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CALCIO ITALIANO EXTRA-CAMPO

Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta

Dieci anni fa, secondo qualcuno, sarebbe dovuto succedere qualcosa di sconvolgente. Qualcosa che avrebbe trasformato radicalmente l’umanità, sul piano spirituale o fisico. Nel 1975 Frank Waters parlò di una distruzione in seguito a eventi catastrofici; Adrian Gilbert e Maurice Cotterell insistettero, vent’anni dopo, a considerare l’arrivo di un’Apocalisse meno distruttiva ma altrettanto influente, concentrandosi sul senso etimologico della “rivelazione” che cela il termine biblico. In entrambi i casi, i filosofi del movimento New Age hanno dichiaratamente sposato e condiviso la profezia Maya: il 21 dicembre 2012 finirà il mondo. O scomparirà del tutto o cambierà in modo irreversibile. Un punto senza ritorno. Eppure non c’è stato nessun Giorno del Giudizio, nessun evento straordinario o memorabile. Alcun sostengono semplicemente che si siano sbagliati i calcoli, che si siano contati i giorni sbagliati. Yosef Berger, stimato rabbino del monte Sion, pensa che avverrà a breve. Lo Zohar, antico libro ebraico, parla chiaro: Moses ben Maimon ha profetizzato l’apparizione di diverse stelle. Senza alcun pregiudizio nei confronti della secolare tradizione israelita, stiamo pur tranquilli. Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta.

La Procura di Torino ha fatto un passo indietro. Non si può certo cantar vittoria o ridimensionare la gravità degli eventi accaduti e documentati: le carte dell’inchiesta Prisma sono ancora in fase di svelamento, aprendo di giorno in giorno scenari sempre più articolati. Nonostante ciò, la camera di consiglio che avrebbe discusso l’appello non si terrà il 21 dicembre. Non si terrà mai, assecondando la volontà già espressa in ottobre da Ludovico Morello, gip del Tribunale di Torino. La decisione è stata presa in seguito alle dimissioni in blocco del cda della Juventus: le misure interdittive per Andrea Agnelli, Pavel Nedved, Stefano Cerrato, Fabio Paratici, Marco Re, Stefano Bertola e Cesare Gabasio non hanno più senso di esistere. Non c’è possibilità di reiterare il reato. Non più. Sulla vicenda si sono espressi praticamente tutti, sia chi avrebbe le competenze per approfondire anche in maniera più puntuale rispetto a quello che ha fatto sia chi la stessa preparazione non l’ha vista nemmeno col binocolo e si è avventurato in considerazioni partorite da logiche di partito, tifo o fazione che, duole dirlo, di logico hanno proprio poco. Lungi da noi sviscerare accuse e difese di un processo nemmeno iniziato, oltre al garantismo accanito e all’attacco aprioristico è possibile scommettere su un singolo assioma, che piaccia o meno. Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta.

Andrea Agnelli - Foto Marco Rosi Getty Images OneFootball
Andrea Agnelli, principale fautore della Super League insieme a Florentino Perez (Foto: Marco Rosi/Getty Images – OneFootball)

Il tanto atteso 21/12/2012 sarebbe coinciso, fatalmente, col termine del tredicesimo b’ak’tun. Non ci addentriamo nelle fitte complicazioni del calendario Maya, lasciando agli José Argüelles del caso l’onore di elaborare le coincidenze e le previsioni più disfattiste. Ci basti sapere che adesso vivremmo nel quattordicesimo b’ak’tun, e che tra circa 384 anni inizierà il quindicesimo. Le dinamiche di questa Terra, da quelle storiche a quelle amene di una società sportive e di un campionato di calcio, funzionano allo stessa maniera. Non disegnano un circolare eterno ritorno ma deviano gradualmente, discostandosi dal tracciato precedente delineando un’infinita spirale. Ogni scarto pare un bivio terribile, spaventoso, paralizzante. È sufficiente osservare il viaggio da un’altezza differente e si noterà che invece non è che una minima curva. Ci vuole coraggio, certo. È doveroso riconoscere il segno della svolta e abbandonare il terreno conosciuto. Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta.

La traiettoria del pallone di cuoio italiano ha subito e subirà un assestamento mica da ridere. Le carte di Prisma, tra lettere segrete e intercettazioni raggelanti, segneranno un precedente da fissare nella memoria collettiva. Che serva da lezione per, finalmente, imparare qualcosa dai nostri errori. Si apprende del CONI che ritira il patrocinio di un premio alla carriera assegnato a Luciano Moggi il giorno successivo alla cerimonia è un insulto all’intelligenza degli appassionati. Siamo davvero così stupidi da farci prendere in giro in modo tanto spudorato? Non solo si nutrono del privilegio che godono grazie a noi ma ce lo sbattono pure in faccia? Luciano Moggi. Radiato dal mondo del calcio nel 2018 e tutt’ora ospite di studi televisivi, voce interpellata per interviste su Juventus e calcio italiano in nome di una non specificata autorevolezza. Luciano Moggi, emblema di quello che non doveva più essere e che invece, sotto altre forme, continua a riemergere. Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta.

Disfatta. Tracollo. Disastro. Rovina. Crollo. In che altro modo si è descritta la sconfitta nel playoff con la Svezia? Non era il 13 novembre 2017 il punto più basso della storia del calcio italiano? Eppure nel giro di 5 anni, un settantanovesimo di b’ak’tun, gli Azzurri hanno fatto in tempo a vincere un Europeo e mancare la qualificazione al secondo Mondiale consecutivo nella notte di Palermo per mano di Trajkovski? Si sono alternati schizofrenicamente termini come “beffa”, “Rinascimento”, “condanna”, “redenzione”, “incubo”, “sogno”. L’illusione è sempre stata quella di cristallizzare il momento, fotografare l’attimo e trasformare il presente in eterno. Lo stato d’animo nei confronti di Roberto Mancini è rimbalzato dallo scetticismo inziale all’insofferenza attuale, oscillando tramite momenti di estasi e venerazione. La verità è che i cicli, irrimediabilmente, finiscono. Costa fatica voltare pagina, a maggior ragione nell’anniversario della morte di due commissari tecnici vincenti come Vittorio Pozzo e Enzo Bearzot (quante probabilità c’erano che i selezionatori di tre dei quattro nostri Mondiali morissero entrambi il 21 dicembre?) ma è obbligatorio farlo. Soprattutto quando le ultime righe sono state vergate da una penna tremolante. Vale per l’Italia, per la Juventus e per l’intero panorama calcistico tricolore. Siamo caduti, abbiamo toccato il cielo con un dito, siamo sprofondati nell’abisso e troveremo il modo di tornare a galla. Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta.

Karius in lacrime
La disperazione di Karius dopo la finale in cui ha colpevolmente regalato un gol a Benzema ((Photo by Laurence Griffiths/Getty Images – OneFootball)

Non sono serviti Totonero, Calciopoli o Calcioscommesse. Non ci si immagina accada diversamente per la questione Superlega. L’UE si è temporaneamente schierata al fianco di UEFA nella difesa della tanto millantata piramide calcistica europea, ma il mantra che si sta leggendo e scrivendo nei giorni immediatamente successivi alla sentenza è che sia stata sbagliata la modalità della proposta. In un mondo ideale, a essere aberrante dovrebbe essere l’idea. La maggior parte di noi non era ancora nei pensieri dei nostri genitori, ma i racconti dell’epoca parlano di una levata di scudi non indifferente per il passaggio da Coppa dei Campioni a Champions League. Ma come? Una competizione pensata per i detentori dei titoli nazionali che si allarga anche a chi lo scudetto non l’ha vinto? Eppure ci si è abituati anche a questo. Ci si abitua a tutto, pur di perseverare diabolicamente nel provare emozioni per un pallone che rotola. Ci siamo indignati per Qatar 2022 dopo che Berlino ’36 o i Mondiali argentini del ’78 sono passati in cavalleria. Chi non condivide il tormento viscerale che il calcio provoca nell’animo continua a insistere: alzate lo sguardo da quel rettangolo verde, guardate quel che c’è dietro e intorno. Ma si andrà avanti, in un modo o nell’altro. Il bene e il male del Belpaese è il fatto che si guarderà sempre al calcio, una volta colto in fuorigioco, come se fosse rimesso in gioco da un ultimo, ipotetico difensore. Non sarà il calcio ad adattarsi al campo, ma sarà il terreno a cambiare forma. Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta.

I Simpson, stagione 16, episodio 9. Homer col cartello “The end is near” è ormai base meme gettonatissima nelle bacheche di Facebook e nelle TL di Twitter. Tutti hanno avuto sotto gli occhi quel fotogramma, almeno una volta. Pochi si ricordano perché il marito di Marge si ritrova a sbattere un campanaccio nella piazza di Springfield per attirare l’attenzione del popolo. Ancor meno rammentano come quell’episodio si conclude. Ci si focalizza su quell’istantanea perché, in fondo, il contorno è talmente abitudinario da passare in secondo piano. Traumatizzato da un film visto al cinema, Homer si convince che l’indomani sarebbe giunto il Giorno del Giudizio. Tenta di convincere la famiglia e i concittadini ma nessuno gli crede. Si incammina verso il Paradiso ed effettivamente aveva ragione. È tutto solo, nessuno lo ha seguito. Davanti a Dio, con l’inconsapevole peso di rappresentare le istanze dell’umanità intera, il figlio di Abe ha due richieste. Quella di gran lunga prioritaria: il bar di Boe deve tornare al vecchio proprietario, evitando che gli asiatici possano impedirgli di vivere l’amata birra alla fine del turno alla centrale. Quella avanzata quasi per sbaglio, come un colpo di tosse per aver ingoiato la propria saliva: riscrivere il tempo, rimandare l’Apocalisse e non essere ritenuto folle dalla propria famiglia. Homer viene accontentato. Tutto torna come prima. La normalità è ripristinata. Per un semplice e banale operaio, è cambiato tutto. Per il resto del mondo, non è cambiato nulla. Non sarà la fine del mondo, neanche stavolta.

Autore

Dalla fine dello scorso millennio inseguo la scia romantica che lascia un pallone che rotola.

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