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CALCIO ITALIANO

Considerazioni sparse sullo Scudetto dell’Inter (e sul futuro)

La stagione dell’Inter è stata un paradosso. Il divario tra il prestigio dell’obiettivo centrato e la relativa facilità con cui è stato raggiunto hanno indotto in molti a ritenere questo Scudetto, se non un obbligo, quantomeno un atto dovuto. Lo sostengono diversi tifosi avversari, forse con l’intento di sminuirne la portata. Gli interisti ne hanno invece celebrato l’importanza con tre settimane di festeggiamenti, dal Duomo a San Siro. La stessa falsariga della squadra, che ha preparato le ultime quattro partite tra brindisi, grigliate e prese in giro social, mostrando di non risentire delle incertezze societarie e delle richieste di taglio di due mensilità dai rispettivi contratti.

Eppure, dopo l’eliminazione dai gironi di Champions, sono stati addirittura molti tifosi nerazzurri a parlare di campionato come risarcimento minimo, inevitabile alla luce del fallimento europeo. È  stato tirato in ballo l’ingaggio annuale di Conte (12 milioni netti), sono state criticate le sue convinzioni tattiche (la difesa a 3 e l’assenza di un piano alternativo), è stato analizzato al dettaglio il suo linguaggio, verbale e non, nelle dichiarazioni. Per più di qualcuno la pace di Villa Bellini era stata una costrizione dettata solo da ragioni economiche. La marcia trionfale del girone di ritorno (16 vittorie, 2 pareggi e 1 sconfitta) non solo ha portato in dote il diciannovesimo Scudetto, ma ha trasmesso l’idea che averlo fatto sia stato più semplice del previsto, quasi scontato, cancellando con un colpo di spugna tutte le precedenti difficoltà, polemiche e insinuazioni.

La festa Inter per lo Scudetto
Capitan Handanovic alza il trofeo al cielo (Foto: Francesco Scaccianoce/Imago Images – OneFootball)

La narrativa: l’importanza di questo Scudetto e i meriti innegabili dell’Inter

Dunque, come verrà raccontato e ricordato questo Scudetto tra un po’ di anni? Chiaro che molto dipenderà dal seguito che avrà. L’addio di Antonio Conte e i possibili ridimensionamenti della rosa gettano già una nube sul futuro. Sia nel caso in cui il titolo diventi l’inizio di un ciclo, o resti una perla isolata, due aspetti sono però incontrovertibili. Si è trattato della prima vittoria dopo il periodo peggiore della storia dell’Inter, senza un trofeo in dieci anni. Non era mai successo al club, nemmeno durante la logorante attesa tra il tredicesimo e il quattordicesimo scudetto, quando le delusioni erano parzialmente mitigate da qualche Coppa Uefa e Italia qua e là. Inoltre, ha posto fine al più lungo monopolio sulla Serie A, quello della Juventus di Andrea Agnelli.

I bianconeri hanno facilitato il compito sbagliando più di una mossa, ma non si può negare come il loro obiettivo iniziale fosse il decimo campionato consecutivo. Se con la scelta di Pirlo si poteva mettere in conto qualche peccato di inesperienza in panchina, è assurdo pensare a un consapevole ridimensionamento con Ronaldo in squadra e un mercato che nel 2020, a conti fatti, ha portato investimenti superiori rispetto a quelli dell’Inter. Arthur, Kulusevski, Chiesa e Morata a fronte di Hakimi ed Eriksen, incassando dal solo Pjanic ed estirpando i contratti di giocatori giudicati non più utili alla causa (Higuain, Douglas Costa, Matuidi). Se la vittoria è la somma di tutte le componenti in gioco (squadra, staff tecnico e società), ragion per cui la Juve è stata indicata spesso come un modello da seguire, i suoi demeriti non possono essere interpretati come un disvalore dell’impresa dell’Inter. Così come sarebbe ingiusto attribuire il dominio passato della Juve all’assenza di avversari all’altezza.

Anche perché, al tempo stesso, i nerazzurri hanno legittimato la vittoria sotto ogni punto di vista: miglior difesa (35 gol), secondo miglior attacco a un solo gol dall’Atalanta (89), miglior differenza reti (+54), almeno una vittoria contro ogni avversario, un centravanti da doppia doppia (24 gol + 11 assist per Lukaku), maggior numero di giocatori a segno (17), di clean sheet (14) e di punti nella classifica avulsa tra le squadre qualificate alle coppe (22). L’Inter è stata la squadra migliore della stagione. Ognuno ha le sue considerazioni sul fatto che fosse la miglior rosa in assoluto. La Juve preferibile nel complesso e l’Inter nell’undici titolare? Un’idea. Il Napoli arrivato secondo appena due anni fa e con l’acquisto più costoso del 2020 (Oshimen) è da ritenere così inferiore? Di sicuro, la rosa dell’Inter è stata quella più valorizzata dal suo tecnico. Avere una propria filosofia può essere anche un limite in alcuni momenti, ma per Conte è stata una carta vincente sin dal suo arrivo. Ha indicato calciatori a lui congeniali, ad altri si è adattato, magari mettendoci del tempo, ma lo ha fatto. Con la crescita di Skriniar e il rilancio di Eriksen e Perisic, in due anni quasi tutti i giocatori sotto la sua ala hanno reso secondo le aspettative, se non di più. Se le giunte di Vidal e Kolarov hanno deluso, la crescita di Bastoni, Barella e Lautaro è stata vertiginosa, Lukaku per sua stessa ammissione è nel momento migliore della carriera, Hakimi si è esaltato, le seconde linee sono state all’altezza.

Tutto ciò basta a legittimare la differenza di ingaggio tra Conte e il resto dei colleghi? I fatturati contano, ma è riduttivo rapportare il valore dei singoli professionisti solo in base ai loro costi, dipendenti da tante variabili (curriculum, situazioni contrattuali precedenti, concorrenza). Dopotutto, tenendo a mente solo il monte ingaggi, l’Inter non avrebbe potuto nemmeno competere con la Juventus (236 a 149 milioni, terza addirittura la Roma con 112 milioni) e nella stessa Inter, non sempre gli ingaggi sono specchio della reale incidenza in squadra (7 milioni per Sanchez e 6,5 per Vidal contro i 2,5 di Barella e Lautaro Martinez, per esempio). Se poi, superficialmente, ogni analisi si riduce a questo aspetto, per l’Inter valgono le parole di Marotta pronunciate dopo lo Scudetto:

Credo che un allenatore vincente può avere un costo straordinario ma non importa, meglio prendere un giocatore in meno ma avere un allenatore buono.

L’ingaggio di Antonio Conte è stata la strategia scelta dalla società per colmare o accrescere il divario con le rivali. Ha funzionato molto bene. A certificarlo un altro indice economico: la differenza tra il costo della rosa dell’Inter e il suo attuale valore è di +285 milioni contro i +129 della Juve (dati Transfermarkt). Solo il Milan in Serie A ha un plusvalore superiore. Le stesse scelte di mercato si sono rivelate azzeccate.

Zanetti, Conte e Oriali festeggiano lo Scudetto dell'Inter
Una scena inimmaginabile fino a pochi anni fa (Foto: Imago Images – OneFootball)

 Il valore della squadra: tecnico, tattico e mentale

Sottolineare i meriti di Conte non esclude così il riconoscere la forza e la qualità della squadra. La rosa allestita negli ultimi due anni è stata un mix tra richieste del tecnico, buone opportunità di mercato e sfruttamento del patrimonio già esistente.

La formazione lanciata da Inter-Lazio in poi era quanto di meglio, sulla carta, avesse da offrire Conte. Si è rivelata ottima anche sul campo una volta incastrati tutti i tasselli mancanti: prima l’adattamento di Skriniar alla linea a tre, poi l’inserimento graduale di Perisic ed Eriksen. Tre giocatori, soprattutto gli ultimi due, che sono dovuti andare incontro alle esigenze del tecnico. Il 3-5-2, considerato un capriccio dogmatico, è stato la soluzione per valorizzare e non sacrificare le migliori peculiarità della squadra: l’intesa tra Lukaku e Lautaro Martinez, la corsa in campo aperto di Hakimi, la verticalità di Barella con e senza palla, la capacità di Bastoni di sganciarsi in avanti e portare palla, gli standard di de Vrij come perno centrale.

Adattandosi a questa situazione, Perisic ed Eriksen hanno offerto quello che mancava. Il croato ha permesso di avere anche sulla sinistra un giocatore che potesse sfruttare il campo in lunghezza e con qualità, eliminando la prevedibilità del dover rientrare verso il centro del campo per giocare sul piede destro (come Young e Darmian). Il danese è diventato una fonte alternativa di gioco all’inizio dell’azione, sgravando dai compiti di costruzione il solo Brozovic, spesso pressato con un occhio di riguardo. Provato anche come regista, nonostante rispetto al croato abbia meno capacità di tenere palla sotto pressione, aggredire in avanti e andare a contrasto, ha dalla sua miglior precisione nel lancio lungo, nel gioco di prima e a pochi tocchi. La visione di gioco e la velocità d’esecuzione hanno portato benefici sia quando bisognava giocare di rimessa (raddoppio col Parma), che rifinire nei pressi dell’area di rigore (raddoppio nel derby, rigore col Torino, gol contro il Crotone). Senza dimenticare le proprietà balistiche.

Sistemandosi così negli uomini, a livello di disposizione la squadra ha trovato la quadra quando ha abbassato il baricentro, rinunciato a un costante pressing offensivo e creando i presupposti per liberare i suoi cavalli in campo aperto. Se i gol in contropiede ci sono stati, i più belli sono stati quelli arrivati attirando l’avversario con la costruzione bassa per creare spazio alle spalle e verticalizzare subito sulle punte (i primi due gol al Milan nel derby di ritorno, il primo contro il Sassuolo) o, contro squadre chiuse, muovendo palla velocemente da un lato all’altro del campo, sovraccaricando quello forte e finalizzando sul debole (i gol al Cagliari e al Verona, il pareggio contro lo Spezia, il secondo alla Fiorentina). L’Inter ha dimostrato di essere squadra fisica, atletica, tecnica e ben organizzata.

Nel filotto decisivo per distaccare le rivali, c’è stata una fase, tra Atalanta e Cagliari, in cui la squadra aveva perso la brillantezza che aveva permesso di battere con autorità Juve, Lazio e Milan. In quelle partite ha deciso di concedere iniziativa agli avversari più del dovuto, facendo leva sul suo blocco compatto e sullo stato di grazia dei tre difensori, insuperabili nell’uno contro uno, nelle letture e nel gioco aereo. Anche la capacità di convertire le occasioni, cruccio dei primi mesi, è stata un punto di forza che ha consentito all’Inter di avere un atteggiamento più prudente. Nelle tante vittorie di misura di quel periodo pesava la percezione di avvicinarsi all’obiettivo, come sottolineato da Conte, ma è emersa la consapevolezza della squadra. Uno step mentale che nel girone d’andata ancora non era stato completato, se si pensa alla sofferenza estrema contro il Napoli in superiorità numerica e alla vittoria gettata contro la Roma. Uno step della squadra, ma anche dell’allenatore, andato oltre il suo difficile rapporto con la lettura a gara in corso e le sostituzioni: ha smesso con quelle rinunciatarie, a volte ha perfino azzardato.

Il mister è stato abile nel far combaciare la sua idea di calcio con quella più adatta per esaltare i migliori giocatori a disposizione, aspettando e inserendo poi quelli rimasti attardati nella comprensione delle sue richieste. È stato ottimo nell’aver dato un metodo e una mentalità vincenti; espressioni abusate, ma essenziali per una squadra con una spiccata vocazione all’autolesionismo e alla drammatizzazione. Basti pensare alle molte rimonte subite la scorsa stagione o alla fatica, durante la precedente gestione di Spalletti, nel portare a casa obiettivi alla portata. Per i tifosi che ricordano l’allucinante Inter-Empoli per la qualificazione in Champions del 2019, il ritorno dello Scudetto senza psicodrammi è stato un sollievo non preventivabile.

L'Inter festeggia un gol
Un gruppo unito e compatto (Foto: Imago Images – OneFootball)

La prospettiva: l’addio di Conte, le incognite societarie e i margini di miglioramento

Paradossalmente, gli unici timori degli ultimi mesi sono nati da vicende extra-campo: un’eventuale squalifica nelle 48, assurde ore di vita della Superlega e la questione societaria. Si sono rincorse voci di vendita di Suning, c’è stato un nuovo diktat del governo cinese di limitazione degli investimenti non necessari, sono stati raggiunti accordi per la dilazione degli ingaggi e degli altri pagamenti in sospeso, addirittura la richiesta ai dipendenti, respinta, di rinunciate a due mensilità. Il prestito del fondo Oaktree è una boccata d’ossigeno e Suning ha ribadito la volontà di non voler trattare l’Inter come il casalingo Jiangsu. La garanzia di sopravvivenza non è però sufficiente a dare linfa a un progetto sportivo appena sbocciato. Per questo motivo, Antonio Conte ha deciso di lasciare l’Inter.

Una scelta che ha scoraggiato molto i tifosi, indotti a ritenere già consumata la gioia per lo scudetto. Si è riprodotta la stessa scena vissuta con Mourinho dopo la finale di Champions del 2010. Entrambi non ne sono usciti impeccabilmente: se il primo, invece di rassegnare le dimissioni, ha concordato una buonuscita di 6,5 milioni per rescindere l’anno di contratto rimasto, il secondo era scappato da Florentino Perez subito dopo la partita. Peccati etici perdonabili a chi ha avuto un ruolo così importante nella storia dell’Inter.

Al posto di Antonio Conte l’Inter ha deciso di puntare su Simone Inzaghi una volta sfumato Allegri. Una scelta sensata, che avvalora l’affermazione di Marotta sull’importanza della guida tecnica. Se Allegri, per palmarès e lignaggio, avrebbe reso meno concreta l’idea di un immediato ridimensionamento, Inzaghi è una scelta intelligente per conoscenza del campionato italiano, per gli ottimi trascorsi alla Lazio e le idee tattiche non così distanti da quelle di Conte. In un momento simile, non c’è soluzione migliore che sfruttare l’eredità di quanto costruito finora per continuare a essere competitivi. È innegabile che puntare su un allenatore ottimo ma diverso come Sarri avrebbe reso le conoscenze maturate in due anni superflue e richiesto un iniziale periodo di adattamento, soprattutto in un’annata in cui le squadre si ritroveranno al completo molto tardi per gli Europei e la Coppa America.

Simone Inzaghi e Antonio Conte
Recente passato e futuro prossimo (Foto: Alfredo Falcone/LaPresse /Imago Images – OneFootball)

Questo non significa che la perdita di Conte non sia pesante: per quanto scritto finora, per la presa sui giocatori e sull’ambiente, perché storicamente l’Inter ha vissuto i suoi periodi migliori con tecnici accentratori. Se il rammarico è forte, si deve pur considerare la renitenza di Conte a restare per lunghi periodi su un’unica panchina (2 anni anche al Chelsea e in Nazionale, 1 al Bari, al Siena e all’Arezzo, 3 alla Juve con rottura finale). Un allenatore che si tira indietro quando pensa di aver raggiunto il massimo, o quando la sua visione non combacia con quella di chi gli sta intorno. Ciò che è accaduto ora all’Inter. La sua intenzione di crescita si scontra con il bisogno della società di ridurre il monte ingaggi del 10/15% e di chiudere in attivo la prossima finestra di mercato di almeno 70 milioni. Un’ambizione che sul piano pratico rischia di tradursi un paio di cessioni degli attuali titolari e la volontà di sostituirli con giocatori che non possono dare, almeno in partenza, le stesse garanzie.

Sono scenari non esaltanti, testimonianza di come la situazione di Suning sia complicata, per la pandemia come tanti altri club, ma anche per le condizioni difficili in cui versa l’azienda e per i vincoli imposti in patria. Steven Zhang non aiuta i tifosi a orientarsi in questo marasma, nascondendosi dietro lunghe permanenza in Cina, comunicati ufficiali e la figura di Marotta, onnipresente e rasserenante. Le quote date in pegno a Oaktree per il finanziamento rendono concreta l’ipotesi che il fondo possa diventare tra tre anni il proprietario della squadra se Suning non ripagasse il debito, stessa dinamica accaduta due anni fa al Milan. Non si può quindi escludere che l’interesse della famiglia Zhang possa essere quello di rientrare il più possibile dalle perdite prima della perdita del controllo del club (o per cercare di ripagare il prestito al fondo). Le prospettive della società sono quelle che preoccupano di più, a prescindere dall’addio di Conte, che in carriera non ha spesso azzeccato le sue previsioni quando riteneva che non ci fossero più margini di miglioramento nelle realtà in cui lavorava.

Ciò che resta però non è poco. Una squadra forte, giovane, che ha appena iniziato i suoi anni migliori. Hakimi è già una forza della natura, ma può migliorare nelle situazioni statiche, quando c’è più da pensare che da correre, Barella ed Eriksen nell’apporto realizzativo, Lautaro in freddezza davanti la porta, Lukaku nelle rifiniture tecniche. Difficile capire ora chi se ne andrà, ma di certo in molti rimarranno: la dirigenza ha dimostrato di avere buone intuizioni e Inzaghi è un tecnico meno pretenzioso, abituato a lavorare di fino con quel che passa in convento e conscio della grande occasione affidatagli. La stessa Inter del 2010, seppur in circostanze completamente diverse, prese corpo dalla cessione del suo miglior giocatore.

Ora il paradosso è quello di trasformare lo Scudetto dell’Inter in un what if, un rimpianto per quello che sarebbe potuto essere. I tifosi già si crogiolano nella retorica del non sapersi godere le proprie gioie, della loro intensità e brevità. Fino a sei mesi fa però in tanti erano convinti che Conte fosse uno schiavo dei suoi dogmi nell’era del calcio liquido, che Eriksen fosse inadatto alla Serie A dei giocatori di gamba, che il culto della personalità di Ibrahimovic e Ronaldo, esaltato all’inverosimile, fosse l’unico modo per essere leader e trascinatori di una squadra. Sembra tutto lontano ora che i verdetti sono stati emessi e sono diventati, tutt’insieme, scontati. Questo Scudetto è invece l’unica certezza in un calcio in cui i cambiamenti, sia nei fatti che nelle opinioni, procedono alla velocità della luce. È un buon motivo per essere felici, almeno fino a settembre, quando si ricomincia da capo.

La festa per lo Scudetto dell'Inter a San Siro
Delirio nerazzurro (Foto: Imago Images – OneFootball)

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