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Lorenza Suriano

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Nella storia della Coppa del Mondo tanti calciatori si sono messi in evidenza, utilizzando il palcoscenico più importante di tutti come trampolino di lancio. Talvolta persino non raggiungendo mai più il livello espresso in quelle sette (o meno) partite. Nonostante i numerosi casi di fallimenti più o meno eclatanti, noi commentatori e appassionati continuiamo ad entusiasmarci e i direttori sportivi a cadere nel tranello. Non sempre però si tratta di bluff, e allora ci si può fregiare della scoperta di un talento accecante, o piuttosto domandarsi cosa nel club di appartenenza non abbia funzionato. Sofyan Amrabat si trova un po’ nel mezzo di queste due correnti.

Il centrocampista marocchino ha disputato un mondiale eccezionale, risultando tra i migliori in assoluto nel suo ruolo. Al suo rendimento ha corrisposto uno storico traguardo di squadra, quella semifinale mai prima d’ora raggiunta da una nazionale africana. Il suo nome è iniziato a circolare venendo affiancato ai più disparati top club europei. Se però le sue qualità sono indubbie e il mondiale non è stato un miracolo, i suoi trascorsi fiorentini ci dicono che la faccenda è decisamente più complessa.

Amrabat in contrasto con Pedri
Amrabat ha giocato un mondiale da centrocampista dominante, ma può esserlo nel club? (Photo by JACK GUEZ/AFP via Getty Images)

La svolta veronese

Amrabat deve molto del suo successo all’incontro con Ivan Juric. Cresciuto calcisticamente in Olanda, si sviluppa nell’Utrecht, e dopo tre stagioni (l’ultima estremamente positiva) viene notato dal Feyenoord. L’impatto con la storica società di Rotterdam è complicato nonostante le 33 presenze, e dopo una sola stagione l’idillio si interrompe. Amrabat fa un passo indietro approdando al Brugge, in un campionato leggermente meno competitivo come quello belga.

Nelle Fiandre il nativo di Huizen si afferma, nonostante alcuni problemi fisici, come un centrocampista intenso e abilissimo nel recuperare palloni, seppur non sempre ordinato tatticamente. Condivide il reparto con i più esperti Rits e Vorner, un giocatore dalle caratteristiche più offensive come Vanaken e un box-to-box come Nakamba, ora all’Aston Villa. Il tecnico Ivan Leko lo utilizza talvolta anche come difensore centrale o laterale, evidenziandone duttilità e disponibilità.

Tutto questo è abbastanza per attirare l’attenzione del neopromosso Hellas Verona. La dirigenza vuole costruire una squadra abbastanza giovane, pescando da campionati minori, con la guida della squadra affidata a Juric. La sua filosofia di calcio basata su un 3-4-2-1 fatto di pressione a tutto campo, marcature a uomo e ribaltamenti veloci entra subito in sintonia con le doti di Amrabat.

In una stagione strana a causa dell’interruzione per Covid, il marocchino alza ulteriormente il livello del proprio gioco. In Miguel Veloso trova un compagno di reparto perfettamente complementare, abile nella distribuzione del pallone e nel posizionamento. A lui lascia i maggiori compiti in interdizione, ma anche l’opportunità di rompere i giochi seguendo così la propria vocazione all’istinto. L’affiatamento della coppia in mezzo al campo è una delle principali ragioni per i 49 punti con cui il Verona chiude la stagione. Come per molti prima e dopo di lui, in Italia Amrabat ha l’opportunità di colmare le proprie lacune tattiche, imparando a ponderare maggiormente le scelte e canalizzare la propria energia con maggiore intelligenza.

Amrabat con il Verona
Arrivato a Verona senza grandi aspettative, Amrabat ha trovato in Juric la guida perfetta per far esplodere il proprio talento. (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Wherefore art thou, Sofyan?

Già a gennaio della stagione 2019/20 su di lui si posano gli occhi della Fiorentina, che decide quindi di prelevarlo e lasciarlo altri sei mesi a Verona. Dopo lo sbarco a Firenze però, il calciatore ammirato sulle rive dell’Adige scompare. L’annata è complicata per tutti, con due cambi di allenatore in corsa (Prandelli subentrato a Iachini e poi viceversa) e una salvezza raggiunta con fatica. I freddi numeri non suggeriscono un calo di prestazioni così evidente. L’assenza di un sistema ben collaudato e la faticosa convivenza con Pulgar neutralizzano però le doti migliori del marocchino, esponendone i difetti. In particolare la scarsa attitudine alla regia e un passo che poco si abbina con il ruolo di mezzala.

Come se non bastasse, il ragazzo finisce anche in mezzo a una serie di polemiche di bassa lega che ne minano la serenità. In particolare un battibecco a distanza tra Juric e Pradè, allora DS della Fiorentina, che indirettamente lo scarica sostenendo che i calciatori forgiati dal sistema dell’allenatore serbo facciano fatica al di fuori di esso.

La stagione successiva è persino peggiore, con sole 23 presenze in campionato. In viola arriva infatti Lucas Torreira, che ci mette ben poco a prendersi il posto di regista davanti alla difesa. Il nuovo tecnico, Vincenzo Italiano, è uno cui piace molto ruotare alcuni degli effettivi, ma con delle idee molto precise, preferendo intermedi veloci o quantomeno con una certa attitudine in zona gol. Questo taglia fondamentalmente Amrabat fuori dai giochi. Solo nel finale di stagione il marocchino torna a vedere il campo con maggiore continuità, complici anche alcuni problemi fisici di Torreira. Un preambolo per ciò che accade nell’annata seguente, quando per l’ex-Arsenal non arriva il riscatto.

Amrabat in Fiorentina Napoli
A Firenze non sempre Amrabat ha trovato continuità. In questa stagione il suo livello si è alzato, ma l’impressione è che continui a non esprimere tutto ciò di cui è capace. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Un mediano mondiale

Nonostante le difficoltà iniziali, Italiano ha fatto di Amrabat il suo titolare davanti alla difesa. Le statistiche ne testimoniano la presenza al centro della manovra (95esimo percentile in Serie A per passaggi riusciti, 98esimo per passaggi progressivi, 90esimo per tocchi, il tutto rispetto ai pari ruolo). Anche i numeri difensivi di questo girone d’andata presentano tutti percentuali positive, con un occhio particolare su contrasti e intercetti. L’investitura del tecnico ha sicuramente a che vedere con le difficoltà della squadra in sede di calciomercato, poggia però anche su un cambio di atteggiamento del ragazzo, più sicuro e concentrato in campo.

A questo non si affianca però un miglioramento del contesto, come invece accaduto a Verona e anche con la maglia del Marocco. Il che suggerisce forse l’identikit di un grande giocatore di sistema più che di un pilastro su cui l’intero sistema poggia. Non che si tratti necessariamente di una diminutio. Nella Fiorentina al suo fianco si alternano Barak, Bonaventura, Duncan e Mandragora, oltre a Maleh andato via da poco e Castrovilli appena rientrato. Nessuno di questi ha davvero le caratteristiche del regista, non tanto per qualità tecniche quanto per letture e continuità all’interno della partita. Va aggiunto che la viola in questo momento ha anche serie difficoltà nel trovare la quadra con i suoi giocatori offensivi. Questo porta il centrocampo a soffrire di una certa solitudine.

Durante il mondiale in cui Amrabat ha impressionato, i suoi compiti erano distribuiti su una porzione di campo piuttosto vasta, ma erano relativamente pochi e precisi. Il Marocco ha un tasso tecnico elevatissimo in ogni zona del campo. Difensori molto abili nell’impostazione, esterni sia bassi che alti in grado di creare superiorità numerica in 1 vs 1, mezzali in grado di verticalizzare e scambiare il pallone con rapidità senza disdegnare la quantità. Hakimi, Mazraoui, Saiss, Aguerd, Ounahi, Boufal e Ziyech sono calciatori che si sposano benissimo tra di loro, e si sposano benissimo con Amrabat.

In uno spartito così organizzato per il centrocampista della Fiorentina è quindi più facile fare ciò che gli riesce meglio. Portare raddoppi e recuperare palloni. Ripulirli cercando uno scarico semplice o approfittando di corridoi aperti dai movimenti degli altri. Seguire come un’ombra le fonti di gioco avversarie, che si tratti di PedriBruno Fernandes o De Bruyne.

Nell’ultimo mese si sono alternate le più disparate voci di mercato, anche per il contratto in scadenza nel 2024. Juve, Tottenham, LiverpoolAtletico Madrid, Barcellona sono solo alcune delle squadre che si sarebbero fatte avanti con la dirigenza toscana. Nel frattempo l’impatto di Amrabat sulla Fiorentina non è stato quello atteso quando al suo ritorno è stato accolto trionfalmente in città. L’attenuante, come testimoniano anche le parole di Italiano, è quella di una condizione non ottimale, ma una punta di perplessità è inevitabile. Dando per scontato l’addio a fine stagione, sia il ragazzo che chi vorrà puntare su di lui dovranno ponderare bene la scelta. In gioco c’è la possibilità di trasformarsi in pianta stabile in un mediano di caratura mondiale, o di rimanere un centrocampista qualunque.

Quando al minuto 83′ di Roma-Monza un pallone è piovuto dalla fascia sinistra verso il centro dell’area di rigore, ad Andrea Belotti sarà sembrato di vivere un sogno. L’occasione di segnare soltanto tre giri d’orologio dopo il suo primo ingresso ufficiale con la Roma gli si presentava su un piatto d’argento. Il Gallo si è avventato sulla sfera e ha calciato di destro a botta sicura praticamente al limite dell’area piccola, ma di fronte a sé ha trovato la non prevista opposizione di Di Gregorio. Gol mancato e festa rimandata, nonostante la comoda vittoria finale.

Alla nascita della UEFA Europa Conference League uno degli obiettivi dichiarati era quello di dare spazio e visibilità a federazioni calcistiche minori. Per questo qualcuno ha storto il naso quando nella scorsa finale di Tirana si sono affrontate Roma e Feyenoord. Due storiche squadre europee appartenenti a nazioni in cui il calcio si è affermato ad alti livelli sin dal principio. Vedendo le compagini qualificate a questa nuova edizione però, è difficile affermare che l’obiettivo non sia stato raggiunto. Tre nazioni saranno rappresentate per la prima volta: Liechtenstein, Lituania e Kosovo.

Cross dalla fascia, gol dell’attaccante. Giocata semplice, tra le più semplici del calcio, ma anche tra le più appaganti. Giocata però, negli anni, un po’ dimenticata. Messa da parte nei playbook degli allenatori, talvolta relegata alle sole situazioni disperate. Non in Germania però, dove quattro maestri dell’arte del cross stanno monopolizzando questa torrida estate di mercato. Sono Filip Kostic, David Raum, Angeliño e Borna Sosa. I primi tre hanno cambiato casacca dopo rumors e trattative serrate, Sosa invece attende pazientemente l’evolversi del suo futuro con lo Stoccarda.

Può un gol far scoppiare una guerra? Chiedere a Mauricio Rodriguez detto el Pipo, ex centrocampista e poi allenatore di El Salvador ai mondiali del 1982. Una sua rete ai supplementari contro l’Honduras, nel 1969, rese irreversibile la situazione di tensione tra i due paesi. Poco più di due settimane dopo scoppiò la guerra vera e propria, destinata a durare soltanto 4 giorni. Il conflitto passò alla storia con l’appellativo di guerra del calcio. La definizione è di Ryszard Kapuscinski, l’inviato estero dell’Agenzia di stampa polacca che coprì l’evento.

Nella sua prima stagione alla Roma José Mourinho ha riportato a Trigoria un trofeo per la prima volta dopo 14 anni. Nel post-gara a Tirana tutti, a partire dal capitano Lorenzo Pellegrini, hanno sottolineato come la finale di Conference League appena conquistata dovesse rappresentare non un punto d’arrivo, ma l’inizio di un progetto. Sin dal suo arrivo il tecnico di Setubal ha ribadito di volersi mettere a capo di un piano triennale. In questo senso il secondo anno risulta decisivo per capire le reali ambizioni della squadra. Sia i tifosi che l’allenatore stesso si aspettano molto dal calciomercato.

La finale di Champions League rappresenta, per attesa e talvolta anche cronologia, l’atto conclusivo di un’intera stagione calcistica. Liverpool e Real Madrid si sfideranno questo sabato allo Stade de France di Parigi, scelto dalla UEFA in sostituzione della Gazprom Arena di San Pietroburgo a causa del conflitto russo-ucraino. Nel calcio è sempre un po’ pretestuoso e presuntuoso parlare di giustizia, ma è indubbio che esista qualche forma di merito nel cammino di entrambe le squadre per continuità, gioco espresso e valori assoluti.

La stagione in corso non ha ancora emesso i suoi verdetti definitivi, ma nel mondo del calcio c’è già chi pensa alla rovente sessione di calciomercato in arrivo. Aurelio De Laurentiis ha recentemente ufficializzato il primo acquisto del Napoli che verrà. Si tratta di Khvicha Kvaratskhelia, esterno georgiano classe 2001. Non una sorpresa, dato che il suo nome gira in orbita partenopea da più di qualche mese. I campani si sono quindi accaparrati uno dei talenti più interessanti e discussi del panorama calcistico europeo, il cui futuro italiano appare allo stesso tempo intrigante e pieno di incognite.

Kvaratskhelia contro la Grecia
Khvicha Kvaratskhelia è un acquisto che guarda al futuro, ma il cui ruolo nel Napoli potrebbe essere cruciale già nell’immediato (Photo by SAKIS MITROLIDIS/AFP via Getty Images)

L’etichetta di predestinato

Il padre di Khvicha Kvaratskhelia, Bardi, era una punta centrale che aveva grande confidenza con il gol. Nel corso della sua carriera tra Georgia e Azerbaijan è andato in rete 145 volte soltanto in campionato. Numeri da relativizzare rispetto al livello delle competizioni, ma comunque segno di una genetica con un feeling indiscutibile verso il gioco del pallone. Khvicha è al contrario un’ala che in gol va ancora meno di quanto dovrebbe, ma la cui classe si è dimostrata fin dai prematurissimi esordi come debordante.

A 16 anni il ragazzo ha esordito con la squadra della sua città, la Dinamo Tbilisi, e solo pochi mesi dopo è passato al Rustavi con la promessa di maggiore minutaggio. In questo primo scorcio di 2018, con 3 gol e 3 assist in 18 presenze, Kvaratskhelia è finito sui taccuini dei talent scout europei. Nonostante le insistenti voci che lo volevano in partenza verso lidi ben più blasonati, ad accaparrarselo è la Lokomotiv Mosca, che lo preleva in prestito.

Kvaratskhelia ha smania di confrontarsi con contesti maggiormente competitivi, ma a soli 17 anni l’impatto con la più probante lega russa è quantomeno complicato. Solo 10 presenze e 1 gol, dovute ovviamente anche alla maggiore concorrenza all’interno della rosa dei moscoviti. A fine anno la società vorrebbe comunque riscattarlo, ma dovrà cedere a fronte di richieste economiche impossibili da soddisfare.

Poco male, perchè si presenta l’occasione Rubin Kazan. Qui Kvaratskhelia trova maggiormente la sua dimensione nonostante una squadra lontana dai suoi fasti migliori. 3 gol e 5 assist nella stagione 2019/2020, 4 gol e 8 assist in quella 2020/2021. Soprattutto però la messa in vetrina di tutte le sue migliori qualità, difficilmente definibili soltanto dai numeri.

Khvicha si dimostra infatti capace di ubriacare le difese col suo dribbling, di mandare in porta i compagni e di creare costantemente superiorità numerica. Impara anche a muoversi in un ruolo non propriamente suo che è quello di ala destra, lui che preferisce stanziare sulla sinistra per poter rientrare e andare al tiro.

Dopo un inizio di annata 2021/2022 leggermente sotto le aspettative, seppur con 2 gol e 5 assist, Kvaratskhelia ha lasciato il Rubin per le vicissitudini di guerra che conosciamo tutti, approdando in prestito alla Dinamo Batumi, di nuovo nel campionato georgiano. Difficile era immaginare che non approfittasse della situazione anche per spingersi ancor più verso occidente, alzando l’asticella. Difatti, grazie all’accordo trovato con il Napoli, così è stato.

Un talento che può accendere il “Maradona”

Per posizione in campo l’eredità di Kvaratskhelia sarà parecchio pesante. Il Napoli infatti quest’estate perderà il capitano Lorenzo Insigne in direzione Toronto. Alcune delle caratteristiche tecniche dei due, oltre al ruolo, in effetti coincidono.

Il georgiano, come Insigne, ama molto venire dentro al campo, toccare spesso il pallone e soprattutto rientrare sul suo piede preferito, che è il destro. Anche in tema di tiro a giro non se la cava poi così male, seppur lontano dai livelli di esecuzione (e dal quantitativo di tentativi) del ragazzo di Frattamaggiore. Ad accomunarlo a Lorenzo è anche l’abilità sui calci piazzati affinata soprattutto in Russia. Un’arma cruciale per una squadra dotata dei saltatori di cui dispone il Napoli. Da altri punti di vista però, la loro interpretazione del gioco differisce molto.

Innanzitutto tra i due esiste una differenza fisica evidente. Kvaratskhelia non dispone del baricentro basso di Insigne, anzi con i suoi 183 centimetri è un giocatore discretamente alto per il ruolo. Allo stesso modo non ha le sue stesse geometrie, né tantomeno l’attitudine al gol del capitano partenopeo.

A Insigne però spesso è stata imputata una scarsa capacità nell’uno contro uno che portasse davvero alla creazione di superiorità numerica. Una falla che si può estendere a praticamente tutta la rosa del Napoli. In questo senso Kvaratskhelia è proprio la tessera mancante del puzzle. Più che il suo destro, comunque potente e preciso, e la sua visione di gioco, è con l’abilità di puntare e saltare l’uomo che il georgiano cerca costantemente di portare vantaggio alla sua squadra.

Lo fa, tra l’altro, in un modo diverso a quello che siamo abituati a vedere ultimamente nel nostro campionato. Non è un calciatore particolarmente veloce, non ha uno scatto sul breve fulminante, ma dispone di un tale controllo del suo corpo da portare sempre il diretto avversario ad affrontare il duello come vuole lui. La sua andatura caracollante gli permette paradossalmente di essere efficacissimo nei cambi di ritmo e velocità. Le sue finte non si limitano ai giochi di gambe e alla rapidità nello spostare il pallone, ma hanno a che fare anche, se non soprattutto, col movimento della parte superiore della sua figura. La buona fisicità e protezione palla gli consentono infine di reggere l’urto dei contrasti quando lanciato, e di guadagnare calci di punizione utili.

Queste doti non catturerebbero così tanto l’attenzione se non fossero unite a un certo coraggio nel provare costantemente la giocata, persino sfacciataggine a volte. Kvaratskhelia è uno di quei calciatori che ha senso dello spettacolo. In una città che negli ultimi tempi si è esaltata soprattutto per i centravanti, forse l’augurio migliore è quello di ripercorrere le orme di un altro giocatore spettacolare e poco ortodosso che in passato ha acceso l’ex San Paolo: il pocho Lavezzi.

Kvaratskhelia contro la Spagna
Il dribbling per Kvaratskhelia non è un atto fine a se stesso, ma il modo più efficace di apportare un vantaggio alla propria squadra ( (Photo by KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP via Getty Images)

Cosa potrebbe andare storto?

L’augurio è, ovviamente, “nulla”. La realtà però è un po’ diversa. In primis il passaggio dal campionato russo (e simili) a quello italiano può essere devastante. La preoccupazione aumenta quando si tratta di calciatori che non si sono mai allontanati dalle zone di ex-competenza sovietica, abituati soltanto a quel contesto e quella filosofia calcistica. Esempi lampanti di calciatori che hanno sofferto l’impatto con la nostra realtà nonostante il grande talento sono Miranchuk e Kovalenko, entrambi portati in Italia dall’Atalanta.

Nel caso di Kvaratskhelia esistono poi dei punti di domanda puramente calcistici, ed è difficile decifrare con esattezza quali siano semplicemente conseguenza della giovanissima età, e quali invece intrinsechi alle sue caratteristiche e quindi più complessi da estirpare. Come già accennato innanzitutto il georgiano è tutt’altro che un goleador. Al suo bagaglio mancano certi movimenti in profondità senza la palla. Non è dotato del killer istinct di cui un esterno del 4-2-3-1 dovrebbe disporre come minimo per attaccare il secondo palo con costanza e voracità.

Talvolta tende anche un po’ ad essere troppo innamorato del pallone, complice il suo ruolo da accentratore in squadre non esaltanti. Difficile poterselo permettere contro l’aggressività e la furbizia dei difensori italiani. La rapidità non supersonica è un altro difetto, o presunto tale, che rischia di penalizzarlo in un campionato in cui gli spazi sono decisamente più angusti.

Un’altra potenziale nota dolente, forse quella su cui si dovrà battere di più, è la fase difensiva. Kvaratskhelia, come molti giocatori offensivi della sua età, deve essere istruito ai compiti di ripiegamento e abituato a tenere costante l’intensità in entrambe le fasi. Non facile per chi non è abituato a un gioco troppo fisico. Lo stesso Insigne del resto sotto questo aspetto è migliorato di anno in anno, sopperendo alle proprie mancanze con una certa dedizione. Lorenzo è stato fortunato in questo senso nell’incontrare Zeman a inizio carriera. A Kvaratskhelia servirà qualcuno con altrettanta fermezza e inclinazione alla didattica, oltre a molta pazienza.

Kvaratshkelia contro la Svezia
Il salto verso un campionato di molto più competitivo è sempre un grosso punto di domanda, nonostante il talento (Photo by VANO SHLAMOV/AFP via Getty Images)

La spinta di un paese

Dopo aver fatto quasi tutta la trafila delle nazionali giovanili, con uno score invidiabile soprattutto nell’Under 17 (20 presenze e 15 gol), nel 2019 Kvaratskhelia, a soli 18 anni, ha fatto il suo esordio con la nazionale maggiore. In panchina sedeva Vladimir Weiss, uno che curiosamente ha portato una leggenda del Napoli come Marek Hamsik a giocare il suo unico mondiale.

Da allora i gettoni con la selezione del suo paese per Kvaratskhelia sono stati 13, conditi da 5 gol. In particolare le sue performance in fase di qualificazione per il mondiale del Qatar, poi mancata, lo hanno reso un idolo in patria. La Georgia, a parte qualche buon nome negli anni (in Italia si ricorda Mchedlidze e soprattutto Kaladze), non ha una grande tradizione calcistica. Kvaratskhlia, insieme a Chakvetadze e al portiere Mamardashvili, rappresenta il futuro e la grande speranza di un intero movimento. Le sue vicende sono seguite con orgoglio e partecipazione dal pubblico calciofilo del paese.

La stella di Kvaratskhelia ha iniziato davvero a brillare nella partita del marzo 2021 contro la Spagna, persa dai georgiani per 2-1. L’esterno ha fatto letteralmente impazzire con i suoi dribbling la fascia destra delle furie rosse e ha anche segnato il gol della vana speranza per i suoi. Un segnale, magari non inconfutabile ma significativo, che il suo calcio poteva funzionare anche su palcoscenici particolarmente importanti.

Tre giorni dopo è arrivato il gol alla Grecia, in una gara terminata 1-1, con un’azione tipica per Kvaratskhelia. Partenza vicino alla linea laterale sinistra, pallone incollato al piede, movimento a rientrare e destro secco sul primo palo. Mesi dopo, a suggellare la Kvaratskhelia-mania è arrivata al doppietta contro la Svezia di Ibra in una clamorosa vittoria per 2-0. Un gol in mischia dopo una serie di rimpalli, quasi da rapace d’area, e un azione solitaria chiusa con invidiabile freddezza.

Oltre alla speranza dettata da prestazioni e giocate che si spera possano ripetersi con più continuità, risalta il senso di responsabilità di questo ragazzo. Portare il peso di una nazionale a soli 21 anni è roba per pochi, per quanto si tratti di una compagine senza grandi ambizioni. A Napoli sperano di poter contare su un ragazzo già abituato a gestire pressioni, critiche e attenzione mediatica. Ciò su cui potranno contare sicuramente è il tifo di una nazione intera.

La carriera di Dani Parejo è stata per certi versi burrascosa, piena di soddisfazioni certo, ma anche di stop improvvisi e ripartenze inaspettate. Un paradosso per uno che in campo è così cerebrale, preciso, anche un po’ compassato. Al Villareal il centrocampista ormai trentaduenne sta vivendo quasi una seconda giovinezza. Emery lo ha trasformato nel direttore d’orchestra perfetto e perno principale del proprio gioco, in un asse inossidabile che parte da Pau Torres e arriva in avanti a Gerard Moreno. Un sistema che ha portato alla vittoria dell’Europa League e ai quarti di finale di Champions, destando stupore negli appassionati. Per Parejo, che in carriera ha raccolto meno di quanto meritava, l’occasione di potersi mettere in mostra su palcoscenici così importanti rappresenta quasi la correzione di un’ingiustizia.

Il campionato olandese si è costruito negli ultimi 20 anni o poco più la reputazione di una tappa di passaggio molto importante per il calcio europeo. Per molti talenti rappresenta l’opportunità di affacciarsi al calcio che conta e mettersi in mostra, sognando di ripercorrere le orme di fuoriclasse come Ibrahimovic e Luis Suarez. Per altri, magari provenienti da quelle leghe e quelle parti del mondo meno battute dagli osservatori dei club principali, l’Eredivisie rappresenta il punto d’arrivo di una carriera costruita mattone dopo mattone. Questo è il caso di Elezer Dasa, detto Eli, terzino destro israeliano classe 1992 in forza a quel Vitesse impegnato contro la Roma in Conference League. Un calciatore interessante, seppur non più giovanissimo, la cui storia merita di essere raccontata poiché racchiude tante delle contraddizioni di un paese, Israele appunto, che il calcio tende a rappresentare e persino amplificare.

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