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CALCIO ESTERO NAZIONALI

Patrik Schick ci vuole illudere

Croazia e Repubblica Ceca sono ancora in quella comunemente definita come fase di studio quando, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Lovren colpisce con una gomitata il volto di Patrick Schick. La botta è piuttosto violenta, Schick stramazza a terra e si dimena per qualche secondo, prima di essere soccorso dai medici. Tra la selva di gambe che accorrono al capezzale del numero 10 ceco, l’occhio della telecamera coglie tracce di sangue sul suo volto. Le successive proteste dei compagni culminano con una revisione al VAR dell’episodio, ma quando il direttore di gara indica il dischetto, Schick si sta facendo ancora medicare, e in quel momento ci sono dubbi piuttosto fondati sul se potrà o meno proseguire la sua partita.

Il tempo di una panoramica di Hampden Park e di qualche inquadratura sui volti dei tifosi colti tra l’estasi e la confusione che Schick è già in piedi, con una medicazione piuttosto artigianale che tenta di bloccare la fuoriuscita del sangue e il pallone sotto il braccio. Nonostante il colpo tramortente appena subito, con aria imperturbabile posiziona la sfera sul dischetto, la telecamera indugia sul suo volto visibilmente provato, lui prende la rincorsa e, confutando la teoria che i mancini incrociano sempre, spiazza il portiere avversario.

Inseguito dai compagni, Schick corre verso la telecamera, si ferma, e con il volto trasfigurato dalla foga flette i muscoli per qualche secondo. Un’esultanza che restituisce l’idea della prova di forza appena compiuta ma che impulsivamente mi ha fatto pensare: Ma questo è Patrick Schick?

L'esultanza di Patrik Schick
L’iconica esultanza di Patrick Schick (Foto: Andrew Milligan/Imago Images – OneFootball)

Da quando l’attaccante ceco si è preso il proscenio del calcio internazionale, l’idea di sé stesso che ci ha venduto è sempre stata quella di un giocatore animato da una leggerezza quasi ultraterrena: un modello – per sua stessa ammissione ciò che avrebbe fatto se non avesse sfondato nel calcio – con il volto efebico e le gambe da fenicottero.

Ai tempi del passaggio dalla Sampdoria alla Roma pensavamo di aver grattato solo la superficie di un talento sconfinato: un aperitivo fatto di colpi totalmente estemporanei accompagnati da cori ad personam (la vie c’est fantastique quando segna…) a cui ingenuamente immaginavamo andasse aggiunta giusto un po’ di sostanza. Nel percorso ancora breve compiuto da Schick, Roma ha coinciso con il punto più basso, un calvario durato due anni il cui highlight principale resta l’imprecazione strozzata di Carlo Zampa dopo il celebre gol sbagliato contro la Juventus. Sotto i riflettori della Capitale di sostanza se n’è vista ben poca, ma a mancare è stata anche quella patina scintillante che rivestiva ogni sua giocata.

Sinceramente, non ero pronto al 100% ed ero un po’ troppo giovane per le sfide della Serie A. È vero che avevo fatto un ottimo primo anno con la Sampdoria. Ma poi quando vai in un grande club, come la Roma, le difficoltà crescono e non sono stato all’altezza in quel momento.

Dichiarazioni che ci ricordano quanto l’aspetto mentale – troppo spesso sottovalutato – sia determinate nel percorso di un ragazzo. In Germania, in un ambiente più ovattato, dopo un faticoso ambientamento, si è stabilizzato come attaccante affidabile di squadre ambiziose quali Lipsia e Bayer Leverkusen, senza però compiere quello step necessario per saziare l’appetito che i primi lampi del suo talento aveva creato.

L’imposizione di Schick

Con la maglia della Nazionale si presentava a questo Europeo come punta unica di una squadra che fa della tenacia e della supremazia fisica i suoi valori spirituali e del crossing game l’apogeo delle sue trame offensive. Insomma, caratteristiche che non sembravano aderire alla perfezione con lo skillset di un giocatore più a suo agio in un attacco a due, libero, almeno parzialmente, dal gravoso compito di fare la guerra con le difese avversarie.

Schick preferisce agire lontano dagli occhi dei difensori avversari, dunque la sua inconsistenza nel gioco spalle alla porta, l’allergia al contatto fisico non sembravano poter coesistere con una squadra interessata a farsi spazio nella competizione a spallate e vincendo più duelli individuali possibili (la Repubblica Ceca è la terza squadra che ingaggia più duelli aerei nei 90 minuti, la prima se consideriamo solo le 16 qualificate alla fase ad eliminazione diretta). Almeno apparentemente, Schick sembrava un viveur in smoking bianco in una squadra di mestieranti con l’elmetto.

La Nazionale ceca unita durante l'inno
La Nazionale ceca unita durante l’inno (Foto: ANP/Pieter Stam De Young/Imago Images – OneFootball)

Ma nonostante queste premesse, il suo Europeo ha sin da subito imboccato una strada distante da quella che tutti questi indizi indicavano come la più percorribile. Dell’arcobaleno disegnato da metà campo con cui ha marchiato a fuoco la gara d’esordio contro la Scozia si è parlato abbondantemente, ma per chi ha seguito passo dopo passo la sua carriera svilupparsi, si può considerare l’opera d’arte più scintillante di una collezione già piuttosto ricca. Idealmente, un’istantanea da incastonare tra il gol realizzato al Crotone dopo aver riportato sul terreno del Ferraris il ricordo di Dennis Bergkamp e la volée mancina nello scontro diretto contro il Bayern Monaco della stagione appena trascorsa.

In realtà l’Europeo di Schick è iniziato una manciata di minuti prima, quando sull’ennesimo pallone catapultato in area da Vladimir Coufal ha preso posizione tra i due centrali avversari e con uno stacco poderoso ha indirizzato il pallone verso il secondo palo. Schick è un ottimo colpitore di testa – ha un buon tempismo ed è abile negli smarcamenti sulle palle inattive -, ma nel gol realizzato contro la Scozia ci ha aggiunto una dose di malizia e prepotenza fisica non propriamente nelle sue corde. Un gol non banale per un attaccante che nella stessa gara ha perso 11 dei 13 duelli aerei ingaggiati e che, come già detto, se servito solo con palloni alti non è nelle condizioni ideali per far emergere il suo peculiare talento. A suo modo, sin dalla prima gara, Schick è diventato il go-to guy della squadra, assurgendo ad un ruolo di leader che sembrava distante dalla sua indole. Non sappiamo quali meccanismi si attivino nella mente di un calciatore quando veste la maglia della propria Nazionale – personalmente sono anni che mi chiedo cosa succeda ad Edu Vargas quando veste la maglia del Cile -, ma nel caso di Schick vederlo battagliare in solitaria o tentare di riemergere da duelli paludosi è stato ancora più straniante.

Oltre ad un coinvolgimento emotivo sopra la media, Schick per la prima volta in carriera ha risposto presente nelle partite senza un domani, quelle in cui ogni giocata può risultare determinante per il proseguo della competizione. Contro l’Olanda ha partecipato attivamente a due dei tre momenti chiave che hanno indirizzato la partita. Prima si avventura in una pressione solitaria su de Ligt causando (con la giusta dose di fortuna) l’espulsione di quest’ultimo, poi segue il break a metà campo di Holes, brucia sul tempo un Blind molto meno reattivo di lui e fredda Stekelenburg con il mancino per il gol del definitivo 2 a 0. Attimi determinanti vissuti da un giocatore che non sembrava adatto a vivere momenti che richiedono un livello di concentrazione e tensione mentale elevatissimo.

Contro la Danimarca, la Repubblica Ceca ha visto il suo percorso arenarsi dinanzi ad un avversario decisamente più forte, ma quando il risultato era fermo sullo 0-2 ad infondere nuova linfa alla squadra è stato ancora una volta Patrick Schick, trasformando in oro un cross del solito Coufal. Nel finale di gara, sfruttando la presenza di un centravanti di ruolo, si è mosso tra le linee, liberato, forse per la prima volta nella competizione, dalla morsa dei difensori, cercando di offrire un’alternativa alla meccanicità delle trame offensive della squadra, ma le sue ambizioni si sono scontrate con un contesto poco incline ad uscire dai propri binari. L’Europeo di Schick si è concluso in preda ai crampi, quando il corpo gli ha presentato il conto di una serie di sforzi a cui in carriera, forse, non era mai stato sottoposto.

Patrik Schick che ringrazia i tifosi cechi
Patrik Schick che ringrazia i tifosi cechi (Foto: ANP/Maurice Van Steen/Imago Images – OneFootball)

Crederci, ma senza dirlo

L’unicità di queste competizioni sta nel regalarci eroi inattesi, giocatori che risorgono dall’anonimato delle squadre di club ritagliandosi “15 minuti di fama” con la maglia della Nazionale. Questo discorso per Patrick Schick vale solo parzialmente, dato che l’eccentricità del suo talento gli permetterà sempre di apparire, anche sporadicamente, in qualche highlights. Ma è il modo in cui ha vissuto quest’Europeo ad averlo illuminato di una luce diversa, forse più cupa, ma sicuramente più intensa.

L’esperienza ci suggerisce di approcciarci a queste competizioni con i piedi di piombo, senza farci travolgere dai facili innamoramenti. Un po’ come quando sei giovane, in vacanza conosci una persona che ti piace ma devi essere sempre consapevole che da lì ad un paio di settimane ognuno andrà per la propria strada. Pur conoscendo a menadito il foglietto illustrativo delle controindicazioni, è impossibile non farsi trascinare dalle prestazioni di un giocatore che pensavamo (e pensiamo ancora) fosse destinato ad una carriera da venditore di fumo e che invece si è imposto in un torneo per cuori forti, regalandoci la speranza che questo possa essere per lui un nuovo punto di partenza.

E quindi, seppur a prendersi le copertine dei giornali (e anche di questo pezzo) sia stata la corsa a braccia aperte e il volto incredulo dopo il capolavoro contro la Scozia, l’immagine rappresentativa del passaggio di Patrick Schick ad Euro 2020 resterà quella con lo sguardo torvo, i bicipiti gonfi e il naso insanguinato in piena autocelebrazione.

Autore

Classe ‘98. Sognavo di essere un trequartista mancino, un tennista con il rovescio ad una mano o un ciclista dominatore delle grandi montagne, ma mi accontento di scrivere

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