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Suggestioni: I fell into a burning ring of fire

Le stelle illuminano la volta blu scuro che circonda Istanbul. Quella del 25 maggio 2005 non è una notte come le altre nella città turca. L’atmosfera è ricca di trepidazione, di lì a poco andrà in scena la finale della cinquantesima edizione della Champions League tra Milan e Liverpool. I riflettori si accendono sullo Stadio Olimpico Atatürk, intitolato a quello che è il padre della Turchia moderna, mitico generale, fondatore e primo Presidente dello Stato. La serata più importante dell’anno calcistico europeo sta per cominciare in una cornice a dir poco suggestiva.

Istanbul è una città particolare, ha un fascino tutto suo che sta nella combinazione di fattori tanto diversi tra loro. Un ponte tra Oriente e Occidente, nel vero senso della parola, visto che si trova a cavallo tra Europa e Asia. Due anime che si fondono in uno scenario significativamente eterogeneo. È una città dalle mille sfumature, dalle mille possibilità. E questa è una sera dalle “Mille e una notte”, un racconto leggendario, una mitica favola.

Quella del 25 maggio 2005 è davvero una di quelle magiche notti d’Oriente che animano l’immaginario folkloristico legato a Istanbul. Come Aladino, quella sera – chissà come – Rafa Benitez ha trovato la leggendaria lampada, l’ha sfregata con tutta la sua disperazione e ha usufruito dei tre desideri del genio per ottenere un successo che pareva ormai insperato.

Su questo racconto mitico s’innesta però anche l’apoteosi di un’intensa storia d’amore. Siamo a Istanbul, tutto è possibile, anche contaminare una classica favola orientale con un occidentalissimo poema amoroso. Da questo sincretismo, da questa Istanbul come nodo cruciale tra Oriente e Occidente, nasce una delle finali di Champions League più assurde di sempre. I Reds stanno per compiere un’impresa che, ancora oggi, ha dell’inspiegabile.

When hearts like our’s meet

Da Istanbul dobbiamo fare un piccolo salto indietro, nel tempo e nello spazio. Dalla suggestiva metropoli turca ci spostiamo dall’altra parte del mondo. Sono gli anni ’60 in America, il mondo risplende di quella luce di ottimismo proiettata dal dopoguerra e dagli anni ’50. June Carter è un astro splendente della musica country, cerca la sua consacrazione musicale e intanto coltiva i propri interessi.

Nella vasta biblioteca dello zio trova un libro di poesia elisabettiana, lo sfoglia e viene colpita da una di quelle frasi, secche e concise, che ammaliano nella lettura le menti in cerca d’ispirazione i cuori ardenti.

Love is like a Burning ring of fire.

L’amore è come un anello di fuoco che brucia. L’imprinting è immediato, occorre lavorare a una canzone che sia ispirata a quella frase e lo fa con l’ausilio di Merle Kilgore. Ne viene fuori una canzone interpretata da Anita Carter, sorella di June, dal titolo “Ring of Fire“. Quel brano suscita l’attenzione di una leggenda della musica country, destinato a essere protagonista inaspettato della notte d’Oriente da cui parte questo racconto. Johnny Cash ascolta il brano, appura il suo mancato successo e lo reinterpreta, aggiungendo un accompagnamento di fiati mariachi e realizzando un capolavoro immortale della musica.

Ring of Fire” di Johnny Cash ottiene un successo strepitoso e si ritaglia un ruolo di punta nella mitica discografica, divenendo oggetto di molte cover e venendo adottata per tantissime colonne sonore. La canzone parla sostanzialmente dell’innamoramento, di questa passione ardente che tutto brucia e consuma, come una marea irrefrenabile. 

Un amore come quello che i tifosi del Liverpool provano per la propria squadra. Un ardore che brucia, come l’anello della canzone, di una passione ardente. Proprio le note di questa canzone animano la notte turca nel maggio 2005. I tifosi del Liverpool l’hanno adottata come colonna sonora della propria spedizione europea, come inno di quell’amore irrefrenabile che li condurrebbe fino in capo al mondo per venerare la propria amata.

Sciarpata dei tifosi del Liverpool (Foto: Alex Livesey/Getty Images – OneFootball)

I tifosi del Liverpool non sono nuovi a queste iniziative. Nella Coppa dei Campioni 1976/1977, la prima a entrare nella bacheca dei Reds, durante la finale vinta per 3-2 contro il Borussia Mönchengladbach le note di “Arrivederci Roma” hanno accompagnato la squadra inglese verso la sua prima coppa dalle grandi orecchie. Inno riproposto, naturalmente, per la finale del 1984, vinta proprio all’Olimpico contro la Roma. Per il successo in Coppa UEFA del 2001, 5-4 ai supplementari con l’Alaves, il canto di sfida era “Who let the dogs out” dei caraibici Baha Men, ribattezzata dai tifosi della Kop “Who let the Reds out“.

Insomma, anche per quest’occasione il Liverpool compie la propria scelta, puntando su una canzone che sarebbe diventata leggenda per l’impresa a cui sarà associata. Dopo Istanbul, infatti, “Ring of Fire” è stata rilasciata come inno ufficiale del club per la finale di FA Cup del 2006, vinta ai rigori contro il West Ham. Il brano è entrato di diritto nella storia del Liverpool, come summa dell’amore tra il club e i propri tifosi.

And the flames went higher

Per arrivare a Istanbul la strada percorsa dal Liverpool è stata lunga e tortuosa. Sin dagli albori dell’avventura, dai preliminari vinti contro il Grazer AK. Il girone poi è complesso, mette i Reds di fronte a due delle quattro semifinaliste dell’edizione precedente. Ci sono il Monaco, che qualche mese prima si era arreso solo in finale al porto di Mourinho, e il Deportivo La Coruña, protagonista l’anno precedente di quella pazza rimonta contro il Milan. Infine l’ultima squadra del girone è l’Olympiacos, che si porta dietro l’estasi del trionfo compiuto in estate dalla Grecia, a sorpresa campione d’Europa. 

Il girone viene passato dal Liverpool, non con qualche patema. I Reds arrivano secondi, alle spalle del Monaco, a pari punti proprio con l’Olympiacos, battuto e scavalcato all’ultima giornata grazie a un cruciale 3-1. Più semplici gli ottavi di finale, dove gli inglesi si liberano agevolmente del Bayer Leverkusen con un doppio 3-1. Dai quarti di finale torna la sofferenza, ma sostanzialmente al Liverpool basta la carica di Anfield. Contro la Juventus è 2-1 in terra inglese, con le firme di Hyppia e Luis Garcia. Lo 0-0 a Torino qualifica il Liverpool alle semifinali. Reti bianche anche a Stamford Bridge contro il Chelsea, e al ritorno è sufficiente un gol di Luis Garcia per portare i Reds in finale. 

Stavolta, però, non ci sarà Anfield a sostenere gli uomini di Benitez. L’appuntamento è a Istanbul, dove ad attendere il Liverpool c’è il Milan di Carlo Ancelotti, una montagna che sembra davvero invalicabile per gli inglesi.

Liverpool
Il gol di Luis Garcia che porta il Liverpool in finale (Foto: Laurence Griffiths/Getty Images – OneFootball)

Love is a burning thing

Così torniamo a Istanbul. Alla notte del 25 maggio 2005. A quella volta stellata e alle note di “Ring of Fire” che spingono i ragazzi di Benitez all’impresa. Sulla carta non c’è partita: il Milan è davvero troppo forte. Leggere la formazione rossonera metterebbe apprensione a qualsiasi avversario: Dida tra i pali, linea a 4 formata da capitan Maldini e Cafù sulle fasce, con Stam e Nesta coppia centrale. Pirlo davanti alla difesa, Gattuso e Seedorf prodi guardiani ai suoi fianchi. Kakà sulla trequarti a ispirare la coppia formata da Shevchenko e Crespo. Una squadra micidiale, che può permettersi di tenere in panchina gente come Rui Costa e Serginho.

Dal canto suo il Liverpool risponde con un undici che non fa di certo strabuzzare gli occhi. Dudek tra i pali, davanti a lui in canonica sequenza da destra a sinistra Finnan, Carragher, Hyppia e Traore. Alonso in mediana, ai suoi fianchi Gerrard e Riise, sulla trequarti il trascinatore Luis Garcia. Davanti la coppia formata da Harry Kewell e Milan Baros.

Il match segue subito il copione che tutti si aspettano. Dopo un minuto Pirlo posiziona il pallone sull’out di destra. Si appresta a battere un calcio di punizione, con la mano alza tre dita, forse un malaugurato presagio. Il pallone parte e trova Paolo Maldini che, dal dischetto del rigore, gira verso la porta e buca Dudek: un minuto di gioco e il Milan è già in vantaggio.

Il diavolo imperversa, mette presto alle corde il Liverpool. Prima un salvataggio sulla linea su Crespo, poi Shevchenko vede annullarsi un gol ampiamente regolare. Al minuto 38′, in una delle sue implacabili scorribande, Kakà serve in area il bomber ucraino, che alza gli occhi, vede Crespo e lo serve. L’argentino deve solo spingere il pallone in rete.

Dopo sei minuti Kakà accelera nuovamente, serve un pallone al bacio per Crespo. Hyppia prova ad allungare ogni muscolo della propria gamba, ma buca l’intervento. L’argentino è solo davanti a Dudek e lo punisce con un dolcissimo scavetto. Al termine del primo tempo il Milan è così avanti per 3-0 sul Liverpool, ormai l’esito di questa sfida sembra ampiamente segnato.

Liverpool
Lo sconforto dei giocatori del Liverpool prima della clamorosa rimonta (Foto: Clive Brunskill/Getty Images – OneFootball)

La ripresa è stata magica. Abbiamo sentito 40.000 tifosi alzarsi in piedi e cantare You’ll Never Walk Alone.

Così Jerzy Dudek tratteggia quell’amore inesorabile dei tifosi del Liverpool per la propria squadra. Anche sotto di tre reti a fine primo tempo di una finale di Champions League, da cui i Reds mancano da 20 anni, non c’è spazio per la delusione o la rassegnazione. L’anello di fuoco brucia e continuerà a farlo in eterno. Gli uomini di Benitez tornano così, con una carica del tutta nuova e forse inspiegabile, in campo.

Dimenticate il primo tempo. Innanzitutto dovete segnare un gol il prima possibile, poi il secondo quando iniziano a entrare nel panico e subito dopo il terzo perché siete inglesi, siete il Liverpool e giocate sempre fino alla fine.

Con queste parole Alex Miller, vice di Rafa Benitez, anticipa ciò che poi effettivamente avverrà. Forse aveva intravisto il proprio tecnico sfregare quella lampada e chiedere i tre desideri al genio. Comunque nel secondo tempo di Istanbul la notte d’Oriente diventa una favola, e lo fa nel giro di appena sei minuti che rimarranno impressi per sempre nella storia del calcio.

Minuto 54,. Dopo qualche occasione per parte, Riise riceve palla sulla sinistra, fa parte uno dei suoi cross chirurgici e trova Gerrard che di testa dal cuore dell’area di rigore trafigge Dida. E fuori uno.

Minuto 56. Il ceco Smicer riceve un pallone dalla sinistra, in orizzontale, lo addomestica, alza lo sguardo e tenta la sorte. Fa partite un rasoterra incrociato che beffa un colpevole Dida. E fuori due.

A questo punto la tensione si fa davvero elettrica a Istanbul. Quelle stelle in cielo brillano, quelle note sugli spalti risuonano. La favola sta prendendo forma e l’inchiostro è pronto a imprimersi sulle pagine delle “Mille e una Notte”, al fianco ai leggendari racconti decantati dalla principessa Shahrazad.

Minuto 60. Gerrard riceve palla in area, si dirige verso la porta, ma viene colpito da Gattuso. L’arbitro non ci pensa due volte e indica il dischetto del rigore. Xabi Alonso prende il pallone, sa che il destino è dalla sua parte, basta colpire la sfera ed entrerà da sola. In notti come quella basta il vento a indirizzare ogni cosa. Eppure non è così, o almeno non lo è in parte. Il rigore battuto dallo spagnolo viene respinto da Dida, forse il genio si era un attimo distratto ad ammirare le bellezze di Istanbul. Ma rimedia subito: la sfera torna sui piedi di Alonso, che sigla il clamoroso 3-3. 

Xabi Alonso segna il gol del clamoroso 3-3 (Foto: Mike Hewitt/Getty Images – OneFootball)

Il risultato rimane, fisso e inesorabile, fino alla fine. Il Milan ci prova con ogni forza, Traore salva ancora sulla riga di porta su Shevchenko, Dudek compie un miracolo indescrivibile sull’ucraino e Tomasson cicca un pallone in area che poteva rappresentare il colpo di grazia. Finiscono i supplementari, il risultato è di 3-3. Si va ai calci di rigore.

And it burns, burns, burns

Dal 3-0 al 3-3, in appena sei minuti. Un gol annullato, due clamorose occasioni, un dominio netto. Non è difficile immaginare la frustrazione che alberga tra i giocatori rossoneri, come è altrettanto semplice intuire quale trepidazione fremi tra quelli del Liverpool. Quando il destino vuole qualcosa si riconosce, e quella è una di quelle sere dal copione già scritto.

Parte la sequenza dei rigori: sbaglia Serginho, segna Hamann, poi Dudek para su Pirlo e Cissè realizza dal dischetto. Sembra notte fonda per il Milan, ma non è ancora finita. Segna Tomasson e sbaglia Riise, tutto si riapre. Arrivano i gol di Kakà e Smicer. Ora il pallone è nelle mani di Shevchenko. La sua è una serata maledetta. Un gol annullato ampiamente regolare, un miracolo di Dudek difficilmente riconducibile alle facoltà umane. Proprio l’uomo che aveva regalato l’ultima Champions al Milan, col rigore decisivo contro la Juventus, stavolta spegne ogni speranza. Dal dischetto Sheva sbaglia: il Liverpool è campione d’Europa.

Non volevo farli ridere, volevo solo mettere più pressione sui giocatore.

Il vero, grande protagonista, dell’epilogo di questa pazza finale è stato Dudek, portiere polacco che ha vissuto quell’unica notte di fama. O meglio lo è stato il suo balletto, che tanto ricordava quello di Bruce Grobbelaar nel 1984 contro la Roma. In entrambi i casi, questo curioso ingegno è stato tremendamente efficace, regalando al Liverpool la coppa dalle grandi orecchie.

But the fire went wild

Termina così una delle finali più folli della storia della Champions League. Due anni dopo il Milan otterrà la sua rivincita, nell’altrettanto suggestiva location di Atene. Ma questo è un altro capitolo, che sicuramente non sfiorava nemmeno lontanamente la mente dei tifosi del Liverpool.

La folla di tifosi Reds che celebra il Liverpool campione d’Europa (Foto: Scott Barbour/Getty Images – OneFootball)

La forza per compiere questa clamorosa impresa l’hanno data i tifosi. Il destino ha fatto la sua parte, ma la carica inesorabile degli spettatori inglese ha acceso la fiammella, ha reso possibile il compimento della favola. A fine partite due protagonisti di quella notte, Jamie Carragher e Steven Gerrard, ricambiano quella carica cantando a squarciagola “Ring of Fire“. Omaggiano quei tifosi il cui ardore non ha mai smesso di bruciare, mostrando quanto anche il club li ami alla follia.

Quando vedi persone dai cinque ai novant’anni, alcune con le lacrime che solcano le guance, resti molto colpito. Quello è stato probabilmente il momento più memorabile vissuto in questi pochi giorni a Istanbul e poi sulla via del ritorno. È questo che lo rende così speciale. È un club e una città speciale.

Le lacrime che colpiscono Hamann sono la testimonianza di quell’amore che da sempre e per sempre anima i tifosi dei Reds. La finale di Istanbul verrà ricordata come una delle più grandi rimonte della storia del calcio, ma anche come uno dei più disperati gesti d’amore di una tifoseria per la propria squadra. Sotto 3-0, a fine primo tempo, in una finale di Champions, contro una squadra infinitamente più forte, quei tifosi non hanno mai smesso di cantare. Quell’amore che proveranno per sempre ha finito per bruciare e consumare perfino il Diavolo.

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Autore

Romano, follemente innamorato della città eterna. Cresciuto col pallone in testa, da che ho memoria ho cercato di raccontarlo in tutte le sue sfaccettature.

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