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SUGGESTIONI

Sognavo questa Roma

Diciotto anni. Un’attesa interminabile. Un tempo che ha faticato a scorrere, ma che è passato inesorabile. Quel pomeriggio del 17 giugno 2001 finalmente quei diciotto anni acquisiscono un senso, quel frenetico incedere del tempo si appiattisce, si cristallizza e spazza via quello snervante ritardo.

La voglia di cancellare quei diciotto lunghissimi anni era tanta. Troppa, al punto da provare a sfidare le leggi della natura, ad anticipare il tempo. L’attesa si era fatta insostenibile, in tanti non hanno retto e hanno invaso lo stadio Olimpico prima che l’arbitro Braschi, col suo triplice fischio, decretasse la fine di quell’insopportabile agonia. Una scena forse non bellissima da vedere, ma diciotto anni sono davvero tanti, la voglia di recuperare anche una manciata di minuti è comprensibile.

Quel pomeriggio del 17 giugno 2001 allo stadio Olimpico la Roma batte il Parma e si laurea campione d’Italia. Diciotto anni dopo quell’8 maggio 1983, quando i giallorossi guidati da Liedholm con un punto a Marassi conquistavano, aritmeticamente, il secondo Scudetto della loro storia. La festa esplode nella Capitale, la città eterna si tinge di giallorosso, dodici mesi dopo la sua vestizione assoluta coi panni biancocelesti. Il tripudio arriva poi qualche giorno dopo: il 24 giugno 2001 va in scena la grande festa Scudetto al Circo Massimo, musicata dal cantore della Roma giallorossa, Antonello Venditti. Dalle note della sua Che c’è, scritta appositamente per l’occasione, nasce la suggestione di oggi. Un ritorno alla Roma del 2001, delirante e festante, e a una delle celebrazioni rimaste maggiormente impresse nella storia calcistica italiana.

Roma Liverpool
Alcuni eroi di quella squadra (Foto: Imago/Colorsport – OneFootball)

E l’anima è leggera come se

Un milione di persone attende Antonello Venditti al Circo Massimo. Un milione di tifosi, ebbri di gioia, una marea giallorossa che vuole solo riversare la propria gioia, condividere quel momento di estasi assoluta. Ci sono famiglie che sono accampate lì dalla notte, non voglio perdersi nemmeno un secondo di quella festa memorabile. Persone che staccano da lavoro e si fiondano lì, ancora in giacca e cravatta. Ragazzi che coi loro motorini percorrono a ciclo continuo Via dei Cerchi e Via del Circo Massimo, suonano all’impazzata i loro squillanti clacson. Bandiere, un mare di bandiere, che sventolano.

Non è un inno, è una bellissima canzone d’amore.

Così Antonello Venditti parla di “Che c’è”, la dedica alla sua squadra del cuore scritta per festeggiare quel terzo Scudetto. La canzone fa da sottofondo a quella festa, anzi ne incarna al massimo lo spirito. Il cantautore romane ha già regalato due inni alla sua squadra, “Roma Roma” e “Grazie Roma“. La prima risalente al 1974 e diventata l’inno ufficiale della squadra giallorossa, suonato prima di ogni partita all’Olimpico. La seconda del 1983, scritta per il secondo Scudetto. Due canzoni che si sono fissate nell’immaginario dei tifosi, entrando a far parte del bagaglio artistico del club capitolino, diventandone simbolo uditivo.

Ora “Che c’è” chiude il cerchio, ma lo fa con un’armonia diversa. Come affermato dallo stesso Venditti, è una canzone d’amore. Il pezzo non celebra tanto il successo sportivo, quando il rapporto viscerale tra la squadra e i tifosi. E lo fa perché quel terzo Scudetto giallorosso non è la semplice vittoria della Roma, ma è la concretizzazione di un’attesa probante, il coronamento di una dedizione amorosa senza eguali.

I tifosi giallorossi hanno passato momenti bui, gli anni ’90 gli hanno regalato pochissime gioie. Eppure il supporto non è mai venuto meno, quella fede è rimasta costantemente ferrea. Quel terzo Scudetto ripaga i tifosi della loro attesa devota e “Che c’è” è proprio la celebrazione di questo sentimento. Della pace che finalmente abita i cuori dei tifosi giallorossi, il ritorno del sole, l’aria leggera. Tutte metafore, utilizzate nel testo, che non riportano al successo sportivo, ma a un significato più profondo, a una quiete finalmente raggiunta. Alla conquista di un momento di massima realizzazione emotiva.

Quel 24 giugno 2001 l’atmosfera al Circo Massimo era esattamente quella. Gioia assoluta, nei suoi connotati più puri. Il trionfo dell’amore che ha saputo aspettare con osservante pazienza.

Che bella sta giornata insieme a te

L’attesa è lunga. Nel delirio festante ci si può anche abbandonare ai pensieri, cullarsi nella dolcezza dei ricordi. È la fine di un viaggio bellissimo, forse troppo frenetico per accorgersi in corsa di ciò che stava accadendo. Ora c’è la possibilità di fermarsi un attimo, prendere fiato e guardare all’indietro. Stesi sul prato del Circo Massimo, è finalmente possibile rievocare qualche momento che non si è riuscito ad assaporare a pieno.

Un bambino è seduto sull’erba. La sciarpa della Roma appoggiata sulle gambe, si sta riposando un attimo dopo aver strillato a squarciagola col papà. Coi pensieri rivede quell’imponente uomo dai capelli lunghi che appena un anno prima arrivava nella Capitale. A Firenze aveva fatto grandi cose, a sentire gli adulti poteva essere il giocatore che avrebbe cambiato il destino della Roma. Lui ci aveva creduto, e le sue speranze non erano state tradite. Lo aveva detto ai suoi amici a scuola che Batistuta avrebbe portato la Roma prima in classifica, aveva avuto ragione.

Batigol (Foto: Imago – OneFootball)

Un altro bambino invece è in piedi, i genitori lo guardano mentre gioca col suo pallone. Addosso una maglia, la numero dieci. In testa un sogno, diventare come il suo idolo. Totti ce l’ha fatta, e qualche anno prima d’altro canto era un ragazzino come lui, pieno di speranze affidate a un pallone. Tira, più forte che può, poi alza gli occhi al cielo. Non sa se il suo sogno si realizzerà, ma quel giorno è felice, e per ora va bene così.

Due signori chiacchierano, poggiati a un muretto. Di partite ne hanno viste, nel 1983 loro c’erano. Quei diciotto anni li hanno vissuti tutti, li hanno subiti. E poi, pensa uno, è arrivato un ragazzo dal Giappone, zitto zitto. Nemmeno sapeva chi fosse, non si vedeva praticamente mai. Di tanti giocatori vissuti, di tante partite vinte, nella sua testa rimarrà sempre un pareggio a Torino e un calciatore nipponico che sostituisce Totti e guida la Roma alla rimonta sul campo della Juventus. Un giocatore comparso come un lampo. Roba da matti.

E poi c’è un ragazzo, tra le mani ha qualcosa di insolito. È una maglia, ma i colori sono sbagliati per l’occasione. Il rosso non c’è su quel tessuto, ci sono il bianco e il celeste. Ma è pazzo a portare una maglia della Lazio alla festa Scudetto della Roma? Qualcuno pensa di si, si avvicina per vedere cosa sta facendo, e lo vede armeggiare con delle forbici. Sta tagliando quello Scudetto, scucito dal petto dei cugini. Ora ostenta una sicurezza esagerata, ma che paura a quel gol di Castroman al 95′. Anche se non lo ammetterà mai, quella settimana per lui è stata lunghissima.

Roma Capello
Il condottiero di quella Roma (Foto: Imago – OneFootball)

Il tempo ci ritrova qui

I ricordi popolano le menti dei tifosi giallorossi, e probabilmente anche quella di Venditti, che sta per esibirsi per il suo concerto. Un anno prima forse nessuno avrebbe pronosticato una Roma campione d’Italia, sicuramente c’era poca fiducia.

L’arrivo di Fabio Capello nell’estate 1999 doveva sancire finalmente il ritorno della Roma tra le grandi. Un allenatore vincente, un sergente di ferro col piglio giusto per gestire una piazza delicata come quella capitolina. La realtà è stata poi ben diversa: il cammino della Roma è stato deludente, un sesto posto a dir poco anonimo. Lo Scudetto è andato invece alla Lazio: oltre la delusione, anche l’onta di dover subire i festeggiamenti dei rivali per tutta l’estate.

Gli arrivi di Batistuta, Emerson e Samuel ridanno un po’ di entusiasmo, ma l’eliminazione prematura dalla Coppa Italia per mano dell’Atalanta provoca un’accesa sommossa popolare. La squadra però presto si ricompatta e inizia il suo cammino inesorabile verso la conquista dello Scudetto.

L’undici di Capello appare un’armata implacabile, con un’organizzazione di squadra perfetta e dei singoli in condizioni spettacolari. Su tutti naturalmente il capitano, Francesco Totti, ma sono tanti i giocatori che contribuiscono al successo giallorosso. Candela e Cafù costituiscono probabilmente la coppia d’esterni più forte del campionato. La difesa ermetica, col muro Samuel che si erge a leader insuperabile della retroguardia giallorossa. Poi davanti i gol di Batistuta, insieme a quelli sempre pesanti di Montella e Delvecchio.

Molte le partite memorabili, dalla vittoria nel derby con l’autogol di Paolo Negro, all’incredibile 2-2 di Torino con la Juventus, che ha fatto da spartiacque per la stagione giallorossa. Appena una settimana prima era arrivata l’atroce beffa del derby, con i giallorossi avanti 2-0 che si sono fatti rimontare nel finale dai gol di Nedved e Castroman. Quella è stata la settimana più lunga per i tifosi giallorossi, segnati dal dramma di uno Scudetto che poteva volatilizzarsi nel modo più beffardo possibile.

A Torino la Juventus cerca il sorpasso e l’avvio per i giallorossi è shock: dopo sei minuti i bianconeri sono avanti 2-0 con le reti di Del Piero e Zidane. Quello è il momento di massima disperazione, ma è anche l’istante che tempra la fede, che prepara la trionfo. Il tempo scorre inesorabile e la Juventus rimane in vantaggio. Il primo tempo termina 2-0, la Roma prova a crescere e finalmente la svolta arriva al 15′ della ripresa. A bordocampo si alza la lavagnetta luminosa, che segna il numero 8 e il 10. Subito l’aria si fa tesa: ci sarà un errore. E invece nulla di sbagliato: Capello sostituisce Totti e mette al suo posto Hidetoshi Nakata, oggetto misterioso fino a quel punto della stagione.

Il calcio è di una particolarità unica. È proprio l’uscita del capitano, il miglior giocatore della Roma, a dare la sterzata alla partita. Nakata quella sera è indemoniato, prima batte Van Der Sar con un destro che si insacca sotto l’incrocio dei pali, poi nel primo minuto di recupero impegna ancora il portiere olandese con un tiro che l’estremo difensore respinge corto, propiziando il clamoroso 2-2 di Montella.

Il pareggio tiene la Juventus a distanza e ridà entusiasmo alla Roma. Quella sera ha dato un’ulteriore dimostrazione: ci deve essere un qualche disegno del destino se i giallorossi, orfani del loro capitano, sono riusciti a recuperare quella partita. La fede ha resistito ed è pronta a trionfare. Da lì i giallorossi non scivolano più e arrivano puntuali al loro appuntamento con la storia.

Roma Scudetto
Festa all’Olimpico (Copyright: Imago/Buzzi – OneFootball)

E non ti manca niente al mondo

Torniamo quindi al 17 giugno 2001. L’Olimpico è vestito a festa, quei diciotto anni stanno finalmente per terminare. Mancano solo 90 minuti, gli ultimi di una somma di 90 minuti che sembrava interminabile. L’epilogo è uno show giallorosso. Totti sblocca al 19′, chi se non lui, girando con potenza in porta un delizioso assist di Candela. Una botta tremenda che sa di liberazione, di realizzazione di quel sogno che fin da ragazzino è stato inseguito. Poi la corsa sotto la Sud, verso l’amore della sua gente.

Poi arrivano le firme di Montella e Batistuta. Due gol che sanciscono il successo giallorosso, ad opera di due tra i più grandi protagonisti di quella stagione da sogno. Di Vaio nel finale prova a rovinare la festa giallorossa, ma senza esito. A pochi minuti dalla fine la pazienza dei tifosi inizia a vacillare. A un passo dal traguardo. Alcuni invadono il campo, la situazione con qualche difficoltà rientra, per poi esplodere di nuovo pochi minuti dopo, Al fischio finale l’Olimpico viene invaso dal tifo giallorosso, che si riversa come una marea sul campo. I giocatori si sbrigano ad uscire, circondati dalla folla adorante ma pressante.

Poi la festa si prolunga sul prato dell’Olimpico, per non fermarsi più fino al 24 giugno 2001, dove si trasferisce su un altro prato, quello del Circo Massimo. Nel frattempo ha conquistato ogni angolo della città, invasa dai colori della lupa. Un sogno a occhi aperti che non vuole finire, non deve finire. Il delirio trasuda estasi. È la conseguenza di un amore che vive di sentimenti estremi, totalizzanti. In tanti hanno detto che vincere uno Scudetto a Roma equivale a vincerne dieci da un altra parte. Frase apparentemente fatta, ma poi emerge quanto sia vera guardando certe scene, tornando ad osservare quello sfavillante giugno del 2001.

Quella festa al Circo Massimo del 24 giugno è la sintesi perfetta delle celebrazioni per il terzo Scudetto della Roma. C’è tutto: sogno, estati, sana follia. Ma soprattutto c’è amore. Quello è il sentimento dominante. E l’amore è ciò che Antonello Venditti ha voluto suggellare con la sua “Che c’è”. Una dedica a cuore aperto per ciò che la Roma ha fatto vivere ai suoi tifosi. Paradossalmente c’entra poco il campo, ma c’entra tanto la vita. Mai come in questo caso il calcio è qualcosa di dannatamente totalizzante, capace di regalare delle sensazioni assolute. In termini di pace, di serenità, di realizzazione. Di amore. Tutte quelle persone presenti quel 24 giugno al Circo Massimo sognavano quel momento perfetto. Lo scudetto della Roma del 2001 non è una bella storia sportiva, ma una splendida storia d’amore. E “Che c’è” è la colonna sonora perfetta di questo quadro stupendo.

Autore

Romano, follemente innamorato della città eterna. Cresciuto col pallone in testa, da che ho memoria ho cercato di raccontarlo in tutte le sue sfaccettature.

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