà festeggiare il primo campionato interamente giocato nel nuovo millennio solo all’ultima giornata. Finita la partita decisiva col Parma, negli spogliatoi c’è gran caciara. Tra balli e bevute, in un angolo, a leggere un libro, c’è Hidetoshi Nakata, 24 anni. Un marziano, nelle parole di Totti. Voci vogliono si sia dileguato dall’Olimpico per sfuggire da tutto quel contatto, da tutti quei baci e quegli abbracci, a bordo di una camionetta dei Vigili del Fuoco. Troppo poco spazio a Roma, per Hide. 

Nakata, alla volta dell’Emilia

Verrà ceduto in estate, dietro il corrispettivo di 60 miliardi di lire, a un Parma con tanti soldi da spendere dopo le cessioni eccellenti di Buffon e Thuram. Un trasferimento dai risvolti virtuosi per tutte le parti: per la Roma che incassa una discreta cifra, per il Parma che trova un titolare di livello, per Nakata che può mettersi in forma e in mostra in vista del Mondiale 2002, assegnato a Corea del Sud e Giappone. L’annata inaugurale è tutto sommato dolce, a dispetto di un campionato mediocre. Questo perché il Parma riesce a vincere la Coppa Italia dopo un doppio confronto in Finale in cui segna anche Nakata. E se Hide segna, e la rete è decisiva, potete immaginare chi fosse l’avversaria: proprio la Juventus, fresca vincitrice del campionato.

Nakata Parma
Torneranno mai quel gialloblu, quelle strisce orizzontali? (Foto: Grazia Neri/Getty Images – OneFootball)

Il pubblico italiano ritrova quel Nakata protagonista offensivo, col gusto per il passaggio decisivo, capace di resistere alle cariche di atleti più nerboruti, di cui si era invaghita a Perugia. In Giappone, invece, la sua figura non è mai in discussione, anzi. Sulle acque minerali, sulle macchine, sui libri: il suo volto è ovunque, ed è quello con cui il Giappone calcistico decide di presentarsi al mondo. Al Mondiale ribadisce di essere leader morale e tecnico di una squadra e di un movimento calcistico in decisa crescita. Hide e compagni vengono eliminati agli ottavi dalla Turchia mentre – ce lo ricordiamo benone –  sarà la Corea di Hiddink a rivelarsi come sorpresa.

La seconda stagione in Emilia inizia con l’assalto fallito alla Supercoppa, ma prosegue con un campionato soddisfacente. Il parco attaccanti a disposizione di Prandelli è di quelli da magone nostalgico (Adriano-Gilardino-Mutu), e Hidetoshi gode a mandarli in porta. Quel Parma finirà quinto, Hide giocherà 31 partite su 34, diverte e si diverte; insomma una bella storia. 

Discesa: solo andata

Ma a dicembre 2003, a metà strada della sua terza annata a Parma, accade qualcosa. Un qualcosa che il mondo conosce come crac Parmalat: la scoperta di un giro di falsi bilanci volti a camuffare un buco finanziario di svariati miliardi di euro. La bancarotta coinvolge tutte le creature di Calisto Tanzi, Parma Calcio compresa.

Con l’urgenza di fare cassa, Nakata viene ceduto – senza cambiare regione – al Bologna. Contribuisce con due reti alla salvezza tranquilla dei rossoblù. La sua reputazione viene intanto vidimata da Pelè, che lo inserisce – unico giapponese – nella lista dei 125 più forti calciatori viventi. In estate viene acquistato dalla Fiorentina, la prima dei Della Valle in serie A. Io, felicissimo, mi compro la maglia (tarocca, va da sé).

Ma qualcosa si rompe. O, forse, qualcosa che si sta già rompendo da un po’ si spezza definitivamente. A Firenze, la città che più di tutte avrebbe potuto titillare la sua sensibilità, la sua delicata umanità, Hide è l’ombra di se stesso. Fallisce, vagando immalinconito per i campi del Belpaese, in una squadra salva agli sgoccioli. La polaroid della sua esperienza gigliata è lo striscione esibito dai tifosi: “Il nostro campionato? Nakatastrofe!” (ce ne sarebbe anche un altro ispirato al giapponese, ma qui siamo gente perbene e non lo posso riportare).

A 28 anni trova quindi ingaggio in un Bolton galvanizzato dall’Europa League raggiunta nella stagione precedente, agli ordini di Big Sam Allardyce. A fargli compagnia nella sua ventina di presenze, un album di figurine: Jay Jay Okocha, El Hadji Diouf, Khalilou Fadiga, Gary Speed. Un’esperienza nuova, un cambio di ritmo e di contesto radicale, ma che non lo scuote. Hidetoshi già da qualche mese si è guardato allo specchio, ha fatto un respiro profondo, ha rilassato le spalle. Ha fatto luce fra i suoi pensieri, e giocherà il Mondiale in Germania, certo. Ma poi…

Consapevolezza e sincerità

The Last Dance (Foto: Phil Cole/Getty Images – OneFootball)

Il 22 giugno 2006 l’arbitro francese Poulat fischia la fine di Brasile-Giappone (4 a 1), ultima gara dei gironi. Contestualmente, quel fischio significa anche la fine della carriera di Hidetoshi Nakata. Disteso in mezzo al campo, il suo Giappone eliminato, Hide ha il volto coperto da una maglia verdeoro, la bagna con qualche lacrima. Cerca di imprimere nella memoria dei sensi l’odore del prato, il chiasso di uno stadio pieno. Capisce cosa ha deciso di lasciare, per poi annunciarlo con una lettera intrisa di serenità.

Non c’è stato nessun episodio né un motivo in particolare che mi ha portato a prendere questa decisione. Semplicemente sentivo che era arrivato il momento di “staccarmi” da questo viaggio chiamato calcio professionistico. Tutto qui.

Hide riconosce la metamorfosi che il concetto stesso di calcio ha avuto per sé. Partendo dalla candida passione infantile, fino ad arrivare alla consapevolezza di aver smarrito un amore che era convinto gli appartenesse.

Facevo fatica a rispondere a domande tipo “Ti piace il calcio ?”. Non riuscivo a rispondere “Sì, mi piace”, in tutta sincerità. Stavo perdendo il genuino sentimento per il pallone che avevo.

Una vita fra spogliatoi e stadi, che non a tutti calza a pennello.

Per tutta la vita non ho fatto altro che giocare a calcio. Non sapevo come fosse il mondo al di fuori del calcio.

Dopo il ritiro ha intrapreso un lungo viaggio, immergendosi nella conoscenza di un Giappone che sì aveva fatto avvicinare al resto del mondo, ma di cui, fondamentalmente, era ignorante.

L’importanza di essere Hidetoshi Nakata

Settantasette presenze con la maglia dei Samurai Blue, una Coppa Italia e uno Scudetto raccontano solo una parte della storia. La sua carriera, svoltasi a cavallo tra i millenni, è uno degli esempi pionieristici e più clamorosi del calcio come fenomeno globale di consumo e del calciatore come nuova pietra angolare di questa religione.

Più che sul rettangolo verde, la sua legacy si sostanzia nell’aver permesso al mondo intero di dare un’identità -e quindi riconoscibilità- al calcio proveniente da un tremendamente generalizzato “estremo Oriente”, andando molto oltre Holly e Benji. Un impatto decisamente sociale dunque, per un giocatore che – con sublime grazia – è stato capace di mostrare che il calcio non è più solo uno sport. E che i calciatori possono non essere solo calciatori.

Quando ho scoperto che la sua maglia numero 10 della Fiorentina, nel tempo, è sparita dai miei cassetti, qualcosa mi è volato via dalla gabbia toracica. Giurerei di non averla data via io.

Nakata
Inner style (Foto: Tullio M. Puglia/Getty Images for Golden Foot – OneFootball)

P.s.: per chi mi avete preso? So che lo volevate: sei nella leggenda, Nabuyoshi Tamura.

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