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Gabriel Nesticò

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Al Milan non esistono estati tranquille. I tifosi rossoneri sono sempre stati vittime di immensi periodi di incertezza nei periodi estivi recenti. Dai calciatori fino alla proprietà: pensiamo all’estate del rinnovo di Donnarumma, oppure al tradimento di Çalhanoğlu. I mercati faraonici delle «cose formali», le consuete perdite a parametro zero dei pilastri della formazione, il dietrofront su Ralf Rangnick. Fino all’esilio di Paolo Maldini, licenziato da Gerry Cardinale senza troppe carinerie, quindi alla cessione di Sandro Tonali. Difficilmente non si trova qualcosa da raccontare nell’universo milanista.

Il calciomercato come «regno dell’insecuritas totale», nonché principio ed essenza del calcio dell’epoca: così parlò Maurizio Mosca, controversa figura giornalistica ben lontana dalla miopia. Sentori e timori, poi il cammino verso un calcio odierno economicamente drammatico, insostenibile e, generalmente parlando, irragionevole.

La nostalgia è la mancanza di un qualcosa che non si possiede più, come un amore che ha smesso di abbracciarci o di un’infanzia svanita via col tempo. Colori, sensazioni, momenti: tutto quello che appartiene al passato è sempre più bello, lo sa bene Woody Allen che racconta nel suo film Midnight in Paris la storia di Gil Pender, personaggio entusiasta dell’epoche passate e prigioniero della nostalgia. Il personaggio alleniano è una rappresentazione della realtà umana, affascinata e continuamente attratta dalla nostalgia e del calore del passato; come i tifosi del calcio odierno, che tra lembi di verità e estremismi dilaganti rimpiangono un campionato che non c’è più, o un Baggio che non gioca più.

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