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ICONE

Icone: Pelé, O Rei do Futebol

Noi crediamo in Robert De Niro, nella Tigre di Mompracem.
Nella storia che sanno tutti, 
Maradona è megl’ ‘e Pelé
È megl’ ‘e Pelé.

Si conclude con questo atto di fede il ritornello di Maradona y Pelé. Son gusti, il mondo è bello perché vario. In questo caso Tommaso Paradiso a nome dei Thegiornalisti ha espresso il proprio favore, ma dati alla mano potrebbe ricredersi. Nessuno ha segnato più di O Rei: 1281 gol in carriera riconosciuti dalla FIFA. Altrettanti, se non di più, sono i motivi per i quali il titolo di icona gli appartiene. Non possiamo elencarli tutti, ma nel nostro piccolo cercheremo di delineare la figura di sua maestà Pelé.

Favelas

Prima di diventare Pelé, Edson Arantes do Nascimento è stato Dico, un bambino come tanti nella favela di Bauru. Quella era stata l’ultima tappa della carriera di suo padre calciatore: lo chiamavano Dondinho, abile colpitore di testa che dovette dire addio al calcio per un brutto infortunio al ginocchio. Il piccolo Dico decide di seguire le sue orme. Questa storia inizia così, a piedi nudi per le strade impolverate di una villaggio dello Stato di San Paolo.

Quando aveva soli 10 anni è testimone della più grande catastrofe sportiva nella storia del Brasile: la Seleçao viene rimontata dall’Uruguay nella finale di Coppa del Mondo giocata in casa. Quel 16 luglio 1950 passa alla storia con il nome di Maracanazo, una delle giornate più tristi di cui il Paese ha memoria. Tra i tifosi presenti allo stadio c’è chi decide di suicidarsi lanciandosi dalle gradinate.

Anche a Bauru il clima è pessimo: nessuno balla più, nessuno canta più. Silenzio. Dondinho non trattiene le lacrime, Dico la prende sul personale: vuole essere a tutti i costi lui a rivendicare quella sconfitta e a trasformare in lacrime di gioia quelle che scorrono sulle guance di suo padre. È la sua vocazione.

Appena cinque anni più tardi, mentre coltivava il suo talento, Pelé ha la fortuna di essere “scoperto” da Waldemar de Brito. Quest’ultimo lo consegna nelle mani del Santos che non ci pensa su due volte e lo mette sotto contratto. Da quel momento in poi l’ascesa è incredibilmente rapida, scandita dai numerosi gol per i bianconeri che gli valgono le prime convocazioni in nazionale. È l’uomo giusto al momento giusto, e cioè ancor prima di essere uomo: ha solo 16 anni quando fa il suo esordio con gol in Argentina Brasile 2-1. È l’inizio di una favola a tinte verdeoro.

Seleçao

Nell’estate 1958 il commissario tecnico Vicente Feola decide che il giovanissimo Pelé non può non far parte dei convocati per il mondiale svedese: è il momento di esportare un po’ di calcio bailado. I brasiliani non arrivavano all’evento con i favori del pronostico, al contrario dei padroni di casa della Svezia e della Germania Ovest detentrice del titolo.

Il gruppo 4 con URSS, Inghilterra e Austria non crea problemi. Scendendo in campo al fianco di Vavá contro i sovietici, il piccolo fenomeno diventa il più giovane calciatore ad aver disputato una partita della fase finale della competizione. Non sarà l’unico record della sua collezione…

Nella fase ad eliminazione diretta Pelé si scatena: gol qualificazione ai quarti contro il Galles, tripletta in semifinale alla Francia e doppietta in finale alla Svezia. Tutte reti di estrema fattura, ma una in particolare simboleggia il mondiale di Pelé. Nell’ultimo atto di Solna, al 90′ il numero 10 verdeoro svetta in area di rigore e anticipa le manone di Kalle Svensson.

Con la palla che oltrepassa la linea di porta arriva il fischio finale (5-2) e lui cade a terra come svenuto. Perde i sensi da rivelazione, li riprende da eroe nazionale mentre i suoi compagni lo portano in trionfo. Questa volta nelle favelas si fa festa. Il Brasile è campione del mondo per la prima volta nella sua storia.

Brasile alla Coppa del Mondo 1958 - Foto AFP Getty Images OneFootball
Pelé, il terzo da sinistra, e la nazionale brasiliana alla Coppa del Mondo del 1958 (Foto: AFP via Getty Images – OneFootball)

Nell’edizione 1962, disputata in Cile, la Seleçao si ripete. Peccato solo che Pelé non si sia potuto godere fino in fondo quella gioia, essendo stato obbligato a lasciare il torneo per un infortunio rimediato nella partita del girone contro la Cecoslovacchia. In finale, sempre contro la Cecoslovacchia, sarà decisivo il suo sostituto Amarildo.

Per sua fortuna, e per sfortuna degli italiani, tornerà a giocare una finale mondiale: è quella di Messico 1970, Brasile-Italia. Le due nazionali non si giocano solo la Coppa Jules Rimet, ma anche il terzo titolo di campione del mondo, nessuno ci è ancora riuscito.

All’Estadio Azteca Pelé mette subito le cose in chiaro aprendo le danze. Risponde Roberto Boninsegna, ma nella ripresa i sudamericani dilagano e finisce 4-1. Segue un’invasione di campo che sa tanto di caccia all’uomo, anzi cacci al re. Tarcisio Burgnich dirà:

Prima della partita mi ripetevo che era di carne ed ossa come chiunque, ma sbagliavo. Un giocatore così nasce ogni venti o trent’anni: destro, sinistro, colpo di testa, velocità, dribbling, tiro, visione di gioco e soprattutto lealtà. È una perla rara.

Pele Brasile Italia 1970 - Foto STAFF AFP Getty Images OneFootball
Pele piange dalla gioia al triplice fischio di Brasile-Italia, finale della Coppa del Mondo 1970 (Foto: STAF/AFP via Getty Images – OneFootball)

In Brasile sono ancora alla ricerca dell’erede di Pelé. Non che siano mancati campioni da quelle parti, ma ancora nessuno è riuscito ad uscire totalmente dalla sua ombra. Per statistiche, e più precisamente per i gol, ce ne sarebbe uno in grado di superarlo sul lungo periodo: Neymar Jr. Il fuoriclasse del PSG è attualmente al secondo posto della classifica marcatori all-time della Seleçao e, dopo aver superato Ronaldo il Fenomeno, parrebbe averlo messo nel mirino. Lo stesso Pelé ha riconosciuto il potenziale di Neymar, confessando in più occasioni che lo preferisce a Lionel Messi.

Allo stesso modo, però, dall’alto dei suoi tre titoli mondiali, non ha nascosto il suo rammarico per lo scarso contribuito dato dal classe 1992 alla nazionale nelle ultime competizioni continentali e intercontinentali. Non è corretto fare paragoni tra giocatori di epoche diverse, ma in ogni caso O Rei sembra inarrivabile.

Bandiera Pelé - Foto Nelson Almeida AFP Getty Images OneFootball
Tifosi brasiliani con una bandiera in onore di Pelé (Foto: Nelson Almeida/AFP via Getty Images – OneFootball)

L’incoronazione di Pelé

Torniamo alla sentenza in Maradona y Pelé. Al di là dell’eterna rivalità Argentina-Brasile, c’è un’altra chiave di lettura interessante: da una parte c’è un dio, dall’altra un re. È la storia che si ripete attraverso il pallone. Chiaramente non si arriverà mai ad una verità assoluta, ma la Football Association ha preso una decisione.

Tutti e due giocarono in un periodo storico che gli precluse la possibilità di vincere il Pallone d’Oro, riservato solo ai calciatori europei. Un vero peccato, tant’è che si optò per l’istituzione di premi individuali eccezionali: il Giocatore del secolo FIFA e il Pallone d’Oro onorario. Se il primo è stato assegnato ad entrambi, il secondo è finito solo nelle mani di Pelé. Niente scacco matto. Lunga vita al re.

Moriniere, Pelé & Blatter - Foto Fabrice Coffrini AFP Getty Images OneFootball
Pelé riceve il Pallone d’Oro onorario da Francois Moriniere e Sepp Blatter a Zurigo (Foto: Fabrice Coffrini/AFP via Getty Images – OneFootball)

Da buon sovrano, il brasiliano ci tiene alla sua figura e ai valori che questa riesce a trasmettere. Di tutt’altra idea Maradona, che qualche stoccata da lui l’ha ricevuta:

Maradona è stato un grande giocatore, ma è davvero un pessimo esempio per i giovani. Ha avuto la chance di ricevere un dono da Dio, eppure ha scelto di condurre una vita molto sregolata. Nonostante ciò c’è ancora gente disposta a dargli un lavoro… Se avessero un po’ di coscienza non lo farebbero più.

Critica sterile? Non proprio, dal momento che arriva da un ambasciatore ONU, UNESCO e FIFA, impegnato nella lotta alle discriminazioni razziali. Il titolo di “icona” che oggi gli conferiamo è l’ultimo – e probabilmente il più umile – di una lunga serie, guadagnata partita dopo partita, costruita rete dopo rete. E paradossalmente il difficile non sta nel segnare 1000 e passa gol, ma nel riuscire a farne almeno uno alla Pelé.

Pelé, O Rei (Foto: John Pratt/Keystone/Getty Images - OneFootball)
Pelé, O Rei (Foto: John Pratt/Keystone/Getty Images – OneFootball)
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Viterbese classe ’99, muove i primi passi con ai piedi un pallone e, neanche a dirlo, se ne innamora. Quando il calcio giocato smette di dare speranze, ci pensa giornalismo sportivo a farlo sognare. E se si fosse trattato di campo, essere riserva di lusso lo avrebbe fatto rosicare… alla tastiera non potrà che essere un valore aggiunto.

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