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Danilo Budite

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Si dice che la storia la facciano i grandi uomini, quelli capaci di prendere le decisioni importanti nei momenti delicati. La scrivono i vincitori, i pochi che riescono a tramandare il proprio nome ai posteri. A trascriverli nei libri. A farli riecheggiare nel tempo. Magari sì, la storia la compiono i grandi uomini, ma la mettono in moto le masse. Le folle, la varietà umana, la corposa rappresentanza di anime che contano poco, ma pesano tanto.

È un Natale un po’ particolare quello del 2016. Almeno per quei giocatori che, alzando lo sguardo al cielo, non vedono alberi illuminati e lucine decorative, ma solo enormi grattacieli e lo skyline di una città troppo futuristica per quei giorni dal sapore di festa. Doha è una perla del Medio Oriente, la Capitale dello stato del Qatar. Una città all’avanguardia, ultra moderna, lontana anni luce però da quel calore tradizionale che ci si aspetta di vivere il 23 dicembre.

Estate 1992. A quattro anni di distanza dalla kermesse tedesca, si torna a giocare l’Europeo. Stavolta è la Svezia a ospitare la competizione, guadagnando così l’accesso di diritto alla manifestazione. Sarà la prima partecipazione nella sua storia. In totale sono 8 le squadre che voleranno alla volta del nord Europa. Diverse, ed eclatanti, sono le assenze. A cominciare dall’Italia, arrivata seconda nel girone di qualificazione alle spalle dell’URSS, che a quell’Europeo nemmeno riuscirà a partecipare in forma integrale. Mancherà la Spagna, che aveva concorso per l’assegnazione. Non centrano la chiamata per la Svezia nemmeno il Portogallo e il Belgio.

L’attesa è frenetica lì dietro, tra le quinte di quel teatro enorme. Le truccatrici danno gli ultimi colpi di cipria coi loro polverosi pennelli. Gli scenografi corrono avanti e indietro, dettano indicazioni e sperando che tutto vada il meglio. Intanto quel ragazzo attende il suo momento, che sta per arrivare. Pochi minuti. Davanti ai suoi occhi si aprirà una platea piena di persone pronte a giudicarlo. Sarà sotto lo sguardo indiscreto delle telecamere che lo porteranno nelle case di milioni d’italiani. Pronti anche loro a giudicarlo. Però sarà comunque un’esperienza indimenticabile, salire su quel palco storico. Almeno spera.

La brezza soffia forte quella mattina. Con tutta la sua forza viene dal mare e s’infrange contro le finestre ancora chiuse, contro le tapparelle che proteggono dal sole cocente che indica l’inizio di un nuovo giorno. San Marco è la solita perla nel Cilento, bagnata dal mare e baciata dal sole. Un paese dai toni caldi, come le maglie che Agostino Di Bartolomei ha vestito per tutta la sua carriera in giro per campi da calcio.

Kiev, 26 maggio 2018. Negli spogliatoi dello stadio Olimpijs’kij c’è un’atmosfera carica di fibrillazione. Come sempre d’altronde, quando sta per giocarsi l’atto conclusivo della più prestigiosa competizione calcistica europea. Tra le persone che popolano in sotterranei di quell’impianto c’è chi ricorda con affetto quei muri, quei corridoi, quelle stanze. Chi sei anni prima si è cambiato in quegli spogliatoi ed è sceso in campo per affrontare l’Italia, strapazzandola e annientandola, portando a casa il secondo titolo europeo della propria carriera. Chi a quelle sensazioni ormai si sta abituando, le ha vissute negli ultimi due anni, ma in spogliatoi diversi, di stadi diversi. In città diverse. Più a occidente, a Milano e a Cardiff. Ora quella trasferta nell’estremo est dell’Europa può farli entrare nella storia, e magari questa volte le sensazioni sono un filo più intense.

In una stanza vicina però ci sono persone con uno stato d’animo completamente diverso. Sono una marea rossa, come il colore che ha dato il nome a quell’impianto per un certo lasso di tempo in epoca sovietica. Per loro quell’atmosfera è una novità: di fronte avranno i campioni delle ultime due edizioni, ma non hanno paura perché sanno di poter competere, di essere all’altezza. Non ha paura nemmeno l’uomo che guida quella marea rossa, che quell’atmosfera la conosce bene. L’ha vissuta cinque anni prima, nei sotterranei di Wembley. Quella volta non è andata bene, ma stavolta la storia sarà diversa. Deve esserlo.

Real Madrid e Liverpool stanno per affrontarsi nell’atto conclusivo della finale della Champions League 2017/2018. Da una parte gli spagnoli, vincitori degli ultimi due trofei. Dall’altra gli inglesi, che ritrovano la finale 11 anni dopo la disfatta di Atene. Mentre i giocatori si preparano negli spogliatoi, esorcizzano l’attesa con i loro riti, sgombrano la mente per cercare la giusta concentrazione, nella maestosa Kiev i tifosi si dirigono verso lo stadio. Quelli spagnoli si ricordano di quando, proprio lì, la propria Nazionale si è laureata campione d’Europa nel 2012: c’era anche Sergio Ramos. Gli inglesi forse sono meno tranquilli, ma sanno che l’est Europa gli porta bene e sognano di rivivere una notte folle come quella di Istanbul, lontana ormai 13 anni ma sempre vivida negli occhi e nel cuore di ogni tifoso dei Reds.

Tutto è quasi pronto. L’attesa sta per finire. Tra poco i giocatori usciranno dagli spogliatoi, i tifosi riempiranno i seggiolini dello stadio. Finalmente il match comincerà. Ma c’è ancora del tempo per guardarsi alle spalle, per rivivere il percorso che ha portato le due squadre a Kiev, a quella notte piena di paure e speranze.

Lo stadio Olimpico di Kiev Lo scenario della finale (Foto: Fabio Wells/Global Images/Imago Images – One Football)

I percorsi

Il percorso del Liverpool verso la finale di Kiev inizia addirittura dai playoff, dove la squadra di Klopp supera l’Hoffenheim vincendo 2-1 in Germania e 4-2 nel ritorno in casa. L’urna di Nyon poi accoppia i Reds con Siviglia, Maribor e Spartak Mosca. Il girone parte male, con gli inglesi che conquistano due punti pareggiando contro gli spagnoli e con i russi. Poi però la svolta, con i 7 gol rifilati al Maribor nella terza giornata. Un risultato impressionante, che i Reds replicano nell’ultima giornata, mettendo a segno altre 7 marcature, stavolta contro lo Spartak Mosca. In mezzo un altro successo con gli sloveni e il pirotecnico 3-3 a Siviglia. Con 12 punti il Liverpool passa il girone al primo posto.

Più tormentato il percorso del Real Madrid, impegnato nel gruppo H con Tottenham. Borussia Dortmund e l’agnello sacrificale Apoel Nicosia. Quella che prometteva di essere una sfida a tre si risolve però in un testa a testa tra Spurs e Merengues, con i tedeschi che raccolgono appena due punti, come i ciprioti.  Il Real vince le doppie sfide con Borussia Dortmund e Apoel, ma contro il Tottenham raccoglie un solo punto: 1-1 al Bernabeu e una sonora sconfitta per 3-1 a White Hart Lane. La squadra di Zidane si qualifica agli ottavi, ma lo fa al secondo posto, esponendosi a un sorteggio molto pericoloso.

L’urna di Nyon mette infatti di fronte al Real il PSG, mentre il Liverpool pesca il più abbordabile Porto. Gli uomini di Klopp risolvono la pratica travolgendo i Dragoes all’andata, con un 5-0 fuori casa. Al ritorno basta uno scialbo 0-0. Gli spagnoli anche indirizzano subito la qualificazione, battendo 3-1 il PSG al Bernabeu, e vincono poi anche in Francia 1-2.

Ai quarti per il Liverpool c’è l’armata Manchester City, che viaggia verso la conquista del titolo in patria. Per il Real Madrid c’è la Juventus, nel remake della finale di un anno prima. L’andata sembra subito chiudere il discorso qualificazione per entrambe le squadre: il Liverpool vince 3-0 ad Anfield, il Real s’impone con lo stesso risultato a Torino, con quello che è probabilmente considerato il gol migliore nella carriera di Cristiano Ronaldo.

La rovesciata di Cristiano Ronaldo contro la Juventus
Quella rovesciata (Foto: Andrea Staccioli/Insidefoto/Imago Images – OneFootball)

I match di ritorno sono però ben diversi: il Liverpool passa anche all’Etihad, vincendo 1-2. Il Real invece si fa rimontare dalla Juventus fino allo 0-3, poi un rigore, molto contestato, di Ronaldo all’ultimo secondo regala la semifinale ai Blancos. In semifinale il Real Madrid liquida il Bayern Monaco, vincendo 1-2 in Baviera e resistendo in casa sul risultato di 2-2. Il Liverpool invece elimina la Roma imponendosi 5-2 nell’andata ad Anfield, e perdendo 4-2 all’Olimpico in un match con troppi brividi per la squadra di Klopp.

Porto, Manchester City e Roma. Psg, Juventus e Bayern Monaco. Questi gli scalpi con cui le due squadre si presentano alla finalissima di Kiev, a 90 minuti – massimo 120 -, dal coronamento di quello strepitoso percorso.

La finale, Real Madrid-Liverpool

Il Liverpool ha dalla sua un percorso impressionante, con ben 40 gol segnati in 12 partite di Champions League. Può contare su un Salah semplicemente pazzesco, che in stagione ha messo a segno 44 reti in 51 presenze stagionali. Il Real ha eliminato tre delle squadre più forti della competizione e vuole alzare il trofeo per la terza volta consecutiva. Un’impresa sovrumana, riuscita nella storia solo all’Ajax di Cruijff, al Bayern Monaco di Gerd Muller e proprio al Real Madrid di Di Stefano (che ne vinse addirittura cinque). Battendo i Reds, i Blancos possono diventare l’unica squadra ad aver vinto la Champions per tre volte consecutive in due diverse occasioni.

I riflettori sono dunque puntati su Kiev, sulla sfida tra l’armata madridista e lo spettacolare Liverpool. Arriva finalmente la fatidica ora, il serbo Milorad Mazic fischia il calcio d’inizio e la sfida ha inizio. Il match scorre senza particolari sussulti nei suoi primi minuti, attorniato da una fitta ansia che rende rigidi i giocatori. Le due squadre si studiano, non affondano. A Kiev va in scena una lotta di nervi sul filo della tensione.

Al minuto 25’, proprio l’uomo che lì a Kiev ha già vinto, Sergio Ramos, si allaccia in mezzo al campo col pericolo numero uno tra gli avversari: Mohamed Salah. L’egiziano rimane a terra, si tocca la spalla e non si rialza. La paura inizia a serpeggiare tra i tifosi inglesi presenti all’Olimpijs’kij. Un cupo silenzio scende sullo stadio. Chi sta guardando la partita al pub posa la birra sul tavolino, aguzza la vista e cerca di vedere meglio le immagini lì sul televisore. I tifosi sul divano curvano in avanti la schiena, visibilmente preoccupati.

L’ansia per le condizioni di Salah domina il match, che intanto prosegue, con l’egiziano a bordocampo contornato dall’equipe di medici che cerca di capire le sue condizioni. Da cui ci si aspetta il responso positivo. E si teme la condanna. I giocatori del Liverpool riflettono lo smarrimento dei propri tifosi, Klopp urla per incitarli e intanto butta un occhio al medico che sta armeggiando con la spalla della sua stella. Dopo qualche minuto però, Salah si rialza, fa stretching con la spalla e alza il pollice in direzione di Klopp. Che può sciogliere i nervi in un sorriso liberatorio.

L’egiziano si avvicina a bordocampo, i tifosi allo stadio ricominciano a cantare, quelli al pub riprendono il proprio boccale e quelli a casa si riaccucciano sul divano. Arbitro e guardalinee si fanno un cenno: Salah può rientrare in campo.

Il primo tempo si conclude sullo 0-0. La fase di studio è stata seguita da quella di tensione, poi dall’attesa per il duplice fischio che mette pausa alle ostilità. I giocatori tornano in quegli spogliatoi dell’Olimpijs’kij. Salah saggia le condizioni della spalla, che risponde bene. Un quarto d’ora per riprendere le energie, riordinare la mente. Cosa sta facendo l’avversario? Cosa stiamo facendo noi? Come possiamo dare una svolta? Nemmeno il tempo di rispondere a queste domande che si deve tornare in campo. 

Il secondo atto della sfida inizia. Lo studio del primo tempo è stato sufficiente, ora la gara sarà a chi riuscirà ad affondare per primo il colpo. Al 55’ il Liverpool si procura un angolo. Sulla battuta Lovren spizza di testa e la sfera arriva a Sadio Mané, che si rende conto di avere un’occasione ghiotta, probabilmente irripetibile. Si avventa sul pallone e lo spinge in rete. Una boato si alza dallo spicchio rosso dell’Olimpijs’kij. Il Liverpool è avanti 1-0.

I giocatori del Real Madrid si riposizionano a centrocampo, mettono in gioco il pallone e partono alla carica. Per 15 minuti buoni il Liverpool paga lo scotto di quella zampata di Mané, assorbe gli attacchi spagnoli e resiste. Poi colpisce, in contropiede, proprio con Salah, che s’invola verso la rete difesa da Keylor Navas e sigla il raddoppio del Liverpool.

La spalla di Salah regge bene anche l’urto dei compagni che per festeggiare gli salgono letteralmente sopra. La gioia, poi il ringraziamento, in ginocchio, perché Allah quella sera ci ha messo il suo zampino, ha messo una mano sulla spalla dell’egiziano e l’ha portato in trionfo. E Mohamed ringrazia, per la quarantacinquesima volta in stagione.

Il Real, sotto di due gol, non ha più la forza di reagire. Ci prova, ma poi lascia che il tempo scorra e ponga fine a quella notte deludente. I tifosi del Liverpool tentano di spingere in avanti le lancette dell’orologio al polso di Mazic, le sospingono con la voce. Arriva così il triplice fischio finale: dopo 13 anni, il Liverpool torna sul tetto d’Europa. La rincorsa del Real si ferma a due Champions consecutive. Klopp riscatta quella notte terribile di Wembley. Sergio Ramos, come il più cattivo dei villains fumettistici, viene punito per aver tentato di fare del male a Mohamed Salah. All’eroe di serata, che da vittima diventa carnefice dei Blancos.

Mohamed Salah esulta per un gol L’uomo del destino (Foto: Laurence Griffiths/Imago Images – One Football)

Le conseguenze

Sono passati poco più di 6 mesi da quella notte di Kiev. Poche cose in realtà sono cambiate da allora: il Liverpool continua a mietere vittime in Inghilterra e in Europa, guidato dal suo formidabile tridente e da Loris Karius che, tra i pali, ha resistito allo stress di una finale di Champions League e ha trovato l’entusiasmo e la forza mentale per affermarsi come portiere titolare dei Reds.

Il Real dopo Kiev si è riorganizzato. Qualcuno parla di un patto tra Ronaldo e Zidane: bisogna tentare nuovamente l’ingresso nella storia. Il portoghese sembrava destinato a lasciare Madrid, ma un addio con una sconfitta non è nel suo stile. Se lascerà, vorrà farlo da vincitore. Già dal giorno dopo, dall’aereo in volo tra Kiev e Madrid, è partita la missione per la conquista della Champions League. E perché no, per la vittoria delle altre due edizioni successive. Per entrare finalmente nella storia.

Salah ha continuato a segnare. Dopo il Mondiale, non esaltante, col suo Egitto, ha ricominciato con la maglia dei Reds come aveva finito: segnando, segnando e segnando ancora. Nel mirino, dopo il trionfo europeo, c’è la vittoria della Premier, che manca addirittura dal 1990. Quando il campionato inglese nemmeno si chiamava ancora Premier League. Un’eternità, per un’istituzione calcistica come i Reds.

La strada per la conquista del titolo è lunga, anche se ben avviata. Il Liverpool di Klopp continua a vincere. Come detto Salah continua a segnare e il 3 dicembre 2018 viene insignito del premio come migliore giocatore del mondo. Senza maglia del Liverpool, ma in giacca e cravatta, l’egiziano tiene in mano quel Pallone d’Oro massiccio. E come sempre ringrazia. Come ha fatto il 26 maggio precedente. Come fa quasi ogni weekend sul terreno di Anfield. Come fa ogni giorno, perché sa di aver scritto la storia e di continuare a scriverla. E il merito è anche di Allah, che quella sera a Kiev gli ha messo una mano sulla spalla e l’ha fatto rimanere in campo. Cambiando per sempre la storia.

Ei fu. Siccome immobile.

Quante volte avete sentito l’incipit di questa illustre poesia? Recitata a scuola da trasognanti professori di letteratura, letta su qualche spesso librone di antologia italiana, o magari anche su alcuni pretenziosi post su Instagram. Queste parole costituiscono l’incipit del “5 maggio“, probabilmente il più famoso componimento poetico scritto in lingua italiana, o comunque tra i più celebri.

L’autore è Alessandro Manzoni, un altro di quei nomi che hanno perseguitato intere generazioni di studenti. L’austero e fenomenale autore de I Promessi Sposi, che ha scritto pagine indimenticabili della letteratura italiana. Un posto di rilievo è occupato per l’appunto dal “5 maggio”, un’ode scritta nel 1821 in occasione della morte di Napoleone Bonaparte, uno dei più grandi condottieri della storia dell’umanità.

Genio artistico e militare che s’incontrano, dando vita a uno dei capitoli più umani delle immense vicende del mondo. Il grande generale che dopo aver vinto numerose battaglie muore in esilio, solo e malato, a Sant’Elena, una porzione di terra desolata nel mezzo dell’Oceano Atlantico. La decadenza di un uomo che per tutta la vita si è sentito più vicino a una divinità, ma che la morte ha riportato alla sua dimensione drammaticamente terrena.

Il 5 maggio, però, per gli appassionati di calcio, specialmente italiani, è la data di un’altra grande caduta. Quella dell’Inter di Hector Cuper, che all’ultima giornata di campionato perde incredibilmente uno Scudetto che aveva già in tasca, rendendosi protagonista di uno dei più grandi drammi sportivi del nostro calcio.

La suggestione di oggi parte proprio da qui. Dalla poesia scritta da uno dei più grandi geni della letteratura in onore della morte di un leggendario condottiero, alla caduta, fragorosa e inaspettata, di una delle più prestigiose squadre del calcio italiano. Il tutto intorno a una data, il 5 maggio, simbolo della fragilità umana che è in grado di far crollare tutto, anche la più immaginabile grandezza.

Ronaldo non riuscì a trattenere le lacrime il 5 maggio 2002
Fenomeno (Foto: Imago Images – One Football)

Ei fu

La stagione 2001/2002 promette scintille sin dal suo inizio. La Roma, campione d’Italia in carica, è chiamata alla conferma. La Juventus per interrompere un triennio senza successi richiama sulla propria panchina Marcello Lippi. L’Inter invece si affida a Hector Cuper, reduce da un grande ciclo al Valencia, culminato però col dramma delle due finali di Champions consecutive perse.

Le tre squadre diventano presto le grandi protagoniste del campionato e lo rimarranno fino al termine della stagione. La Juventus si prende subito la vetta, ma l’Inter di Cuper già alla quinta giornata soffia il primato ai bianconeri. La grande mina vagante di inizio anno è il Chievo Verona, alla sua prima stagione in Serie A, che a ottobre raggiunge addirittura la vetta della classifica. Presto si aggiunge alla bagarre lì davanti anche la Roma, che con uno scatto improvviso si distanzia e si aggiudica il titolo di campione d’inverno, aumentando le possibilità di una clamorosa riconferma.

Nel girone di ritorno lo scenario inizia a cambiare. Il Chievo cala il proprio rendimento, deriva inevitabile per una neopromossa. Inter, Roma e Juventus invece rimangono ostinatamente in lotta per il vertice. La lotta è ferrea e agguerrita e arriva, sul filo dell’equilibrio, fino all’ultima giornata di campionato. Il 5 maggio 2002 la classifica recita: Inter 69 punti, Juventus 68 e Roma 67. 

Le tre squadre che hanno dominato quel campionato possono ancora vincere lo Scudetto all’ultima giornata e si apprestano a vivere 90 minuti di fuoco. Quella con minori possibilità è la Roma, che ha ottenuto qualche pareggio di troppo, tra cui quello clamoroso contro il Venezia già retrocesso, e ora deve battere il Torino fuori casa e sperare che Inter e Juventus non facciano lo stesso. Uno scenario molto complesso.

La Juventus di Marcello Lippi non è riuscita a concretizzare in maniera definitiva un mercato glorioso, che ha visto gli arrivi di Buffon, Thuram e Nedved. I bianconeri non hanno preso margine in classifica, come ci si poteva aspettare a più riprese durante la stagione, Al momento della verità le speranze della Vecchia Signora, impegnata in trasferta a Udine, sono aggrappate a ciò che farà l’Inter.

Un po’ a sorpresa, sono proprio i nerazzurri ad arrivare in pole position al giro finale. La squadra di Cuper ai nastri di partenza si posizionava un po’ nelle retrovie rispetto alle favorite, ma ha saputo farsi strada grazie a un’ottima organizzazione e alla leadership tecnica di giocatori come Vieri e Recoba. Ora il traguardo è vicino: basta soltanto vincere l’ultima gara di campionato, all’Olimpico contro la Lazio, per riportare nella Milano nerazzurra uno scudetto che manca addirittura dal 1989.

Il 5 maggio il campionato si decise all'Olimpico
Il teatro del 5 maggio 2002 (Foto: Andrea Staccioli/Insidefoto/Imago Images – OneFootball)

La sua cruenta polvere a calpestar verrà

Prima di addentrarci in quello storico pomeriggio, c’è bisogno di una doverosa precisazione. La narrativa intorno al 5 maggio è di quelle che, accumulati strati di dicerie e voci, si è fatta confusa e piena di false credenze. Quella principale riguarda proprio la Lazio, avversaria dell’Inter quel famoso pomeriggio. II luogo comune vuole che i biancocelesti arrivino a quella gara senza più nulla da chiedere al campionato, pronti a farsi da parte per regalare il titolo agli amici di una vita.

La realtà però è ben diversa. Probabilmente una parte di tifo davvero si augura di vedere la propria squadra sconfitta. Da una parte per lo storico gemellaggio con la curva nerazzurra, dall’altra soprattutto per scongiurare la possibilità, comunque remota, che la Roma finisca per vincere lo Scudetto, a un anno di distanza da quell’estate piena di sofferenza in cui i tifosi biancocelesti hanno visto la città tingersi di giallorosso. In Curva Nord, la casa del tifo laziale, effettivamente si possono intravedere vessilli nerazzurri, ma non c’è uno schieramento completamente a favore dell’Inter.

Il campionato della Lazio, infatti, a dispetto di gemellaggi da onorare e fantasmi da scacciare, è tutt’altro che finito quel 5 maggio. I biancocelesti hanno vissuto un’annata deludente, perdendo presto contatto con la vetta. A 90 minuti dalla fine del campionato la qualificazione in Champions League è ormai irraggiungibile per la squadra capitolina, ma è ancora possibile l’accesso in Coppa UEFA.

Serve una vittoria ai biancocelesti, che riscatti almeno parzialmente una stagione travagliata, viziata dall’eliminazione in un girone di Champions League abbordabile e l’onta della sconfitta per 5-1 al derby. In caso di successo, e di contemporanea mancata vittoria del Bologna, gli aquilotti accederebbero direttamente in Coppa UEFA, senza passare per il noioso Intertoto.

Dunque, il clima all’Olimpico è intriso della falsa convinzione che la Lazio sia pronta a scansarsi, a veder celebrare lo scudetto dell’Inter. Questo calcolo sbagliato giocherà un ruolo fondamentale nella tragedia che si sta per consumare.

David Trezeguet in bianconero
Trezeguet fu uno dei marcatori in Udinese-Juventus 0-2 (Foto: Imago Images/Sven Simon – OneFootball)

Ora dell’uom fatale

Fino a quel pomeriggio del 2002, nell’immaginario collettivo la data del 5 maggio è legata quasi esclusivamente a quella maledetta poesia su cui milioni di studenti negli anni avevano buttato ore di studio. Riporta al ricordo di Napoleone Bonaparte, alla sua morte tanto in contrapposizione rispetto alla sua vita. A quella solitudine, alla fragilità della sua grandezza, che Manzoni con eleganza ha sottolineato nella sua ode. In pochi pensano che, di lì a breve, si sarebbe consumata un’altra vicenda altrettanto tragica.

I tre match decisivi per lo scudetto si giocano tutti in contemporanea. 5 maggio 2002, ore 15:00. A rompere il ghiaccio è la Juventus, che dopo 11 minuti mette già in cassaforte il risultato a Udine. Dopo appena due minuti di gioco Conte s’invola sulla destra e crossa sul secondo palo, dove trova Trezeguet che di testa sblocca il match. All’11′ Alex Del Piero raddoppia con un gran diagonale in area di rigore. La Juventus archivia la propria pratica nel giro di pochissimo tempo. Da questo momento, per i bianconeri inizia una lunga attesa, con le orecchie rivolte allo stadio Olimpico di Roma.

Le prime notizie per la Juventus non sono confortanti. Al 12’ Christian Vieri porta in vantaggio l’Inter sfruttando un errore di Peruzzi. La strada sembra in discesa, ma i nerazzurri si trovano di fronte uno di quei personaggi piazzati lì dal destino, usciti fuori un po’ per caso. Il pomeriggio del 5 maggio 2002 è quello dell’exploit del ceco Karel Poborsky, che chiude la sua esperienza biennale nel calcio italiano entrando nella storia della Serie A. Arrivato appena un anno e mezzo prima nella Capitale, la sua avventura in Italia si consuma senza grandi acuti, almeno fino a quel giorno.

È lui nel primo tempo a tenere testa, quasi in solitaria, all’Inter: al 19’ trova il gol del pareggio, poi sul finire del primo tempo segna un’altra rete, che ristabilisce l’equilibrio dopo che l’Inter era tornata avanti con uno stacco di testa di Di Biagio. Il ceco sfrutta un erroraccio di Gresko, un altro la cui carriera in Italia finisce praticamente quel pomeriggio, con uno sciagurato retropassaggio di testa che mette solo davanti a Toldo il laziale Poborsky.

Le due squadre vanno a riposo sul 2-2, ma dagli spogliatoi riemerge una sola squadra. L’Inter è irriconoscibile, impaurita e anonima. La Lazio nella ripresa imperversa e trova due reti: prima con Simeone, che chiede addirittura scusa ai suoi ex compagni, poi con Simone Inzaghi. Nel frattempo la Roma passa in vantaggio a Torino con una rete di Cassano e i nerazzurri scivolano addirittura al terzo posto. Dimenticati dalla storia come Napoleone a Sant’Elena.

Proprio come l’esilio del grande generale, gli ultimi minuti di quel match agonizzante sono una desolazione totale per l’Inter. Ronaldo scoppia in lacrime in panchina, anche gli occhi di Marco Materazzi s’inumidiscono. A Milano i tifosi iniziano a sgomberare Piazza Duomo, adibita per festeggiare il trionfo nerazzurro. A testa bassa portano via stendardi e striscioni, fanno ritorno a casa provando a reprimere i singhiozzi che salgono alla gola dal profondo del cuore. Con una lentezza micidiale arriva il triplice fischio finale, che sancisce il crollo dell’Inter e dà il via ai festeggiamenti della Juventus a Udine.

A fine partita scoppia naturalmente il putiferio, che maschera la desolazione dando libero sfogo alla rabbia. Tante voci gridano al sospetto, si parla del poco impegno dell’Udinese e del troppo della Lazio. Si cerca un modo per spiegare un qualcosa che è irrazionale, che era completamente inatteso. La lotta però è diretta contro un nemico invisibile, contro il destino che quel pomeriggio si è divertito a scherzare con le vicende umane. Tra eroi improbabili come Poborsky e vittime sacrificali come il povero Gresko, il 5 maggio diventa il giorno del dramma dell’Inter. Una data destinata a lasciare un’impronta indelebile nella storia del calcio, dopo averlo fatto in quella dell’umanità.

Hector Cuper e Christian Vieri
Hector Cuper e Christian Vieri (Foto: Imago Images/Buzzi – OneFootball)

Stette la spoglia immemore

Il destino si è divertito ad accomunare la vicenda di Napoleone a quella della squadra nerazzurra. A primo impatto semplicemente sul piano temporale, ma in un senso più profondo non è difficile vedere nelle due tragedie un filo comune, esaltato tra l’altro da Alessandro Manzoni nella famosissima ode.

Quel tema è quello della fragilità umana di fronte alla grandezza, anche a quella più assoluta. La morte di Napoleone cozza terribilmente con la sua vita. Astro nascente dell’esercito francese, il giovane soldato scala in maniera velocissima i ranghi militari e riesce ad approfittare dello scompiglio causato dalla Rivoluzione francese per assumere la condotta dello stato e cambiare per sempre la storia della Francia.

Di lui si ricordano le straordinarie campagne militari in Italia e in Egitto, il colpo di stato e la nomina a imperatore dei francesi. Giunto sul tetto del mondo, la caduta è stata particolarmente fragorosa. Ritardata da quei sensazionali 100 giorni, dal ritorno al potere dopo l’esilio all’Isola d’Elba. La famosa sconfitta nella battaglia di Waterloo segna poi la capitolazione del leggendario generale. Sant’Elena regala alla storia solo un uomo malato e sconfitto, l’ombra pallida e smunta di quell’invincibile imperatore.

Allo stesso modo, il 5 maggio diffonde al mondo l’immagine di un’Inter domata e sconfitta. Svuotata. Consegna ai posteri le lacrime di Ronaldo, che per la delusione non riuscirà più a giocare all’Inter. I tormenti di Cuper, che all’Olimpico ha rivisto i fantasmi delle due finali di Coppa dei Campioni perse consecutivamente col Valencia. Restituisce il dramma dei tifosi che sognavano quella vittoria dal 1989, ma hanno visto quel desiderio sbriciolarsi davanti ai loro occhi, nel modo più crudele possibile. Di migliaia di persone pronte a festeggiare, che sono dovute tornare a casa con gli occhi gonfi di lacrime.

Il 5 maggio è il giorno degli sconfitti, dei grandi che cadono e fanno un rumore assordante. È il giorno che smaschera in maniera definitiva la fragilità della condizione umana, il nulla che la avvolge. Il tempo erode qualsiasi cosa, si disinteressa di ciò che è stato e la deriva dell’esperienza umana porta con sé la propria cancellazione. L’uomo è talmente fragile che può vedere in un secondo dissolversi davanti ai propri occhi tutto ciò che ha fatto nella sua vita. Se ne è reso contro Napoleone a Sant’Elena, lo hanno capito i tifosi nerazzurri all’Olimpico.

Lo ha scritto Manzoni, che con la sua ode ha canonizzato il 5 maggio come giorno del fallimento umano, della denuncia della sua fragilità. Perché dopo cadute del genere la terra rimane così, “percossa, attonita”, e non c’è modo di celebrare il passato, ma solo di ammirare quel fragoroso crollo. Delle battaglie di Napoleone il 5 maggio 1821 non resta niente. Della grande stagione dell’Inter il 5 maggio 2002 non rimane nulla. Se non una lezione, compresa per prima da Manzoni: l’umanità è irrimediabilmente fragile.

Au revoir, Shoshanna.

Una delle frasi più celebri del cinema moderno, che chiude la spettacolare sequenza iniziale di Bastardi senza gloria, pellicola firmata da Quentin Tarantino. Il faccione di Cristoph Waltz, nell’occasione lo spietato colonnello nazista Hans Landa, che dopo aver sterminato una famiglia di ebrei nella campagna francese assiste alla fuga dell’unica sopravvissuta, la giovane Shoshanna Dreyfus. Quell’arrivederci, che sa di minacciosa promessa, si ritorcerà poi contro ad Hans Landa e a tutti i nazisti, il cui stato maggiore verrà annientato nell’epilogo del film proprio dalla giovane ebrea, con Hitler, Goebbels e gli altri rappresentanti del Reich morti all’interno di un cinema in fiamme.

Diciotto anni. Un’attesa interminabile. Un tempo che ha faticato a scorrere, ma che è passato inesorabile. Quel pomeriggio del 17 giugno 2001 finalmente quei diciotto anni acquisiscono un senso, quel frenetico incedere del tempo si appiattisce, si cristallizza e spazza via quello snervante ritardo.

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