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La compravendita del titolo sportivo nel calcio femminile

La cessione del titolo sportivo della Florentia San Gimignano al patron blucerchiato Massimo Ferrero è una ferita, per moltissimi versi, ancora aperta. Nonostante la neonata Sampdoria Women stia regalando indubbie soddisfazioni e sia la squadra più interessante del campionato fino a qui, ci sono realtà che non possiamo dimenticare. Non possiamo farlo per il semplice fatto che rappresentano un pezzo di storia genuina di quell’ecosistema calcio di cui oggi facciamo fatica a ricordare il volto. Per capire la ragione che sta dietro all’estinzione figurativa di società come la Florentia è necessario fare un passo indietro e comprendere la ratio a monte della compravendita del titolo sportivo di una società nel caso specifico del calcio femminile italiano.

Nel 2015 la FIGC annuncia un programma volto allo sviluppo e al potenziamento del calcio femminile nel nostro Paese. Uno dei punti centrali di questo programma introduceva l’obbligo per i club di Serie A e Serie B maschili di tesserare almeno 20 giocatrici Under 12 con l’obiettivo di arrivare a disputare il campionato giovanissime nella stagione 2017/18 e allieve nella 2019/20. Questo criterio non veniva presentato alle società come un plus, bensì come uno dei parametri da rispettare al pari di tutti gli altri paletti economici, organizzativi e infrastrutturali a cui sono sottoposti i club.

Il nodo cruciale di questa nuova strategia però, si rivela con la possibilità di acquisire il titolo sportivo di una squadra affiliata alla FIGC o, in alternativa, stipulare un accordo di affiliazione: una pratica perciò largamente incentivata.

Prima che questo nuovo regolamento mettesse nero su bianco nuovi orizzonti da perseguire, società come Lazio e Fiorentina si erano già mosse in tal senso: nel caso del club viola, ad esempio, prendendo in mano le redini dell’ex A.C.F Firenze, al tempo in Serie A.

Cedere il titolo sportivo in favore di un club maschile locale con molte più possibilità economico-organizzative è qualcosa che nella totalità dei casi ha permesso di fare un salto in avanti definitivo in termini di qualità e livello. Al tempo molti dubbiosi sostenevano che con le società maschili in ballo avremmo assistito ad un lento decadimento verso la sregolatezza morale in cui ormai sguazza felicemente il mondo del calcio che conosciamo, e si sarebbe dovuto provare la strada del cavarsela da soli affinché le fondamenta sostenessero il futuro in maniera più solida. A posteriori, c’è chi ancora si fa portatore di questo vecchio sentimento pur in maniera timida. L’effetto degli investimenti di chi i soldi li ha e ne fa -molti- si è notato visibilmente con il susseguirsi delle stagioni.

Tuttavia, se questo può considerarsi realisticamente l’effetto benefico dell’ascesa dei club maschili, la questione si fa più calda se si parla di mezzi, del famoso “come”. Ampliare la vicenda del titolo della Florentia ci aiuterà a capire di cosa stiamo parlando.

Dalla Toscana alla Liguria: il titolo che non conosce confini geografici.

La squadra con residenza in uno dei borghi medievali più belli d’Italia ha suscitato sempre un certo fascino tra gli appassionati. Abituati alle trasferte nelle grandi città urbanizzate, arrivare a San Gimignano significava percorrere chilometri di strade in aperta campagna immersi nel tipico paesaggio toscano, parcheggiare verosimilmente in una laterale in pendenza e arrivare all’area ristoro dell’impianto e godere di snack e cibarie rigorosamente locali. Questi dettagli riempivano la domenica di quell’impagabile atmosfera di autenticità che solo il campo con la vista sulle torri poteva contornare. La vicenda della cessione del titolo ha scosso l’intera cittadinanza, ormai totalmente intrecciata e confusa con quella squadra di ragazze dalla casacca neroverde. Il presidente Becagli per mesi ha tentato di smentire l’imminente cessione ma i rumors si facevano sempre più concreti. Dopo l’annuncio ufficiale lo sconforto lascia spazio all’amarezza, agli interrogativi, alle riflessioni. Becagli sfoga la sua delusione in alcune interviste osservando come l’ascesa in campo di qualche imprenditore locale avrebbe fatto tutta la differenza del mondo per le sorti delle neroverdi, nonostante l’interesse della Samp incontrasse in quel momento le esigenze economiche della società toscana.

La storia della Florentia San Gimignano nella massima serie senza alcun legame di affiliazione ad un club maschile, si conclude qui. Le ceneri del cuore neroverde viaggiano per 229km fino a raggiungere il lato blucerchiato della città di Genova. Il presidente Ferrero si accoda definitivamente alla scia della quasi totalità dei club maschili con il settore femminile.

Il problema etico e di procedura che sta a monte di questa storia è molto semplice ma al tempo stesso estremamente complesso da giudicare. Come abbiamo già detto è un bene che i club siano scesi in campo e abbiano permesso investimenti cruciali, il fatto è che valori come la meritocrazia che sorreggono ambo i lati la parola sport vengono completamente accantonati in questa circostanza. Avere la possibilità di acquistare un pezzo di carta che permetta di creare una squadra ex novo che competa da subito nella massima serie esistente è una legale bastonata a tutte quelle società nate e cresciute nel sacrificio. Il caso Florentia-Samp è un simbolo evidente di questo fatto, e dimostra che esiste una differenza infinita fra l’acquistare il titolo di una squadra in stile Fiorentina o in stile Samp: mentre i viola raccolgono l’eredità della squadra di casa per dare nuovo smalto ad una storica società locale, Ferrero viaggia oltre i confini regionali per permettersi di giocare ai massimi livelli.

La società Florentia San Giminiano al completo riparte dopo la cessione del titolo sportivo con una modalità ben precisa, lanciando l'hashtag #Costruiamodalbasso
La società Florentia San Giminiano al completo riparte dopo la cessione del titolo sportivo con una modalità ben precisa, lanciando l’hashtag #Costruiamodalbasso (Foto: Florentia San Gimignano)

Il caso delle due Juventus e delle due Venezie

Ciò che ricordiamo sulla Juventus Women è che sono campionesse in carica da quattro stagioni, ciò che dimentichiamo è che questa squadra esiste proprio da quattro campionati fa. Insomma, si dice che nessuno nasce imparato ma questo è esattamente il caso di una rosa sbocciata sul nascere. La Juventus segue le orme del Sassuolo che l’anno precedente procede per affiliazione con la preesistente Reggiana e va oltre: il presidente Andrea Agnelli acquista il titolo sportivo del Cuneo, tornato in Serie A per la seconda volta nella sua storia, e avvia il progetto Juventus Women sotto la direzione di Stefano Braghin.

La società si comporta subito da leader del settore assicurandosi le prestazioni sportive delle migliori giocatrici del panorama italiano, muovendosi intelligentemente anche nel mercato internazionale. Nessuna società ad oggi è riuscita a creare un progetto che possa seriamente competere con le bianconere. Il grosso MA di questo trasferimento è rappresentato dalla preesistenza di una squadra bianconera femminile a Torino: l’Associazione Sportiva Dilettantistica Femminile Juventus Torino, una modesta società che ha militato tra le altre anche nel campionato di Serie A2 nelle stagioni 2009/2010 e 2011/2012. La ragione per cui Agnelli non abbia voluto prendere le redini dell’autentica squadra bianconera nella città è evidente. Partire dalla Serie C per una scalata in pieno stile meritocratico sarebbe stato molto più difficile rispetto alla creazione ex novo di una rosa per la Serie A. Infondo, dire che i soldi sono l’unica cosa che conta non è né infondato né ingeneroso.

Mentre Torino è divisa in due anime bianconere che non potranno realisticamente mai competere, non possiamo dire lo stesso rispetto a quello che è successo e sta succedendo nel cuore della Serenissima. Volando a Nord-Est assistiamo ad una situazione piuttosto particolare che tutto ha a che fare con la questione titolo.

La formazione della Juventus Women nel suo primo anno di attività nella stagione 2017/2018 dopo l'acquisto del titolo del Cuneo
La formazione della Juventus Women nel suo primo anno di attività nella stagione 2017/2018 dopo l’acquisto del titolo del Cuneo (Foto: Giorgio Perottino/Getty Images – Onefootball)

Così come è successo a Torino, Venezia si spacca in due fazioni arancioneroverdi. Fino a prima della promozione in Serie A il Venezia FC parlava anche al femminile. In particolare, la formazione delle Leonesse militava – e milita tutt’ora – in uno dei tre gironi nazionali di Serie C: una squadra con elementi molto validi che con mirati investimenti e acquisti potrebbe realisticamente mirare a qualcosa di più. Succede che con la promozione in Serie A della squadra maschile, il presidente Tacopina decide di voler mirare alle cose in grande stile anche nell’altra costola della società. Qui il colpo di scena: acquisto dei diritti sportivi del Vittorio Veneto, anch’esso in serie C, e creazione ex novo di una squadra femminile. Molti si sono chiesti quale potesse essere la ragione dietro ad una simile decisione.

Si dice che la dirigenza puntasse ad un progetto molto ambizioso: tentare il ripescaggio in Serie B e chiamare in laguna rinforzi da oltreoceano e puntare in alto. Tuttavia, i piani non sono andati come previsto, il ripescaggio non è andato a buon fine e i rinforzi stelle e strisce non sono arrivati. In compenso sono riusciti a costruire una squadra promettente che – stando a quanto visto sin ora – potrà giocarsi ottime carte in direzione B. Un primo assaggio di Derby è già stato servito, e per quanto lo scontro delle due Venezie eserciti il suo fascino ci troviamo davanti ad un altro emblematico caso collaterale della compravendita dei titoli sportivi.

Il titolo dà, il titolo toglie: Brescia e Vittorio Veneto.

Una domanda sorge spontanea dopo aver visto chi compra chi e per cosa: che fine fanno le società che cedono il diritto di partecipazione al campionato?

Generalmente non cessano di esistere, ma ripartono facendo affidamento sul settore giovanile o da una categoria minore. O entrambe le cose contemporaneamente. In questo senso è emblematico il percorso del Brescia femminile, una vera e propria istituzione del calcio italiano che dopo un trentennio di luminosa attività stringe un accordo di compravendita con l’AC Milan. La società biancoceleste, lasciando parlare i fatti, vanta nello storico due scudetti, tre Coppa Italia, quattro Supercoppe Italiane, quattro qualificazioni in Champions League con il miglior piazzamento ottenuto ai quarti. Nel club bresciano sono cresciute e hanno militato gran parte delle giocatrici che oggigiorno vestono la maglia della Nazionale tra cui Girelli, Bonansea, Rosucci, Linari Sabatino, Gama, Cernoia, Giugliano, Boattin. Per citarne alcune tra le principali. Nazionale attualmente guidata da Milena Bertolini, commissario tecnico per cinque anni di fila sulla panchina delle Leonesse.

Dopo aver chiuso i battenti nella massima serie nel 2018 in favore del Milan, la società è ripartita dall’Eccellenza conducendo una scalata ai vertici che vede le biancocelesti nella zona alta della classifica di Serie B-complici due ripescaggi prima in Serie C e successivamente in B. Vedere la società ad un passo dal campionato che l’ha vista protagonista per tanti anni ci mette di fronte ad un esempio di virtuosismo societario perseguito da pochissime organizzazioni nel territorio, e per un certo verso ripiega il senso di una storia che molti hanno vissuto con dispiacere nell’anno nel famoso passo indietro.

30 Marzo 2016: il Brescia di Milena Bertolini prima della partita dei quarti in Women's Champions League contro il Wolsburg. Due anni dopo avverrà la cessione del titolo in favore dell'AC Milan
30 Marzo 2016: il Brescia di Milena Bertolini prima della partita dei quarti in Women’s Champions League contro il Wolsburg. Due anni dopo avverrà la cessione del titolo in favore dell’AC Milan (Foto: Valerio Pennicino/Getty Images – OneFootball)

Un altro esempio di ripartenza basato sul settore giovanile perviene dalla società del Vittorio Veneto. Vittorio Veneto, conosciuto ai più per la Terza Battaglia del Piave nella Prima Guerra Mondiale, ha potuto vantare per anni il settore giovanile più florido della regione. A ridosso del quarantesimo anno di attività, la gestione ha ceduto il titolo sportivo al Venezia FC a causa della difficoltà derivante dal mantenimento economico di una struttura simile con la promessa di ripartire in maniera solida e sostenibile grazie al giovane e prolifico vivaio.

La vicenda delle rossoblù ci ricongiunge ad un problema che necessariamente va di pari passo con la decisione di cedere il titolo, vale a dire i costi di mantenimento. Tuttavia, pur sembrano una questione scontata, non lo è affatto. In vista del professionismo che coinvolgerà Serie A e Serie B dalla prossima stagione, molte gestioni societarie allarmano il Movimento nei confronti delle nuove e ingenti spese che dovranno affrontare. Il carattere elitario del format previsto per l’annata 2022/23 a dieci squadre renderà questa realtà ancora più difficile, non a caso le attuali squadre di serie maggiore sono tutte gestite da club maschili per i quali i costi del femminile rappresentano una fetta minoritaria rispetto al resto. Gli effetti collaterali conseguenti al sistema messo in moto dal 2015 in poi sono proprio quelli a cui stiamo assistendo ora: compravendita di titoli sportivi a discapito di valori meritocratici, eclissi di realtà territoriali a causa di costi sempre più alti e ascesa sempre più complicata per società che non possono contare su ingenti sponsorizzazioni e strutture organizzative.

In questo contesto più che mai, il tempo saprà dirci se il titolo vale la candela.

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