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Simone Angeletti

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A meno di un imponente revival della Superlega, difficilmente vedremo in Europa eventi sportivi come gli All-Star Game. Le quattro (facciamo anche cinque) maggiori leghe statunitensi organizzano in maniera estremamente seria quella che fondamentalmente è una scusa per staccare dalla lunga routine della Regular Season. Non abbiamo mai visto qualcosa del genere nel calcio, non esiste di fatto un concetto come questo nel nostro continente. Si punta tutt’oggi, a queste latitudini, sull’eccezionalità dell’espressione del talento, in una scala gerarchia che parte dal basso ed arriva fino in Champions League travalicando i confini nazionali. Differenze che vengono principalmente proprio dall’organizzazione piramidale piuttosto che dal sistema chiuso.

Non succede a tutti i diciassettenni del mondo di tornare in classe un lunedì e ricevere gli applausi dell’intera scuola. A meno che tu non ti chiami Pedro de la Vega e ti sia ritrovato in campo contro il Racing Club de Avellaneda praticamente dal nulla. Non solo, essendo stato il migliore dei suoi e giocando con l’aria e le idee di uno che fa quel mestiere lì da sempre. Non si parla neanche di adattamento, è come se letteralmente sia nato in mezzo ai ritmi del calcio argentino. O ancora meglio, di piegarli al suo volere. Luis Zubeldía ha brutalmente saltato tutti i passaggi con lui, dalle giovanili a titolare nel giro di un giorno. Da quel momento, il contributo di “Pepo” non è mai mancato. Parliamo ancora di un ventenne con tutti i suoi alti e bassi, ma i primi hanno avuto la forza di impressionare il calcio mondiale.

Come un tornado

Al di là dei capelli biondi corti e lunghi, de la Vega assomiglia ad un salto nel passato. Ala destra naturale in partenza, in poco tempo ha ampliato la sua influenza nel gioco del Lanús fino alla fascia opposta ed alla mediana. Bisognoso di associarsi con i compagni, di essere al centro dell’azione per poter creare. Dotato di ottime intuizioni anche senza palla e capace di profondere un grande impegno anche in fase difensiva nonostante un fisico ancora da teenager. Ma le vere qualità di Pepo richiedono un pallone tra i piedi per essere messe in mostra.

La sua prima partita tra i grandi racconta molto su di lui. A fine primo tempo, riceve un pallone largo sulla destra, potrebbe puntare il fondo e crossare, c’è spazio per farlo e del resto calcia quasi indistintamente con entrambi i piedi. Avrebbe anche senso, creare un’opportunità da goal in maniera piuttosto facile per un “osservato speciale” come lui porta un buon compromesso tra efficacia e sicurezza nella giocata. La forza di attrazione che la trequarti ha su di lui prende invece il sopravvento. Controlla con delicatezza e sposta la palla verso l’interno. Renzo Saravia ha, anche giustamente, ragionato in maniera preventiva cercando di chiuderlo verso la linea di fondo ma viene costretto a remare all’indietro. Due tocchi velocissimi di esterno, conta i passi e calcia col destro da fuori area. Il pallone che parte dal suo piede sorprende tutti ma non Gabriel Arias, che con un intervento plastico tira fuori il pallone indirizzato non troppo lontano dall’incrocio dei pali.

Emerge prepotentemente anche la sua tendenza a muoversi all’indietro per facilitare l’uscita di palla e raccordare. Ancora Saravia che lo marca strettissimo, de la Vega riceve il passaggio, assorbe due interventi del terzino del Racing, lo sbilancia sterzando a 180° gradi e riparte a campo libero. Vero che fisicamente deve ancora formarsi del tutto, ma la capacità di sfruttare spalle alla porta interventi così aggressivi non è assolutamente banale.

Pedro de la Vega in azione contro il Venezuela U-20
(Foto: Marcelo Hernandez/Photosport – Imago Images – One Football)

Pedro de la Vega, a caccia del pallone

Chiama e cerca tantissimo la palla, anche scendendo fin sulla linea dei mediani e ripartendo in progressione. Impressiona poi per la gestione degli spazi e dei tempi dell’azione. Non è un giocatore che carica a testa bassa palla al piede, bensì accompagna la sfera con il destro a testa alta in modo da poter decidere la scelta migliore. A volte si butta in mezzo a più difensori fidandosi, forse anche troppo, della sua agilità e del gioco di gambe, in altre, asseconda sovrapposizioni e tagli in profondità. Il Lanús di Zubedia cerca con naturalezza le combinazioni in spazi stretti, situazioni in cui l’apporto di de la Vega è fondamentale.

All’interno del sistema di gioco spicca l’ottima intesa con Nicolás Orsini in particolare. I due hanno infatti imparato in fretta come bilanciare i propri movimenti ed attaccare dinamicamente le difese avversarie. Nel teorico 4-4-2, I movimenti di Orsini verso l’esterno liberano spazio per le conduzioni interne di de la Vega, con Sand che può attaccare l’area ed una mezzala più il terzino destro a dare ampiezza. Non manca sicuramente ambizione nella sua gestione del pallone, sia quando si tratta di servire i compagni (famoso uno suo filtrante telecomandato contro il Boca Juniors) sia nel cercare in prima persona la conclusione. Non privilegia nessuna soluzione specifica da fuori area. Nel non (ancora) esteso campionario dei suoi goal troviamo sia calci a pelo d’erba verso la base del primo palo che tiri a giro.

È pronto per sbarcare in Europa? Sì, ma con calma. Se dovesse essere una questione esclusivamente tecnica, l’importante sarebbe scegliere bene quale maglia andare ad indossare. Se qualcuno lo va a prendere in questa sessione di mercato, lo fa per risparmiare potenzialmente quei 25-30 milioni in più che il costo del cartellino potrebbe presentare tra due anni. Serve però un ambiente che smussi gli spigoli del suo gioco e non richieda subito un contributo da 90 minuti . Giocare in una squadra che attacca in maniera dinamica e verticale farebbe bene al suo gioco, “costringendolo” a limitare quelle occasioni in cui, invece di dare pausa alla manovra, sembra dare proprio lo “stop”. A volte, restituisce l’impressione di voler trovare la giocata perfetta anche a costo di passarne alcune subottimali ma comunque buone. Serve anche un lavoro sul fisico che non lo snaturi ma gli dia gli strumenti, soprattutto dal busto in su, per resistere meglio ai contatti in corsa.

Francisco Pizzini del DyJ contende il pallone a Pedro de la Vega
(Foto: Nicols Aguilera – Imago Images – One Football)

Se non oggi, domani

Il suo nome ed il calciomercato hanno fatto più volte reciproca conoscenza. Molte squadre italiane lo hanno cercato già negli anni passati, partendo dal Genoa (in un affare combinato assieme all’Inter) fino ad Atalanta e Juventus. Provando ad immaginare un suo arrivo domani, la Lazio potrebbe essere una buona meta. I biancocelesti cercheranno sicuramente ali destre sul mercato ed avere un giocatore così da affiancare a Luis Alberto non è affatto una pessima prospettiva. D’altra parte, passare dal Lanús ad una squadra che vuole reinserirsi nel discorso Champions richiederebbe un salto di mentalità non indifferente e non concederebbe i tempi di adattamento necessari. Milan? Sarebbe un’ottima alternativa a Castillejo e Saelemaekers, o anche a Brahim Díaz sulla trequarti, ma vale lo stesso discorso fatto per la squadra di Sarri, in quanto potrebbe non arrivare un contributo dal primo giorno.

Atalanta o Udinese, per motivi diversi, avrebbero più modo di prepararlo gradualmente. Nel primo caso, de la Vega venne già stato accostato alla Dea come cambio di Ilicic due anni fa, idea logica tanto più oggi che non c’è più Gomez. In Friuli invece vi è un posto lasciato aperto da Rodrigo de Paul che il giocatore del Lanùs potrebbe riempire con la promessa di un potenziale offensivo paragonabile a quello dell’ex numero dieci nel giro di 2 o 3 anni. A sua volta anche la Fiorentina avrebbe rappresentato un’ottima occasione, ma l’addio di Gattuso e l’arrivo di Nicolás González hanno chiuso la questione.

C’è di certo che prima o poi lo vedremo in Europa. Le questioni sul suo futuro sono tante, ma non intaccano il suo potenziale da giocatore di élite di questo sport. Un’altra stagione in Argentina può fargli bene prima di venire da questa parte dell’Oceano Atlantico ed aprirsi la strada verso un brillante futuro.

De la Vega in azione contro la Spagna alle Olimpiadi
In attesa di approdare in Europa le Olimpiadi hanno già rappresentato una importante vetrina per l’argentino (Foto: Imago Images – OneFootball)

Questa prima versione di Europei “allargati” non sta regalando sorprese a livello di risultati, anche perché i quattro ripescaggi delle terze hanno salvato il Portogallo, ad esempio. Abbiamo avuto però la possibilità di vedere a Euro 2020 molti più giocatori confrontarsi in un contesto del genere. Gente come Goran Pandev, che ha coronato un sogno inseguito per lungo tempo con la Macedonia del Nord, talenti di livello mondiale fino ad adesso nascosti a questi palcoscenici (Andy Robertson, David Alaba) e nomi che animano la nostra Serie A (Piotr Zieliński, Aleksei Miranchuk, Ruslan Malinovskyi). Anche se la logica del gioco e del torneo prevede la progressiva eliminazione dei partecipanti, qualche giocatore non merita di uscire, quantomeno per il rendimento nei primi 270 minuti.

“Good, better, best, Never let it rest. Until your good is better, and your better is best”. L’idea di evoluzione è incastrata nelle pieghe temporali del calcio, essendo sostanzialmente il motore che manda avanti le ruote della storia. Il calcio ha avuto ed avrà le sue innovazioni che nascono da nuovi strumenti, nuovi giocatori, nuove menti che ragionano dietro a questo sport. Siamo in un momento in cui essere specializzati in una determinata caratteristica è meno conveniente del sapersi muovere in posizioni di campo diverse con tutto il carico di problemi ed opportunità che ne consegue.

Gabriel Heinze da Crespo, El Gringo nello sterminato dizionario degli apodos argentini, è una delle nuove leve tra i mister albiceleste. Una linea verde di tecnici, spesso ex giocatori di altissimo livello (Marcelo Gallardo, Gabriel Milito, Mauricio Pellegrino, Kily González, Fernando Gago, Hernán Crespo) che uniscono i metodi organizzativi europei alle particolari caratteristiche del calcio di casa. Heinze in particolare, si distingue per la meticolosità con cui affronta il suo lavoro, tanto da essere avvicinato a Marcelo Bielsa, uno che pensa calcio a qualsiasi ora del giorno.

Domani è un altro giorno, eppure stasera sono ancora un semplice calciatore. Anzi, a dirla tutta sono il migliore, sono un idolo paragonabile a un attore del cinema. Sono il Cary Grant di questo fottuto paese. Mezzala d’immenso talento, con la maglia dei “Verts” del Saint-Étienne ho già vinto uno scudetto segnando caterve di gol. L’anno scorso ho portato la nazionale militare al trionfo ai mondiali di categoria e da allora, a soli 21 anni, sono già titolare indiscusso della nazionale francese: la stella più attesa al Mondiale che si avvicina. Ma io quella competizione non voglio giocarla con la Francia, io la Coppa del Mondo voglio vincerla per il mio Paese.

Il 14 Aprile 1958 diventa all’improvviso un giorno tranquillo per i titolisti, molto meno per i giornalisti dell’Equipe, lo storico quotidiano sportivo francese. Prima pagina semplice semplice: “Scomparsi 9 giocatori algerini”. Più avanti nella giornata cambieranno numeri, motivazioni e tutto quel che c’è sotto il gigantesco iceberg che nasconde questa semplice frase. Non sono “spariti” per caso fortuito, sono effettivamente fuggiti di loro spontanea volontà, in clandestinità. Ma esattamente perché?

Mustapha Zitouni, Abdelaziz Ben Tifour, Abderrahmane Boubekeur, Kaddour Bekhloufi dell’AS Monaco, Amar Rouaï dell’Angers, Said Brahimi e Abdelhamid Bouchouk del Tolosa, Abdelhamid Kermali del Lione. Tutta gente già nella nazionale francese o comunque nel giro dei favoriti per far parte del Mondiale 1958. La stella del gruppo è sicuramente la giovane mezzala offensiva del Saint-Étienne, Rachid Mekhloufi, protagonista dello scudetto vinto nel 1957 dai Verts.

Il giovane degli Stephanois è un giocatore d’élite. Veloce di pensiero e di piedi, destro naturale ma con un ottimo piede debole. È nominalmente una mezzala (la mezzala di allora è un po’ diversa da quella che conosciamo noi), ma ama spaziare per le vie centrali raccordando centrocampo ed attacco. Palla al piede è rapido, la muove con tocchi brevi e frequenti per aprirsi la strada verso la porta. Cerca spesso la verticalizzazione o il dialogo con il compagno vicino a due tocchi. In buona sostanza, è 20 anni avanti alla sua epoca calcistica.

Perché quindi scappare via adesso, da fuggiaschi, lasciando una vita assolutamente confortevole, proprio prima di un Mondiale da giocare al fianco di Just Fontaine, Raymond Kopa e Roger Piantoni? Squadra che arriverà a vincere la finale di consolazione dietro al leggendario Brasile di Vicente Feola ed ai padroni di casa svedesi. La questione è lunga, parte dai tempi del colonialismo ed ha a che fare con il calcio non tanto come sport in sé, ma come strumento per cause che vanno ben oltre lo sport.

Rachid Mekhloufi, luogo di nascita: Sètif

L’Algeria dei vari Zitouni, Ben Tifour, Mekhloufi non è l’Algeria che conosciamo noi oggi. È una nazione, un popolo, ma esiste formalmente solo come colonia francese, come altre ce ne sono state. La convivenza tra i locali ed i pied-noirs, i coloni francesi, non è certamente facile. Come ricorda lo stesso Rachid Mekhloufi a Le Monde:

Mi ricordo come a rue de Costantine, a Sètif, algerini e francesi si dividevano in due marciapiedi opposti. Le due comunità si evitavano.

Divisioni inconciliabili si riflettono con forza anche nel calcio. Il governo francese arriva a promulgare leggi che costringono le squadre locali a schierare almeno 5 “europei”, limitazione aggirata in qualsiasi modo o combattuta con veemenza. L’MC Algeri, storica potenza nazionale fondata nel 1921, sceglie i suoi simboli con un chiarissimo riferimento all’Islam e all’Algeria. La M di MouloIud, la celebrazione del compleanno di Maometto, il verde dell’Islam, il rosso per l’amore verso la propria terra caratterizzano tutt’oggi loghi, divise e bandiere del club.

Sètif giace su un altopiano di oltre 1000 metri sul livello del mare, non lontano dal Mediterraneo. La posizione strategica, la protezione data dall’altitudine e la relativa vicinanza al mare la rendono un punto nevralgico per il controllo della zona circostante. Gli Alleati non la coinvolgono mai direttamente nelle operazioni militari per lo sbarco in Africa, scegliendo obiettivi più significativi come Casablanca in Marocco od Orano nella stessa Algeria. Sètif ha comunque il suo posto nella storia del secondo conflitto mondiale, ma per motivi tutt’altro che felici, come testimoniato dallo stesso Rachid Mekhloufi:

Avevo nove anni quel giorno, e con i miei compagni di scuola anch’io ero in strada a manifestare. I grandi ci avevano spiegato che era il giorno in cui i nazisti si erano arresi agli Alleati, e allora ci avevano chiesto di fare dei disegni che raccontassero ai francesi che la loro occupazione sulle nostre terre era illegale come quella dei nazisti da loro. Che si stavano comportando esattamente come quei mostri che avevano combattuto. Doveva essere un giorno di festa, non sapevo che si sarebbe trasformato in un massacro. La gendarmerie e i pied-noirs si sono comportati come belve, la carneficina è andata vanti quasi una settimana. Non ho mai visto così tanto sangue in giro.

La Nazionale della rivoluzione

La strage di Sètif ha contorni sfumati dai numeri di vittime calcolati dai francesi, dagli osservanti e dagli stessi algerini. Il punto non riguarda quanti se ne siano andati, ma come questo evento sarà il punto di non ritorno per le spinte indipendentiste locali.

Ahmed Ben Bella sarà il primo presidente della storia algerina, ma ne ha passate diverse. Arruolato nell’esercito francese, combatte con onore contro i tedeschi asserragliati sulla linea Gustav a Cassino. Viene onorato con la Medaille Militàire dalle mani di Charles De Gaulle in persona. I due si rincontreranno nello spazio di circa 15 anni, ma non possono ancora saperlo. Ahmed Ben Bella, oltre ad essere un rivoluzionario, un militare e la chiave di volta del FLN, è stato un calciatore per l’Olympique Marsiglia prima dello scoppio della guerra.

Crede fermamente nel “potere sociale” del calcio ed è la mente dietro l’Onze de l’Indépendance, la Nazionale della rivoluzione. Con ordine: il Fronte di Liberazione Nazionale è il movimento che riunisce tutte (quasi tutte: l’MNA di Messali Hajj non ne entra a far parte) le organizzazioni nazionaliste per l’indipendenza. Se il FLN è lo stato parallelo degli insorti, l’Onze è la sua nazionale calcistica.

Alla fine, nei quattro anni dal 1958 al 1962, giochiamo 90 partite in giro per il mondo, di cui ne vincemmo ben 65, diventando la rappresentativa nazionale più vincente della storia, se solo fossimo stati riconosciuti come tale. Ma non ci importa nulla, quello che ci interessa è che stiamo aiutando il nostro Paese nella propaganda rivoluzionaria, che anche noi, a nostro modo, stiamo combattendo per l’indipendenza della nostra terra.

La rappresentativa algerina viene ostacolata in ogni modo dalla FIFA. Gioca la prima partita contro la Tunisia, vittoria inaugurale. La seconda contro il Marocco, altra gloria. La Federazione calcistica esclude immediatamente Tunisia e Marocco dalle sue competizioni. Il messaggio è chiaro: non è concesso in alcun modo dare legittimità all’Onze ed agli ideatori. Ma nell’Est Europa c’è qualcuno in una posizione di forza tale da poter scavalcare le posizioni della FIFA senza ripercussioni.

FLN - Onze
La squadra che ha onorato l’Algeria (Foto: These Football Times)

L’URSS, complici i discreti rapporti creatisi durante la Seconda guerra mondiale, è entrata nella Federazione nel 1946. D’altra parte, appoggiare il socialismo promosso dalla FLN è un ottimo motivo di propaganda in piena guerra fredda ed il Presidente Dewry non può semplicemente farci nulla. L’Onze giocherà la stragrande maggioranza delle proprie partite proprio al di là della cortina di ferro. Russia, Jugoslavia, Ucraina ed ancora più in là, Cina e Vietnam. Chiude la sua avventura con 65 vittorie, 13 pareggi e solo 12 sconfitte nei suoi quattro anni di attività.

Aver vinto

Ho Chi Minh stesso, che nel teatro della Guerra d’Indocina ha fronteggiato il governo Francese, si complimenta con i giocatori a seguito della sconfitta del suo Vietnam con una storica affermazione: “Se noi abbiamo sconfitto la Francia e voi ci avete sconfitto a calcio, allora anche voi batterete la Francia”.

Al di là dell’ardito accostamento, ha avuto ragione. Nel 1960, Francia ed FLN riallacciano le trattative per l’autodeterminazione dell’Algeria. Charles De Gaulle ed Ahmed Ben Bella, che per l’occasione è già a Parigi (in carcere da già 5 anni) conclusero gli accordi di Évian nel 1962: l’Algeria è libera.

Nel 1962 viene sciolta anche la gloriosa nazionale del FLN, e da allora gioco per quella algerina, di cui diventerò anche allenatore. Perché in fondo io sono semplicemente un uomo di calcio, anche se sono contento di aver giocato per la rivoluzione. E di aver vinto.

Rachid Mekhloufi torna in Francia dopo 4 anni con il permesso di Ahmed Ben Bella in persona, dopo essere stato amnistiato dalla condanna a 10 di anni di carcere per diserzione presa durante la fuga del 1958. Giocherà un anno al Servette, prima di tornare al Saint-Étienne. Si fa “perdonare” in fretta a suon di goal e giocate di classe. Riporta i Verts in Ligue 1, vince altri 3 scudetti ed una Coppa di Francia contro il Bordeaux, a cui segna una doppietta. Alza lui la coppa che gli porge in mano De Gaulle.

Il tesserino di Rachid Mekhloufi nel 1968
Il tesserino di Rachid Mekhloufi con il Saint-Étienne: si legge, finalmente, Algeria (Foto: Futbolismo)

L’equilibrio tra il rimanere (e crescere) in Serie A o retrocedere mestamente in cadetteria è spesso estremamente sottile. Lo sanno bene i direttori sportivi dei club della colonna di destra della classifica, dove spesso la lotta tra salvezza e retrocessione si sbriga nel giro di una manciata di punti. Le contingenze economiche poi comportano un evidente turnover di giocatori tra un anno e l’altro, con elementi che portano plusvalenze e prestiti conclusi da rimpiazzare.

UAE-Israele: preludio del disgelo?

La dirigenza della Al-Nasr Football Company ha concluso le procedure di contratto con il giocatore Dia Muhammad Saba, dal club cinese Guangzhou R&F. Contratto firmato per due stagioni. Dopo aver superato con successo la visita medica alla quale il giocatore si è sottoposto stamattina a Dubai, diventerà il quarto professionista straniero in squadra.

Quando l’Al-Nasr ha annunciato l’acquisto di Dia Saba dal Guangzhou R&F, si è alzato ben più di qualche sopracciglio. Non tanto per il valore tecnico del giocatore, ottimo interprete della trequarti nella Chinese Super League, quanto per alcune non banali questioni esterne al calcio. Il trasferimento di Saba è storico soprattutto dal punto di vista geopolitico, come primo israeliano a giocare per un club degli Emirati Arabi Uniti.

Una situazione ai limiti dell’impensabile fino a solo pochi anni fa, considerate le costanti tensioni all’interno dei paesi mediorientali. Questione che tra l’altro entra in stretta relazione con la cessione della metà delle quote del Beitar Gerusalemme da Moshe Hogeg verso Hamad bin Khalifa Al Nahyan, membro della famiglia reale emiratina. Decisione che ha scatenato le ire della “Familia“, la famigerata ala iper-conservatrice della tifoseria giallonera. Questo ammorbidimento delle relazioni calcistiche in Medio Oriente fa da contorno al vero e proprio accordo di “normalizzazione” dei rapporti diplomatici tra Israele, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, firmato a Washington D.C ad Agosto 2020 e noto come Abraham Accords.

Dia Saba
Dia Saba a colloquio con il CT israeliano Willibald Ruttensteiner (Foto: Jack Guez/AFP via Getty Images – OneFootball)

Dia Saba, il calciatore

Dia Saba non è un nome noto al pubblico mainstream europeo, ma ha comunque percorso un’interessante carriera fino ad adesso. Nato a Majd al-Krum 29 anni fa da una famiglia di origini palestinesi, ha giocato per vari club israeliani, fino ad arrivare al Maccabi Netanya. Esplode proprio nel club sulla “Via Maris” nel 2016/2017 segnando 17 goal per un immediato ritorno della squadra in Ligat-Al. Alza ancora l’asticella l’anno successivo, con 24 goal in campionato che gli valgono le prime convocazioni in Nazionale maggiore con il CT Andreas Herzog.

Dia Saba, come vedremo, non è nuovo a trasferimenti particolari. L’Hapoel Beer-Sheva lo compra nell’estate 2018 a 2 milioni di euro e lo rivende a Gennaio per 5 milioni al Guangzhou R&F. Incontra il connazionale Eran Zahavi come partner offensivo e vive un paio di stagioni molto prolifiche. Possiamo incasellare Saba nel ruolo di trequartista/seconda punta. Estremamente tecnico e rapido, soprattutto per gli standard del calcio cinese, è un giocatore molto divertente da vedere in azione. Dà quasi l’idea di vedere una biglia impazzita all’interno di un flipper, un fascio di nervi che rientra in difesa, affonda i tackle e riparto dribblando a colpi di veroniche e biciclette. In un certo senso, incarna lo spirito in parte divino, in parte barocco del “diez” classico ma con un dinamismo moderno.

Quando punta gli avversari in campo aperto, con i suoi passi brevi e sincopati, mette in crisi la maggior parte dei difensori, costretti a concedere campo o a rischiare un intervento con poche probabilità di successo. Gioca prevalentemente sul centro-destra, potendo sfruttare meglio un piede mancino estremamente sensibile e capace di traiettorie pericolose anche da angoli ristretti. È un pezzo fondamentale dell’attacco di Giovanni Van Bronckhorst per come riesce a creare superiorità numerica con i suoi recuperi difensivi e ripartire. Il suo passo frenetico e la creatività nei dribbling emergono prepotentemente, soprattutto negli ampi spazi che trova per avanzare con gli strappi palla al piede.

L’allenatore olandese ha improntato una fase offensiva estremamente efficiente. Fondata su un’occupazione degli spazi efficiente per allargare la difesa avversaria, portano sulla linea offensiva almeno 5 o 6 uomini, creando spazi per cross ed inserimenti nello spazio tra i centrali ed il portiere. Idee che hanno fruttato i loro dividendi a livello di goal segnati, con Zahavi capocannoniere – 29 goal in 28 partite – ed il quinto miglior attacco della Lega, con 53 goal totali, 38 dei quali assistiti. I concittadini dell’Evergrande hanno pagato dazio un rendimento in trasferta piuttosto debole – appena 7 punti in 15 partite – ed una difesa quasi disastrosa da 72 goal in 30 partite, il dato peggiore del campionato.

Saba ha contribuito con 13 goal e 6 assist in 26 partite, numeri che avrebbero potuto essere migliori se non fosse stato per un sinistra tendenza a colpire piuttosto spesso pali e traverse. Con l’Al-Nasr, sta confermando le prestazioni viste in Cina: 5 goal e 6 assist in 17 partite ed un quinto posto a -7 dalla vetta. Con la partenza dello Squalo Alvaro Negredo, Saba va a rilevarne il posto nel tandem di attacco con Sebastián Tagliabúe, seppur con caratteristiche diametralmente opposte.

Dia Saba
Dia Saba segna contro il Guatemala (Foto: Jack Guez/AFP via Getty Images – OneFootball)

Il primo di una lunga serie?

Al-Nasr Football Company si augura di raggiungere i migliori successi con Dia Saba e di raggiungere i traguardi più importanti. Vorrebbe confermare a Sports Street in generale e ai tifosi dell’Al-Nasr in particolare che il reclutamento del giocatore viene da una prospettiva prettamente sportiva ed è stato scelto per il talento e le capacità tecniche.

Nel messaggio con cui l’Al-Nasr ha annunciato l’arrivo di Dia Saba, la società si sente in dovere di sottolineare come l’arrivo del giocatore sia legato solo ed esclusivamente a motivi calcistici. Così effettivamente è, ma chiaramente le implicazioni politiche dietro a questo discorso non possono essere ignorate. Al di là del valore simbolico del trasferimento in sé, la connessione calcistica tra UAE ed Israele non si sta limitando solo a questo.

Oltre al già citato caso del Beitar Gerusalemme, vari rumors su una possibile partecipazione araba nella proprietà dell’Hapoel Tel-Aviv si sono susseguiti negli ultimi mesi, così com’è possibile che altre operazioni di acquisizione o compartecipazione possano venir fuori nel prossimo futuro. Calcio e politica, intesi come fenomeni sociali, possono molto spesso entrare nelle stesse stanze. Dall’8 settembre 2015, quando la Nazionale emiratina ha giocato una partita di qualificazione ai Mondiali nel West Bank, ad oggi, il calcio del Medio Oriente sta aprendo grosse opportunità di sviluppo per sé stesso e per tutte le comunità coinvolte. Dia Saba diventerà un po’ il simbolo di questo riavvicinamento tra due parti storicamente agli opposti, lasciando che a parlare in campo sia solo la raffinata dialettica del suo sinistro.

Dia Saba celebra con i compagni dopo un goal al Guatemala (Foto: Jack Guez/AFP via Getty Images – OneFootball)

Secondo Treccani, una delle definizioni di compromesso è: “Transazione, accomodamento; forma di accordo fra le opposte esigenze di due parti in contrasto, per cui ciascuna delle due cede qualche cosa per risolvere la controversia”. Seppur con un’idea di fondo privativa, la negoziazione tra due parti in contrasto che vogliono perseguire un risultato comune è molto spesso necessaria. In fin dei conti, nello scendere a patti potremmo trovare anche risorse e soluzioni nuove. In un certo senso, il calcio di Adolfo Gaich è una sintesi del suo fisico da guardia svizzera – “El Tanque” il suo apodo, tanto per metterlo in chiaro – ed una tendenza a giocare e muoversi da diez, spiccatamente argentina, nel suo gioco. Il nativo di Bengolea vive su questa contraddizione, a volte chiedendo troppo alla sua tecnica, altre volte proponendo giocate da stropicciarsi gli occhi.

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