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Lorenza Suriano

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La stagione in corso non ha ancora emesso i suoi verdetti definitivi, ma nel mondo del calcio c’è già chi pensa alla rovente sessione di calciomercato in arrivo. Aurelio De Laurentiis ha recentemente ufficializzato il primo acquisto del Napoli che verrà. Si tratta di Khvicha Kvaratskhelia, esterno georgiano classe 2001. Non una sorpresa, dato che il suo nome gira in orbita partenopea da più di qualche mese. I campani si sono quindi accaparrati uno dei talenti più interessanti e discussi del panorama calcistico europeo, il cui futuro italiano appare allo stesso tempo intrigante e pieno di incognite.

Kvaratskhelia contro la Grecia
Khvicha Kvaratskhelia è un acquisto che guarda al futuro, ma il cui ruolo nel Napoli potrebbe essere cruciale già nell’immediato (Photo by SAKIS MITROLIDIS/AFP via Getty Images)

L’etichetta di predestinato

Il padre di Khvicha Kvaratskhelia, Bardi, era una punta centrale che aveva grande confidenza con il gol. Nel corso della sua carriera tra Georgia e Azerbaijan è andato in rete 145 volte soltanto in campionato. Numeri da relativizzare rispetto al livello delle competizioni, ma comunque segno di una genetica con un feeling indiscutibile verso il gioco del pallone. Khvicha è al contrario un’ala che in gol va ancora meno di quanto dovrebbe, ma la cui classe si è dimostrata fin dai prematurissimi esordi come debordante.

A 16 anni il ragazzo ha esordito con la squadra della sua città, la Dinamo Tbilisi, e solo pochi mesi dopo è passato al Rustavi con la promessa di maggiore minutaggio. In questo primo scorcio di 2018, con 3 gol e 3 assist in 18 presenze, Kvaratskhelia è finito sui taccuini dei talent scout europei. Nonostante le insistenti voci che lo volevano in partenza verso lidi ben più blasonati, ad accaparrarselo è la Lokomotiv Mosca, che lo preleva in prestito.

Kvaratskhelia ha smania di confrontarsi con contesti maggiormente competitivi, ma a soli 17 anni l’impatto con la più probante lega russa è quantomeno complicato. Solo 10 presenze e 1 gol, dovute ovviamente anche alla maggiore concorrenza all’interno della rosa dei moscoviti. A fine anno la società vorrebbe comunque riscattarlo, ma dovrà cedere a fronte di richieste economiche impossibili da soddisfare.

Poco male, perchè si presenta l’occasione Rubin Kazan. Qui Kvaratskhelia trova maggiormente la sua dimensione nonostante una squadra lontana dai suoi fasti migliori. 3 gol e 5 assist nella stagione 2019/2020, 4 gol e 8 assist in quella 2020/2021. Soprattutto però la messa in vetrina di tutte le sue migliori qualità, difficilmente definibili soltanto dai numeri.

Khvicha si dimostra infatti capace di ubriacare le difese col suo dribbling, di mandare in porta i compagni e di creare costantemente superiorità numerica. Impara anche a muoversi in un ruolo non propriamente suo che è quello di ala destra, lui che preferisce stanziare sulla sinistra per poter rientrare e andare al tiro.

Dopo un inizio di annata 2021/2022 leggermente sotto le aspettative, seppur con 2 gol e 5 assist, Kvaratskhelia ha lasciato il Rubin per le vicissitudini di guerra che conosciamo tutti, approdando in prestito alla Dinamo Batumi, di nuovo nel campionato georgiano. Difficile era immaginare che non approfittasse della situazione anche per spingersi ancor più verso occidente, alzando l’asticella. Difatti, grazie all’accordo trovato con il Napoli, così è stato.

Un talento che può accendere il “Maradona”

Per posizione in campo l’eredità di Kvaratskhelia sarà parecchio pesante. Il Napoli infatti quest’estate perderà il capitano Lorenzo Insigne in direzione Toronto. Alcune delle caratteristiche tecniche dei due, oltre al ruolo, in effetti coincidono.

Il georgiano, come Insigne, ama molto venire dentro al campo, toccare spesso il pallone e soprattutto rientrare sul suo piede preferito, che è il destro. Anche in tema di tiro a giro non se la cava poi così male, seppur lontano dai livelli di esecuzione (e dal quantitativo di tentativi) del ragazzo di Frattamaggiore. Ad accomunarlo a Lorenzo è anche l’abilità sui calci piazzati affinata soprattutto in Russia. Un’arma cruciale per una squadra dotata dei saltatori di cui dispone il Napoli. Da altri punti di vista però, la loro interpretazione del gioco differisce molto.

Innanzitutto tra i due esiste una differenza fisica evidente. Kvaratskhelia non dispone del baricentro basso di Insigne, anzi con i suoi 183 centimetri è un giocatore discretamente alto per il ruolo. Allo stesso modo non ha le sue stesse geometrie, né tantomeno l’attitudine al gol del capitano partenopeo.

A Insigne però spesso è stata imputata una scarsa capacità nell’uno contro uno che portasse davvero alla creazione di superiorità numerica. Una falla che si può estendere a praticamente tutta la rosa del Napoli. In questo senso Kvaratskhelia è proprio la tessera mancante del puzzle. Più che il suo destro, comunque potente e preciso, e la sua visione di gioco, è con l’abilità di puntare e saltare l’uomo che il georgiano cerca costantemente di portare vantaggio alla sua squadra.

Lo fa, tra l’altro, in un modo diverso a quello che siamo abituati a vedere ultimamente nel nostro campionato. Non è un calciatore particolarmente veloce, non ha uno scatto sul breve fulminante, ma dispone di un tale controllo del suo corpo da portare sempre il diretto avversario ad affrontare il duello come vuole lui. La sua andatura caracollante gli permette paradossalmente di essere efficacissimo nei cambi di ritmo e velocità. Le sue finte non si limitano ai giochi di gambe e alla rapidità nello spostare il pallone, ma hanno a che fare anche, se non soprattutto, col movimento della parte superiore della sua figura. La buona fisicità e protezione palla gli consentono infine di reggere l’urto dei contrasti quando lanciato, e di guadagnare calci di punizione utili.

Queste doti non catturerebbero così tanto l’attenzione se non fossero unite a un certo coraggio nel provare costantemente la giocata, persino sfacciataggine a volte. Kvaratskhelia è uno di quei calciatori che ha senso dello spettacolo. In una città che negli ultimi tempi si è esaltata soprattutto per i centravanti, forse l’augurio migliore è quello di ripercorrere le orme di un altro giocatore spettacolare e poco ortodosso che in passato ha acceso l’ex San Paolo: il pocho Lavezzi.

Kvaratskhelia contro la Spagna
Il dribbling per Kvaratskhelia non è un atto fine a se stesso, ma il modo più efficace di apportare un vantaggio alla propria squadra ( (Photo by KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP via Getty Images)

Cosa potrebbe andare storto?

L’augurio è, ovviamente, “nulla”. La realtà però è un po’ diversa. In primis il passaggio dal campionato russo (e simili) a quello italiano può essere devastante. La preoccupazione aumenta quando si tratta di calciatori che non si sono mai allontanati dalle zone di ex-competenza sovietica, abituati soltanto a quel contesto e quella filosofia calcistica. Esempi lampanti di calciatori che hanno sofferto l’impatto con la nostra realtà nonostante il grande talento sono Miranchuk e Kovalenko, entrambi portati in Italia dall’Atalanta.

Nel caso di Kvaratskhelia esistono poi dei punti di domanda puramente calcistici, ed è difficile decifrare con esattezza quali siano semplicemente conseguenza della giovanissima età, e quali invece intrinsechi alle sue caratteristiche e quindi più complessi da estirpare. Come già accennato innanzitutto il georgiano è tutt’altro che un goleador. Al suo bagaglio mancano certi movimenti in profondità senza la palla. Non è dotato del killer istinct di cui un esterno del 4-2-3-1 dovrebbe disporre come minimo per attaccare il secondo palo con costanza e voracità.

Talvolta tende anche un po’ ad essere troppo innamorato del pallone, complice il suo ruolo da accentratore in squadre non esaltanti. Difficile poterselo permettere contro l’aggressività e la furbizia dei difensori italiani. La rapidità non supersonica è un altro difetto, o presunto tale, che rischia di penalizzarlo in un campionato in cui gli spazi sono decisamente più angusti.

Un’altra potenziale nota dolente, forse quella su cui si dovrà battere di più, è la fase difensiva. Kvaratskhelia, come molti giocatori offensivi della sua età, deve essere istruito ai compiti di ripiegamento e abituato a tenere costante l’intensità in entrambe le fasi. Non facile per chi non è abituato a un gioco troppo fisico. Lo stesso Insigne del resto sotto questo aspetto è migliorato di anno in anno, sopperendo alle proprie mancanze con una certa dedizione. Lorenzo è stato fortunato in questo senso nell’incontrare Zeman a inizio carriera. A Kvaratskhelia servirà qualcuno con altrettanta fermezza e inclinazione alla didattica, oltre a molta pazienza.

Kvaratshkelia contro la Svezia
Il salto verso un campionato di molto più competitivo è sempre un grosso punto di domanda, nonostante il talento (Photo by VANO SHLAMOV/AFP via Getty Images)

La spinta di un paese

Dopo aver fatto quasi tutta la trafila delle nazionali giovanili, con uno score invidiabile soprattutto nell’Under 17 (20 presenze e 15 gol), nel 2019 Kvaratskhelia, a soli 18 anni, ha fatto il suo esordio con la nazionale maggiore. In panchina sedeva Vladimir Weiss, uno che curiosamente ha portato una leggenda del Napoli come Marek Hamsik a giocare il suo unico mondiale.

Da allora i gettoni con la selezione del suo paese per Kvaratskhelia sono stati 13, conditi da 5 gol. In particolare le sue performance in fase di qualificazione per il mondiale del Qatar, poi mancata, lo hanno reso un idolo in patria. La Georgia, a parte qualche buon nome negli anni (in Italia si ricorda Mchedlidze e soprattutto Kaladze), non ha una grande tradizione calcistica. Kvaratskhlia, insieme a Chakvetadze e al portiere Mamardashvili, rappresenta il futuro e la grande speranza di un intero movimento. Le sue vicende sono seguite con orgoglio e partecipazione dal pubblico calciofilo del paese.

La stella di Kvaratskhelia ha iniziato davvero a brillare nella partita del marzo 2021 contro la Spagna, persa dai georgiani per 2-1. L’esterno ha fatto letteralmente impazzire con i suoi dribbling la fascia destra delle furie rosse e ha anche segnato il gol della vana speranza per i suoi. Un segnale, magari non inconfutabile ma significativo, che il suo calcio poteva funzionare anche su palcoscenici particolarmente importanti.

Tre giorni dopo è arrivato il gol alla Grecia, in una gara terminata 1-1, con un’azione tipica per Kvaratskhelia. Partenza vicino alla linea laterale sinistra, pallone incollato al piede, movimento a rientrare e destro secco sul primo palo. Mesi dopo, a suggellare la Kvaratskhelia-mania è arrivata al doppietta contro la Svezia di Ibra in una clamorosa vittoria per 2-0. Un gol in mischia dopo una serie di rimpalli, quasi da rapace d’area, e un azione solitaria chiusa con invidiabile freddezza.

Oltre alla speranza dettata da prestazioni e giocate che si spera possano ripetersi con più continuità, risalta il senso di responsabilità di questo ragazzo. Portare il peso di una nazionale a soli 21 anni è roba per pochi, per quanto si tratti di una compagine senza grandi ambizioni. A Napoli sperano di poter contare su un ragazzo già abituato a gestire pressioni, critiche e attenzione mediatica. Ciò su cui potranno contare sicuramente è il tifo di una nazione intera.

La carriera di Dani Parejo è stata per certi versi burrascosa, piena di soddisfazioni certo, ma anche di stop improvvisi e ripartenze inaspettate. Un paradosso per uno che in campo è così cerebrale, preciso, anche un po’ compassato. Al Villareal il centrocampista ormai trentaduenne sta vivendo quasi una seconda giovinezza. Emery lo ha trasformato nel direttore d’orchestra perfetto e perno principale del proprio gioco, in un asse inossidabile che parte da Pau Torres e arriva in avanti a Gerard Moreno. Un sistema che ha portato alla vittoria dell’Europa League e ai quarti di finale di Champions, destando stupore negli appassionati. Per Parejo, che in carriera ha raccolto meno di quanto meritava, l’occasione di potersi mettere in mostra su palcoscenici così importanti rappresenta quasi la correzione di un’ingiustizia.

Il campionato olandese si è costruito negli ultimi 20 anni o poco più la reputazione di una tappa di passaggio molto importante per il calcio europeo. Per molti talenti rappresenta l’opportunità di affacciarsi al calcio che conta e mettersi in mostra, sognando di ripercorrere le orme di fuoriclasse come Ibrahimovic e Luis Suarez. Per altri, magari provenienti da quelle leghe e quelle parti del mondo meno battute dagli osservatori dei club principali, l’Eredivisie rappresenta il punto d’arrivo di una carriera costruita mattone dopo mattone. Questo è il caso di Elezer Dasa, detto Eli, terzino destro israeliano classe 1992 in forza a quel Vitesse impegnato contro la Roma in Conference League. Un calciatore interessante, seppur non più giovanissimo, la cui storia merita di essere raccontata poiché racchiude tante delle contraddizioni di un paese, Israele appunto, che il calcio tende a rappresentare e persino amplificare.

Il calcio nel sud-est d’Europa vive da ormai 30 anni di paradossi. A fronte di campionati locali poco sviluppati, spesso tediati da corruzione e difficoltà economiche, negli ultimi tempi sempre più selezioni nazionali provenienti dai Balcani e dintorni stanno acquisendo competitività. La diaspora dettata da guerre e dittature ha fatto sì che nuovi talenti crescessero in contesti sportivi decisamente più strutturati. Di certo è questo il caso dell’Albania e di una nuova generazione di talenti pronta a illuminare il futuro delle aquile, come Marash Kumbulla, Armando Broja e l’empolese Nedim Bajrami.

Le urne dei sorteggi di Champions League sanno essere ironiche e spietate, e neanche questa volta hanno fatto eccezione. Martedì al Parco dei Principi, nel turno di andata valevole per gli ottavi, si sfideranno Paris Saint-Germain e Real Madrid. Una partita attesissima per il valore assoluto delle due squadre, entrambe tra le favorite alla vittoria finale, e per il passato di alcuni dei protagonisti in campo, dall’ex Di Maria a Leo Messi, che al Real con la maglia del Barcellona ha fatto molto male a più riprese. Eppure i riflettori saranno principalmente puntati su un altro uomo di punta dei parigini, Kylian Mbappé.

Nel 2012 il Milan mise gli occhi su un piccolo biondino che si destreggiava nel settore giovanile dello Spezia e decise di portarlo a Milanello, avendo individuato in lui uno dei possibili pilastri del centrocampo rossonero del futuro. Quando solo qualche mese dopo Giulio Maggiore fece ritorno a La Spezia più di qualcuno parlò di occasione persa, di un treno che non sarebbe passato più. Troppa la nostalgia di casa, della famiglia, del mare. Troppo importante stare bene con se stessi, il grande calcio poteva aspettare e Giulio in fondo sapeva che si sarebbero incontrati di nuovo.

Deve aver tirato un gran sospiro di sollievo Silas Katompa Mvumpa quando al minuto ’85 di Stoccarda-Mainz dello scorso 26 novembre ha visto il suo numero 14 colorarsi di verde sul tabellone del quarto uomo. Un brutto infortunio al crociato ne aveva interrotto prematuramente la stagione 20/21, non impedendogli comunque di essere premiato come Rookie of the Season in Bundesliga. Il legamento è una rogna non indifferente per un calciatore in rampa di lancio, soprattutto quando questo fa della corsa e dell’atletismo le sue doti principali.

L’ultima volta che il trofeo della Liga è finito lontano sia da Madrid che da Barcellona era il 2004. Quell’anno il Valencia di Rafa Benitez, vittorioso anche in Coppa UEFA, trionfò coronando una clamorosa rimonta. Da allora però, il campionato spagnolo è stato affare esclusivo di Real e Barcellona, tra acquisti galacticos, sfide all’ultimo gol tra Messi e Ronaldo e invenzioni tattiche dei vari Mourinho, Guardiola e Zidane. Nelle ultime annate si è aggiunto poi l’Atletico Madrid di Simeone, rendendo più avvincente la lotta, ma non spostando di un centimetro il confine geografico. L’ultimo derby di Siviglia giocato domenica scorsa è però forse il simbolo tangibile di un possibile cambiamento.

Ci sono squadre, in questa stagione di competizioni UEFA per club, il cui destino è legato da uno strano filo rosso che poco ha a che vedere con il calcio giocato: la guerra. Sì perché in quella che dovrebbe essere una favola da condividere con i propri tifosi e la propria gente, la possibilità di affrontare compagini di rilievo e di sognare una coppa, quattro società d’Europa sono costrette dall’attualità che le circonda a giocare lontano dalla propria casa. In gergo si definiscono “refugee clubs“, club rifugiati, destinati a una vita in perenne trasferta.

In una delle ultime partite prima del Covid che ha visto il pubblico presente allo Stadio Olimpico, Roma-Gent, Lorenzo Pellegrini è stato sostituito al 79esimo. Nonostante il vantaggio della squadra, dalle tribune si levarono dei fischi, sintomo di un’insofferenza covata da un po’ di tempo dalla tifoseria. Oggi che la gente è tornata sugli spalti la situazione si è completamente ribaltata, quello di Pellegrini è l’ultimo nome annunciato dallo speaker alla lettura delle formazioni e per lui è il boato più convinto e rumoroso.

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