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Puskas e l’Ungheria: storia di una rivoluzione

Berna. 4 luglio 1954. I tifosi prendono d’assedio le tribune del Wankdorfstadion. La pioggia non frena l’entusiasmo degli spettatori europei che finalmente possono tornare ad assistere alla finale di un Mondiale. Sembra passata un’eternità dall’ultima volta. Da Parigi. Allora in campo c’erano Italia e Ungheria e a decidere i match furono Colaussi e Piola, due reti a testa. Era un’altra vita. Un altro mondo. L’Europa era sull’orlo del più grande conflitto mai visto. L’umanità avrebbe conosciuto di lì a breve i drammi più grandi della sua storia. I fascismi. L’olocausto. La bomba nucleare. Come tutte le cose, però, anche quell’incubo è giunto alla sua fine e ora la speranza è tornata a riempire i cuori delle persone che lì, sulle seggiole di quello stadio, si apprestano finalmente a godersi una bella partita di calcio. Non tutto è cambiato, in realtà, rispetto all’ultima volta. Ora l’Europa è divisa in due certo. Ora la Germania unita non esiste più. Ora le guerre si combattono in luoghi remoti del mondo. Tutto è molto diverso, ma una cosa è rimasta immutata dal 1938. L’Ungheria è ancora lì, in finale, desiderosa di conquistare lo scettro del calcio europeo,

Di fronte ai magiari, però, stavolta non c’è l’Italia. No, c’è proprio quella Germania colpita e divisa, che vede nel calcio un’occasione di rivalsa. Un mero sogno, perché l’Ungheria è troppo forte ed è impossibile che perda. È la squadra d’oro che due anni prima aveva trionfato alle Olimpiadi di Helsinki battendo 2-0 in finale la Jugoslavia. Che quattro stagioni fa aveva vinto la Coppa Internazionale.

Tempo sei minuti e infatti quell’omone lì davanti, quella macchina da gol ambulante, quel fenomeno che risponde al nome di Ferenc Puskas segna. Un gesto talmente semplice per uno come lui che ormai è diventato ripetitivo. Ma stavolta il gol ha tutto un altro peso, in quella prestigiosa cornice. Dopo due minuti è ancora gol. Stavolta segna Czibor, un altro dei calciatori leggendari di quella squadra. Sono passati 8 minuti e la finale del Mondiale 1954 sembra già conclusa, come da pronostico. Sembra, attenzione, perché poi si compie l’imprevedibile.

Quella finale passa alla storia come il Miracolo di Berna. Sembra difficile da inquadrare agli occhi dei contemporanei, abituati a considerare la Germania una delle grandi del calcio mondiale e l’Ungheria una selezione minore. Al tempo i magiari erano per distacco la nazionale più forte del mondo. Anni luce superiori agli avversari, specie a una Germania che nemmeno poteva contare sulla totalità delle proprie forze nazionali. La grandezza dell’Ungheria in quegli anni si misura col clamoroso 6-3 rifilato qualche mese prima del mondiale all’Inghilterra a Wembley. Una lezione di calcio a chi il calcio lo ha inventato. Eppure, questo gioco ama mischiare le carte e poi, diciamocelo, la cosa fastidiosa dei tedeschi è che in qualche modo, alla fine, vincono sempre. Ha ragione Lineker. E allora in quel giorno piovoso a Berna la Germania Ovest compie il miracolo: dopo due minuti accorcia le distanze con Morlock, poi l’eroe di giornata è Helmut Rahn, “Der Boss”, una leggenda del calcio tedesco. Rahn segna due reti, regala il primo titolo mondiale della sua storia alla Germania ovest e soprattutto scrive una delle pagine più imprevedibili della storia di una competizione magica come i Mondiali.

Puskas con la nazionale ungherese a Wembley
L’entrata in campo dell’Ungheria capitanata da Puskas, prima dello storico 6-3 rifilato alla nazionale inglese (Foto: ZOLTAN THALY JR./Getty Images – OneFootball)

I tifosi sugli spalti si stropicciano gli occhi, levano via la pioggia dai loro visi e cercano di capire se ciò a cui hanno assistito sia reale. Tenta di comprenderlo anche Puskas, che sconsolato a centrocampo medita su quanto può essere cinico il fato. Contro il Brasile e l’Uruguay era rimasto a guardare, mentre i suoi con sofferenza portavano l’Ungheria in finale. Contro la Germania era rientrato per forza e in condizioni al limite aveva segnato. Non una volta, ma due. La seconda però gli è stata tolta. Dal guardalinee che in quel momento rappresentava il diavolo. O comunque una forza molto negativa e decisamente beffarda. Tutto quello non era bastato e a quella macchina da gol ambulante sarebbe rimasto per sempre il rimpianto di aver solo carezzato il mito.

Puskas: la storia in un cognome

Facciamo un bel passo indietro. Andiamo fino al 1 aprile 1927. Il mondo si sta godendo la quiete prima della tempesta, quell’illusoria convinzione di progresso che ha fatto seguito al primo conflitto mondiale. Di lì a poco tutto quel castello di carta sarebbe crollato, ma in quel momento nessuno ci pensa. Chi era uscito particolarmente malconcio dalla Prima Guerra Mondiale, o meglio non ne era uscito affatto, era l’Impero Austro-Ungarico. L’enorme apparato era collassato negli anni del conflitto, piegato dalla sconfitta e finendo per disgregarsi, con la formazione, in parte di quello che una volta era il suo vastissimo territorio, del Regno d’Ungheria. In questo fragile stato viene alla luce il 1 aprile 1927 Ferenc Puskas. La sua è una famiglia umile, suo padre è un calciatore e trasmette la stessa passione al figlio, che cresce giocando a pallone per strada, dimostrando di essere anche bravo. Papà Franz se ne accorge subito e allora lo porta con se al Kispest, dove intanto ha cominciato ad allenare dopo aver smesso di giocare. La carriera del più grande calciatore ungherese di sempre inizia in questo modo e si evolve di pari passi con le vicende politiche del suo paese.

Puskas con gli anni è diventato un grande simbolo dell’Ungheria, ma la storia del suo paese era già inscritta nel suo nome. Non sarebbe potuto essere altrimenti. Il cognome Puskas è il risultato della magiarizzazione di Purczeld, vero cognome di famiglia che papà Franz ha dovuto cambiare. Il motivo è da rintracciare in tutto quel polverone politico e ideologico che è la prima metà del ‘900 in Europa. Come detto, dopo la Prima Guerra Mondiale il Regno d’Ungheria nasce dalle ceneri dell’Impero austro-ungarico, accentuando un processo di formazione d’identità nazionale che era già in atto in età imperiale e che si concretizza ancora di più in questi anni, arrivando anche a orientare le scelte belliche del paese quando scoppierà la Seconda Guerra Mondiale.

L’impero, in virtù della sua natura aggregatoria, era un miscuglio di culture, etnie e tradizioni poste sotto un unico vessillo, motivo per cui al momento della sua formazione, il Regno d’Ungheria ha un carattere identitario molto debole. Così si diffonde una politica di magiarizzazione del paese, ovvero di diffusione della lingua e della cultura ungherese, al fine di formare un carattere nazionale forte da porre come fondamenta dell’affermazione del nuovo stato. Una declinazione di questa politica consiste proprio nel cambiamento dei nomi che non discendono da una matrice ungherese. La famiglia di Puskas ha, infatti, origini tedesche e così il cognome di famiglia Purczeld viene cambiato in Puskas.

In questo modo, Ferenc diventa un prodotto della cultura ungherese. Il simbolo del lavoro che lo stato porta avanti per accentuare il proprio carattere nazionale e che lo condurrà a schierarsi coi fascismi durante la Seconda Guerra Mondiale. Scelta che poi determinerà ancora il suo futuro, perché la sconfitta porta alla formazione della Repubblica Popolare d’Ungheria, all’annessione al blocco orientale e a nuove svolte che più avanti vedremo e che saranno altrettanto decisive per la carriera del calciatore.

Così la leggenda di Puskas si muove proprio dagli albori ideologici dell’Ungheria. In quello stato ai suoi primi anni di vita e in piena formazione, il giovane Ferenc muove i suoi primi passi ed esordisce col Kispest. A questo punto, la vicenda di Puskas s’intreccia nuovamente con quella politica del suo paese: la squadra viene rilevata dal Ministero della Difesa ungherese nel 1949, ribattezzata col nome Honved e diventa la compagine dell’esercito magiaro. Lo stesso Puskas ne diventa membro, iniziando una carriera militare che lo porterà addirittura ad assumere il grado di colonnello. Qui all’Honved Puskas vive anni d’oro, contribuendo a forgiare il mito della squadra più forte di sempre del calcio ungherese. Dal 1949 al 1955 l’Honved vince cinque campionati, col “maggiore“, grado e soprannome di Puskas in quegli anni, che si laurea per ben quattro volte capocannoniere. Per l’Ungheria e Puskas sembrano anni d’oro, nonostante l’enorme delusione al mondiale svizzero. Fino al 1956, l’anno che cambia tutto, nella vita di Puskas e non solo.

Puskas
La leggenda dell’Ungheria Ferenc Puskas
(Photo by Central Press/Hulton Archive/Getty Images – One Football)

Un paese e una vita in rivoluzione

Il 1956 è un anno fondamentale nella storia ungherese e non solo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Ungheria, appartenente alla schiera degli sconfitti, cambia il proprio assetto politico, diventando una Repubblica. Con la divisione del mondo nei due blocchi che contraddistinguono la guerra fredda e tutto il secondo Novecento, l’Ungheria viene assimilata all’influenza sovietica, entrando a far parte quindi del novero dei paesi nell’orbita dell’URSS. Una condizione certificata nel 1955 dal Patto di Varsavia, l’accordo di assistenza e cooperazione tra i paesi orientali, sorto in opposizione alla NATO. Una miccia che però esplode appena un anno dopo, nel 1956, quando lo spirito anti-sovietico già dilagante nel paese magiaro dà vita a una vera e propria rivoluzione.

Le rivolte scoppiate nell’ottobre 1956 vengono duramente represse dall’esercito sovietico. La rivoluzione dura poco, dal 23 ottobre all’11 novembre, ma causa più di 3.000 vittime e soprattutto la fuga di ben 250.000 ungheresi dal paese. Circa il 3% della popolazione intera. Un numero enorme, che testimonia il malessere del popolo ungherese e tutte le fragilità della parte orientale dell’Europa. I fatti dell’ottobre 1956 in Ungheria cambiano ben poco dal punto di vista dell’assetto politico, ma a livello ideologico si riveleranno importantissimi. La dura repressione operata dall’URSS assesta un duro colpo al sostegno agli ideali bolscevichi in Occidente, dando il via tra l’altro a una stagione di malcontento in tutto Oriente, che poi confluirà in altri momenti di grande tensione come la Primavera di Praga. Tutti passaggi decisivi nella storia del Novecento.

In quel 3% di popolo ungherese fuggito durante la rivoluzione del 1956 figura anche Ferenc Puskas, la cui vita viene letteralmente stravolta in quei giorni, al pari di quella di molti suoi connazionali. Al momento dello scoppio della ribellione, il calciatore si trova con l’Honved in Europa per una tournée di amichevoli. Al ritorno in patria, la squadra deve recarsi in Spagna per giocare in Coppa dei campioni contro l’Athletic Bilbao. Proprio a ridosso della trasferta iberica, inizia a circolare la notizia che Puskas sia morto, ucciso dall’esercito sovietico mentre garantiva il proprio sostegno ai ribelli. Oltre che idolo nazionale, l’attaccante diventa in quei giorni anche un eroe di guerra, ma Puskas era tutt’altro che morto: si trovata sul pullman diretto a Vienna coi compagni.

La squadra, dunque, si reca in Austria e da lì in volo a Bilbao. Perde 3-2 in Spagna e gioca il ritorno nel campo neutro di Bruxelles, pareggiando 3-3. Eliminati dalla Coppa dei Campioni, i calciatori dell’Honved il 10 novembre, al tramonto della rivoluzione, ricevono l’ordine di tornare in patria, ma molti disertano, trovando rifugio a occidente. Si tratta di una prassi molto comune nella seconda metà del Novecento. Tantissimi atleti, negli anni della Guerra Fredda, approfittano dei loro impegni sportivi per abbandonare i paesi al di là della cortina di ferro e riparare in Occidente. Tra questi c’è proprio Puskas, che prima si rifugia in Italia e qui vive la sua vita da esule politico, dando l’addio alla sua Ungheria.

La seconda vita di Puskas

Puskas, insieme agli altri calciatori fuggitivi dell’Honved, riceve dalla FIFA una squalifica di due anni per la diserzione e quindi può tornare in campo solo nel 1958. A 31 anni, l’ungherese non gioca un match ufficiale da due anni e i dubbi sulle sue condizioni fisica dilagano. Nonostante ciò, sono molte le squadre a flirtare col maggiore, tra cui il Milan, capace di vincere dal ’54 al ’57 due scudetti e di arrivare in finale di Coppa dei Campioni nel 1958. A spuntarla, però, è il Real Madrid di Santiago Bernabeu, il quale segue il consiglio di un ex dirigente dell’Honved e porta Puskas in Spagna, con una mossa che resterà impressa nella storia delle merengues e del calcio intero.

È abbastanza incredibile pensare come eventi tragici e ricchi di sofferenza possano poi portare a epiloghi inaspettati e pieni di bellezza. Senza la sanguinosa rivoluzione ungherese del 1956 probabilmente non avremmo mai visto una delle coppie d’attacco più forti della storia del calcio: quella composta da Ferenc Puskas e Alfredo Di Stefano. I due si ritrovano al Real Madrid a partire dal 1958 e insieme segnano un’epoca d’oro della storia dei Blancos. Guidando l’attacco madridista, i due vincono due Coppe dei campioni, quattro campionati spagnoli, una Coppa di Spagna e una Coppa Intercontinentale. I fari di una squadra mitica, entrata di diritto nella storia del calcio, capace di fagocitare la più grande competizione europea vincendone tutte le prime edizioni.

Al momento dell’arrivo di Puskas a Madrid, infatti, il Real aveva messo in bacheca le prime tre coppe dei campioni della storia, battendo in finale in rapida successione Reims, Fiorentina e Milan. Al primo anno dell’ungherese coi Blancos arriva anche la quarta coppa, vinta in finale a Stoccarda ancora una volta contro il Reims. Una vittoria dolceamara per Puskas, che temendo ritorsioni dalle autorità tedesche dopo la sua fuga non prende parte alla finale. La rivincita arriva però l’anno dopo, perché a Glasgow contro l’Eintracht Francoforte Puskas scende in campo e segna addirittura quattro gol nel 7-3 complessivo. La sfida passerà alla storia come una delle più famose finali di sempre e come il manifesto della schiacciante superiorità del Real di Puskas e Di Stefano.

Puskas segna il rigore contro il Francoforte nella finale di Champions
Il rigore segnato da Puskas nella finale stravinta contro l’Eintracht Francoforte (Foto: Allsport Hulton/Getty Images – OneFootball)

El cannoncito, come viene soprannominato l’ungherese nella sua esperienza spagnola, vive anni pazzeschi al Real Madrid, laureandosi per quattro volte Pichichi del campionato spagnolo e per tre volte capocannoniere della Coppa dei campioni. In otto stagioni al Real, Puskas mette a referto 242 gol in 263 gare. Numeri da fantascienza. I gol a grappoli, però, incredibilmente non gli valgono mai la vittoria del pallone d’oro. A giudizio di chi scrive una delle più grandi ingiustizie della storia del calcio.

La fine della carriera di Ferenc Puskas arriva nel 1966, a dieci anni da quella rivoluzione che ha stravolto la sua vita. Quella fuga ha segnato l’addio definitivo all’Ungheria: l’attaccante non indossa mai più la maglia della nazionale magiara, rimanendo legato per sempre all’enorme delusione di Berna. Dal 1961 prende la nazionalità spagnola, ma non brilla con le furie rosse, non riuscendo nemmeno a segnare una rete con quella maglia. Uno scenario impensabile per uno come Puskas. Come papà Franz, Ferenc continua la sua carriera da allenatore, togliendosi anche le sue soddisfazioni negli anni del Panathinaikos, dove Puskas vince due campionati e porta la squadra a giocare la finale di Coppa dei Campioni, perdendo però contro il mitico Ajax di Johan Cruijff.

Il 17 novembre 2006 Ferenc Puskas muore, colpito da una dura polmonite. La sua eredità è inestimabile, il peso che ha avuto nel mondo del calcio è talmente grande che uno dei premi più prestigiosi istituiti dalla FIFA, quello per il gol più bello dell’anno, porta il suo nome. La sua parabola è però soprattutto significativa della storia del suo paese: Puskas ha rappresentato l’Ungheria in anni complessi, l’ha poi abbandonata e dopo il crollo del blocco sovietico e l’inizio della nuova fase della Repubblica ungherese è stato riaccolto come il grande eroe che è stato. Della sua carriera rimangono moltissimi momenti iconici, scalfiti a fondo nella mente di ogni appassionato, ma sfumati costantemente da quel velo di sofferenza che Puskas ha respirato sotto la pioggia a Berna, e che deve aver provato quando nel 1956 si è trovato davanti alla drammatica scelta di dover fuggire. Cambiando per sempre la sua vita e la storia del calcio

Autore

Romano, follemente innamorato della città eterna. Cresciuto col pallone in testa, da che ho memoria ho cercato di raccontarlo in tutte le sue sfaccettature.

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