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Ricordo del miglior Higuain

Io i 36 gol di Higuain li ricordo tutti. Dal primo all’ultimo. Facendo un sforzo riesco a vederli scorrere nella mia mente in ordine cronologico: la doppietta con la Sampdoria, poi quella contro la Lazio e poi i gol vittoria contro Juventus e Fiorentina. Fino al 36esimo, l’ultimo dei tre realizzati nella notte in cui anche il cielo, con un diluvio interminabile, voleva ritagliarsi un ruolo nella scenografia. Di quella notte l’istantanea che resta è la rovesciata (o chiamatela come vi pare) con cui Gonzalo Higuain rese iconico un momento che già di per sé lo avrebbe consegnato alla storia.

Di quella stagione, invece, di momenti da ricordare ce ne sono tanti: un’irripetibile serie di prestazioni individuali che regalavano un bagliore diverso ad un ecosistema già di per sé luccicante come quello messo a punto in poche settimane da Maurizio Sarri. Riavvolgendo il nastro della carriera di Higuain, nonostante in quella stagione non abbia ottenuto alcun trofeo di squadra, è impossibile non considerarla la migliore delle tante disputate ai massimi livelli.

Le contraddizioni di Higuain

La figura di Gonzalo Higuain è enigmatica ma per certi versi affascinante: durante il suo lungo trascorso in Italia, oltre a conoscerne a ad apprezzarne la dimensione tecnica, non abbiamo faticato ad entrare in contatto con la sfera più intima della sua persona. A differenza dei tanti campioni con cui può vantarsi di parlare la stessa lingua calcistica, Higuain non è investito da quell’aura di imperturbabilità che, ad esempio, lo sguardo di Cristiano Ronaldo ci trasmette ogni volta che la telecamera lo incrocia.

Al contrario Higuain, come da lui stesso ammesso,  è un calciatore emotional, emotivo, facilmente condizionabile ed estremamente dipendente dal contesto circostante. Lo abbiamo visto a Madrid, in parte a Torino, ma soprattutto a Milano e a Londra, dove il filo sempre più sottile che ne teneva saldi i nervi si è ripetutamente spezzato. Ma anche a Napoli, nell’annata in cui tutto sembrava andare nel verso giusto, Higuain ha ceduto ai suoi demoni interiori, mostrandoci forse per la prima volta il lato irascibile del bomber ineffabile.

Higuain accerchiato dai compagni durante la sfida persa per 3 a 1 contro l'Udinese
Higuain accerchiato dai compagni durante la sfida persa per 3-1 contro l’Udinese (Foto: Andrea Spinelli/Imago Images – OneFootball)

È successo a Udine, nella giornata in cui il Napoli ha di fatto consegnato alla Juventus il suo quinto scudetto consecutivo. Dopo aver riequilibrato il match con un destro tonante che per poco non bucava la rete della Dacia Arena, al crollo della squadra Higuain ha risposto dando vita ad una partita nella partita contro l’arbitro Irrati. Lamentele e proteste sempre più plateali il cui climax è stato raggiunto con il faccia a faccia costatogli 3 giornate di squalifica.

È forse in quella gara che il rapporto tra Higuain e il Napoli si è incrinato, nel momento in cui con una serie di errori individuali la squadra ha tradito gli sforzi del trascinatore. Lo so, può sembrare un discorso eccessivamente egoistico, ma nella rabbia con cui si scaglia contro Irrati non si può non cogliere un velo di risentimento verso i compagni. Guardando il suo modo di giocare è paradossale vederlo faticare così tanto nella gestione del nervosismo. Insomma, Higuain ci ha abituato ad essere un freddo calcolatore, un killer in grado di giustiziare il portiere avversario con estrema naturalezza: vederlo trasformarsi in pochi attimi è quantomeno straniante.

Professor Gonzalo

A quell’espulsione Higuain ci arrivava con 30 gol all’attivo, e il record di Nordahl di 35 sembrava prossimo ad essere non solo superato, ma anche sgretolato. La naturalezza con cui in quella stagione trovava la porta era diventata quasi stucchevole: mutuando un termine dal lessico dei videogiocatori, Higuain era un glitch del gioco. Non sono stati quei 9 mesi ad aprirci gli occhi sul suo sconfinato talento, ma è in quelle 38 giornate che abbiamo pensato di trovarci davanti ad una macchina progettata in laboratorio per fare gol.

Oltre che a essere dotato di una talento naturale capitato a pochi eletti, Higuain ha sempre dato l’impressione di essere un giocatore che comprende il calcio. Il suo talento, prima che essere fisico e tecnico, è cerebrale, e in quella stagione ha raggiunto la sua sublimazione. Un po’ come avviene al protagonista di Limitless, che ingerendo un particolare farmaco vede le sue facoltà cognitive massimizzate, il sistema costruito da Sarri eleva alla massima potenza i valori di Higuain.

Sui movimenti da effettuare in area di rigore potrebbe tenere un seminario universitario: contro il Sassuolo con un contro-movimento fulminante fa ammattire il diretto marcatore e insacca l’assist di Hamsik; nella doppietta contro la Sampdoria attacca la profondità con ferocia e tempistiche perfette, mentre nel primo e nel secondo gol realizzati contro il Frosinone riconosce sapientemente quando attaccare il primo palo e quando aspettare il pallone nel cuore dell’area piccola.

La gioia di Higuain dopo la tripletta al Frosinone
La gioia di Higuain dopo la gara del record contro il Frosinone (Foto: Ciro Sarpa/Imago Images – OneFootball)

Oltre ad una propriocezione fuori dalla norma, la qualità che più salta all’occhio dell’Higuain finalizzatore (perché la finalizzazione è solo una parte del suo gioco), quella che rivedendo i suoi gol è impossibile non notare, è la tecnica di tiro. Anche con un angolo di tiro ridotto o con poco spazio per coordinarsi il miglior Higuain riusciva sempre a calciare con precisione e potenza, calcolando in una frazione di secondo tutte le variabili da tenere in considerazione.

Il trademark di Higuain è il tiro di collo-interno. Abbiamo già accennato al missile con cui marchia a fuoco la gara contro l’Udinese, ma uno altrettanto significativo lo realizza contro il Genoa. Sul punteggio di 1-1, a 10 minuti dal termine, riceve un pallone complicato al limite dell’area, versante sinistro, accerchiato da due avversari. Con il controllo d’esterno manda in controtempo i difensori, che leggendo la traiettoria del pallone coprivano la profondità. I millesimi di secondo guadagnati gli permettono di aggiustarsi ulteriormente la sfera e di anticipare la scivolata disperata di un terzo difensore con il tiro. La conclusione, indirizzata verso il secondo palo, è perfetta.

Come disse lui stesso in un’intervista rilasciata a Rivista Undici durante quella stagione, il suo calcio assorbe e fonde l’anima artistica della compianta madre (pittrice) e quella più sanguigna del padre. La veemenza con cui calcia in porta, l’energia con cui il suo volto deformato dall’estasi accompagna ogni esultanza si mescolano con la pulizia dei gesti tecnici e la lucidità con cui vede e si fa vedere dai compagni. A Napoli la classe tipicamente sudamericana e l’animo latino hanno permesso ad Higuain di creare un rapporto simbiotico con la piazza, che si è spezzato proprio nel momento in cui sembrava inscindibile.

I momenti in cui nel corso di quel campionato Higuain ha fatto suo il cuore dei tifosi del Napoli sono stati numerosi. Potrei benissimo citare il gol del momentaneo 2-0 con cui trafigge Buffon in un Napoli-Juventus dominato dai partenopei e fermarmi, ma qualche mese dopo con la doppietta realizzata contro l’Inter fa anche di più. Gli bastano poco più di 60 secondi per catturare un pallone in area e spedirlo alle spalle di Handanovic, mentre dovrà attendere altri 60 minuti per realizzare la sua Guernica. Con un colpo di testa ben indirizzato, Raul Albiol serve Higuain in profondità; il Pipita è stretto tra i due centrali dell’Inter – Murillo e Miranda – ma riesce a prendere velocità e a mettersi alle spalle Murillo utilizzando le braccia. Miranda non cede il passo e lo affianca, ma Higuain con una sbracciata decisa lo allontana e con l’interno del piede destro supera ancora Handanovic. Un gol barbaro che consegna la momentanea vetta della classifica al Napoli.

Higuain calcia e segna contro l'Inter
Istantanea del gol con cui Higuain affonda l’Inter (Foto: Andrea Staccioli/Imago Images – OneFootball)

Unico

Un record così lo si fa con la continuità, e Higuain, escludendo le 3 giornate di squalifica, solo in un’altra occasione non andò a segno per più di una giornata: 26 partite su 35 disputate in cui appose il suo nome sul tabellino. Pochi mesi fa, nella stessa porta in cui Higuain scrisse la storia del nostro campionato, Ciro Immobile lo ha eguagliato, proiettando il suo nome nella stratosfera della Serie A. Non me ne vorrà Immobile, la cui stagione è stata irreale, ma nell’immaginario collettivo non potrà mai esser messa sullo stesso piano di quella dell’ex numero 9 del Napoli. Si tratta di una percezione diversa: la sensazione di dominio tecnico e mentale sulle difese che ogni giocata e/o movimento di Higuain trasmetteva sarà irripetibile, perché figlia di un contesto difficilmente replicabile. Il modo in cui manipolava le difese, prima cerebralmente e poi fisicamente, ci ha regalato un’esperienza unica di cui poter godere.

Potremmo mai rivedere una squadra il cui numero 9 è al top della sua condizione e può servirsi della sensibilità tecnica di un giocatore come Insigne, dell’intelligenza tattica di Hamsik e dei movimenti senza palla di Callejon? Io, con la morte nel cuore, dico di no. Forse in quelle 38 giornate le parole di Sarri – che sin dal primo giorno a Napoli definì Higuain come il migliore 9 al mondo con ambizioni da Pallone d’Oro – hanno combaciato con la verità.

Autore

Classe ‘98. Sognavo di essere un trequartista mancino, un tennista con il rovescio ad una mano o un ciclista dominatore delle grandi montagne, ma mi accontento di scrivere

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