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Danilo Budite

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San Lorenzo, io lo so perché tanto

Di stelle per l’aria tranquilla

Arde e cade, perché sì gran pianto

Nel concavo cielo sfavilla

Questa è la prima strofa di una delle più celebri poesie che compongono l’immenso patrimonio artistico italiano. È il toccante incipit di X Agosto, in cui Giovanni Pascoli annuncia il motivo per cui, nella notte di San Lorenzo, il cielo “piange” le proprie stelle. Per il poeta quella notte offre un ricordo doloroso, quello della morte del padre, ucciso in circostanze misteriose proprio nel giorno di San Lorenzo. Un evento che sconvolge per sempre la vita di Pascoli e segna in maniera indelebile tutta la sua futura poetica. Il motivo per cui il cielo riversa in terra le proprie lacrime.

Il 24 luglio del 1991 un esploratore americano di nome Hiram Bingham e la sua squadra di spedizione posano il loro sguardo sulla magnifica Machu Picchu, la maestosa città perduta degli Inca. L’archeologo, professore di Yale, aveva attraversato nelle settimane precedenti la terribile foresta pluviale, muovendosi da una valle posta a nord-ovest della città di Cuzco, in Perù, alla ricerca di questo antico e prestigioso sito archeologico.

La scoperta di Machu Picchu ha reso Hiram Bingham uno degli esploratori più famosi di sempre, incensato da National Geographic che al tempo diede notevole rilevanza a quell’evento. Voci di corridoio narrano addirittura che Bingham sia il riferimento storico intorno a cui è stato costruito il celebre personaggio cinematografico di Indiana Jones. Che ciò sia vero o no, resta la testimonianza dell’enorme portata mediatica che ha avuto la scoperta di questa antichissima città in Sudamerica.

Che poi il termine scoperta non è propriamente corretto. Le popolazioni locali conoscevano benissimo il sito, Machu Picchu era tutt’altro che una “città perduta”, com’è poi passata alla storia. Tuttavia, le cronache degli invasori spagnoli non vi facevano alcun riferimento e gli europei non avevano idea della sua esistenza. Bingham ha avuto il grande merito dunque di mostrare l’esistenza di Machu Picchu agli occhi del mondo, ma tecnicamente non l’ha scoperta.

Tecnicismi a parte, Machu Picchu è diventato col tempo uno dei siti archeologici più importanti della terra, rientrando nel 2007 anche nel novero delle sette meraviglie del mondo moderno. Il sito di Machu Picchu è senza ombra di dubbio il simbolo del Perù nel mondo, il suo grande orgoglio, la sua punta di diamante. Per parlare della suggestione di oggi partiamo proprio da questa meraviglia, andando a scovare l’equivalente della città degli Inca nel calcio peruviano: la mitica Nazionale degli anni ’70.

Gli anni d’oro del calcio peruviano

Come il Machu Picchu, prima degli anni ’70 chiaramente la Nazionale peruviana esisteva, ma nessuno sembrava accorgersene. Dopo i fasti degli anni ’30, con la partecipazione al Mondiale in Uruguay e la vittoria della Copa America nel 1939, il calcio peruviano era praticamente sparito dai radar, relegato a una dimensione continentale abbastanza anonima. La Blanquirroja aveva fallito ogni tentativo di qualificarsi a un Mondiale da quando questo aveva ripreso a disputarsi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non sono stati più brillanti i risultati in Sudamerica, con due terzi posti nella Copa America nel 1949 e nel 1955 e nulla di più.

Il vento per gli Incas cambia però con l’approssimarsi degli anni ’70. Un decennio complicato in Sudamerica, segnato da dittature militari e tensioni che riflettono il clima da guerra fredda che domina il mondo in quegli anni. Per il calcio peruviano però è un decennio di rinascita, iniziato il 3 agosto 1969. Nella Capitale Lima, la Blanquirroja si libera dell’Argentina nel match di andata degli spareggi per accedere al campionato del mondo che di lì a poco meno di un anno si sarebbe disputato in Messico. Il possente centravanti Perico Leon firma quella vittoria storica, il germoglio di una speranza che poi si consacra nella gara di ritorno, quando il Perù a Buenos Aires strappa un 2-2 all’Albiceleste e conquista il pass per il Mondiale. Per la prima volta nel dopoguerra.

Quella qualificazione apre di fatto un decennio d’oro del calcio peruviano. Gli Incas tornano a partecipare a un Mondiale e lo rifaranno nel 1978 e nel 1982, ma al di là della semplice presenza, lasciano un segno indelebile nella storia del calcio regalando al mondo una delle selezioni più affascinanti e divertenti che hanno calcato i palcoscenici mondiali.

Perù
Il peruviano Hugo Sotil in azione con la maglia della sua nazionale
(Photo credit should read STAFF/AFP via Getty Images – One Football)

Il trio delle meraviglie

La nazionale peruviana degli anni ’70 si è affermata nel tempo come una squadra di culto. Quella selezione ruotava principalmente intorno a tre figure, che sono diventate delle vere e proprie superstar del calcio sudamericano e non solo. Il capitano di quel Perù è Hector Chumpitaz, uno dei migliori difensori centrali della storia dell’America latina. Con la fascia al braccio ha guidato gli Incas dal 1966 al 1981, disputando due Mondiali e vincendo una storica Copa America. Classe 1944, si afferma come una bandiera dell’Universitario di Lima, dove rimane per ben nove anni, dal 1966 al 1975. La sua leggenda si plasma soprattutto con le sue prestazioni in Nazionale, che gli conferiscono una fama che arriva fino al Vecchio Continente. Basti pensare che nel 1973, in una partita tra selezioni all-star di Conmebol e Uefa, Chumpitaz ha indossato la fascia da capitano dei suoi, segnando anche l’ultimo gol dello spettacolare 4-4 con cui è terminato il match. Prima della vittoria, ai rigori, del Sudamerica.

In quella storica sfida che si è giocata al Camp Nou figuravano anche gli altri due fenomeni peruviani, a segno entrambi quel giorno: Teofilo Cubillas e Hugo Sotil. Questa semplice sfida dà la cifra dell’importanza della Nazionale peruviana, che negli anni ’70 arriva a contendere lo scettro di regina del Sudamerica a Brasile e Argentina, ottenendo infatti da loro, come vedremo, le sconfitte che hanno posto fine alle sue corse mondiali. Cubillas e Sotil sono gli attaccanti di quella mitica nazionale. La Dupla de oro, una coppia gol micidiale. L’intesa tra i due è così importante che, nel 1971, le due squadre per cui giocavano, Alianza Lima e Deportivo Municipal, decidono di creare una selezione delle loro due rose per delle sfide in Europa. Quel team guidato dalla Dupla de oro riesce a battere di misura il Benfica di Eusebio e a rifilare un clamoroso 4-1 al Bayern Monaco di Beckenbauer e Gerd Müller. I due attaccanti, dopo la nazionale, si ritrovano insieme all’Alianza Lima e nel 1977 e nel 1978 e firmano la vittoria di due campionati, ottenuti annientando semplicemente gli avversari.

Teofilo Cubillas è generalmente considerato il più grande calciatore peruviano di sempre. Il suo nome è legato a quello dell’Alianza Lima, con cui esordisce ad appena 16 anni, laureandosi la stagione successiva capocannoniere del campionato peruviano. Centrocampista offensivo dotato di un talento infinito, Cubillas veste per la prima volta la maglia del Perù nel 1968, giocando nel 1970 un Mondiale incredibile, condito da cinque reti e da un duello tutto latinoamericano con Pelè passato alla storia. Nel 1972 Cubillas viene eletto miglior giocatore sudamericano del mondo. È una superstar e inevitabilmente attira le mire del Vecchio Continente, approdando nel 1973 al Basilea e disputando poi tre stagioni al Porto. Quindi il ritorno in patria, i campionati vinti con l’Alianza Lima insieme a Sotil e gli ultimi mondiali. Al momento del suo ritiro, Teofilo Cubillas è il miglior marcatore della storia del Perù con 26 gol.

L’altro fenomeno peruviano di quegli anni è Hugo Sotil. Attaccante estremamente rapido e dribblomane, el Cholo è uno di quei calciatori genio e sregolatezza molto in voga negli anni ’70. Incontenibile in campo, ma con una vita sfrenata fuori dal rettangolo verde. In patria si afferma con la maglia del Deportivo Municipal, poi nel 1973 arriva la chiamata del Barcellona. Qui gioca al fianco di Cruijff e vince una Liga, ma dopo il primo anno subentrano i problemi. Tra infortuni, stile di vita sregolato e un’intesa che non scocca col nuovo tecnico Rinus Michels, Sotil finisce ai margini della squadra blaugrana e nel 1977 decide di tornare in Perù. Qui si ricongiunge quindi a Cubillas all’Alianza Lima e dopo i due campionati vinti insieme al collega di reparto, cala il sipario sulla sua carriera.

Il ritorno del Perù

Il Mondiale del 1970 rappresenta dunque il grande ritorno in scena della Blanquirroja. In Messico il Perù si presenta come una mina vagante, una nazionale che in pochi conoscono, ma che ha fatto fuori l’Argentina ed è pronta a far conoscere al mondo il suo talento smisurato. L’inizio dell’avventura mondiale è uno schock per gli Incas, che vanno sotto di due reti nell’esordio con la Bulgaria. Poi però arriva la reazione, con Gallardo, Chumpitaz e Cubillas che rimontano lo svantaggio e regalano la vittoria al Perù. Altre tre reti arrivano contro il Marocco, con una doppietta ancora di Cubillas e la rete di Challe. Il tutto in dieci minuti dal minuto 65 al 75. Ancora tre reti nell’ultima giornata del girone, stavolta però segnate dalla Germania Ovest, che supera 3-1 il Perù. Una sconfitta indolore, però, perché la Blanquirroja si qualifica ai quarti di finale.

Un risultato storico, ma qui la corsa del Perù si ferma. Di fronte a Chumpitaz e compagni c’è il Brasile di Pelè, che supera i rivali continentali, ma non senza fatica. Rivelino e Tostao segnano i primi due gol, poi dimezza lo svantaggio Gallardo alla mezz’ora. Nella ripresa ancora Tostao ristabilisce le distanze, ma al 70’ Cubillas accorcia nuovamente. Cinque minuti dopo, però, arriva la rete di Jairzinho a spegnere i sogni degli Incas.

L’avventura al Mondiale si conclude qui per il Perù, contro il Brasile che poi si laureerà campione del mondo in finale contro l’Italia. La selezione sudamericana conquista però l’attenzione del mondo grazie alla qualità del suo gioco e dei suoi campioni. È solo l’inizio del decennio magico degli Incas.

Le difficoltà e il titolo continentale

In realtà subito dopo il mondiale messicano il Perù vive anni difficili. La squadra fallisce la qualificazione ai Mondiali del 1974 e cambia ben tre allenatori fino all’arrivo, nel 1974, di Marcos Calderon Medrano. Il tecnico assume la guida della selezione dopo la dura sconfitta nello spareggio mondiale col Cile e la rivitalizza completamente. Nel 1975 infatti il Perù rientra nella storia dalla porta principale, vincendo la sua seconda Copa America.

Quella del 1975 è un’edizione molto particolare della kermesse sudamericana. Innanzitutto non si giocava da 8 anni, poi si presenta con una formula totalmente nuova. Tre gironi da tre squadre, con gare di andata e ritorno, poi le vincitrici accedono alle semifinali, dove si trova già di diritto l’Uruguay, detentore del titolo. Il Perù esordisce nella competizione proprio col Cile, pareggiando 1-1, poi supera di misura la Bolivia 1-0 e nelle gare di ritorno infila un doppio 3-1 ai suoi avversari.

La Blanquirroja vince così il proprio girone e si qualifica alle semifinali. Qui però c’il il temibile Brasile, esecutore del Perù nel 1970 e reduce dal quarto posto del Mondiale tedesco. Nel match di andata a Belo Horizonte però il Perù s’impone con uno storico 1-3, firmato da una doppietta del centravanti Enrique Casaretto e la firma del solito Cubillas. Nel ritorno a Lima la Seleçao vince 0-2, ma non basta: grazie alla regola dei gol in trasferta, il Perù è in finale di Copa America.

Qui la Blanquirroja se la deve vedere con la Colombia, altra outsider del torneo. Il match di andata a Bogotà termina 1-0 per i Cafeteros, ma al ritorno a Lima gli Incas s’impongono 2-0. Con la regola della differenza gol non valida per la finale si procede allo spareggio e il 28 ottobre 1975, a Caracas, un gol di Hugo Sotil regala la storica vittoria al Perù. La Blanquirroja mette in bacheca la seconda Copa America della sua storia, concretizzando quel decennio magico con la vittoria di un trofeo.

La leggendaria stella del Perù Teofilo Cubillas
(Photo credit should read STAFF/AFP via Getty Images – One Football)

Gli ultimi Mondiali e la fine del decennio

La prima parte degli anni ’70 è quella più significativa per il calcio peruviano. Dal 1975 in poi inizia il calo degli Incas, anche se ci sono ancora pagine importanti da scrivere. Dopo la vittoria della Copa America, il Perù riesce a centrare la qualificazione al Mondiale argentino del 1978, ma finirà per dipingere uno dei capitoli più controversi della sua storia. Il Mundial della vergogna, com’è passato alla storia, si gioca in un clima surreale, in un paese segnato da una spietata dittatura militare, col regime politico che condiziona fortemente lo svolgersi della manifestazione.

Il Perù riesce a superare il girone, vincendo contro Scozia e Iran e pareggiando con l’Olanda, finalista quattro anni prima e che avrebbe raggiunto lo stesso risultato anche alla fine di questo Mondiale. La formula di quella manifestazione prevede lo svolgersi di due gironi successivi prima della finale e nella seconda fase il Perù perde contro Brasile e Polonia, prima dell’ultima gara con l’Argentina.

L’Albiceleste ha bisogno di una vittoria rotonda per superare il Brasile e andare in finale. La preparazione a quel match è un tormento per il Perù, che vive qualsiasi tipo di disagio organizzativo e pesanti interferenze per lasciare ottenere ai padroni di casa il risultato necessario. Alla fine, gli Incas perdono col rotondo risultato di 6-0. L’Argentina va in finale, dove batterà l’Olanda e vincerà il Mondiale, ma il match contro il Perù finirà al centro di un dibattito serrato, che porterà poi alla certezza che il risultato di quella gara sia stato combinato, o comunque fortemente condizionato.

L’epilogo del Mondiale del 1978 è molto duro, il Perù ne esce distrutto a livello mediatico e intanto perde pezzi importanti. I grandi trascinatori della prima metà del decennio sono in fase calante. Chumpitaz lascia la Nazionale nel 1981, dopo aver contribuito alla qualificazione per il mondiale spagnolo. Sotil aveva salutato dopo il 1978, dopo un mondiale vissuto da riserva. Rimane Cubillas, secondo migliore marcatore del torneo in Argentina alle spalle di Kempes, alla pari con Rensenbrink.

Il Perù che si presenta in Spagna nel 1982 è una pallida versione della nazionale che aveva incantato e divertito nel decennio prima e infatti l’avventura iberica si conclude immediatamente. Gli Incas chiudono il girone all’ultimo posto, con due pareggi contro Camerun e Italia e la pesante sconfitta per 5-1 contro la Polonia. Questo è l’ultimo risultato del Perù a un Mondiale per ben 36 anni.

La Blanquirroja infatti dopo il 1982 sparisce completamente dalla scena mondiale. Dopo la chiusura di quel decennio magico il Perù fatica a imporsi a livello continentale, finendo in un vortice di anonimato che viene spezzato solo nel 2018, quando gli Incas tornano a disputare un campionato del mondo qualificandosi per l’edizione russa. La storia calcistica del Perù dopo il 1982 torna a farsi scialba e incolore, con quel decennio rappresentato dagli anni ’70 che rappresenta la luce brillante di un passato maestoso. La testimonianza di un’epoca d’oro, come il Machu Picchu.

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Per molti anni l’Asia ha rappresentato una sorta di movimento minore del mondo del calcio, lontana dalla disciplina tattica degli europei, dal talento dei sudamericani e dalla fisicità degli africani. Una delle prime nazioni asiatiche a riuscire a emanciparsi da questo ruolo minoritario, seppur in maniera controversa, è stata la Corea del Sud. Con essa, il primo grande calciatore a portare l’Asia ai vertici del calcio mondiale è stato Park Ji-Sung.

Una delle prime cose che si possono notare arrivando a Barcellona è sicuramente la peculiare impronta architettonica che la caratterizza. Il profilo energico e colorato della città si fonde alla perfezione col suo carattere gioioso e fresco. Il sole e il mare che si uniscono in una delle città più frizzanti del mondo. Da gustare come una bibita fresca. Barcellona è una carica di energia allo stato puro. È un’esplosione di colori e di gioia e ha un codice estetico tutto suo. Le linee ondulate e irregolari degli edifici. Le facciate vistose e a tratti pacchiane dei palazzi. E soprattutto la mano, onnipresente, di Antoni Gaudi.

Tra le potenze calcistiche europee, un ruolo fondamentale è sicuramente rivestito dalla Francia. Quello transalpino è un movimento peculiare all’interno del mondo del pallone, è forse l’unico grande stato europeo che ha una Nazionale il cui valore trascende quello delle squadre di club. Una dimensione simile più all’Argentina e al Brasile che al resto delle selezioni del Vecchio Continente. Se Italia, Inghilterra, Germania e Spagna hanno almeno una squadra – in molti casi di più – la cui storia supera, o quantomeno eguaglia, quella della Nazionale di riferimento, in Francia non c’è alcun club di questo livello globale. Alcune squadre sono uscite fuori in determinati periodi, dal Marsiglia al PSG degli arabi, ma nessuna ha una tradizione tale da essere comparata a quella della Nazionale francese.

Tra le città più incantevoli e ricce di suggestione dell’Italia, un posto speciale è occupato sicuramente da Palermo. Capoluogo e simbolo di un’isola come la Sicilia che ha sempre costituito una sorta di microcosmo rispetto al resto del paese, come se finisse per costituirsi in uno spazio e in un tempo diverso rispetto al “continente”. Non a caso, la Sicilia ha una storia peculiare che spesso differisce da quella del resto dell’Italia e anche dopo il raggiungimento dell’Unità, l’isola ha continuato a viaggiare sui propri binari. A scrivere le pagine del proprio diario. La Sicilia rappresenta un capitolo a parte nella narrazione italiana, ha i suoi tempi, i suoi modi, le sue tradizioni e tutto un bagaglio emotivo e culturale che differisce in maniera importante dalle altre regioni d’Italia. Palermo si fa simbolo di tutta questa diversità, batte bandiera del retaggio culturale della Sicilia e, all’interno della tradizione stessa dell’isola, assume un ruolo speciale e particolare.

Estate 2009. Il sole, il mare, il calciomercato. Le notizie come in ogni sessione estiva si moltiplicano, si diffondono a macchia d’olio e creano degli intrighi che spesso si risolvono in nulla di fatto. A volte ispirano sogni, suscitano ambizioni, ma provocano anche cocenti delusioni. Quasi sempre permettono di fantasticare, di immaginare scenari incredibili. Alcune volte, finiscono anche per realizzarli. È l’estate del 2009 e la notizia forse più sorprendente che circola in quelle settimane riguarda l’interessamento del Real Madrid per un centrocampista della Serie A, reduce da una stagione pazzesca. Gli spagnoli, stando a quasi l’unanimità delle fonti, hanno messo gli occhi su Gaetano D’Agostino, centrocampista in forza all’Udinese.

Per tutti gli appassionati di calcio, pochi paesi del mondo riescono ad esprimere il fascino che emana in maniera ipnotica l’Argentina. Uno dei poli calcistici più importanti del mondo, patria di alcuni dei massimi esponenti di questo sport e scenario di quella che, con tutta probabilità, è la rivalità più sentita e accesa del mondo: quella, chiaramente, tra River e Boca. L’Argentina è un paese dalle forti passioni. È la terra delle esagerazioni, dei sentimenti che imperversano come tempeste impetuose. Che bruciano come il sole sulle terre selvagge e incontrollabili. È uno stato tormentato, eppure costantemente innamorato. Capace di dimenarsi tra le passioni più asimmetriche, ma di mantenere sempre dritta la propria rotta. Alta la propria bandiera.

Con le sei gemme, mi basterebbe schioccare le dita”. Non c’è probabilmente un villain più iconico di Thanos nell’intera produzione cinematografica del secondo decennio degli anni Duemila. Nessuna missione è tanto inquietante quanto coinvolgente come quella intrapresa dal titano del Marvel Cinematic Universe per perseguire il suo folle piano di sterminare metà della popolazione dell’universo. Una marcia incessante e inesorabile, il cui successo è praticamente annunciato sin dall’inizio. Non c’è un momento, durante quello che è l’atto conclusivo del percorso di Thanos, ovvero Avengers: Infinity War, in cui si ha realmente l’impressione che il titano possa fallire. Nonostante debba fronteggiare i più grandi eroi della terra e non solo, la speranza che il suo piano naufraghi non si eleva mai a ottimistica previsione, ma rimane appunto una speranza, destinata inesorabilmente a restare tale e venire delusa.ù

Col sole alto nel cielo, nelle belle giornate di primavera, quei due passavano ore e ore fuori in giardino. I sabati e le domeniche, quando tutta la famiglia si riuniva per pranzare insieme, puntualmente nonno e nipote sparivano. Dalla finestra li si poteva scorgere intenti nel portare avanti il loro gioco preferito: l’uomo anziano tirava il pallone in aria con le mani e il piccolo attendeva che questo precipitasse dal cielo, per provare a colpirlo con le più contorte acrobazie. Erano in grado davvero di passare tutta la giornata così, col nonno che incitava il nipote a compiere la rovesciata perfetta.

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