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Simone Angeletti

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Gabriel Heinze da Crespo, El Gringo nello sterminato dizionario degli apodos argentini, è una delle nuove leve tra i mister albiceleste. Una linea verde di tecnici, spesso ex giocatori di altissimo livello (Marcelo Gallardo, Gabriel Milito, Mauricio Pellegrino, Kily González, Fernando Gago, Hernán Crespo) che uniscono i metodi organizzativi europei alle particolari caratteristiche del calcio di casa. Heinze in particolare, si distingue per la meticolosità con cui affronta il suo lavoro, tanto da essere avvicinato a Marcelo Bielsa, uno che pensa calcio a qualsiasi ora del giorno.

Domani è un altro giorno, eppure stasera sono ancora un semplice calciatore. Anzi, a dirla tutta sono il migliore, sono un idolo paragonabile a un attore del cinema. Sono il Cary Grant di questo fottuto paese. Mezzala d’immenso talento, con la maglia dei “Verts” del Saint-Étienne ho già vinto uno scudetto segnando caterve di gol. L’anno scorso ho portato la nazionale militare al trionfo ai mondiali di categoria e da allora, a soli 21 anni, sono già titolare indiscusso della nazionale francese: la stella più attesa al Mondiale che si avvicina. Ma io quella competizione non voglio giocarla con la Francia, io la Coppa del Mondo voglio vincerla per il mio Paese.

Il 14 Aprile 1958 diventa all’improvviso un giorno tranquillo per i titolisti, molto meno per i giornalisti dell’Equipe, lo storico quotidiano sportivo francese. Prima pagina semplice semplice: “Scomparsi 9 giocatori algerini”. Più avanti nella giornata cambieranno numeri, motivazioni e tutto quel che c’è sotto il gigantesco iceberg che nasconde questa semplice frase. Non sono “spariti” per caso fortuito, sono effettivamente fuggiti di loro spontanea volontà, in clandestinità. Ma esattamente perché?

Mustapha Zitouni, Abdelaziz Ben Tifour, Abderrahmane Boubekeur, Kaddour Bekhloufi dell’AS Monaco, Amar Rouaï dell’Angers, Said Brahimi e Abdelhamid Bouchouk del Tolosa, Abdelhamid Kermali del Lione. Tutta gente già nella nazionale francese o comunque nel giro dei favoriti per far parte del Mondiale 1958. La stella del gruppo è sicuramente la giovane mezzala offensiva del Saint-Étienne, Rachid Mekhloufi, protagonista dello scudetto vinto nel 1957 dai Verts.

Il giovane degli Stephanois è un giocatore d’élite. Veloce di pensiero e di piedi, destro naturale ma con un ottimo piede debole. È nominalmente una mezzala (la mezzala di allora è un po’ diversa da quella che conosciamo noi), ma ama spaziare per le vie centrali raccordando centrocampo ed attacco. Palla al piede è rapido, la muove con tocchi brevi e frequenti per aprirsi la strada verso la porta. Cerca spesso la verticalizzazione o il dialogo con il compagno vicino a due tocchi. In buona sostanza, è 20 anni avanti alla sua epoca calcistica.

Perché quindi scappare via adesso, da fuggiaschi, lasciando una vita assolutamente confortevole, proprio prima di un Mondiale da giocare al fianco di Just Fontaine, Raymond Kopa e Roger Piantoni? Squadra che arriverà a vincere la finale di consolazione dietro al leggendario Brasile di Vicente Feola ed ai padroni di casa svedesi. La questione è lunga, parte dai tempi del colonialismo ed ha a che fare con il calcio non tanto come sport in sé, ma come strumento per cause che vanno ben oltre lo sport.

Rachid Mekhloufi, luogo di nascita: Sètif

L’Algeria dei vari Zitouni, Ben Tifour, Mekhloufi non è l’Algeria che conosciamo noi oggi. È una nazione, un popolo, ma esiste formalmente solo come colonia francese, come altre ce ne sono state. La convivenza tra i locali ed i pied-noirs, i coloni francesi, non è certamente facile. Come ricorda lo stesso Rachid Mekhloufi a Le Monde:

Mi ricordo come a rue de Costantine, a Sètif, algerini e francesi si dividevano in due marciapiedi opposti. Le due comunità si evitavano.

Divisioni inconciliabili si riflettono con forza anche nel calcio. Il governo francese arriva a promulgare leggi che costringono le squadre locali a schierare almeno 5 “europei”, limitazione aggirata in qualsiasi modo o combattuta con veemenza. L’MC Algeri, storica potenza nazionale fondata nel 1921, sceglie i suoi simboli con un chiarissimo riferimento all’Islam e all’Algeria. La M di MouloIud, la celebrazione del compleanno di Maometto, il verde dell’Islam, il rosso per l’amore verso la propria terra caratterizzano tutt’oggi loghi, divise e bandiere del club.

Sètif giace su un altopiano di oltre 1000 metri sul livello del mare, non lontano dal Mediterraneo. La posizione strategica, la protezione data dall’altitudine e la relativa vicinanza al mare la rendono un punto nevralgico per il controllo della zona circostante. Gli Alleati non la coinvolgono mai direttamente nelle operazioni militari per lo sbarco in Africa, scegliendo obiettivi più significativi come Casablanca in Marocco od Orano nella stessa Algeria. Sètif ha comunque il suo posto nella storia del secondo conflitto mondiale, ma per motivi tutt’altro che felici, come testimoniato dallo stesso Rachid Mekhloufi:

Avevo nove anni quel giorno, e con i miei compagni di scuola anch’io ero in strada a manifestare. I grandi ci avevano spiegato che era il giorno in cui i nazisti si erano arresi agli Alleati, e allora ci avevano chiesto di fare dei disegni che raccontassero ai francesi che la loro occupazione sulle nostre terre era illegale come quella dei nazisti da loro. Che si stavano comportando esattamente come quei mostri che avevano combattuto. Doveva essere un giorno di festa, non sapevo che si sarebbe trasformato in un massacro. La gendarmerie e i pied-noirs si sono comportati come belve, la carneficina è andata vanti quasi una settimana. Non ho mai visto così tanto sangue in giro.

La Nazionale della rivoluzione

La strage di Sètif ha contorni sfumati dai numeri di vittime calcolati dai francesi, dagli osservanti e dagli stessi algerini. Il punto non riguarda quanti se ne siano andati, ma come questo evento sarà il punto di non ritorno per le spinte indipendentiste locali.

Ahmed Ben Bella sarà il primo presidente della storia algerina, ma ne ha passate diverse. Arruolato nell’esercito francese, combatte con onore contro i tedeschi asserragliati sulla linea Gustav a Cassino. Viene onorato con la Medaille Militàire dalle mani di Charles De Gaulle in persona. I due si rincontreranno nello spazio di circa 15 anni, ma non possono ancora saperlo. Ahmed Ben Bella, oltre ad essere un rivoluzionario, un militare e la chiave di volta del FLN, è stato un calciatore per l’Olympique Marsiglia prima dello scoppio della guerra.

Crede fermamente nel “potere sociale” del calcio ed è la mente dietro l’Onze de l’Indépendance, la Nazionale della rivoluzione. Con ordine: il Fronte di Liberazione Nazionale è il movimento che riunisce tutte (quasi tutte: l’MNA di Messali Hajj non ne entra a far parte) le organizzazioni nazionaliste per l’indipendenza. Se il FLN è lo stato parallelo degli insorti, l’Onze è la sua nazionale calcistica.

Alla fine, nei quattro anni dal 1958 al 1962, giochiamo 90 partite in giro per il mondo, di cui ne vincemmo ben 65, diventando la rappresentativa nazionale più vincente della storia, se solo fossimo stati riconosciuti come tale. Ma non ci importa nulla, quello che ci interessa è che stiamo aiutando il nostro Paese nella propaganda rivoluzionaria, che anche noi, a nostro modo, stiamo combattendo per l’indipendenza della nostra terra.

La rappresentativa algerina viene ostacolata in ogni modo dalla FIFA. Gioca la prima partita contro la Tunisia, vittoria inaugurale. La seconda contro il Marocco, altra gloria. La Federazione calcistica esclude immediatamente Tunisia e Marocco dalle sue competizioni. Il messaggio è chiaro: non è concesso in alcun modo dare legittimità all’Onze ed agli ideatori. Ma nell’Est Europa c’è qualcuno in una posizione di forza tale da poter scavalcare le posizioni della FIFA senza ripercussioni.

FLN - Onze
La squadra che ha onorato l’Algeria (Foto: These Football Times)

L’URSS, complici i discreti rapporti creatisi durante la Seconda guerra mondiale, è entrata nella Federazione nel 1946. D’altra parte, appoggiare il socialismo promosso dalla FLN è un ottimo motivo di propaganda in piena guerra fredda ed il Presidente Dewry non può semplicemente farci nulla. L’Onze giocherà la stragrande maggioranza delle proprie partite proprio al di là della cortina di ferro. Russia, Jugoslavia, Ucraina ed ancora più in là, Cina e Vietnam. Chiude la sua avventura con 65 vittorie, 13 pareggi e solo 12 sconfitte nei suoi quattro anni di attività.

Aver vinto

Ho Chi Minh stesso, che nel teatro della Guerra d’Indocina ha fronteggiato il governo Francese, si complimenta con i giocatori a seguito della sconfitta del suo Vietnam con una storica affermazione: “Se noi abbiamo sconfitto la Francia e voi ci avete sconfitto a calcio, allora anche voi batterete la Francia”.

Al di là dell’ardito accostamento, ha avuto ragione. Nel 1960, Francia ed FLN riallacciano le trattative per l’autodeterminazione dell’Algeria. Charles De Gaulle ed Ahmed Ben Bella, che per l’occasione è già a Parigi (in carcere da già 5 anni) conclusero gli accordi di Évian nel 1962: l’Algeria è libera.

Nel 1962 viene sciolta anche la gloriosa nazionale del FLN, e da allora gioco per quella algerina, di cui diventerò anche allenatore. Perché in fondo io sono semplicemente un uomo di calcio, anche se sono contento di aver giocato per la rivoluzione. E di aver vinto.

Rachid Mekhloufi torna in Francia dopo 4 anni con il permesso di Ahmed Ben Bella in persona, dopo essere stato amnistiato dalla condanna a 10 di anni di carcere per diserzione presa durante la fuga del 1958. Giocherà un anno al Servette, prima di tornare al Saint-Étienne. Si fa “perdonare” in fretta a suon di goal e giocate di classe. Riporta i Verts in Ligue 1, vince altri 3 scudetti ed una Coppa di Francia contro il Bordeaux, a cui segna una doppietta. Alza lui la coppa che gli porge in mano De Gaulle.

Il tesserino di Rachid Mekhloufi nel 1968
Il tesserino di Rachid Mekhloufi con il Saint-Étienne: si legge, finalmente, Algeria (Foto: Futbolismo)

L’equilibrio tra il rimanere (e crescere) in Serie A o retrocedere mestamente in cadetteria è spesso estremamente sottile. Lo sanno bene i direttori sportivi dei club della colonna di destra della classifica, dove spesso la lotta tra salvezza e retrocessione si sbriga nel giro di una manciata di punti. Le contingenze economiche poi comportano un evidente turnover di giocatori tra un anno e l’altro, con elementi che portano plusvalenze e prestiti conclusi da rimpiazzare.

UAE-Israele: preludio del disgelo?

La dirigenza della Al-Nasr Football Company ha concluso le procedure di contratto con il giocatore Dia Muhammad Saba, dal club cinese Guangzhou R&F. Contratto firmato per due stagioni. Dopo aver superato con successo la visita medica alla quale il giocatore si è sottoposto stamattina a Dubai, diventerà il quarto professionista straniero in squadra.

Quando l’Al-Nasr ha annunciato l’acquisto di Dia Saba dal Guangzhou R&F, si è alzato ben più di qualche sopracciglio. Non tanto per il valore tecnico del giocatore, ottimo interprete della trequarti nella Chinese Super League, quanto per alcune non banali questioni esterne al calcio. Il trasferimento di Saba è storico soprattutto dal punto di vista geopolitico, come primo israeliano a giocare per un club degli Emirati Arabi Uniti.

Una situazione ai limiti dell’impensabile fino a solo pochi anni fa, considerate le costanti tensioni all’interno dei paesi mediorientali. Questione che tra l’altro entra in stretta relazione con la cessione della metà delle quote del Beitar Gerusalemme da Moshe Hogeg verso Hamad bin Khalifa Al Nahyan, membro della famiglia reale emiratina. Decisione che ha scatenato le ire della “Familia“, la famigerata ala iper-conservatrice della tifoseria giallonera. Questo ammorbidimento delle relazioni calcistiche in Medio Oriente fa da contorno al vero e proprio accordo di “normalizzazione” dei rapporti diplomatici tra Israele, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, firmato a Washington D.C ad Agosto 2020 e noto come Abraham Accords.

Dia Saba
Dia Saba a colloquio con il CT israeliano Willibald Ruttensteiner (Foto: Jack Guez/AFP via Getty Images – OneFootball)

Dia Saba, il calciatore

Dia Saba non è un nome noto al pubblico mainstream europeo, ma ha comunque percorso un’interessante carriera fino ad adesso. Nato a Majd al-Krum 29 anni fa da una famiglia di origini palestinesi, ha giocato per vari club israeliani, fino ad arrivare al Maccabi Netanya. Esplode proprio nel club sulla “Via Maris” nel 2016/2017 segnando 17 goal per un immediato ritorno della squadra in Ligat-Al. Alza ancora l’asticella l’anno successivo, con 24 goal in campionato che gli valgono le prime convocazioni in Nazionale maggiore con il CT Andreas Herzog.

Dia Saba, come vedremo, non è nuovo a trasferimenti particolari. L’Hapoel Beer-Sheva lo compra nell’estate 2018 a 2 milioni di euro e lo rivende a Gennaio per 5 milioni al Guangzhou R&F. Incontra il connazionale Eran Zahavi come partner offensivo e vive un paio di stagioni molto prolifiche. Possiamo incasellare Saba nel ruolo di trequartista/seconda punta. Estremamente tecnico e rapido, soprattutto per gli standard del calcio cinese, è un giocatore molto divertente da vedere in azione. Dà quasi l’idea di vedere una biglia impazzita all’interno di un flipper, un fascio di nervi che rientra in difesa, affonda i tackle e riparto dribblando a colpi di veroniche e biciclette. In un certo senso, incarna lo spirito in parte divino, in parte barocco del “diez” classico ma con un dinamismo moderno.

Quando punta gli avversari in campo aperto, con i suoi passi brevi e sincopati, mette in crisi la maggior parte dei difensori, costretti a concedere campo o a rischiare un intervento con poche probabilità di successo. Gioca prevalentemente sul centro-destra, potendo sfruttare meglio un piede mancino estremamente sensibile e capace di traiettorie pericolose anche da angoli ristretti. È un pezzo fondamentale dell’attacco di Giovanni Van Bronckhorst per come riesce a creare superiorità numerica con i suoi recuperi difensivi e ripartire. Il suo passo frenetico e la creatività nei dribbling emergono prepotentemente, soprattutto negli ampi spazi che trova per avanzare con gli strappi palla al piede.

L’allenatore olandese ha improntato una fase offensiva estremamente efficiente. Fondata su un’occupazione degli spazi efficiente per allargare la difesa avversaria, portano sulla linea offensiva almeno 5 o 6 uomini, creando spazi per cross ed inserimenti nello spazio tra i centrali ed il portiere. Idee che hanno fruttato i loro dividendi a livello di goal segnati, con Zahavi capocannoniere – 29 goal in 28 partite – ed il quinto miglior attacco della Lega, con 53 goal totali, 38 dei quali assistiti. I concittadini dell’Evergrande hanno pagato dazio un rendimento in trasferta piuttosto debole – appena 7 punti in 15 partite – ed una difesa quasi disastrosa da 72 goal in 30 partite, il dato peggiore del campionato.

Saba ha contribuito con 13 goal e 6 assist in 26 partite, numeri che avrebbero potuto essere migliori se non fosse stato per un sinistra tendenza a colpire piuttosto spesso pali e traverse. Con l’Al-Nasr, sta confermando le prestazioni viste in Cina: 5 goal e 6 assist in 17 partite ed un quinto posto a -7 dalla vetta. Con la partenza dello Squalo Alvaro Negredo, Saba va a rilevarne il posto nel tandem di attacco con Sebastián Tagliabúe, seppur con caratteristiche diametralmente opposte.

Dia Saba
Dia Saba segna contro il Guatemala (Foto: Jack Guez/AFP via Getty Images – OneFootball)

Il primo di una lunga serie?

Al-Nasr Football Company si augura di raggiungere i migliori successi con Dia Saba e di raggiungere i traguardi più importanti. Vorrebbe confermare a Sports Street in generale e ai tifosi dell’Al-Nasr in particolare che il reclutamento del giocatore viene da una prospettiva prettamente sportiva ed è stato scelto per il talento e le capacità tecniche.

Nel messaggio con cui l’Al-Nasr ha annunciato l’arrivo di Dia Saba, la società si sente in dovere di sottolineare come l’arrivo del giocatore sia legato solo ed esclusivamente a motivi calcistici. Così effettivamente è, ma chiaramente le implicazioni politiche dietro a questo discorso non possono essere ignorate. Al di là del valore simbolico del trasferimento in sé, la connessione calcistica tra UAE ed Israele non si sta limitando solo a questo.

Oltre al già citato caso del Beitar Gerusalemme, vari rumors su una possibile partecipazione araba nella proprietà dell’Hapoel Tel-Aviv si sono susseguiti negli ultimi mesi, così com’è possibile che altre operazioni di acquisizione o compartecipazione possano venir fuori nel prossimo futuro. Calcio e politica, intesi come fenomeni sociali, possono molto spesso entrare nelle stesse stanze. Dall’8 settembre 2015, quando la Nazionale emiratina ha giocato una partita di qualificazione ai Mondiali nel West Bank, ad oggi, il calcio del Medio Oriente sta aprendo grosse opportunità di sviluppo per sé stesso e per tutte le comunità coinvolte. Dia Saba diventerà un po’ il simbolo di questo riavvicinamento tra due parti storicamente agli opposti, lasciando che a parlare in campo sia solo la raffinata dialettica del suo sinistro.

Dia Saba celebra con i compagni dopo un goal al Guatemala (Foto: Jack Guez/AFP via Getty Images – OneFootball)

Secondo Treccani, una delle definizioni di compromesso è: “Transazione, accomodamento; forma di accordo fra le opposte esigenze di due parti in contrasto, per cui ciascuna delle due cede qualche cosa per risolvere la controversia”. Seppur con un’idea di fondo privativa, la negoziazione tra due parti in contrasto che vogliono perseguire un risultato comune è molto spesso necessaria. In fin dei conti, nello scendere a patti potremmo trovare anche risorse e soluzioni nuove. In un certo senso, il calcio di Adolfo Gaich è una sintesi del suo fisico da guardia svizzera – “El Tanque” il suo apodo, tanto per metterlo in chiaro – ed una tendenza a giocare e muoversi da diez, spiccatamente argentina, nel suo gioco. Il nativo di Bengolea vive su questa contraddizione, a volte chiedendo troppo alla sua tecnica, altre volte proponendo giocate da stropicciarsi gli occhi.

Jonathan David ha una duplice ed ardua sfida: diventare uno degli attaccanti più forti d’Europa e portare il Canada sul mappamondo calcistico.

Qui niente football

Pur essendo lo sport di gran lunga più praticato e diffuso al mondo, il calcio non ha ancora “penetrato” alcune roccaforti rimaste storicamente e culturalmente legate ad altri movimenti sportivi. L’India ne è un esempio, affascinata ed appassionata di cricket, gli Stati Uniti dove il “football” è tutt’altra cosa rispetto a quel che intendiamo in Europa, oppure gli stati oceanici, legati principalmente al rugby. Mentre il centro gravitazionale del nostro “football” rimane l’Europa, con Brasile ed Argentina esotici ospiti d’onore, altri movimenti si affacciano al mondo del calcio.

Tra questi, seppur “indietro” ma fortemente collegato e trascinato dai cugini USA, c’è il Canada. Fenomeni dell’hockey, principi indiscussi del lacrosse ed adesso, voce emergente del “soccer”. Il sistema MLS nel quale sono integrati i Vancouver Whitecaps, i Montréal Impact ed il Toronto FC sta riscuotendo un crescente successo dal 2007 in poi (basti pensare agli investimenti del City Football Group, di Red Bull e degli altri proprietari) modellandosi sulle profonde radici del sistema chiuso già adottato dalle altre quattro maggiori leghe sportive USA.

Certamente, l’essere “ospiti” con sole tre squadre piuttosto giovani – Toronto è in MLS dal 2005, Vancouver e Montréal rispettivamente 2011 e 2012 – e generalmente non competitive ha rallentato lo sviluppo del movimento calcistico, ma ultimamente qualcosa si sta muovendo. Oltre al fenomeno Alphonso Davies, arrivato da “homegrown player” della franchigia cascadiana, altri notabili giocatori sono sbarcati in Europa o stanno crescendo in MLS. Al di là dell’esterno del Bayern Monaco, Jonathan David è sicuramente il prospetto più talentuoso a disposizione della Nazionale.

David
Jonathan David contrastato da Daniel Morejon in Cuba-Canada (Foto: Grant Halverson/Getty Images – OneFootball)

Gand, città dei “diamanti grezzi”

Nato a Brooklyn e cresciuto calcisticamente ad Ottawa, dove i genitori si trasferirono da Port-Au-Prince nella già ampia comunità haitiana in Québec, David è arrivato in Europa grazie all’ormai famoso sistema di scouting del Gent, veramente fenomenale nel trovare talenti in ogni angolo del mondo. Scoperto a 17 anni in un video, viene invitato a Gand ad allenarsi. A 18 anni, il minimo consentito per poter firmare il contratto, viene aggregato in prima squadra.

In Belgio, David studia da attaccante moderno e mobile, capace di associarsi con i compagni e di vedere la porta come un numero 9. Jess Thorup lo utilizza sia come esterno destro che come punta nel 4-2-3-1, ma la mobilità e l’attitudine a coprire molto spazio in campo non sono racchiudibili in una semplice posizione. Questa tendenza a svariare è caratterizzante nel suo modo di stare in campo – Michel Louwegie, attuale DS della Gantoise lo definì “una punta che corre 12 km” -, sia come presenza fisica che anche come atteggiamento ed approccio verso la partita.

Pur con una prima stagione di ottimo livello per un diciottenne, David è esploso quando Thorup gli ha concesso la possibilità di cercare liberamente gli spazi da occupare ed attaccare e le connessioni da stringere con i compagni. Nella stagione passata, l’arrivo di Laurent Delpoitre e l’intesa con Roman Yaremchuk sono stati fondamentali per lo sviluppo delle trame offensive della squadra belga. Con il possente attaccante belga a fungere da “target man”, David ha fatto brillare le sue capacità di raccordo tra costruzione e finalizzazione della manovra.

Non è una prima punta di ruolo, o meglio, fare esclusivamente il riferimento avanzato non rende giustizia alle sue qualità in conduzione ed in rifinitura. Estremamente veloce in campo aperto, predilige tocchi piuttosto lunghi potendo comunque contare su un’agilità negli spazi stretti che gli consente di cambiare passo senza problemi. Dribbla quasi esclusivamente col corpo, utilizzando scientificamente finte di busto e tocchi di esterno per saltare difensori senza perdere il momentum del bruciante primo passo. Protegge molto bene la palla in queste situazioni utilizzando le spalle ed il busto per coprirla in corsa. La finalizzazione rimane comunque la gemma più brillante del suo gioco.

David ha istinti naturali nello scegliere la conclusione più efficace nelle varie situazioni. Il buon tempismo nell’attaccare lo spazio dietro alla difesa (solo 4 offside quest’anno con il Lille in 1500 minuti giocati) lo porta spesso all’ 1v1 con il portiere. Piazzare il pallone di piatto rappresenta la sua prima soluzione ma con il Gent ha dimostrato di saper concludere sia dal limite dell’area, di esterno ed in acrobazia. Non possiede la forza bruta di chi vuole spaccare la porta ma sa cogliere l’attimo anticipando lo sviluppo dell’azione e facendosi trovare al posto giusto nel momento giusto.

David festeggia in maglia Gent (Foto: Jasper Jacobs/AFP via Getty Images – OneFootball)

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Uomo mercato

Gli ottimi numeri – 23 goal e 9 assist nell’ultima stagione nelle Fiandre – ma soprattutto le parole spese su di lui da Louwegie:

Il nostro obiettivo è tenere questo team assieme, anche oltre l’estate. Abbiamo esteso il contratto a David fino al 2023 per una giusta ragione… Avere un top scorer come David è magnifico ma vogliamo soprattutto trattenerlo. In ogni caso, non facciamo partire un giocatore del genere per 25 milioni.

Le ottime prestazioni il maglia Gantoise hanno scatenato una vera e propria asta quest’estate con molti top club europei accostati al suo nome.

Jonathan è assolutamente pronto per il prossimo step. Il Gent ha lanciato la sua carriera, ha fatto tantissimo per lui. Capisco che vorrebbero tenerlo più a lungo ma Jonathan vuole salire di livello. Il campionato belga è fantastico per i giovani giocatori ma è giunto il momento di fare un passo avanti.

Nick Mavromaras, il suo agente, commentò così questo inverno un’offerta rifiutata da circa 25 milioni di euro, un chiaro segnale alle sue pretendenti. Louwegie aveva ragione, 25 milioni di euro sarebbero stati già un record di incasso per il club, ma si poteva spingere ancora più in alto.

Jonathan David esulta con un tufoso dopo un goal al KAS Eupen (Photo by Virginie Lefour/Belga Mag/AFP via Getty Images – OneFootball)

L’ambientamento a Lille di David

Tra le varie possibilità Bundesliga, Premier League, Serie A e Ligue 1, Jonathan David ha sposato la causa del Lille, fresco di incasso record dal Napoli per la cessione di Osimhen ed in grado di pagare i 30 milioni necessari per  per acquistarlo. Il canadese ha mostrato anche lungimiranza nella scelta, firmando per un team attento crescita e sviluppo dei giovani in un campionato tra i top. La Ligue 1 è un’ottimo campionato per emergere definitivamente per importanza, stile di gioco e tendenza a monetizzare sui giocatori in rampa di lancio.

La sua avventura in Francia non è partita nel migliore dei modi, complice anche la sospensione del campionato belga a marzo, come ha sottolineato a più riprese l’allenatore Christophe Galtier. Jonathan David rimane comunque potenzialmente un eccellente fit nel sistema offensivo lillois. Sostituire i movimenti e le qualità di Victor Osimhen non è un compito facile ma è nelle corde del giocatore canadese.

In fase offensiva, il Lille formava un 3-2-5 molto fluido, con Renato Sanches, Jonathan Bamba ed uno dei terzini ad occupare la prima linea offensiva. I movimenti ad elastico di Jonathan Ikoné ed Osimhen fanno perdere i riferimenti ai difensori avversari, favorendo spazio per attacchi senza palla e le ricezioni dell’attuale attaccante del Napoli sulla fascia destra. Con David, il matchup fisico che si creava tra il nigeriano e gli avversari sulle palle alte – pur sfruttato poco con il 40% dei duelli aerei vinti – non è sicuramente replicabile alla stessa maniera.

In questo fondamentale, il canadese ha vinto solo il 28% dei duelli in campionato. D’altra parte, le sue qualità sia palla al piede che senza torneranno estremamente utili nell’ecosistema tattico del Lille. In questo senso può essere interessante la partita con il Lorient come manifesto di come dovrebbe arrivare a giocare David con continuità. Anzi, in alcuni aspetti rappresenta un upgrade. La visione di gioco in campo aperto e la sensibilità nell’ultimo passaggio avranno possibilità di emergere, così come gli strappi palla al piede. La libertà creativa concessa da Galtier ha bisogno di tempo e rodaggio per attestarsi, dipendendo principalmente dalle spontanee connessioni che i giocatori riescono a creare tra di loro. Lo stesso coach insiste molto su questo aspetto:

Ha bisogno di allenamento e, soprattutto, partite. Ha le capacità in alcune aree del campo di fare la differenza con le sue accelerazioni. Oltretutto, è un eccellente finalizzatore. Probabilmente ha sbagliato il goal contro il Metz perché stava cadendo ma è molto preciso in area di rigore, lo vediamo in allenamento.

Jonathan David contende palla a Mohamed Elyounoussi (Foto: Andy Buchanan/POOL/AFP via Getty Images – OneFootball)

Jonathan David è qualcosa di grande per il Canada

Al di là delle prestazioni sul campo, che comunque influiranno in maniera pesante, il Canada può contare su David ed Alphonso Davies, ossia i due talenti più fulgidi ad indossare la maglia dei Canucks per circa altri 12 anni. Dwayne de Rosario, attuale capocannoniere all-time della Nazionale canadese, ha giustamente osservato:

Se riusciamo a qualificarci per i Mondiali 2022, sarebbe veramente un grande risultato. Ho sempre pensato che avevamo le possibilità di farcela. Dobbiamo realmente metterli in condizione di portarci al successo.

Non è solo una questione di mettere una firma sulla qualificazione, è accendere un enorme riflettore sul calcio in un Paese in cui le luci sono puntate su altro. I Mondiali in questo rappresentano la maggior occasione di farsi notare. Ad esempio, la stessa MLS nacque – pur con parecchie difficoltà – praticamente nel 1994 in quanto, secondo i regolamenti FIFA, per ospitare un Mondiale è necessario avere un campionato professionistico nazionale. Raccolto il testimone dalla generazione di de Rosario, adesso è il loro turno nel mettere il Canada sulla mappa del calcio mondiale.

26 Giugno 2020. La stagione di Serie A vive, in maniera del tutto eccezionale, la sua 27ª giornata, terza dalla ripresa delle ostilità successive al lockdown. La Lazio, seconda in classifica, è ospite dell’Atalanta di Gasperini con l’obiettivo di rimanere incollata alla Juventus capolista. Dopo il rapido doppio vantaggio casalingo, i bergamaschi organizzano una faticosa rimonta portando Gosens ad accorciare le distanze al 38′. Al 66′, in coda ad una serie di rimpalli figli di un calcio d’angolo, il pallone finisce tra i piedi di Maarten de Roon. Ruslan Malinovskyi è in disparte dalla mischia, impiegato in origine come opzione corta rispetto alla soluzione diretta a centro area.

Sono già passati ben tre anni dall’incredibile eliminazione subita dall’Italia per mano della Svezia alle Qualificazioni dei Mondiali 2018. Lo spareggio di ritorno dei Playoff a San Siro può essere considerato a furor di popolo il momento più basso vissuto dal movimento calcistico azzurro, o quantomeno a pari merito con gli schiaffi, letterali e non, presi con l’Irlanda del Nord a cavallo tra il 1957 e 1958.

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