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CALCIO ESTERO

Lo spettacolo prima dei calciatori: UEFA, FIFA e i calendari troppo compressi

UEFA E FIFA, Aleksander Ceferin e Gianni Infantino. Bene, la foto l’avete vista.
Ora potremmo metterci a parlare delle questioni così tanto dibattute in questi mesi. Potremmo parlare della Superlega, di un progetto fortemente anti-sportivo nella sua struttura ma allo stesso tempo creato con l’intento di aiutare il sistema calcio a risolvere una situazione economica e finanziaria non più sostenibile. Potremmo parlare di come questa insostenibilità, dopo il grido d’allarme della Superlega, venga sbeffeggiata tra grasse risate dal Paris Saint-Germain e dai club di Premier League a dispetto di presunte regolamentazioni, segnalando una disparità rispetto a tutte le altre realtà europee che non può proseguire.

Potremmo anche parlare delle scandalose circostanze attorno alle quali si è costruito (letteralmente da zero) il Mondiale che si aprirà tra un anno e mezzo circa, in Qatar. Oppure potremmo parlare dell’immobilità delle due istituzioni di fronte all’enorme ed eccessivo strapotere ora in mano a procuratori e realtà “terze” del mondo del calcio.

Gianni Infantino, presidente FIFA nonché ex segretario UEFA
Gianni Infantino, presidente FIFA (Foto Imago Images – OneFootball)

Tuttavia, in questi giorni che precedono l’apertura della stagione 2021/22 per tutti i maggiori campionati europei sono tornato a pensare ai calendari annuali con cui, negli ultimi anni, UEFA e FIFA stanno organizzando e riempiendo ossessivamente le stagioni dei club. Non tanto perché mi manchi il calcio giocato – anzi, per un interista il calcio dei club non è esattamente una priorità durante questa estate – quanto piuttosto perché mi sembra un annoso problema di cui non si parla mai abbastanza.

UEFA e FIFA vogliono spettacolo?

Soprattutto, mi sembra che non si affronti mai la questione dal punto di vista della causa. E la causa primaria credo sia una forte esigenza di spettacolarizzazione del prodotto sportivo, a discapito della salute psicofisica dell’atleta, senza tenere in considerazione il professionista non solo come mero “produttore” di quello spettacolo che genera soldi, soldi, soldi. Tanti soldi, troppi soldi, tanto per tornare a quell’insostenibilità citata in apertura.

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio anche perché sarebbe sbagliato, ma questo fatto si ricollega ai tanti esempi con cui negli ultimi mesi gli atleti hanno rivendicato l’importanza della propria salute psicofisica, la necessità di prendersi delle pause da quella che è la propria professione sportiva, il desiderio di ricordarci che dietro il professionismo ai massimi livelli c’è un mondo fatto non solo di vittorie, passione per lo sport e privilegi dovuti alla notorietà raggiunta, ma anche sacrifici, fallimenti e tante dinamiche che spesso mettono in severa difficoltà la mente degli atleti, il loro rapporto con la società, con la pressione e con altri fattori.

Esempi come quelli di Naomi Osaka e di Simone Biles, tanto per citare i due fatti più attuali, possono essere legati ad un tema così apparentemente distante come i calendari calcistici così pieni e densi di appuntamenti, poiché sia le loro recenti manifestazioni psicofisiche sia le logiche di UEFA e FIFA nell’organizzazione del calendario calcistico rispondono ad una grande e comune tendenza dei tempi recenti: quella di considerare gli atleti, specialmente coloro che praticano discipline seguite da milioni di persone, solo nelle loro vesti di professionisti in quanto tali, solo come produttori di emozioni, di tifo e di interesse per il mondo dello sport, ma andando ad eliminare volutamente dalle nostre considerazioni il loro essere dei comuni mortali, uomini e donne come tutti noi non appena scendono da quel piedistallo raggiunto a fatica.

Calendari

Tornando più precisamente ai calendari, da diverso tempo l’atteggiamento delle istituzioni internazionali, che mette a repentaglio la salute psicofisica dei professionisti e di conseguenza anche la brillantezza delle loro prestazioni sul campo, è denunciato dagli stessi attori protagonisti. Soltanto qualche mese fa, nella conferenza stampa che precedeva la partita di Champions League contro il Borussia Dortmund, Pep Guardiola dichiarava:

I giocatori sono esseri umani, non macchine. Tanti di loro vorrebbero giocare tutte le gare ma non è possibile. Se vuoi competere su tutti i fronti devi fare per forza il turn over. I calciatori hanno bisogno di riposo. Uefa e Fifa li stanno uccidendo.

Un problema che l’interruzione dei campionati per la pandemia, nella primavera del 2020, ha sicuramente accentuato, costringendo la stagione 2020/21 a partire con un certo ritardo nel mese di settembre, arrivando di conseguenza a comprimere gli eventi – nazionali e internazionali – di modo da permettere il corretto svolgimento di Europei e Copa America, senza contare la presenza del calcio alle Olimpiadi. E poi via di corsa a preparare la prossima stagione, che nei prossimi giorni si aprirà per tutti i campionati europei, e con la prossima (la stagione 2022-2023) che si aprirà in anticipo per l’organizzazione dei Mondiali in Qatar, nell’insolito mese di dicembre.

UEFA Conference League 2021/22 Qualifiers
La partita di qualificazione alla Conference League tra Velez Mostar ed Elfsborg (Foto Imago Images – OneFootball)

Il paradosso

Abbiamo già parlato di come tutto questo non permetta ai calciatori delle necessarie e corpose settimane di riposo, e di come tutto questo si possa poi riflettere sulla loro salute mentale; non è però da mettere in secondo piano come tutta questa compressione di eventi porti a diminuire la qualità e la quantità degli allenamenti pre-stagionali e durante la stagione, momenti che – lo sa chiunque abbia praticato un qualsiasi sport, specialmente di squadra – permettono di creare un’amalgama di gruppo e verificare determinate idee, schemi.

Mancanze che poi si specchiano sul campo da gioco e nelle partite ufficiali, dove viene a mancare quella brillantezza e quella qualità di gioco richiesta a gran voce. Una continua ricerca di eventi, in nome dello spettacolo, che porta al verificarsi di partite che di ‘spettacolare’ possono offrire ben poco: un paradosso, no? In mezzo alla compressione di eventi dell’ultimo anno e mezzo, quante sono state le partite davvero indimenticabili e goduriose (in termini di qualità) tra campionati e Champions League? Si contano probabilmente sulle dita di una mano. Quanti 0-0 scialbi e prodotti da squadre devastate dalla frequenza con cui sono dovute scendere in campo, quanti risultati totalmente inattesi (il 7-2 dell’Aston Villa sul Liverpool su tutti) che sono sintomo di mancanza di tempo per curare i dettagli, per riposare e per permettere ai giocatori di arrivare ad un evento nelle condizioni migliori possibili? Moltissimi.

UEFA e FIFA

Ecco, di fronte a tutto questo UEFA e FIFA non solo se ne stanno con le mani in mano, ma hanno pensato ad un paio di genialate mica da ridere. La prima ha pensato bene di creare una terza competizione internazionale, la Conference League: della quale ovviamente sarà impossibile non diventare immediatamente degli appassionati non appena si vedrà un trequartista bulgaro segnare un goal dalla trequarti, ma che sicuramente non era necessaria. La seconda, nella persona del presidente Gianni Infantino, ha pensato bene di allargare il numero di nazionali ammesse ai Campionati del Mondo da 32 a 48, con il risultato di un numero di partite più alto disputato dai giocatori delle Nazionali più forti.

Vogliamo aggiungere un terzo elemento? Quanto sarà mai stato necessario tenere in vita e disputare una competizione così collaterale come la Nations League in circostanze così incerte e difficoltose come quelle pandemiche, in un periodo in cui tutti i campionati hanno giocato più volte in turni infrasettimanali?

Portogallo-Azerbaigian World Cup 2022 Qualifiers
Partita di qualificazione alla prossima Coppa del Mondo tra Portogallo e Azerbaigian (Foto Imago Images – OneFootball)

Il discorso è molto semplice: i calciatori giocano troppe partite, che sono sì sinonimo di più introiti derivanti dagli incassi degli stadi, dagli sponsor e – soprattutto – dai diritti tv, ma sono anche sinonimo di più infortuni e di un’integrità psicofisica messa a forte repentaglio. Non esistono più vuoti nel calendario, e lo dimostra il ciclo iniziato con la stagione 2020-2021 e che non finirà prima della fine della stagione 2022-2023, complici i Mondiali in terra qatariota. Quasi tre anni di calcio praticamente ininterrotto, con l’estate ora nuovo territorio di appropriazione da parte dei calendari e di queste impellenti esigenze di UEFA e FIFA: rispetto al passato, ora è normale che un giocatore disputi almeno una quarantina di partite a stagione, fino ad arrivare al caso eccezionale di Pedri che quest’anno ne ha disputate addirittura 72, tra Barcellona e Nazionale.

Pedri Tokyo2020
Pedri in azione alle Olimpiadi con la Nazionale spagnola (Foto: Imago Images – OneFootball)

Venerdì 26 luglio ho casualmente visto la partita di apertura della stagione 2021-2022 della seconda serie tedesca, la 2. Fußball-Bundesliga: a soli quindici giorni dalla chiusura degli Europei, e con il calcio olimpico ancora in corso. Oltretutto, con una forte difformità di tempo rispetto agli esordi degli altri campionati europei. C’è un problema, piuttosto imponente: UEFA, FIFA e le istituzioni non stanno facendo nulla per risolverlo nonostante i molteplici appelli dei diretti interessati, voltando la faccia dall’altra parte e senza voler vedere come questa continua ed esasperata ricerca di spettacolarizzazione quasi quotidiana non solo nuoccia alla salute dei professionisti, ma non faccia altro che produrre il contrario di ciò a cui sia i “produttori” sia i “consumatori” aspirano; più qualità, più brillantezza, più spettacolo. Tutte caratteristiche che richiedono però premesse diametralmente opposte da quelle presenti nel mondo del calcio moderno.
Torniamo a mettere al centro di tutte le scelte l’interesse e la salute degli atleti: non c’è altra strada.

Autore

24 anni a base di fùtbol e racchette, ma anche dell'altro (forse). Sapevo tutte le capitali del mondo, poi è arrivato Timor Est. Fermo oppositore degli anglicismi inutili.

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