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CALCIO ESTERO

Un sogno chiamato propaganda

A vederli così, vestiti di arancione, sembrano usciti da una puntata di “Orange is the new black“, la fortunata serie di Netflix. Ma l’apparenza non inganni, l’Istanbul Basaksehir – a dispetto di una società molto giovane – è ormai entrato nella geografia del calcio europeo. Se in pianta stabile o meno, è difficile dirlo adesso, ma i presupposti societari e gli importanti progressi ottenuti nel breve volgere di pochi anni ci fanno pensare che non assisteremo a una nuova Cometa di Halley.

La partecipazione all’Europa League, il titolo turco vinto a luglio scorso e ora l’esordio nella fase a gironi di Champions League hanno contribuito a una rapida uscita dall’anonimato e soprattutto costretto molti a documentarsi rapidamente sulle origini e la storia di un club nato nel 1990 con il nome di ISKI SK, diventato Istanbul Buyuksehir Belediyesi dopo la promozione in terza serie e rinato dalle ceneri di quest’ultimo solo nel 2014.

Una storia complessa, per certi versi tortuosa e di sicuro inedita per una formazione che appartiene al Governo turco. Più precisamente, è il Ministero per la Gioventù e lo Sport a detenerne la proprietà e per proprietà transitiva il suo plenipotenziario è il controverso Recep Tayyip Erdoğan, 12° presidente della Turchia, già primo ministro dal 2003 al 2014. Ma procediamo a ritroso.

Fugace sogno Champions

Dopo la vittoria dell’ultimo campionato turco, il Basaksehir sta faticando a confermarsi in Superlig. A 10 giornate dal via è solo nono con 14 punti, a nove lunghezze dalla capolista Alanyaspor. La prima partecipazione della storia alla Champions League ha tolto evidentemente energie e distratto i giocatori. A maggior ragione in un girone di ferro con Paris Saint Germain, Manchester United e RB Lipsia.

Un raggruppamento chiuso inevitabilmente all’ultimo posto, ma con lo scalpo eccellente dello United, battuto per 2-1 (reti di Demba Ba e Edin Visca) nella gara di andata (4-1 la vendetta con gli interessi cucinata dagli inglesi al ritorno). Un successo impresso ormai nella storia del club, al pari della tripletta del gioiellino turco di centrocampo, Irfan Kahveci, realizzata nel pirotecnico KO per 3-4 contro l’RB Lipsia.

Visca e Kahveci - Basaksehir
Visca e Kahveci festeggiano la prima rete del turco contro il Lipsia (Foto: Ozan Kose/AFP via Getty Images – OneFootball)

Curiosità: proprio con il Lipsia i turchi condividono la giovane esistenza e la rapida scalata nell’élite del calcio, con la differenza però che la squadra della Red Bull rappresenta un progetto di marketing messo in piedi da un brand e, anche per questo (per il suo essere “commerciale“), odiata da tutte le tifoserie tedesche. Il Basaksehir, al contrario, è un progetto “politico“: una presunta macchina di propaganda che, come vedremo, non è ancora riuscito a compiere il definitivo salto di qualità nel cuore dei tifosi che a Istanbul continuano a preferire Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas.

Lo spogliatoio del Basaksehir

Dopo aver salutato Robinho, in maglia arancio-blu per circa un anno e mezzo, Adebayor (attualmente svincolato, ma in Turchia per due anni e mezzo con 28 gol complessivi in tutte le competizioni) e la “meteora” Arda Turan (destinatario di uno stipendio da 4 milioni di euro, pagato grazie al contributo di ricchi sponsor in affari anche con lo stato turco), il Basaksehir è riuscito ugualmente a conservare un profilo internazionale che mixa a una forte radice turca.

Il cosmopolita Demba Ba (ex Rouen in Francia, Mouscron in Belgio, Hoffenheim in Germania, West Ham, Newcastle, Chelsea in Inghilterra, Besiktas e Goztepe ancora in Turchia, con in mezzo un’esperienza in Cina allo Shenhua) è probabilmente l’emblema delle ambizioni del club. Il franco-senegalese è stato tra i principali artefici dello scudetto con 13 gol e 5 assist, anche se quest’anno mostra un po’ di fatica sotto porta (solo due tra campionato e Champions).

Demba Ba - Basaksehir
Demba Ba festeggia la rete al Manchester United (Foto: Imago Images – OneFootball)

Con lui, tra gli elementi più esperti, l’esterno bosniaco Edin Visca, l’esperto centrocampista belga Chadli, il centrocampista serbo Aleksic (visto anche in Italia con la maglia del Genoa), l’ex bandiera del Liverpool Skrtel (fugacemente anche all’Atalanta la scorsa estate) e i brasiliani Giuliano e Rafael. A tenere alta la bandiera turca, ci pensano invece il portiere Babacan (36 presenze dall’esordio nel 2014), il centrocampista Topal (81), il capitano Tekdemir (21) e il già citato e più giovane (classe ’95) Kahveci, che ha esordito nel 2018 in nazionale maggiore e da allora ha collezionato 17 caps.

Tra la panchina ed Istanbul

L’artefice dei successi recenti del Basaksehir è una vecchia conoscenza del nostro calcio. L’ex bandiera del Galatasaray Okan Buruk, visto anche in maglia nerazzurra dell’Inter, tra il 2001 e 2004, proprio a cavallo dell’incredibile terzo posto conquistato dalla Nazionale turca ai mondiali di Corea del Sud-Giappone del 2002.

Smessi i panni del calciatore, con l’ultima esperienza proprio all’Istanbul B.B. tra il 2008 e il 2010, ha indossato quasi subito quelli del tecnico, maturando esperienze in patria, prima come vice-allenatore della Nazionale maggiore, poi con gli incarichi conquistati in sequenza sulle panchine di Elazigspor, Gaziantepspor, Sivasspor, Goztepe, Akhisr Belediyespor, Caykur Rizespor, prima di approdare nel 2019 al Basaksehir.

Okan Buruk e Neymar
Okan Buruk e Neymar durante la sfida al PSG (Foto: Tolga Bozoglu/Pool/Getty Images – OneFootball)

Basaksehir è un distretto e un comune della città metropolitana di Istanbul, distante venti chilometri dalla capitale. Si affaccia nella parte europea della capitale del Bosforo e conta circa 400.000 abitanti. La sua espansione avvenne alla metà degli anni ’90 per iniziativa, pensate un po’, del sindaco di allora: Erdogan. Da lì, da quel progetto di sviluppo urbano e al contempo politico, ha preso il largo la carriera del leader turco.

Non è un caso che il comune abbia un forte imprinting islamico e conservatore, incarnato anche dalla squadra che adesso ne porta il nome in giro per l’Europa. Del resto, l’attuale presidente della Turchia, da vecchio appassionato, ha spesso usato il calcio come strumento di propaganda e inseguito commistioni e legami che gli regalassero prestigio e risonanza mediatica. Di lui si racconta – tra mito e leggenda – che avesse un buon sinistro e che in gioventù fosse stato sul punto di trasferirsi al Fenerbahce, squadra di cui ancora oggi si professa sostenitore.

Appunto, Erdogan e il Basaksehir

Il Reis è stato testimone di nozze di campioni come Arda Turan e di Mesut Ozil, con quest’ultimo che proprio per le polemiche scaturite da un incontro avvenuto a Londra con Erdogan (in compagnia anche di altri giocatori), è stato costretto ad abbandonare la nazionale tedesca. Per non parlare, poi, degli endorsement ottenuti dai calciatori in occasione delle offensive militari contro i curdi nel nord della Siria (andate a rivedervi i saluti militari incassati sui campi di gioco anche dei calciatori che militavano in Italia, a cominciare dallo juventino Demiral).

Non sempre, però, le commistioni calcio e politica hanno centrato nel segno per il Reis. Nel 2011, all’inaugurazione della nuova casa del Galatasaray, la Turk Telekom Arena, la sua passerella in campo fu coperta dai fischi, mentre nel 2013 la demolizione di un parco nel cuore della capitale fu la scintilla che fece sfociare una normale protesta in una ribellione sociale, nella quale gli ultra del Besiktas (i Carsi) si trovarono a guidare le folle e a vedersi spalleggiare dai “colleghi” e rivali di Galtasaray e Fenerbahce.

E lo stadio? Prima di diventare Basaksehir, la squadra giocava nel monumentale Ataturk Stadium: un’astronave di 80.000 posti, 75.000 dei quali restavano mediamente vuoti. La squadra, come accennato, fatica a fare breccia nelle vecchie generazioni, nonostante i successi ottenuti. Sta provando a portare avanti diverse campagne di marketing rivolte soprattutto ai più piccoli, per coltivarsi con il tempo e sull’onda delle vittorie le nuove leve del tifo locale.

In questa strategia rientra anche l’idea del nuovo stadio, inaugurato nel 2014, a un mese dalla costituzione del Basaksehir. Intitolato a Fatih Terim, gloria locale ancora in vita (in carriera anche allenatore di Fiorentina e Milan), l’impianto è stato fortemente voluto da Erdogan che scese in campo per l’inaugurazione con la maglia numero 12, un messaggio benaugurante in vista delle imminenti elezioni che lo videro trionfare in qualità di presidente della Turchia.

Lo stadio è un gioiellino da 15.000 posti che, nonostante le dimensioni decisamente ridotte, e l’affermazione di Okan e soci ancora non decolla sul piano dello “sbigliettamento“. Di sicuro con lo svuotamento delle tribune, causa pandemia da Covid-19, gli arancio-blu sono stati tra i pochi a guadagnarci, abituati come sono a giocare davanti a quattro gatti.

Erdogan Basaksehir
Erdogan durante l’inaugurazione dell’impianto (Foto: Ozan Kose/AFP via Getty Images – OneFootball)

Con buona pace

Nella storia recente del Basaksehir, c’è anche un italiano: Stefano Napoleoni. L’attaccante, classe ’86, ha difeso i colori della squadra del presidente fino all’estate del 2019, quando – a valle di un torneo poco esaltante – ha salutato tutti per abbracciare l’avventura del Goztepe, sempre in Superlig. Storia singolare per questo ragazzo che non ha mai giocato da professionista in Italia.

Nel 2006, dalla Promozione con il Tor di Quinto riesce a farsi notare da Boniek, allora dirigente del Widzew Lodz, che lo porta a giocare nella massima serie polacca. Ci resta tre anni e colleziona presenze (61) e gol (11). Quindi il passaggio in Grecia, dove con il Levadeiakos e l’Atromitos gioca con continuità affermandosi come il primo italiano a segnare nel massimo campionato in riva all’Egeo (complessivamente le reti saranno 52 in 176 presenze per un complessivo di 7 campionati).

Nel 2016, infine, il passaggio al Basaksehir: 11 gol in 71 presenze e il contributo importante alla prima qualificazione ai preliminari di Champions League, grazie al secondo posto ottenuto in campionato. Il resto è storia recente, con un’ultima informazione di rilievo fin qui taciuta. Non manca, infatti, nel Basaksehir un’attenzione particolare anche al vivaio, dal quale nel 2017 è sbucato l’ex romanista Under. Talento non indifferente, ma anche tanta incostanza e svogliatezza. Quasi un percorso parallelo alla sua ex squadra che, pur a fronte di sponsor munifici, entrature politiche e giocatori di richiamo internazionale non riesce ancora a togliersi di dosso quella patina di squadra della propaganda e a farsi amare veramente. Con buona pace di Erdogan.

Erdogan
Icona (Foto: Lars Baron/Getty Images – OneFootball)
Autore

Barese di nascita, milanese di adozione, bolognese per lavoro. Neo-papà di Carlotta e marito di Valentina. Come chi nasce al mare ho solo tre lati e una mente aperta. Comunicatore aziendale, appassionato di fantacalcio, un trascorso da giocatore/coach di basket, ora runner.

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