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CALCIO ITALIANO

L’eredità di Giampiero Boniperti

La morte di Giampiero Boniperti, arrivata oggi a 92 anni, ha segnato uno spartiacque, in un certo senso la fine simbolica di un’era calcistica ma anche socio-culturale del calcio italiano. La nostra giovane redazione è riuscita solo sfiorare un brillante simbolo del secondo dopoguerra italiano come il fu calciatore, dirigente e presidente della Juventus, perciò ci siamo rivolti a Enzo D’Orsi, giornalista del Corriere dello Sport che ha seguito la Juventus dal 1979 al 2000 e ha scritto diversi libri sulla squadra bianconera, tra cui i più recenti Gli Undici giorni del Trap. Atene 1983, Non era champagne. La Juve di Maifredi, Montezemolo e Baggio e Michel et Zibi. Gli amici geniali (2018, 2019 e 2020, Edizioni InContropiede). Ringraziando Enzo per la gran disponibilità mostrata nei nostri confronti, vi proponiamo questa sua riflessione su un monolite del Novecento calcistico tricolore.

Se n’è andata, con Giampiero Boniperti, la Juve del Novecento. La squadra più amata e detestata del secolo breve (e oltre). Stava per compiere novantatré anni, era nato il 4 luglio, un giorno speciale. Per gli americani e per il resto del mondo. Giocatore, dirigente, presidente, di nuovo dirigente. L’uomo che meglio ha rappresentato la Juve: lo disse Giovanni Agnelli, così piazzandolo al primo posto quando, in occasione del centenario del club, gli fu chiesto di eleggere il più juventino degli juventini. Lo mise davanti a Orsi e Monti, i suoi idoli di ragazzino, a Martino e Hansen, i protagonisti delle sua presidenza anni Cinquanta, persino davanti a Sivori e Platini, i campioni più amati, a Scirea e Zoff, davanti a tutti c’era Boniperti.
Arrivò alla Juve dopo la guerra, era un cannoniere, si presentò con sette gol. Aveva diciott’anni. Riuscì ad aggiudicarsi il primato dei goleador del campionato battendo Valentino Mazzola, che Boniperti ha sempre considerato il più grande calciatore italiano di tutti i tempi. Verso il capitano del Grande Torino aveva un’ammirazione sconfinata. Era un rapace d’area, ma affinava ogni giorno la propria tecnica. Nella fase finale della carriera, divenne mezz’ala, talvolta regista, a conferma di un repertorio completo. Le rivalità con i grandi avversari lo esaltavano, da Nordahl a Lorenzi, detto Veleno, l’interista che maliziosamente gli affibbiò il soprannome di Marisa, perché Boniperti usava la brillantina per tenere in ordine i capelli biondi.
Con Sivori, un genio indomabile, ebbe un rapporto sincero. Sopportava taluni eccessi del giocoliere argentino senza mai discuterne il valore. In Nazionale, otto gol e trentotto presenze: niente di memorabile, rispetto al bilancio in maglia bianconera. Godeva di ottima reputazione internazionale, fu chiamato a Wembley per una sfida tra gli inglesi e una rappresentativa mondiale. Segnò due gol. Chiuse in azzurro a Napoli contro l’Austria, nel 1960, lo stesso giorni in cui esordì Giovanni Trapattoni. Quando si dice il destino. Un anno più tardi, l’addio al calcio: Juve-Inter 9-1, nella partita in cui per protesta contro la Figc presieduta da Umberto Agnelli i nerazzurri schierarono la Primavera del giovanissimo Sandro Mazzola, il figlio di Valentino.
Boniperti impegnato nella partita di Wembley tra Inghilterra e Resto del Mondo
Boniperti impegnato nella partita di Wembley tra Inghilterra e Resto del Mondo (Foto: United International/Imago Images – OneFootball)

Si è sempre considerato un agricoltore. Sarebbe stata la sua vita, se l’Avvocato non gli avesse consegnato il club all’alba degli anni Settanta per rifondarlo. “Giovanni e Umberto Agnelli sono stati le mie mezzali, senza di loro non avrei mai fatto gol”, ha sempre detto. Vladimiro Caminiti, il cantore di quelle stagioni, gli dedicò un bel libro e una definizione che gli piacque molto: il salvadanaio della famiglia più potente d’Italia. Da presidente ha vinto nove scudetti, ne ha perduti almeno un paio che non avrebbe mai voluto, quello del 1976 con la rimonta del Torino che recuperò cinque punti di svantaggio. Sognava una Juve europea, con lui arrivò la prima coppa, l’unica di una squadra senza stranieri. La guidava Trapattoni, il tecnico con il quale ha legato di più. La coppa Uefa del 1977 conquistata a Bilbao dopo la doppia sfida con gli irriducibili baschi dell’Athletic. Con la riapertura delle frontiere, voleva la coppa dei Campioni, ma ad Atene fu tradito dalla Juve di Platini e Boniek, di Bettega e dei sei campioni del mondo, contro l’Amburgo. Una delusione immensa. La tragedia dell’Heysel rese amaro e triste persino il successo contro il Liverpool. La sua Juve non ha mai avuto grande fortuna in Europa, c’era spesso un episodio contrario a far saltare ogni piano. Un errore arbitrale, un gol fallito, un gol regalato. Una maledizione.

Con l’avvento di Silvio Berlusconi e del calcio televisivo – in tutti i sensi – Boniperti cominciò a sentirsi un pesce fuor d’acqua. Detestava i procuratori, cosicché sul mercato il suo raggio d’azione si riduceva ai club con i quali aveva buoni rapporti. Ma Gullit e gli altri assi finivano altrove. Si dimise nel Novanta, prima del mondiale italiano, durante il quale fu il capo delegazione della Federcalcio. Richiamato d’urgenza, dopo la fallimentare gestione di Montezemolo e Maifredi, volle con sé Trapattoni, prese Del Piero soffiandolo ai rossoneri, ma i tempi erano cambiati. Tre anni, un secondo posto più la Coppa Uefa nel 1993. Troppo poco. Chiuse lì la sua storia, rifiutando ogni scambio d’opinione con Giraudo e Moggi. “Non sono disponibile per letti a due piazze”, disse. E si ritirò senza ripensamenti.

Giampiero Boniperti
Il Presidentissimo (Foto: Imago Images – OneFootball)
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