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NAZIONALI

Il caso di Sensi e la meritocrazia in Nazionale

Meritocrazia. Un concetto cardine nel principio della convocazione in Nazionale, il palcoscenico più ambito da quegli atleti che intendono, con le proprie gesta calcistiche, scrivere la storia della propria Nazione a suon di vittorie.

Il ragionamento che sta alla base delle convocazioni è chiaro e lineare: coloro che figurano al meglio coi rispettivi club vengono premiati con la chiamata in Azzurro, che riserva fra le proprie fila un posto soltanto ai più meritevoli, ai più forti, a coloro che meglio si sono destreggiati nei diversi periodi d’analisi da parte del commissario tecnico. Tutti, dunque, possono ambire all’appuntamento con la propria Nazionale, dando il massimo con la propria squadra anche per ben figurare in ottica di una possibile convocazione. Ma è davvero così?

Spesso e volentieri, vuoi per necessità, vuoi per stile o metodo di lavoro, l’allenatore privilegia un altro criterio. Quello della progettualità. Che tradotto significa: per creare un percorso vincente occorre plasmare un gruppo ben definito, da coltivare e migliorare col tempo, preparandosi al meglio per gli appuntamenti d’eccezione. Sul capire quale dei due metodi sia il più efficace non è questa la sede; altrettanto assodato, poi, è il criterio preferito da Roberto Mancini: confermare i suoi preferiti, sempre e comunque, nonostante nei rispettivi club non trovino lo spazio che ci si aspetterebbe o, addirittura, non ne trovino affatto.

È questo il caso di Stefano Sensi, tanto brillante con l’Italia quanto incostante e sottotono con l’Inter. Un caso, quello del centrocampista nerazzurro, unico nel suo genere, convocato da Mancini a gare chiave come quelle di qualificazione al Mondiale in Qatar nonostante un rientro fra i ranghi di Antonio Conte mai concretizzato.

Qualità indiscutibili

Per il futuro è meglio che vada via dall’Italia. Giocando con continuità in una lega differente dalla serie A, può raggiungere il livello di Xavi e Iniesta da Pallone d’Oro.

Queste le recenti dichiarazioni dell’ex tecnico (ai tempi delle giovanili del Cesena) di Sensi, Fernando De Argila. Prima ancora che sul concetto di Pallone d’Oro, così come sui paragoni con colonne come le due leggende spagnole, l’attenzione va rivolta a un termine su tutti. Continuità. Un fattore senz’altro mancato all’esperienza di Sensi dal suo arrivo all’Inter. Due mesi, poco più, sono bastati al centrocampista per conquistare la piazza nerazzurra, senz’altro una delle più intransigenti e pretenziose dai propri beniamini.

Il centrocampista nerazzurro contro il Crotone
La parabola discendente di Sensi all’Inter viene sottolineata anche da Transfermarkt, nella voce relativa ai valori di mercato. Al momento dell’approdo in nerazzurro questo toccava i 18 milioni, per poi arrivare a 30 milioni nel suo periodo migliore, dopo i primi mesi sotto la guida di Antoni Conte. Oggi, a furia di infortuni e incostanza, il valore è clamorosamente calato, toccando i 13 milioni di euro (Foto: Marco Canoniero/Imago Images – OneFootball)

Sia chiaro, le qualità del giocatore non vengono messe in discussione. Se Sensi occupa certe gerarchie in Azzurro e se gode della stima di allenatori blasonati come Mancini e lo stesso Conte un motivo c’è. La potenzialità della quale è dotato è stata dimostrata a più riprese negli anni, dalle stagioni al Sassuolo che lo hanno lanciato nel calcio che conta al definitivo (seppur mai completo) exploit all’Inter. Pragmatismo tattico, velocità d’esecuzione, rapidità mentale nella scelta giusta al momento più opportuno, qualità in evoluzione. Questi alcuni dei principali fattori che hanno spinto l’Inter a puntare su di lui, credendo in una delle stelle lanciate dai neroverdi. Qualità che, va sottolineato, nel tempo non sono mai andate via.

Da quel nefasto 6 ottobre 2019, tuttavia, la parabola ascendente del centrocampista in nerazzurro ha subito uno stop, tanto improvviso quanto clamoroso. L’uscita dal campo in quell’Inter-Juventus (terminato 1-2) per infortunio muscolare ha rappresentato fin da subito un campanello d’allarme per Antonio Conte e i suoi piani. La Beneamata, in quest’ormai anno e mezzo, si è trovata nel mezzo di un’autentica odissea tecnico-tattica, nella ricerca costante di un sostituto in mezzo al campo di Sensi, in attesa di un suo ritorno in campo che, fin qui, è stato rimandato di continuo. La scorsa stagione le presenze del giocatore sono state 19 in totale (appena 12 quelle in campionato), in quella attuale 13. Troppo poche per chi, come Roberto Mancini, è chiamato a valutare – e, almeno in teoria, a premiare – la continuità mostrata nel lungo periodo.

Idee chiare su Sensi

William Shakespeare scriveva che “l’attesa fa sempre male” e a rifletterci bene l’Inter, con Sensi, ne sa qualcosa. La partita odierna contro il Sassuolo, sua ex squadra peraltro, potrebbe essere la giusta occasione di riscatto col popolo nerazzurro, che fin qui ha vissuto di speranze che lo stesso giocatore ha saputo nel tempo creare e coltivare, nella mente dei tifosi.

Nonostante ciò, Roberto Mancini ha perseguito nel suo credo, portando avanti la sua idea di calcio con gli interpreti che aveva in mente. Il suo ritorno al rettangolo verde viene sentenziato dallo stesso Mancini, che viene premiato dal gol contro la Lituania del centrocampista, fondamentale per sbloccare risultato e morale della squadra, fin li apatica.

I risultati, dunque, parlano chiaro e premiano la progettualità del tecnico della Nazionale. Nelle sue prime 8 presenze in Azzurro, il centrocampista è andato a segno in tre occasioni, con l’Italia vincente in 7 occasioni su 8 totali con lui in campo. Che il CT della Nazionale privilegi i suoi giocatori ideali piuttosto che quelli più in forma, è cosa nota. Un motivo in più, nella mente di Sensi, per riprendersi al meglio, con più rapidità, in modo da farsi trovare pronto sia in Azzurro che in nerazzurro. Per la gioia di ambedue gli allenatori.

Due vite parallele, insomma. Con quella in Azzurro, da due anni a questa parte, senza dubbio più appagante. Per entrambe le parti, non soltanto quella del giocatore. Intermittente come una scintilla, si potrebbe dire, la cui luce ha brillato per Mancini su tutti, colui che nonostante la discontinuità ha continuato e prosegue nel credere in lui. I dubbi su una presunta rottura con Antonio Conte vengono smentiti dallo stesso allenatore nerazzurro, che parla di valore aggiunto rivolgendosi al finale di stagione nel quale potrà contare su di lui.

Stefano Sensi in Nazionale
A proposito di vite parallele. In Azzurro Sensi ha fin qui segnato 3 reti in 8 presenze, giocando per 517 minuti complessivi. All’Inter, invece, il centrocampista in stagione non ha mai inciso, in termini di gol e assist, a fronte di 13 presenze complessive (di cui 10 in campionato) (Foto: Andrea Staccioli/Insidefoto/Imago Images – OneFootball)

Quale scelta, dunque, è la migliore? Meritocrazia o fiducia incontrastata in certi uomini? Nel caso del CT della Nazionale la seconda scelta sta pagando fin qui, con l’Italia che sta costruendo la giusta continuità necessaria per sognare nei palcoscenici più importanti. L’Europeo anzitutto, un passo alla volta. La presenza di Sensi ai campionati di quest’estate non sembra in dubbio, in linea con l’idea di Italia che Roberto Mancini, al primo appuntamento decisivo, vuole promuovere e difendere con le unghie e con i denti. O, per meglio dire, con i suoi pupilli.

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