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Danilo Budite

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Il 20 settembre 2007 è una data epocale in casa Chelsea. Dopo due campionati, due coppe di Lega, una FA Cup e una Community Shield portati nella bacheca del club londinese, José Mourinho rescinde il proprio contratto coi Blues, al termine di un serrato braccio di ferro col patron Roman Abramovich. Quello che è considerato uno dei migliori allenatori al mondo si ritrova così, improvvisamente, senza lavoro. Per di più in un momento particolare della stagione, alle sue battute d’avvio, quando è difficile trovare squadre con panchine scricchiolanti e nuove opportunità da sfruttare.

Il Totocalcio. Tredici risultati da indovinare ogni domenica. Un sogno e una passione che lega tre amici, che inseguendo la speranza di azzeccare quei tredici risultati si fanno testimoni di un mondo che cambia, si evolve e viene stravolto. Intorno a una radiolina poggiata su un tavolo o seduti comodamente dal divano di casa, non smettono mai di seguire le partite e di giocare quei tredici risultati. Un rito che plasma tutta la loro vita.

Quando riapre gli occhi, sente un leggero fischio alle orecchie. Una luce lampeggia di fronte a lui, una voce metallica sta dettando qualche ordine da seguire. In tono gentile, ma deciso. I viaggi in aereo gli causano sempre qualche acciacco al collo, lentamente si massaggia la porzione di corpo sotto l’orecchio, intanto focalizza con gli occhi ancora semichiusi quella luce che continua a lampeggiargli di fronte. Finalmente capisce, prende il lembo alla sua destra e lo unisce con quello alla sua sinistra. Un clic metallico, la cintura si chiude. Gira la testa ancora dolorante verso il finestrino, vede il terreno che via via si fa sempre più vicino. L’aereo poi con un piccolo sobbalzo tocca terra. Qualche timido applauso, sempre imbarazzante, e inizia la lunga trafila per uscire dall’aeroporto. In maniera estremamente meccanica l’uomo recupera la sua valigia, poi si dirige all’uscita dell’aeroporto. Sono 10 anni ormai che non torna a Londra, da quando è andato in pensione.

Natale è alle porte e in tutto il mondo impazzano gli ultimi preparativi. Tantissime persone corrono per le vie illuminate e decorate a festa, alla ricerca dei regali mancanti da porre sotto l’albero. Le famiglie si riuniscono in cucina, preparano il cibo che di lì a poche ore abbonderà sulla tavola. Altre si mettono in macchina, in viaggio per raggiungere i parenti e condividere un po’ di quella magica atmosfera. Immagini del genere si moltiplicano in tutto il mondo e si susseguono di anno in anno. Immancabili. La Vigilia di Natale è pregna di quel sentimento di attesa, di sospirata trepidazione. Eppure c’è anche chi riesce ad arricchire ulteriormente quell’attesa. Prendiamo il caso di una donna con un bel pancione, con una creaturina in grembo che ha scelto proprio quei giorni di festa per affacciarsi al mondo. Che non vuole perdersi il primo Natale della sua vita e allora scalpita per anticiparlo, per nascere prima della mezzanotte del 24 dicembre. È il caso della famiglia Salas, di mamma Alicia che il 24 dicembre 1974 dà alla luce il figlio Marcelo.

La sala è piena. Sono presenti i leader delle grandi potenze mondiali, degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Germania. Tra loro anche i protagonisti dell’ultima grande guerra del Novecento. Il primo maxi-conflitto in Europa dalla fine della tragica Seconda Guerra Mondiale, da quando l’intero pianeta aveva deciso di mettersi alle spalle trent’anni di violenze e atrocità, alla ricerca di un nuovo equilibro. Di una pace forzata, di una quiete fatta di cristallo, pronta a esplodere al minimo tocco sferrato con chirurgica pressione.

11 febbraio 1990. Una data destinata a entrare con forza nei libri di storia, in grado di cambiare per sempre le sorti di un paese intero. Forse persino del mondo. E come si affronta una giornata del genere? C’è forse la consapevolezza di ciò che si sta per vivere? Probabilmente no. Quell’11 febbraio 1990 nemmeno Nelson Mandela in persona pensa al ruolo che è destinato a ricoprire, ma nella sua testa c’è solo la trepidante attesa di rivedere finalmente il mondo fuori dal carcere. Di prendere la mano della sua Winnie, camminare uno al fianco dell’altra. Sentire i raggi del sole che scaldano il viso, alzare gli occhi e guardare il cielo, intorno la libertà. Senza quegli altissimi muri che soffocano il respiro. Senza lo sguardo ossessivo delle guardie, o quello guardingo dei compagni di prigionia. Solo tutto il mondo intorno a sé, senza limiti.

È una mattina fredda come le altre. Il gelo da anni avvolge ormai il mondo intero, ma lì si sente con più veemenza. Perché lì non c’è nemmeno un briciolo di calore. Non c’è umanità. Ci sono solo la sofferenza, il dolore. La crudeltà. La neve ricopre ogni cosa fuori. La terra, le strutture dove comodamente riposano i carnefici e quelle dove sono stipate le vittime che, spoglie e tremolanti, si svegliano nella morsa gelida di un nuovo giorno. Qualche fiocco continua a scendere, si deposita sul volto e sul capo di quegli scheletri che escono dai capanni e si ordinano in fila indiana. I loro piedi strusciano nella neve. Quasi si affossano perché non hanno nemmeno la forza di sollevarsi. Una lunga coda grigia si muove piano piano, davanti a loro un ufficiale che li guida. Verso dove qualcuno si domanda. Ma quasi tutti in cuor loro sanno già la risposta.

La donna tiene accostato a sé il bambino. Insieme compongono una scena armonica e serena. Mistica. Lei ha una lunga veste blu, il capo coperto e in mano un nastro rosso. Il piccolo è in piedi, vicino a lei, che con la mano sinistra lo trattiene saldamente e con gli occhi lo osserva con sguardo materno. La vista del bambino invece penetra chi lo guarda, è fissa sullo spettatore. La sua manina sinistra è alzata, libera dalla stretta della donna. Due dischi dorati posti sulle teste dei due personaggi ci indicano chiaramente la loro identità.

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