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CALCIO ITALIANO

Genesi di una catarsi

Venosa. Comune di undicimila abitanti dell’estremo Sud, provincia di Potenza. In una calda domenica di giugno, allo stadio “Michele Lorusso” è appena terminata Lavello-Taranto, partita valevole per l’ultima giornata di campionato del girone H di Serie D.

Mentre la festa attorno a lui è cominciata, Fernando Tissone è rannicchiato sul prato, in lacrime. È un’istantanea che colpisce più di altre perché l’argentino è stato un calciatore professionista di alto livello: 162 presenze totali in Serie A; 86 in Liga; 8 tra Champions League ed Europa League. Ha calcato l’erba di campi importanti, dal Camp Nou al Bernabeu, passando da San Siro e dal Da Luz di Lisbona; con la maglia dell’Udinese ha segnato un gol in rovesciata contro l’Inter. Ora, a 34 anni compiuti, Tissone non trattiene le lacrime: ha vinto, davanti a meno di trecento persone, un campionato di Serie D.

Fernando Tissone in lacrime
In lacrime (Foto: Pasquale Leonetti)

Al triplice fischio, i tarantini cominciano a riversarsi nelle vie del Borgo Umbertino; alcuni tifosi, perlopiù adulti, non riescono a contenere la commozione. Ma perché gente che ha visto vincere la propria squadra anche contro le più blasonate d’Italia, si emoziona così tanto per un campionato dilettantistico vinto su un campo di paese? La reazione, che dall’esterno può sembrare melodrammatica, sembra rivelare qualcosa di più profondo sulla natura della tifoseria ionica, e le ragioni vanno ricercate nella storia recente della squadra e più in generale nella storia socioeconomica della città.

Cronistoria tarantina

Un approccio scientifico permette di svelare dietro alle dinamiche di tifo, comportamenti antropologicamente e sociologicamente rilevanti. Lo sport nell’ultimo secolo ha contribuito alla formazione dell’identità culturale di comunità più o meno numerose, e Taranto da questo punto di vista ne è il paradigma perfetto. Storicamente borgo di pescatori, con l’istituzione dell’Arsenale Militare prima, alla fine dell’800, e poi con la creazione, negli anni ’60, del più grande sito siderurgico, la città si è travestita da capitale del proletariato. La crescita demografica è raccontata da numeri impressionanti: dai 30.000 abitanti del 1881, si passa ai 111.000 del 1931, fino ai 240.000 del 1981.

La Taranto del Novecento è una città di immigrati e lo stadio, nelle città contemporanee, è un luogo vitale: è il più importante – a volte l’unico – in cui la collettività può riunirsi. Per questo il Taranto ha rappresentato il collante di una città la cui identità era la diversità. La squadra dal 1945 al 1993 partecipa a 31 campionati di Serie B, vince partite passate alla storia – su tutte è da ricordare il 3-0 contro il Milan – ma è sempre costretta ad abbandonare ogni velleità di promozione, come nel 1978, quando la stagione che sembrava potesse concludersi con il raggiungimento della Serie A si trasformò in tragedia a causa della morte in un incidente stradale di Erasmo Iacovone, il calciatore più rappresentativo della squadra. Il frammento finale della prefazione di “Mai dire Taranto”, un libro pubblicato da due fratelli, Sandro e Gianni Dibattista, nel 1990 – alla conclusione di una stagione in cui il Taranto terminò nono in Serie B – fa scorgere tutta l’amarezza della tifoseria:

Mai dire Taranto, mai scommettere sul futuro, né troppo essere convinti che il cambiamento sia prossimo. Almeno, così è stato sinora. Nell’attesa che qualcuno venga e ci prenda per mano.

Queste parole risuonano come l’emblema di una città che si vede e che sogna in grande, ma che ancora non ha fatto i conti con la realtà. La crisi sociale, infatti, è già cominciata e l’idillio con la grande industria si è spezzato: dagli inizi degli anni Ottanta l’Italsider espelle manodopera e passa dai 21.000 dipendenti del 1981 ai 12.000 del 1994. Sono mesi che segnano un profondo cambiamento: nell’estate del 1993 il Taranto viene dichiarato fallito e riparte per la prima volta dalla Serie D; nel dicembre dello stesso anno la città diviene laboratorio politico nazionale con l’elezione di Cito; nel 1994 l’Italsider viene privatizzata e passa alla famiglia Riva, con il nuovo nome di Ilva. La decadenza del Taranto calcio si inserisce nel progressivo impoverimento culturale, economico e demografico del tessuto urbano. Dopo alcuni anni di transazione, il Taranto vince nel 2000 il campionato di Serie D e l’anno successivo quello di Serie C2. L’ultimo campionato vinto. Vent’anni fa.

Scetticismo e timore

La disaffezione del tifo tarantino vede come data cardine il 9 Giugno 2002, quando un Taranto costretto alla vittoria, davanti a trentamila tifosi rossoblù, pareggia 0-0 la finale play-off contro il Catania e abbandona il sogno di tornare dopo nove anni in Serie B. Su quella partita aleggiano sospetti di combine mai sopiti, anche per questo quella gara rappresenta uno spartiacque nella storia del tifo tarantino: prende piede il pessimismo cosmico, la sfiducia, l’arrendevolezza davanti all’evidenza di essere figli di un dio minore. È un trauma collettivo e culturale destinato a peggiorare negli anni successivi. Il Taranto comincia a collezionare drammi e micro-drammi; da quel momento e nei successivi nove anni perde sei spareggi play-off per la promozione in B e persino quando nella stagione 2011/2012 la squadra termina sul campo al primo posto in classifica, dei ritardi in alcuni pagamenti da parte della società le costeranno sette punti di penalizzazione e un ritorno ad una nuova lotteria dei play-off. Con un altro epilogo negativo. A fine anno, il Taranto è costretto a ripartire, ancora una volta per questioni finanziarie, dalla Serie D.

All’alba della stagione 2020/2021, l’attuale presidente Giove sceglie Francesco Montervino, ex bandiera del Napoli e tarantino di nascita, come direttore sportivo per sostituire il partente Pagni. Prima ancora di allestire la squadra, Montervino si ritrova in una situazione delicata: confermare o meno, l’allenatore arrivato pochissime settimane prima. Giuseppe Laterza, quarantuno anni, alle spalle una sola stagione in Serie D, ma con un ottimo curriculum nei campionati dilettantistici: il lavoro fatto a Fasano che ha trascinato dalla Promozione sino alla Serie D è un suo capolavoro. La scelta è mirata: evitare grandi nomi e guru della panchina, preferendo un allenatore emergente, che conosca le difficoltà dei campi delle categorie minori e soprattutto che corrisponda ad un profilo ambizioso.

Ci tengo a precisare che non è un punto di arrivo per me, ma un punto di partenza per crescere ancora.

Laterza, allenatore del Taranto
Alla fine aveva ragione Laterza (Foto: Pasquale Leonetti)

Queste sono state le sue prime parole. Montervino si convince di Laterza in un colloquio durato meno di mezz’ora. La prigione pregiudiziale in cui si sono rinchiusi a lungo los aficionados tarantini, non permette di vedere la bontà della scelta, ma solo l’azzardo che comporta. La fiducia è, d’altronde, ai minimi storici; il Taranto arriva da sette anni di dilettantismo e si presenta ai nastri di partenza non come favorita: Casarano e Picerno in primis sono squadre costruite per ammazzare il campionato.

La scommessa di Montervino, alla fine, ha pagato: la promozione è l’opera maestra di Laterza. Il suo Taranto ha cominciato a persuadere lentamente, e solo la non ordinarietà del campionato che riportava una classifica monca e piena di squadre con partite da recuperare, non ha consentito di leggere da subito un Taranto in fuga. A fine aprile, dopo la vittoria contro il Fasano, a otto giornate dal termine del campionato, il Taranto si trovava a +8 dal Picerno secondo in classifica e si avviava, qualcuno credeva ingenuamente, verso una scontata promozione. Ma mai dire Taranto.

Dopo dodici giorni, a cinque partite dal termine, i rossoblù mantenevano solo tre punti di distacco dai lucani. Due pareggi consecutivi, uno ad Andria e uno ad Aversa; poi la clamorosa sconfitta in casa in superiorità numerica contro il Portici penultimo in classifica. Lo sconforto è grande, gli infortuni falcidiano la rosa e la stagione sembra inesorabilmente indirizzarsi verso la strada di Picerno, soprattutto quando, a tre partite dal termine, il Taranto viene bloccato sullo 0-0 dal Francavilla. +1 a due partite dal termine con un calendario decisamente sfavorevole: la penultima contro il Cerignola in casa, miglior squadra nel girone di ritorno; l’ultima in trasferta a Venosa contro il Lavello, quarta in classifica e squadra gioiello del girone. I rossoblù archiviano la pratica Cerignola con determinazione: segnano tre gol nel primo quarto d’ora, poi lo spavento dei due gol subiti, viene dimenticato con il calcio di rigore del 4-2.

La settimana che separa i tifosi tarantini dalla partita di Venosa è complicata; è necessario un esercizio costante di equilibrio per non cadere nella trappola dello scoramento. D’altro canto, il Lavello, allenato da Karel Zeman, non ha mai perso una partita in casa e per raggiungere l’obiettivo play-off ha bisogno di fare punti.

Taranto C’è

Per il Taranto l’ennesimo psicodramma è nell’aria, il clima è tesissimo e il silenzio cittadino nelle prime ore pomeridiane di una calda domenica sembra che possa durare per sempre: la partita comincia e al diciassettesimo minuto di gioco Dell’Orfanello, terzino sinistro italo-brasiliano del Lavello nonché uno dei calciatori più interessanti dell’intero girone, spedisce il pallone sotto il sette e paralizza i rossoblù. La squadra lucana è totalmente padrona del campo, è più libera mentalmente, corre di più, ha le qualità e la capacità per resistere al pressing tarantino tanto da eluderlo e arrivare più volte davanti alla porta: Giunta in due minuti ha due occasioni colossali davanti al portiere; in particolare la seconda, a pochi metri da Ciezkowski, ha un valore xG non più basso di 0,76. Un gol fatto.

Il Taranto è aggrappato alla fortuna; poi in dieci minuti sfrutta due calci d’angolo a favore e la ribalta: negli spogliatoi va in vantaggio 1-2, ma è una partita che si vive su un’altalena emotiva che parte da sensazioni euforiche, di ottimismo e buonumore e arriva alla depressione più nera. Dell’Orfanello, ancora lui, approfitta a inizio ripresa dell’errore della retroguardia ionica e segna il gol del pareggio. 2-2, il Taranto è secondo: avrebbe bisogno di un gol. Sembra una di quelle partite già viste in cui manca la forza mentale per andarla a riprendere e, da quello che si vede in campo, nemmeno i mezzi tecnici. Il Lavello sfiora il terzo gol più volte, poi quando la speranza ormai è svanita, quando il Taranto ormai sembra limitarsi a giocare con lanci lunghi figli della disperazione e quando il vittimismo del “perché sempre a noi” è affiorato, arriva il gol. Antonio Santarpia, ancora di testa.

A sette minuti dalla fine. Il Taranto, il campionato l’ha vinto alla sua maniera. Soffrendo. I minuti successivi sono interminabili. Poi arriva il triplice fischio ed esplode la festa. Non è stato una squadra da ricordare per un calcio spettacolare, ma per la sua solidità difensiva (23 gol subiti complessivi, di cui 8 nelle ultime sei partite), per la sua capacità di essere multiforme cambiando moduli (si è passati dal 4-2-3-1, al 4-4-2, al 4-3-3), interpreti (l’emergenza Covid e gli infortuni hanno costretto all’utilizzo di tutta la rosa), e per come ha modulato la gara a seconda dell’avversario. Il campionato l’ha vinto Laterza per il senso del collettivo che ha dato al gruppo. È questo il motivo per cui Tissone, e il resto della banda del patio, è in lacrime: i calciatori volevano il primato quasi quanto i tifosi.

La promozione arriva dopo un’attesa di vent’anni e si pone a chiusura di un cerchio, cancellando d’un tratto gli ultimi decenni di agonia. È una catarsi. Lo sport, così come la musica e le arti in genere, è in grado di agire concretamente sulla realtà in cui opera, di modificare gli scenari, di sconvolgere gli equilibri: il suo è un potere performativo. È un crocevia importante per Taranto: la vittoria di Diodato a Sanremo; Benedetta Pilato che inorgoglisce con i suoi record mondiali; il Taranto Volley che torna in Serie A; l’apertura del porto alle navi da crociera; la progettazione di un nuovo stadio; il SailGP; l’organizzazione del Giochi del Mediterraneo del 2026; la consapevolezza dei cittadini, ancora non delle istituzioni, che l’era dell’acciaio è ormai terminata. Il ritorno al calcio professionistico è il punto di partenza per la costruzione di una forte e nuova connessione identitaria con la comunità e per dare un nuovo senso all’idea di Taranto. Una città che ha un disperato bisogno di gioire.

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