SLIDING DOORS

Sliding Doors: Giuseppe Bergomi

Quante storie si dipanano dal groviglio dei Mondiali del 1982. Un evento seguito da tutto il mondo, e un calcio che sembrava più autentico. Meno riflettori e più poesia, forse. E la gioia esplosa nella notte di Madrid, quando l’Italia diventò campione del mondo per la terza volta nella sua storia. Il Paese si sentiva invincibile e in cima al mondo, più su dell’Argentina, del Brasile e dell’Europa intera. E là c’eravamo davvero. Sopra a tutto e a tutti. Quale storia scegliere? A quale romantica avventura dare spazio? Stiamo parlando di svolte e di momenti decisivi. Del suggestivo “cosa sarebbe successo se” e di tutto il mistero che un tempo verbale come il condizionale si porta dietro. E quindi tra le mille storie di Spagna 82, c’è quella di un giovane Giuseppe Bergomi.

18 anni e la maglia interista cucita al petto. La convocazione nella prima squadra nazionale e la possibilità di sfidare i più grandi. Poi la partita contro il Brasile vista dalla panchina. Il colpo di scena dell’infortunio di Collovati e il suo esordio nella Coppa del Mondo. Da lì in poi fu tutta un’altra storia. Il terzino interista si sarebbe infatti conquistato l’Italia e gli italiani, per poi diventare una bandiera del nostro calcio. Dalla periferia lombarda a Madrid in pochi anni, e dal prato verde ai commenti tecnici nelle telecronache delle partite, mostrando competenza dentro e fuori dal campo: lo Sliding Door di Giuseppe Bergomi.

Nato ai bordi di periferia

Settala è un paesino con poco più di 7 mila abitanti. Si trova in provincia di Milano e negli anni Sessanta dette i natali a Beppe Bergomi, per la precisione il 22 dicembre 1963. Da piccolo il futuro calciatore alternava il lavoro alla pompa di benzina dei suoi con il gioco del pallone. Ma presto iniziò a giocare per la squadra del paese, dove rimase per tre anni prima di fare il grande salto.

In questa foto, ancora senza baffi, sembra che stia cercando di entrare in un campo di calcio. Cosa che poi farò con regolarità negli anni a seguire!” (dal profilo Instagram @beppebergomi2)

Le prime occasioni furono i due provini con il Milan, che però lo scartò per problemi di salute. Ad accettarlo, invece, fu l’Inter, l’altra grande squadra di Milano. E così già nel 1979 il ragazzo di periferia giocava con la squadra della città e si allenava con la maglia del Biscione, con la quale sarebbe rimasto per tutta la sua ricca e lunga carriera.

Già a 16 anni – record nell’Inter – esordì in prima squadra in Coppa Italia. A 17, nel febbraio 1981, giocò per la prima volta in Serie A e un mese dopo anche in Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa. In pochi anni, quindi, Beppe Bergomi scalò i gradi e i campionati. E a 18 anni era un giocatore su cui l’Inter poteva già ufficialmente contare. La vera gloria però, doveva ancora arrivare.

Spagna 1982

Sulla panchina della Nazionale sedeva Enzo Bearzot e nell’estate del 1982 si sarebbero disputati i Mondiali in Spagna. L’Italia era un gruppo piuttosto compatto, fatto di giocatori talentuosi, ma i pronostici non pendevano per gli azzurri. I 22 che l’allenatore avrebbe però convocato per la Coppa sarebbero diventati di lì a poco campioni del mondo. 

Bergomi - Italia '82
Una delle formazioni italiane a Spagna ’82: Graziani, Zoff, Bergomi, Scirea, Antognoni, Collovati, Cabrini, Rossi, Conti, Oriali, Tardelli (Foto: Bongarts/GettyImages – OneFootball)

Beppe Bergomi fu chiamato a giocare il Mondiale dopo solo una partita amichevole in maglia azzurra. Certo, ciò che ci si aspettava era che facesse la riserva. Era un giocatore a disposizione e a servizio di Bearzot, ma tra gli 11 titolari c’erano già Gentile, Cabrini, Collovati, Scirea: tutti a difendere con Zoff la squadra. Bergomi infatti rimase in panchina per tutta la fase a gironi.

L’Italia incontrò Perù, Polonia e Camerun e ottenne tre pareggi poco soddisfacenti. Al secondo turno di gironi, però, quando gli azzurri incontrarono i maestri del fútbol dell’Argentina e del Brasile, la squadra italiana collezionò ottime prestazioni. Con l’Albiceleste di Maradona finì 2-1 e anche contro il Brasile gli azzurri segnarono due gol (contro uno degli avversari) dopo 25 minuti. Al 34′, però, Collovati subì un infortunio e dovette abbandonare il campo. Bearzot si girò verso la panchina cercando con lo sguardo Beppe Bergomi.

Lo Sliding Door di Beppe Bergomi

Ragazzo, tocca a te…

Così Bearzot disse a Bergomi. Poche parole e quel ragazzo di nemmeno venti anni ma con i baffi già da grande dovette entrare. La partita era ferma sul 2-1 e l’Italia doveva blindare il vantaggio, arrivato minuti prima con una doppietta di Pablito.

A Beppe Bergomi toccava marcare Serginho. Lo fece egregiamente. Il comparto di centrocampo del Brasile vantava Socrates, Cerezo e Falcao. La difesa italiana doveva essere un muro e il più giovane di tutti aveva bisogno di tirare fuori tutta la poca esperienza che aveva, corazzare la porta e fermare i brasiliani. Quando entrò in campo dopo l’infortunio alla caviglia di Collovati mancavano pochi minuti al fischio della fine del primo tempo. Quando arrivò, il punteggio era rimasto invariato e Bergomi aveva già mostrato di essere entrato in partita concentrato.

Non c’era spazio per l’emotività“, ha dichiarato poi anni dopo in un’intervista. E infatti spazio per le emozioni non ci poteva essere. Nel secondo tempo Beppe Bergomi continuò a fare il suo mestiere. La sua prestazione fu sporcata soltanto da un errore: la deviazione che permise a Falcao di segnare e agguantare il pareggio. La partita però, fu salvata ancora una volta da Paolo Rossi, che con il terzo gol regalò la semifinale all’Italia.

Una sorpresa, tra le altre, fu però senza dubbio la prestazione del numero 3, il 18enne con l’aria matura che seppe tenere testa ai brasiliani e si guadagnò subito la fiducia di compagni e allenatore. Bearzot infatti decise di schierarlo anche nella semifinale contro la Polonia, scelta meno scontata del cambio obbligato contro il Brasile. Gentile era squalificato e mancava un difensore agli azzurri, ma l’idea iniziale dell’allenatore era quella di mettere un altro centrocampista, dato che i polacchi giocavano soltanto con una punta. Il portiere Zoff, inoltre, aveva subito un piccolo infortunio che gli rendeva difficili i rinvii da fondo campo. Bearzot scelse quindi Bergomi, che poteva garantirgli la capacità di far ripartire l’azione. E ancora una volta il terzino giocò magistralmente.

La vera serata di Beppe Bergomi tuttavia, fu la finale dell’11 luglio, al Santiago Bernabeu, contro la Germania Ovest. Ancora una volta un’indisposizione di un giocatore, Giancarlo Antognoni, e Bergomi partì titolare. Di fronte a lui c’era la corazzata tedesca, ma soprattutto Rummenigge, uno dei giocatori più forti in assoluto in quegli anni.

Quello che lo rese indelebile nella storia del calcio italiano fu comunque l’assist per Tardelli, che trasformò l’azione nel gol del 2-0 contro i tedeschi. La partita finì 3-1 e l’Italia fu incoronata campione del mondo. Beppe Bergomi, all’età di 18 anni, divenne il secondo calciatore più giovane della storia – dopo Pelé, campione con il Brasile – a vincere un Mondiale.

Giuseppe Bergomi, Fulvio Collovati e Dino Zoff sul 3-1 contro la Germania Ovest (Foto: Robert Delvac/GettyImages – OneFootball)

Lo zio con la Coppa del Mondo

È un atleta capace, nel suo ruolo, di coprire qualsiasi schema, così come di giocare contro qualsiasi avversario.

Qualsiasi schema, contro qualsiasi avversario. Le parole di Enzo Bearzot per descrivere le qualità di Beppe Bergomi sono sintetiche e lungimiranti. Già nell’82, giocando in Spagna e diventando campione del Mondo, il terzino aveva dimostrato di essere all’altezza dei giocatori brasiliani e tedeschi con molti più anni di esperienza di lui. Arrivato ai Mondiali come giovane difensore a supporto dei grandi, ne è uscito come protagonista.

Un eroe con i baffi. I suoi folti ciuffi sul viso lo rendevano adulto e il suo compagno di stanza a Madrid e all’Inter, Gianpiero Marini, lo soprannominò “lo Zio“. Uno zio che grazie alle circostanze e – purtroppo – agli infortuni dei compagni trovò il modo di entrare in campo e di esordire nel Mondiale più incredibile di tutta la storia italiana del calcio.

Cosa sarebbe successo se Collovati non si fosse fatto male alla caviglia, se Gentile non fosse stato squalificato o Antognoni se non si fosse rotto il piede destro nella gara con la Polonia? Probabilmente Beppe Bergomi non avrebbe avuto tutte quelle possibilità. Ma – come si dice – la fortuna non esiste, esiste solo il talento che incontra l’occasione. Beppe Bergomi ha avuto più occasioni per sfoggiare il suo talento nel Mundial. Ed è solo merito suo se è riuscito a mostrarlo.

Bergomi Maradona
Bergomi e Maradona a Italia ’90 (Foto: GettyImages – OneFootball)

Una carriera dedicata all’Inter

Dal 1977 al 1999. Beppe Bergomi visse per l’Inter, la squadra che lo accolse da ragazzino, lo accompagnò nella sua crescita, e gli dette la fascia da capitano. Dopo il Mondiale dell’82, Bergomi si ritrovò con l’etichetta del calciatore prodigio, giovane ma maturo, una futura promessa del calcio. Le aspettative su di lui iniziarono a crescere e non fu facile non deludere chi lo seguiva, lo giudicava, chi lo voleva in squadra.

Subito dopo il Mondiale legò moltissimo con l’allenatore nerazzurro Gigi Radice, per cui versò lacrime di dispiacere al momento del suo esonero. In quegli anni, comunque, l’Inter non riusciva ancora a competere con la Juventus di Trapattoni. Per questo rimase nella storia il grande rifiuto di Bergomi di passare a Torino. Il Trap infatti invitò il terzino a vestire bianconero, ma ormai Bergomi era consapevolmente e felicemente nelle fila del Biscione. Una dichiarazione d’amore da bandiera del calcio.

E fu proprio con Trapattoni, quando passò alla panchina nerazzurra nel 1986, che ebbe l’opportunità di crescere ancora di più. Finalmente poi, dalla stagione 1988-89, indossò la meritata fascia da capitano e alzò al cielo il suo secondo scudetto nerazzurro, dopo quello dell’80. Nel novembre l’Inter conquistò anche la Supercoppa italiana, e alla fine della stagione successiva la Coppa UEFA, la prima nella storia nerazzurra.

Beppe Bergomi rimase all’Inter anche dopo l’addio del Trap e il concomitante periodo di crisi, ritornando poi vincente a livello internazionale nel ’94 e ’98. Infine, dopo ventidue anni e sette trofei sempre con la stessa maglia, Bergomi lasciò il calcio giocato.

Bergomi
Beppe Bergomi e il trofeo della Coppa UEFA, 1994 (Foto: GettyImages – OneFootball)

Beppe Bergomi: dal campo agli spalti

Dopo l’ultima partita giocata al Meazza contro il Bologna, non finì certo il rapporto di Bergomi con il calcio. L’eroe giovane del 1982 ha intrapreso la carriera da allenatore e commentatore sportivo, per poi affermarsi nel mondo Sky. Nel 2006 ha commentato il Mondiale con Fabio Caressa, portando con i suoi commenti tecnici gli azzurri a una nuova vittoria, che mancava proprio dal 1982.

Volto affermato in televisione e tra gli opinionisti sul calcio, Beppe Bergomi è diventato maggiorenne in tutti i sensi in quell’estate del 1982. Capelli e sopracciglia folti, baffi insoliti e il soprannome di Zio che gli si addiceva troppo bene. Dalla periferia di Milano al Meazza, e dall’Italia al campionato mondiale a soli 18 anni.

Bergomi è un record man italiano e forse non importa cosa sarebbe successo se non fosse mai entrato in campo in quell’Italia-Brasile al posto di Collovati. Se la fortuna è meramente l’incontro tra il talento e l’occasione, di occasioni ce ne sarebbero state sicuramente tante altre.

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